Poesia e Web – di Massimo ORGIAZZI
Posted by nicolaponzio on December 11, 2007
POESIA E WEB
ESPERIENZA DIRETTA, RIFLESSIONE E PUNTI CHIAVE PER UN’EVOLUZIONE FUTURA
di Massimo Orgiazzi
BIENNALE DI POESIA ANTEREM
I PERCORSI DEL DIRE – SABATO 20 OTTOBRE 2007
1. L’ESPERIENZA DIRETTA – UNA SORGENTE
Ho scoperto Internet nel 1994, quindi in tempi non sospetti. La Grande Rete, per usare un epiteto allora piuttosto comune, era allora molto diversa da oggi. Appena quattro anni dopo la nascita del World Wide Web, storicamente avvenuta in Svizzera presso l’università di Ginevra, quasi tutto il traffico era allora mediato attraverso protocolli poco interattivi e senz’altro neanche somiglianti a quelli attuali così permeati di grafica, come si dice in gergo user-oriented o, usando un termine poco politicamente corretto, idiot proof, letteralmente a prova di idiota. Si parlava allora di trasferimenti di file «via FTP», di «Gopher», di «Telnet», si parlava in chat uno ad uno con interfaccia completamente testuale e si era ben lontani dall’aspetto patinato odierno, così pieno di pubblicità, sempre più somigliante alla TV. Il processo doveva essere, si diceva, di incontro: rendere la TV sempre più interattiva e la Rete più semplice da usare, ma sembra che al momento ci troviamo a seguire una direzione dove l’orientamento unico di tutti i media è solo vendere. Sotto questo diktat sembrano piegarsi tutte le linee evolutive dei sistemi e dei mezzi di comunicazione.
La Rete nella prima metà degli anni ’90 in Italia aveva ancora molto dell’infrastruttura originaria dell’Arpanet voluta dal dipartimento della Difesa USA negli anni ’60 per scongiurare il black out comunicativo derivante da eventuali attacchi atomici nella bassa atmosfera. Ben presto questa rete nata con scopi di difesa si era tramutata in una vitale e rigogliosa rete di contatti tra centri di studi universitari e aveva permesso il fiorire di nuove relazioni veloci, di interconnessione e condivisione per ogni genere di discipline, scientifiche ed umanistiche. Ricordo ancora viva l’emozione di poter ricevere via mail, su richiesta, delle bibliografie direttamente da atenei sparsi per il pianeta: la possibilità di contattare persone lontane con competenze fino ad allora irraggiungibili, poter reperire finalmente «informazione», nel suo significato più pregno e ricco, riuscendo così a soddisfare curiosità ed interessi.
Questa premessa descrive l’esperienza di chi in Italia non aveva mai potuto usare questi mezzi prima; la Rete, appoggiandosi allora quasi solo su sottoreti universitarie (nascevano solo allora i primi Internet Service Provider privati), replicava quasi esattamente la crescita avvenuta negli anni ’70-’80 negli Stati Uniti e dava modo di toccare con mano una libera comunità aperta che molto traeva dalla filosofia dell’Open Source di Richard Stallmann e che nulla aveva a che fare con la commercializzazione di qualsivoglia prodotto. Questa premessa anche e soprattutto per mostrare un modello originario, una sorgente e cercare di chiudere un cerchio al termine di questa trattazione.
