Viva la revoluciòn!
Posted by rferrazzi on December 6, 2007
Dividere la Storia in periodi è un esercizio temerario: basta un minimo di sguardo critico per accorgersi che gli avvenimenti ai quali assegnamo la funzione di spartiacque sono pressocché privi di significato. È poi così importante la deposizione di Romolo Augustolo? Il viaggio di Cristoforo Colombo, che pure ha portato caffè, cacao, patate, tabacco e pomodori, ha cambiato la civiltà? E la stessa Storia, nasce con l’invenzione della scrittura?
Se proprio non si vuol fare a meno di individuare dei periodi, bisognerebbe almeno scegliere avvenimenti che hanno influenzato i secoli successivi.
Io proporrei di confinare nella preistoria tutto ciò che avvenne prima dell’abolizione dei sacrifici umani (il che protrarrebbe la preistoria americana fino al 1492 d.C. e quella delle repubbliche di Amin e di Bokassa fino ai giorni nostri). Quanto alla Storia propriamente detta, la dividerei in un periodo antico e uno moderno: prima e dopo la rivoluzione francese del 1789. Rifiutando di sgozzare Isacco l’umanità uscì da una condizione animalesca. Tagliando la testa a Luigi XVI uscì da una condizione servile.
Naturalmente continueremmo a parlare di imperi, battaglie, conquistatori, avventurieri, legislatori e riformatori. Ma se la Storia deve servire a marcare le pietre miliari del cammino percorso dall’umanità, non può che evidenziare una fase (lunga, lunghissima) in cui i comportamenti umani furono più istintivi che razionali, una fase successiva in cui i popoli esorcizzarono i loro terrori sottomettendosi a un padrone al quale delegavano il rapporto con il soprannaturale, e infine una terza fase in cui ciascun individuo reclamò la responsabilità di se stesso.
Ora, a chi guarda la storia in sequenza può sembrare che l’umanità sia in costante progresso. Proiettandola nel futuro qualcuno ha ipotizzato l’avvento del superuomo, qualcun altro una palingenesi sociale. Ma gli sviluppi della realtà sono meno lineari di come appaiono a tavolino. Ciò che chiamiamo progresso (quando non si tratta di riforme largamente condivise) è rivoluzione, lacerazione di un sistema di rapporti, rivolta contro l’autorità costituita, ammutinamento contro i Padri. E non sempre ha successo.
Le rivoluzioni hanno inizio con una fase distruttiva. Raccolgono consenso finché possono indicare idoli da abbattere, re e imperatori da deporre: padri da uccidere. In questa fase prevale l’assemblearismo e le assemblee sono dominate dall’estremismo in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per commettere un parricidio bisogna essere tutti complici, duri e puri, legati da un patto esplicito.
Però, una volta abbattuti gli idoli il problema è costruire l’ordine nuovo, e l’assemblearismo non funziona più. Nelle fasi di edificazione serve il carisma del capo: occorre un nuovo padre perché l’ordine nuovo deve essere più imposto che proposto. Ma nessuno può vantare una legittimità come quella del padre che la rivoluzione ha decapitato. Le istituzioni rivoluzionarie non incutono rispetto se non con il terrore. Contemporaneamente, il ricordo del passato suscita nostalgie e alimenta rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro si unisce al rimorso del parricidio e genera il senso di colpa.
Ciò che spesso non si dice è che il rivoluzionario vorrebbe capovolgere il mondo, ma lasciandolo così com’è. In realtà nessuno è più conservatore di chi vuol cambiare tutto. I giacobini tagliarono la testa a Babeuf per non abolire la proprietà privata, i bolscevichi chiamarono Stalin con il nomignolo degli zar: “piccolo padre”. La rivoluzione pretende di rovesciare i rapporti, non di abolirli o di snaturarli. E siccome la legittima difesa sembra un po’ poco per giustificare un parricidio, la rivoluzione deve sbandierare un volto umanitario e progressista anche quando diventa reazionaria e conservatrice. Il rivoluzionario è un moralista.
Ogni essere umano nel corso della sua esistenza passa per un periodo rivoluzionario. Ogni tappa della vita espande la consapevolezza di essere agli antipodi del padre, ogni passo avanti nel tempo è un riconoscersi uguale e contrario a lui. Ma tagliare i ponti con i padri significa perdere contatto con le convinzioni più profonde. Una volta detronizzati, i padri assurgono a depositari di una scienza perduta, archivi di un mondo delle idee dal quale il rivoluzionario si è autoesiliato. I prezzi dell’indipendenza sono lo smarrimento di una presunta sapienza primordiale e il conseguente senso di colpa. L’insicurezza alimenta il senso di perdita, e la perdita viene sentita come il castigo di una colpa irreparabile. Il rivoluzionario si sente naufrago nell’immensità di un oceano: sulla sua zattera riprogetta il passato per dargli un altro significato, denigra i padri per dare un senso al suo ammutinamento, per esorcizzare la paura della morte. Non si sentirà sicuro finché non avvisterà una terra, quale che sia, l’America o l’isoletta di Pitcairn. Perché soltanto lì, una volta sbarcato, può sperare di ricominciare: farsi padre e origine di una dinastia.
Ogni rivoluzione tende a fondare un impero simile a quello che ha soppiantato. Ma merovingi, ottomani e molti altri stanno lì a dimostrare che si può anche fondare un impero e non progredire affatto.











