Scontatamente
Posted by Arturo Fabra on December 9, 2007
RACCONTO DI NATALE
Aveva seguito la strada che conduceva fuori dall’abitato mentre il sole invernale calava sulla scogliera come faceva spesso.
Ora il vento freddo che spazzava l’altopiano irlandese lo spinse ad entrare nel cottage.
L’aveva notato avvicinandosi, pensandolo abbandonato. Invece, non appena la luce del giorno era svanita, il bagliore dall’interno delle finestre era divenuto un invito gradito.
Spinse la porta e scrutò l’interno: legno ovunque, panche addossate alle pareti, tavoli desolati e un bancone dove tutto era scuro, anche le cromature dei rubinetti da cui veniva spillata la birra, luci accese ma nessuno in giro.
Fece per uscire quando sentì alle sue spalle una voce.
“Ci arrendiamo facilmente, eh?” Il tono era profondo, tranquillo, con le musicalità del gaelico a impreziosirlo.
Dietro il bancone era comparso un vecchio. La pelle conciata dal sole e dalle intemperie, una barba accennata, sale e pepe come i capelli.
“Sarei tornato dopo…” disse l’uomo, avvicinandosi e prendendo posto su uno sgabello davanti al bancone. “…forse.” concluse.
“Controllavo le scorte.” spiegò il vecchio indicando il retrobottega.
“Non pensavo che il locale fosse aperto stanotte.”
“Perché?” chiese il vecchio, prendendo un boccale da pinta e mettendolo sul bancone. “Che ti verso?” chiese ancora.
“Scura.” rispose l’uomo, guardando con preoccupazione l’enorme boccale. “Magari non a stomaco vuoto.” borbottò.
“Saggia riflessione. Nessun problema, avrai anche cibo.” gli mise davanti il boccale e avviandosi verso il retrobottega proseguì. “Dicevo: perché pensavi che fosse chiuso?”
”E’ la notte di Natale… sono tutti in chiesa o in famiglia.”
“E tu, perché non sei con loro?” Il vecchio tornò mettendogli davanti un piatto con aringhe affumicate e pane alle noci.
“Oh, io…” L’uomo si interruppe per prendere un pezzo di pane, metterci su un po’ di aringa e mangiare, poi bevve una sorsata di birra e infine continuò. “…ho già avuto la mia dose di Natali in famiglia, in chiesa, tradizionali. Ora me ne sto per conto mio.”
“Ti capisco. Anche a me piace starmene da solo ogni tanto. Comunque tengo aperto per tradizione, e perché” Il vecchio sorrise, portandosi un indice alla tempia destra “ forse sono un po’ toccato.”
L’uomo dedicò qualche minuto al cibo e alla bevanda pensando. ’stai a vedere che tra poco verranno fuori i leprechaun e le banshee’. E il pensiero fu così vivido che lo espresse anche ad alta voce.
“Senza offesa!” Si affrettò a concludere.
“Magari.” Sospirò il vecchio, spillandosi una pinta uguale a quella dell’uomo di cui bevve quasi metà per poi dire. “E’ finita l’epoca del piccolo popolo, dei sogni, della dolcezza, il mondo non sembra aver più bisogno di tutto questo.”
L’uomo sembrò irritato. “Non c’è mai stata un epoca simile, vecchio.”
L’altro non perse la sua espressione serafica. “Che lavoro facevi?” domandò ancora.
“Curavo le persone.” Nel dirlo l’uomo si fissò le mani, provando nel contempo un dolore indefinibile.
“E?”
“Sono andato in pensione. Tutto qui, con abbastanza denaro per poter viaggiare, ed è quello che faccio.”
Il vecchio era ben oltre la metà del proprio boccale. “Moglie, figli, nipoti?” iniziò a dire.
“Vivono. Come me, del resto.”
“D’accordo, ho capito. Argomento chiuso.” concluse il vecchio, facendo risuonare il boccale vuoto sul bancone. “Anche io divento scorbutico a Natale.” Alzò gli occhi al cielo e sospirò. “La festa del popolo della luce, della vittoria sulle tenebre, e su tutto questo gli uomini di chiesa hanno pensato bene di piazzarci arbitrariamente il compleanno del figlio di Dio.”
Fissò l’uomo, che si accorse per la prima volta dello sguardo profondo e ipnotico di quegli occhi scuri.