2. L’ESPERIENZA DIRETTA – LA CORRENTE
La mia esperienza di scrittura in rete e poi, se vogliamo, il tentativo di fare, in termini figurati, “letteratura” in rete, avviene però in tempi decisamente seguenti e si appoggia su uno strumento ancora legato alla dimensione originaria di Internet. Siamo nel 1999: I forum elettronici, i gruppi di discussione, i newsgroups come vengono chiamati, alla fine degli anni ’90, in Italia hanno ancora un ruolo preminente nel traffico totale, che possiamo definire a buon titolo asfittico se confrontato con quello attuale. I gruppi di discussione letterari sono pochi e due sono quelli che si dividono la grande maggioranza di utenti: si tratta di it.arti.scrivere e it.arti.poesia, nella designazione che ancora mantengono oggi. Sono gruppi frequentati da un centinaio di persone alla volta, con numerose rotazioni e avvicendamenti, di modo che si possa stimare una partecipazione globale all’epoca di circa un migliaio di persone. Il funzionamento dei gruppi è semplice come la dinamica dell’uso che se ne fa: si “posta”, ovvero si spedisce un articolo, un messaggio al gruppo, contenente una poesia, un racconto breve che viene appeso in bacheca; dopo di questo si aspetta un responso, una lettura, un commento; nella migliore delle ipotesi, la nascita da esso di un thread, di un intero filone di discussione. Questo dà la possibilità di condividere quel che si scrive, di parlarne, di avere un parere, di ottenere un orientamento di base. Tuttavia nel dibattito interno nasce presto l’autoriflessione sul carattere chiuso di questo meccanismo: si comincia a parlare di “cricca”, per indicare il gruppo di utenti sempre presenti e legati tra loro da affiliazione più antica. Anche se non esiste moderazione, in questi gruppi si scorge ben presto un carattere che scorgeremo più tardi su scala più vasta: l’autoreferenzialità. Ci si scrive e ci si legge in un ambiente chiuso e si finisce ben presto per scrivere e leggere quasi completamente sul gruppo stesso e sulle sue modalità di operare. Il «periodo d’oro» dell’entusiasmo per un nuovo mezzo che dà potere di condividere la propria scrittura si esaurisce presto in polemiche, in interferenze esterne, in dispersione. Più tardi si cercherà di dare a questi gruppi una moderazione, ma senza risultato. L’evoluzione del mezzo non c’è: rimane bacheca spesso vuota di commenti, dove si spera di ottenere un giudizio e si ha voto di scambio. Certo, l’utilità di base, quella comunicativa, rimane, ma questo non risolve i problemi che nascono da considerazioni evolutive come l’archiviazione (i post vengono progressivamente persi), l’organizzazione (le directory sono ad albero ed è difficile orientarsi o ricercare informazioni) e la sistematizzazione di un lavoro.
Da questa esperienza segue la pubblicazione del mio primo e unico libro, al momento: una raccolta di racconti brevi per lo più discussi e riscritti nei gruppi di discussione. Come la stragrande maggioranza delle esperienze di pubblicazione, anche questa esce dalla Rete per entrare nel già ben rodato meccanismo editoriale a pagamento, non vende copie, non viene distribuita, non troverà mai un pubblico.
3. L’ESPERIENZA DIRETTA – IL CASO
I tempi in cui sono transitato ad un passo successivo di esperienza sono invece decisamente sospetti. Siamo nel 2005: la rete è completamente cambiata, il World Wide Web è ormai quasi l’unica interfaccia attraverso la quale si accede in gran numero ad Internet. La sua struttura è variata in funzione di enorme vetrina commerciale: ogni attività e interscambio ha un corrispettivo in un sito internet. La banda si è potenziata a tal punto che sulla rete possono viaggiare immagini e film: ci si può sentire in tempo reale in viva voce e vedersi via web cam da una parte all’altra del pianeta. Da alcuni anni, circa sei, è nato un fenomeno che si chiama blog: una sorta di piattaforma web semplicissima, standardizzata, basata sul web e che come carattere distintivo rispetto ai siti convenzionali ha il carattere cronologico e diaristico degli inserimenti. Lo stesso nome blog è una contrazione della locuzione inglese web log, ovvero «diario, registro del web». Esso diventa da subito uno strumento realmente di massa per rendere disponibili in rete i propri pensieri in quelli che ben presto diventano diari personali commentati e seguiti da un pubblico.
Nel luglio del 2005, quando apre LiberInVersi, lo spazio blog che ho creato, le directory e gli osservatori registrano nel mondo già più di 40 milioni di blog. L’esperienza alla base dell’apertura di LiberInVersi è la continuazione di quanto fatto e visto nel mondo dei forum elettronici, con l’intento di superare i conflitti, l’animosità e se possibile l’autoreferenzialità del fenomeno. La creazione cioè di uno spazio aperto che consenta l’incontro tra persone con gli stessi interessi, ma ancora di più, deciso ad integrare questi interessi per mettere insieme conoscenze, suggestioni, spunti e note per fare la differenza, generare archivi, percorsi “storici”, letture. La creazione insomma di entità bibliograficamente rilevanti in senso documentale, che rappresentino una possibile fonte di citazione ma anche risorsa per approfondimento e conoscenza.
