La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Narrazione araba e i pupi

Posted by emanuelegiordano on December 10, 2007

Quando una favola araba incontra la Sicilia
Breve intervento di Fabrizio Corselli

L’accostamento della narrazione orale araba e quella siciliana nella diretta figura del contastorie, potrebbe far storcere, a primo acchito, il naso a molti; tale approccio ha invece il pregio di avvicinare due ambiti apparentemente diversi ma che parimenti condividono la stessa tradizione.

Infatti, il punto di contatto nasce proprio dai Paladini da un lato (materia in cui il puparo palermitano Mimmo Cuticchio eccelle e porta avanti con gran dedizione e convinzione con le sue marionette – appunto, i famosi pupi armati -, oltrepassando le barriere di una prevenzione così ostinata da parte degli adulti, rischiando il più delle volte di relegare l’opera dei pupi ad una mera materia per “picciriddi”) mentre dall’altro abbiamo la storia di Saladino e altri eroi: non bisogna dimenticare che durante il Medioevo, l’invasione araba dell’isola della Sicilia diventa un punto di speculare riconoscimento con l’avventura delle Crociate, in tal modo creando un vero e proprio ponte culturale. Del resto, le Chansons de geste importate dai jounglers francesi in Italia e in Sicilia via via andarono fortificando la figura del “cuntista”, ovvero il narratore professionista del ciclo carolingio e delle vicende epico-cavalleresche, da cui l’opera dei pupi ha probabilmente derivato i suoi soggetti di rappresentazione. Le storie arabe ricordano quindi vagamente le grandi epopee dei cicli cavallereschi europei, nei quali però i riferimenti alle realtà storiche vengono declassati semplicemente a non attendibili narrazioni di eventi straordinari; quindi una dovuta differenza va posta: per esempio nell’Alf laila wa laila (Mille e una notte), i personaggi “eccezionali” affondano le loro radici culturali pur sempre in un ben definito sostrato appartenente alla plebe urbana e contadina dei secoli di dominio mammelucco dell’Egitto (una sorta di miseria di vinti tipica della poetica elegiaca di Tirteo, in cui gli eroi non fanno più da tiranni della scena principale all’interno delle vicende umane). I personaggi sono mercanti, contadini, figli di venditori di stoffe o addirittura sarti (come nel caso di Aladdin) e nel caso dello stesso Sinbad, egli è pur sempre un marinaio, seppur arricchitosi attraverso perigliose avventure (il quale né perde o disdegna successivamente, pur con tanta opulenza accumulata, l’ospitalità tipica della cultura araba, accogliendo in casa sua un povero di nome Hindbad).
Così, come tradizione orale comune alle due metodologie narrative, ritroviamo il pieno potere nel ritmo del suono, nella modulazione della voce e nel canto stesso (elementi già ben noti nella tradizione greca, in particolar modo dal nostro Stesicoro di Himera, e in generale in quella rapsodica e dagli aedi, percorrendo in lungo e in largo la tradizione giullaresca, dei menestrelli e dei trovatori finanche sviluppatasi in Sicilia alla corte di Federico II).
La voce è lo strumento che il contastorie adotta per evocare i ricordi di luoghi, persone o eventi lontani, ma senza l’ausilio di quel canto, profondità ed eco non potranno essere conferite alle emozioni, in modo da esprimere l’ineffabile. L’arte del puparo si veste perfino di una carica quasi ieratica che affonda le sue radici nella danza rituale al pari di quella d’una menade o di una sacerdotessa devota ai riti eleusini, ritrovando come sua matrice complementare la componente gestuale della danza con le spade, affiancata dagli etnologi a certe pratiche della cultura contadina in quanto riti propiziatori per la fertilità (elementi condivisi dalle mistiche classiche; si prenda in considerazione la figura della Baccante della Grecia antica o l’origine sacra della danza orientale collegata al culto della Dea-madre delle civiltà pre-urbane con la divinità babilonese Ishtar o ancora Iside).
Altra nota di merito, pur sempre accomunante la narrazione orale siciliana e quella araba è la figura dell’Al Salik, un viaggiatore, che non è solo colui che girovaga o esplora mondi sconosciuti ma che viaggia dentro se stesso, dentro la propria interiorità divenendo la significazione di quel viaggio immaginario in cui ognuno di noi ritrova il proprio “io” e lo “spazio” per potere riflettere; perché il racconto è questo, capacità di catarsi, di sospendere la realtà e sottrarla ai limiti del tempo, di sottrarre l’individuo alla legge imperante della morte ma anche di ammonire, di insegnare una morale come lo è nello stile della fiaba (perché per esempio in Mille e una Notte, fiabe sono) o ancora di tramandare ricordi e conoscenza popolare. Così Mimmo Cuticchio, nella sua ultima opera intitolata Aladino di tutti i colori, che finanche lo ha visto insieme al narratore iracheno Yousif Latif Jaralla, grande esponente della narrazione orale araba, conferisce al protagonista un ruolo importantissimo di sintesi di un mondo attuale, fatto anch’esso di inganni (ad opera del mago africano ne Le Mille e una Notte), in cui però la purezza e l’ingenuità hanno il sopravvento (ritrovando una piena corrispondenza con quella componente umile del sostrato umano); situazione questa che innalza tale spettacolo ad un livello di progetto che tutela altresì diffonde precetti morali quali la tolleranza e la pace tra i popoli, per di più nei confronti di una cultura che ci è molto vicina, avendo come destinatari non solo i bambini (si coglie l’occasione per segnalare, alla luce degli elementi espressi, il film d’animazione Azur e Asmar di Michel Ocelot, in cui è ravvisabile tale precettazione moralistica).

Fabrizio Corselli ha recentemente pubblicato, presso
Lulu.com, il libro Shams al Nahar e le dieci perle
d’Oriente; una fiaba poetica che affonda le sue
referenze storico-culturali nelle profondità della
cultura araba.

link di riferimento:

http://www.lulu.com/content/1329529

2 Responses to “Narrazione araba e i pupi”

  1. enrico de lea Says:

    Mio padre mi raccontava che a Messina, nei suoi anni d’infanzia/adolescenza/prima giovinezza, c’erano diversi locali adibiti a “teatrini dei pupi”, cioè dei Paladini di Francia tutta la città). Ciò prima del diffondersi di massa del cinema e della TV, grosso modo fino alla prima metà degli anni Cinquanta.
    Mi raccontava della capacità dei pupari di improvvisare in ottava rima: questo per dire di una mia personale nostalgia per un fenomeno artistico che personalmente non ho nmai conosciuto.
    E’ un saggio davvero interessante questo. Avendo trascorso tre decenni della mia vita in Sicilia ed essendo il luogo del mio “nostos” costante, mi ha sempre colpito questo suo essere al centro di un’apertura di esperienze di popoli diversi (penso
    ad es. alla figura di Giufà, comune a tutti i popoli del Mediterraneo).
    Complimenti.

  2. enrico de lea Says:

    p.s. scusate, ho perso un pezzo, a proposito dei teatri dei pupi:

    (erano almeno 5/6 in tutta la città)

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