“Ma dico io, va bene Maria doveva partorire, ma in terra di Galilea quando mai si può immaginare la neve e i pastori con le zampogne? Per carità, tutto bellissimo e folcloristico, ma, ammettiamolo, storicamente del tutto inesatto.”
“Povero Gesù, tutti a festeggiargli il compleanno nel giorno sbagliato.” Forse l’uomo straparlava per la birra scura.
“Frustrante, non trovi? Ma tanto si fa il callo a tutto.”
Il dolore tornò a farsi sentire nel cuore dell’uomo.
“Sì… beh…” borbottò bevendo.
“Che vuoi dire?” Il vecchio si stava sporgendo sul bancone. L’uomo pensò con stupore che non puzzava, anzi, aveva un buon odore come di spezie di terre orientali.
“Non lo so.”
Il vecchio tolse il piatto vuoto, e, nel farlo, con naturalezza, appoggiò la sua mano sinistra sulla destra dell’uomo che non la mosse.
“E’ una stupidaggine, vero?” Disse.
“Cosa?”
“Che a Natale siamo tutti più buoni.”
L’uomo sentì un calore che combatteva il dolore e proveniva dalla sua mano, rispose d’impeto.
“Siamo sempre gli stessi, egoisti, pronti a passare su chiunque per il nostro tornaconto, pieni di rabbia e di… solitudine.” Eccolo, il nome del dolore.
Il vecchio annuì.
“Come ho detto, anche a me piace stare da solo, di quando in quando, ma stare da soli per sempre è…”
“L’inferno.” concluse l’uomo.
Il vecchio rise sonoramente, riempiendo il cottage di quel suono.
“Maledizione.” imprecò l’uomo, inaspettatamente.
Il vecchio lo guardò con sorpresa, l’altro proseguì.
“Volevo starmene da solo… cosa c’è di male, penso di averne diritto dopo tutto quello che ho fatto per gli altri nella mia vita, no?!” La birra doveva essere proprio speciale, non riusciva a controllare le parole.
“Certo, se è quello che vuoi. Trovi così difficile ricevere invece che dare?”
Le parole lo trapassarono come una coltellata, aveva bisogno di bere, ma acqua. Si sporse aldilà del bancone, aprì il rubinetto e riempì il boccale, ingollandone abbondantemente.
“Io voglio stare per conto mio. Dare, ricevere, alla fine è solo sofferenza, non c’è speranza.”
Il vecchio parlò con tono sereno.
“C’è sempre speranza, quella c’è.”
Il suono della campana della chiesa giunse portato dal vento, il vecchio si fermò ad ascoltarlo.
“Devo uscire.” disse, passando una mano sul boccale dell’uomo. “Tu fai con calma.”
L’uomo lo seguì con lo sguardo mentre girava attorno al bancone ed infilava la porta.
“Ehi, aspetta…” Si portò il boccale alle labbra e quello che bevve non era più acqua, ma un vino dolcissimo che scaldava il cuore.
Posò il boccale di colpo e rincorse l’altro all’esterno del cottage.
Il vento si era calmato, la notte era immota.
E il vecchio?
Forse era rientrato.
L’uomo lo cercò nel cottage, ma inutilmente. Controllò anche il rubinetto, da cui usciva fresca acqua insapore, e il retrobottega, nel quale non esisteva traccia di provviste e nemmeno di fusti di birra.
Il vecchio se n’era andato.
Ma rimanevano le sue parole, quel calore che combatte il dolore, e il suo accento piacevolmente irlandese, oltre al sapore dei suoi pani, dei suoi pesci e della sua acqua diventata vino.
Le lampade si stavano spegnendo, l’uomo finì il boccale di vino, si avvolse nel cappotto, calzò cappello e sciarpa ed uscì a sua volta, alzando gli occhi verso le stelle: quelle del cielo irlandese di dicembre, le più luminose che si possano mai vedere da questa terra.
Guardandole disse sottovoce.
“Buon Compleanno, in qualsiasi data sia.”
Nell’aria risuonavano le campane di Natale.

















jolanda catalano said
Mi piace questo racconto. L’umana fragilità ben messa in evidenza e la voglia-stanchezza di solitudine confutata con una semplice frase ” Trovi così difficile ricevere invece che dare? ” E alla fine l’apertura verso quel cielo con le più belle stelle, verso “quel vecchio” con il quale anch’io avrei voluto parlare.
cordiali saluti
jolanda
Lory said
Il tuo stile è avvincente come sempre
Direi che il titolo dà la giusta chiave di lettura