LiberInVersi nasce così come strumento dapprima di divulgazione (il suo sottotitolo iniziale è “Divulg(azione) poetica dal mondo dei gruppi di discussione”), cercando di imporsi proprio come il blog di un gruppo di discussione in particolare it.arti.poesia, nel tentativo di trascinarne il pubblico su un mezzo e su una piattaforma diversa e più gestibile, non esattamente moderata, ma capace di costituire una sorta di “punto base” per un incontro con presupposti diversi e più titolati di quanto accade sui newsgroups. Ovviamente anche nei blog la velocità di mutazione è elevatissima e il gruppo che originariamente sottende LiberInVersi si sfalda, si divide e si auto annulla, cominciando a disperdersi in una prima generazione di altri blog, secondo un meccanismo comune al mezzo, ovvero l’apertura di altri spazi più calibrati, a volte anche solo sulla propria personalità e la propria cerchia di lettori. Il percorso che LiberInVersi tenta da un certo punto della sua storia è quello dell’invito di autori diversi, l’ospitalità per un certo numero di giorni dei suoi testi (al principio 3 giorni) e la discussione su questi, con l’auspicio che il confronto possa essere il più vivo possibile. Da questo percorso si origina così l’intenzione di creare una mappatura della poesia contemporanea, pur calcolando gli enormi limiti e difficoltà insiti in questo compito. Il successo è abbastanza riconosciuto e riconoscibile: LiberInVersi cresce in lettori e commenti per giorno, toccando le 300 visite quotidiane e le 1000 pagine visualizzate. Di questo conteggio, comune a molti altri ambienti in rete, spesso nei vari meeting organizzati in Italia si riflette quale sia la percentuale di nuovi utenti, quanti siano i reali lettori, quanto invece incidano le visite ripetute degli stessi visitatori di sempre. Ma al di là della speculazione che al giorno d’oggi ha risposte abbastanza precise con gli strumenti statistici come ShinyStat, la vera esperienza di LiberInVersi non è la raccolta di consenso e di lettori, quanto la possibilità di mettere a contatto voci diverse, possibilmente quelle della poesia da un lato (che innegabilmente c’è, fin troppo, nella produzione) e quella che potrebbe configurarsi come voce critica di primo livello, almeno elementare. Ciò che LiberInVersi comincia a proporsi gradualmente è, attraverso una certa dose di divulgazione, l’«educazione dell’utente a diventare lettore», laddove si percepisce, a fronte della pletora produttiva, una scarsità di lettura e di dibattito articolato.
Le potenzialità del mezzo fanno sì che in poco tempo si sviluppi un discreto entusiasmo e che l’attività ferva: ecco allora incontri, discussioni animate ma sempre nei limiti della correttezza, qualche episodio di sabotaggio. Tutto questo sino ad una certa massa critica, superata la quale inevitabilmente (e forse naturalmente) si generano ancora nuove duplicazioni e replicazioni del mezzo, moltiplicazioni dei contenuti, sempre più difficili da tracciare.
La mutazione di LiberInVersi in un collective blog, ovvero in un blog multi utente è solo la penultima fase ormai dettata da sollecitazioni esterne che mirano in qualche modo ad aggregare risorse e redattori. Oltre alla mappatura, LiberInVersi, dal luglio del 2006 si propone anche di allargare gli orizzonti alle scritture straniere, attraverso la collaborazione di autori e traduttori italiani residenti all’estero o in Italia. Si propone anche di ampliare i contenuti a maggiori trattazioni saggistiche e di opinione: diffondere cioè idee, creandole sulla superficie di lettura già rodata. Anche l’ultima fase, datata luglio 2007, che prevede di creare una prima antologia ragionata di un minimo numero di autori ospiti a partire dalle selezioni dei redattori, insieme quindi ad un tentativo di creare «selezione del buon testo», setacciatura e non solo mappatura, anche quest’ultima fase però, non fa che confrontarsi periodicamente con un calo di interesse e una sempre maggiore moltiplicazione dei contenuti che genera. Spesso questa è l’impressione: un certo livello sempre crescente di dispersione. Nonostante manchi la volontà di arrogarsi il diritto di distribuire i contenuti migliori o superiori, spesso la percezione di questa dispersione è evidente e i fenomeni di aggregazione sembrano non attenuarla.
Esperienza significativa legata al tentativo di ridurre la dispersione e aggregare i contenuti, è senza dubbio quello degli aggregatori di feed. Questi ultimi, utilizzando la tecnologia RSS, sono in grado di aggregare in tempo reale e raccogliere i titoli delle ultime uscite del blog, costituendosi così come veri e propri canali che permettono di tenere sotto controllo la produzione quotidiana dei diversi spazi e siti che supportino tale tecnologia. Il caso emblematico è PoEcast, aggregatore “specializzato” in siti di poesia creato da Vincenzo Della Mea, a seguito di richieste per avere un ambiente web con queste funzionalità (essendo in genere gli aggregatori delle applicazioni client più flessibili ma non funzionanti su web). La creazione di PoEcast è un possibile inizio della costituzione di una comunità che legge e “ascolta insieme” anche gli altri, riproducendo su scala più ampia quanto accade in un singolo ambiente/blog: la conferma in questo senso viene del fatto che tutti gli owner e tutti i lettori di un singolo spazio on line quasi sempre frequentano PoEcast per essere aggiornati sulle uscite e poter intervenire sugli argomenti di maggiore interesse.
4. AUTOREFENZIALITA’ E IPERPROLIFERAZIONE
A fronte dei numerosi benefici che Internet genera nella poesia, primo fra tutti la liberazione dall’isolamento di scritture che meritano di essere portate alla luce e l’incontro tra queste ed un pubblico seppure limitato e disperso, ci sono però alcuni difetti o punti deboli intrinseci del mezzo. Come già visto per i newsgroups, anche per i blog si generano fenomeni di moltiplicazione eccessiva e di ulteriore auto isolamento in piccole comunità. Dal principio della Rete ad oggi si sono creati anche innumerevoli siti letterari in diverse lingue, ma in quanti di questi si supera l’auto lettura vicendevole, magari spesso condita da adulazioni reciproche dovute alla conoscenza da lunghi periodi ? In quanti si supera la mera archiviazione di testi senza supporti di lettura, almeno blandamente critici e con una certa inclinazione ad una organizzazione sistematica del materiale ? Il fenomeno dell’autoreferenzialità è abbastanza comune e intrinseco alla comunità letteraria anche astratta dal mezzo informatico: tuttavia in questo mezzo pare che quanto si origina, sia tendente ad amplificare questo genere di fenomeno.
In un continuo processo di nascite e morti, mentre sto scrivendo questo articolo, le statistiche Technorati (1) registrano nel mondo più di 70 milioni di blog, con una velocità di crescita però ormai rallentata rispetto agli anni in cui il fenomeno ha preso il via (si parlava a marzo 2007 di circa 110.000 blog aperti al mese, rispetto agli oltre 200.000 di maggio 2006). Molti di essi, come si è già detto, prendono origine da costole di blog precedentemente creati: molti altri “muoiono”, dove per un blog il concetto di morte equivale a quello di dimenticanza. Quando un blog viene dimenticato, spazio ormai vuoto e senza più accessi, è definitivamente morto.
Il successo del lit-blog (che sta per literary blog) è dovuto al fatto che lo strumento blog ha successo in tutto. Il blog è strumento così versatile che tutti sono in grado con pochi clic di aprirne uno ed usarlo con flessibilità invidiabile per la condivisione di qualsiasi contenuto. Essendo letteralmente un Content Management System, un sistema di gestione di contenuti, qualsiasi argomento, disciplina, evento si presta ad essere inglobato in esso. Oggi ogni giornalista e politico che si rispetti ha un proprio blog, ce l’hanno noti comici come anche la nostra vicina di casa adolescente che racconta in simil-pagine di diario piene zeppe di fotografie ed immagini sbarazzine la propria vita privata di quindicenne. E ci sono i blog di letteratura, che mai come altro si sono visti riproporre il meccanismo che già abbiamo incontrato nei newsgroups: condivisione di contenuti, contatti, incontro. Il gioco è fatto. A Macerata nel 2006, riflettevo al meeting organizzato da Filippo Davoli a margine della locale rassegna di poesia, come un lit-blog, che pure si presuppone trattare argomenti, sia detto tra virgolette, ampi e profondi come quelli letterari, possa essere accomunato al blog organizzato da un circolo di pesca a mosca. L’uniformità del blog, la tendenza ad ugualizzare attraverso il mezzo, la reperibilità dell’informazione senza ostacoli, fa sì che visto da fuori, sul mare magnum dei contenuti, qualsiasi contenuto sia assimilabile ad un altro.
Autoreferenzialità, quindi ed iper-proliferazione (che equivale a dispersione dei contenuti non organizzati) sono due problemi che minano alla base non l’operatività della letteratura su mezzo informatico, ma la stessa necessità delle scritture, a cominciare dall’entusiasmo e dalla motivazione di chi le tenta.
5. L’AUCTORITAS E IL CIRCUITO EDITORIALE
Con il crescere del dibattito sull’opportunità della letteratura in Rete e dei suoi possibili sviluppi, un tema più recente e più articolato emerso nella discussione è stato quello intorno all’auctoritas del lavoro operato dai vari siti, spazi e blog. La riflessione, originatasi specialmente durante l’Absolute BlogMeeting (2) di Monfalcone nel marzo 2007, verte sul confronto tra scritture, poesia e possibile critica sviluppate in rete da un lato e accademia, editoria e canone dall’altro. Si può ricordare qui la polemica nata sulle pagine di Liberazione, Corriere della Sera ed Espresso tra Nanni Balestrini, Giuseppe Conte ed Umberto Eco nell’agosto del 2006 (3). Sebbene si parta dal presupposto dell’ingiustificabile pletora editoriale e dalla necessità di formalizzare e classificare in qualche modo tutta la scrittura italiana contemporanea tentandone una scrematura (e alcune voci del citato scambio d’opinioni indicano la Rete come il futuro delle scritture), nonostante questo il parere generale di accademici e “titolati” è che la gran parte del lavoro letterario in Internet sia “spazzatura”. Ne è anche dimostrazione il fatto che l’autore non attivo in Rete e che raggiunge una certa notorietà editoriale (che per la poesia non si misura che oltre le poche migliaia di copie vendute), evita sistematicamente l’attività on line. Alcuni esempi, possibilmente mascherati con una scarsa dimestichezza con il mezzo, si possono annoverare anche nella lunga lista di autori di LiberInVersi.
Sebbene alcuni esempi di lavoro letterario in rete, per il carattere sistematico e preciso della ricerca, rappresentino un’ottima prospettiva di evoluzione, ogni risultato è però ancora difficilmente integrabile, cumulabile e perfino “citabile”. Manca, per dirla con una parola, l’autorevolezza del lavoro operato per una intrinseca difficoltà tecnica e normativa da un lato e per una mancanza di volontà ad operare per un unico obiettivo dall’altra. Alcuni progetti (4) (compreso un tentativo ormai abbandonato nato in seguito al BlogMeeting di Monfalcone) hanno tentato di costituirsi in questo senso come fonti attendibili ed organizzate, fornendo link permanenti e una codifica di citazione, oltre a farsi garanti di una selezione approfondita dei testi su base condivisa. Le difficoltà, però, si misurano proprio sulla base dei fallimenti nell’essere rete globale, unica e operativa in un senso unico. Questo ovviamente andrebbe anche contro ovvi e necessari presupposti di pluralità, ma è comunque ancora e sempre lontana la nascita di una vera e propria rete letteraria che costituisca un panorama almeno simile a quello che fino agli anni ’60 del secolo scorso nasceva e cresceva intorno all’autorevolezza di certe riviste (Menabò, forse, come spartiacque storico).
6. CONCLUSIONE E PROSPETTIVE FUTURE
E’ difficile arrivare ad una conclusione ed analizzare prospettive future per un argomento così complesso. La letteratura e le scritture in rete (o la poesia in web, per riprendere il titolo di questo pezzo, forse troppo riferito ad un particolare) si confrontano con flussi e sistemi esterni forse ancora più instabili:
- Le riviste cartacee che, nonostante meritori, solidi e decennali esempi, contano un numero esiguo di lettori ed abbonati.
- L’editoria e la pletora di pubblicazioni orientate al consumo verso l’alto, e allo sfruttamento delle risorse dell’autore verso il basso (e non veicola l’opera al suo possibile fruitore).
- L’accademia quasi assente dalle realtà menzionate sopra e anche dalla rete.
Le contaminazioni delle scritture in rete con queste realtà è ovviamente già presente, ma non è ancora apprezzabile a livello di concreti risultati. Ovviamente l’optimum, così come l’auspicio, sarebbe quello che l’integrazione avvenisse in modo sempre più veloce, ma spesso mancano riprove di un tale flusso: ancora più spesso, anzi, ci sono evidenze opposte.
Quanto potrebbe in un prossimo futuro costituire la rete per le scritture è una rinascita della comunità originaria, così come ricordata ad inizio trattazione, ma al di fuori dell’infrastruttura accademica: una rete di punti e nodi nevralgici che lavora per l’archiviazione, lo studio, l’organizzazione, la condivisione, la citazione e lo sviluppo di testi, critica, tecniche e canoni. Questa visione avrebbe come risultato salutare anche un possibile recupero di tutte le scritture sommerse ed isolate: quelle che spesso, a torto o a ragione, sono state definite “letteratura di serie B”. Un recupero di questo genere sarebbe solo positivo per la società tutta: avrebbe come prerogativa anche la rinascita di una critica militante, la maggior calibrazione dell’opera letteraria e l’indirizzamento della stessa verso un suo possibile pubblico. Per raggiungere tutto questo o almeno avvicinarsi per approssimazioni successive e facendo perdere alle scritture i tignosi connotati di hobbismo, serve da un lato la consapevolezza del ruolo, alla quale si arriva solo superando l’autosegregazione e l’autorefenzialità da un lato, e la precisione e il rigore del lavoro dall’altro. Se con una visione di insieme, lanciata e rilanciata spesso in questi ultimi anni, è possibile in qualche modo diffondere questa consapevolezza, a contrastare il processo tutto (ben possibile se si pensa al lavoro di molti siti in rete e di molte riviste cartacee) è però la mancanza di risorse e in cima alla lista della risorsa tempo.
Tutto si giocherà quindi in futuro sulla possibilità di reperire quest’ultimo, anche da una sempre maggiore (possibile) condivisione e suddivisione, oltre che da un abbandono delle logiche dell’audience, del consumo e dell’infinita riproduzione di modelli fine a se stessa o alla propria inutile glorificazione personale.
Il discorso è estremamente complesso: deve necessariamente fare i conti con le realtà esterne alla rete e alle possibili evoluzioni, tuttavia gli esempi e le esperienze ci sono. Il lavoro è già in atto. Ai suoi protagonisti, dunque, la ricerca e l’obiettivo di un ruolo sempre più utile nella società delle lettere e non solo.
*
Note
(1) Dati e statistiche Technorati riportate da David Sifry in The State of the Live Web, April 2007 (http://www.sifry.com/alerts/archives/000493.html)
(2) Si veda a questo proposito il verbale dell’incontro a http://lattenzione.com/2007/03/30/absolute-blogmeeting/.
(3) Un interessante articolo di Claudio Di Scalzo riassume in breve la questione (http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php?lev=123&cmd=v&lev=66&id=1402).
(4) Un esempio/tentativo è costituito dal progetto Akusma (ex http://www.akusma.net/) che però si vede quasi abbandonato e non più raggiungibile allo stesso sito citato.
Bibliografia elettronica essenziale
Sui BlogMeeting e sui simposi intorno all’argomento:
- http://poesiainternet.splinder.com/. Spazio blog dedicato all’incontro BlogMeeting di Bazzano, 28 aprile 2007.
- http://lattenzione.com/2007/03/30/absolute-blogmeeting/. Atti e note a margine dell’Absolute BlogMeeting di Monfalcone, a cura di Massimo Orgiazzi, L’Attenzione, 30 Marzo 2007
Ricerche ed articoli specifici:
- http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article782 e link correlati: La Macchia Nera, serie di inchieste ed interviste su Poesia e Internet a cura di Christian Sinicco.
- http://liberinversi.splinder.com/tag/poesia_e_internet, raccolta di articoli sull’argomento apparsi su LiberInVersi.
- http://lattenzione.com/category/numero-sette/. Numero monotematico su Poesia e Internet della rivista on line L’Attenzione, Aprile 2007.
- http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article896. Riflessioni sull’autorevolezza della letteratura in Rete, Christian Sinicco, AbsolutePoetry, 24 aprile 2007.
- http://www.tellusfolio.it/index.php?cmd=v&id=2774&prec=%2Findex.php%3Flev%3D119. Poesia e BlogMettings di Stefano Guglielmin su TellusFolio, 10 aprile 2007.
- http://www.anteremedizioni.it/?q=poesia_e_internet_1. Poesia e Internet, Christian Sinicco e Vincenzo Della Mea su Carte nel Vento, Febbraio 2007.
- http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2006/08_Agosto/05/montale.shtlm. Oggi Montale pubblicherebbe su Internet, da Corriere della Sera del 5 Agosto 2007.

















Massimo73 said
Grazie a Nicola e a LPELS per l’ospitalità. Per me è importante che questo pezzo sia soprattutto ragione di discussione e confronto, non vuole essere nulla di definitivo.
elioc said
Un articolo informativo e ben ragionato, che però mi ha ispirato una specie di angoscia della quale ho stentato ad individuare l’origine, poi mi sono concentrato su di un frammento:
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Per raggiungere tutto questo o almeno avvicinarsi per approssimazioni successive e facendo perdere alle scritture i tignosi connotati di hobbismo, serve da un lato la consapevolezza del ruolo, alla quale si arriva solo superando l’autosegregazione e l’autorefenzialità da un lato, e la precisione e il rigore del lavoro dall’altro.
===
Ma perché, mi son chiesto, una possibilità incredibile, un regalo del cielo impensabile soltanto venti anni fa, deve diventare una fonte di ansia, anziché di godimento? Lo suggerisce, forse, già quel frammento: una certa esagerazione del desiderio, la brama di riuscire a cavalcare un processo immane, di entrare per primi – come in certi giochi piramidali – e farne il proprio trampolino di lancio: “pensa, se continuiamo così fra qualche anno ci dovranno per forza storicizzare!” (NB: non insinuando intenzioni inconfessabili nell’autore dell’articolo, ma solo riportando impressioni olistiche formatesi nel corso di pluriennali frequentazioni).
L’ho scritto anche su N.I.: gli aggregatori, ma che schifezza! Tradiscono una volontà di dominio: ecco, adesso ti saturo ben bene il canale con le MIE novità, così non correrai il rischio di trascurarmi, di perdere tempo dietro a qualcun altro.
No, questa sotterranea volontà di potenza merita davvero di venire dissolta, come puntualmente avviene, dal ribollire entropico del fenomeno. Perché non proviamo a ribaltare la prospettiva ad esaltare l’autoreferenzialità intesa come autonomia?
Lo spazio dei possibili è realmente immenso ed il lavoro di ricerca al suo interno è autogratificante: più che i prodotti finali della poesia e dell’arte (alquanto mitologizzati) è il poterne vivere attivamente i contesti a costituire la maggiore fonte di gioia, per tutto ciò che questa possibilità implica e presuppone.
Non dovremmo allora rallegrarci che sempre maggiori quote di popolazione entrino a godere dei piaceri di un ingaggio *attivo* in simili attività?
La vera rivoluzione inizierebbe nel momento in cui le comunità cominciassero a pensare davvero a se stesse, voltando le spalle al centro amministrato, rendendosi autonome dalle sue logiche e lusinghe. Nulla da chiedere, nulla da elemosinare: è su questa base che si potranno eventualmente, più tardi, rinegoziare i termini dello scambio. Potrebbe voler dire, per esempio: “ah! i ready-made? no grazie, quelli li sanno già far tutti, qui da noi, mostrateci qualcos’altro”.
Alessandro Ansuini said
uhm.
mi trovo sostanzialmente d’accordo con te elio, fermorestando che non vedo questa volontà di potenza in un aggregatore, poiché esso aggrega ed è sostanzialmente aperto, non è un circolo chiuso. è solo un modo epr velocizzare la visione di una categoria di blog. invece mi piace proprio questo: “Non dovremmo allora rallegrarci che sempre maggiori quote di popolazione entrino a godere dei piaceri di un ingaggio *attivo* in simili attività?”
Sì. secondo me dovremmo.
GiusCo said
Questo dell’autorevolezza e’ un rovello abbastanza presente in molti operatori del web: Orgiazzi, cosi’ come altri, specie tra i blogger; e sovente espresso in termini numerici -di accessi, visite e audience. Mi lascia abbastanza perplesso, data la natura del “prodotto” in esame, specie quello poetico.
Tralaltro, e’ impossibile non notare l’oblio (non colpa dell’autore, che basa l’articolo sulla sua personale esperienza) calato sul periodo inizio anni ‘90 – fine anni ‘90, vivacissimo e con picchi a mio avviso molto piu’ alti di quelli del decennio successivo e attuale: penso ai siti del tipo bookcafe, alle riviste cartacee con sito web maltese narrazioni, cambio, addiction, al network-lista bolognese fabula, al portale clarence.
Un’ultima perplessita’ si riallaccia alla prima, squisitamente pratica, e come tale la rivolgo ad Orgiazzi: davvero credi che noi, di formazione non specialisticamente letteraria, dobbiamo ambire all’autorevolezza? Non so, a me pare che -per fortuna- noi non si debba dimostrare alcunche’ di canonicamente codificato e che anzi ci si chieda soprattutto l’altrettanto proficuo contributo del jester. Via dunque l’assillo del cadreghino, no?
lambertibocconi said
Molto molto interessante. Grazie Massimo!
fabry said
saluto e ringrazio Massimo e Nicola per questo articolo.
concordo sostanzialmente con Elio: meglio rinunciare a una volontà di controllo ossessivo. la forza del web è la libertà e “il piacere del testo”. quello che deve restare, resta. poi bisognerebbe porsi la fatidica domanda: restare dove? anche qui si richiederebbe un’analisi impietosa dei criteri di certe legittimazioni istituzionali provvisorie. basta scorrere, nelle storie letterarie, i paragrafi sulla “fortuna” degli autori, e annotare certi destini incrociati, come quelli di Monti e Foscolo.
Massimo73 said
Io in effetti non parlo di “restare” e apparire negli annali: se qualcuno ha letto in questo senso il contenuto dell’articolo forse mi sono spiegato male. Piuttosto quello che si sottolinea qui è la necessità di “fare il lavoro bene”. Il titolo è “Poesia e web”, con ovvio allargamento delle categorie a “Scritture/letteratura e internet”. Se parliamo di poesia e di letteratura vogliamo in qualche modo capire perché la facciamo, se la facciamo e cosa la classifica. La classifica il sito iper-iconografico con le poesie delle fanciulle che esprimono il loro mal del vivre con frasi “romantiche” e foto di tramonti ? Vada anche per questo. Oppure la combriccola di autori che si ritova per condividere i propri testi (come i nostri blog) ? Va bene anche questo. Possono essere passi di uno stesso percorso, diversi gradi o semplicemente, come dice Elio, l’espressione delle possibili esperienze, “lo spazio dei possibili”. Tutto va bene: ma non si deve pensare che quando si arriva al fatidico momento di voler gettare uno sguardo critico ed ordinatore (nel senso di classificatore) ci sia “volontà di potenza” o ripetizione del canone. Si confonde forse senso critico con controllo ossessivo e possibile autorevolezza con perfezione. Senso critico e autorevolezza hanno per me il significato di VALORE, il discernimento e la garanzia. La qualità dei contenuti con l’informazione ed il valore che toccano e raggiungono un destinatario. Non sono esattamente parametri trascurabili a fronte dell’entropia della proliferazione. Ovviamente nessuno dice che la libertà di uno strumento come internet vada limitata: proprio io. Qui si discute solo su un certo tipo di rigore di ricerca che non perde i pezzi e non si perde, ma lascia un segno, non nel senso di CANONE e permanenza nella storia letteraria, quanto di vantaggio per la comprensione.
Pasquale Giannino said
In sintesi, per quanto mi riguarda la letteratura è – dovrebbe sforzarsi di essere due cose: espressione di natura esistenziale; lettura, interpretazione, approfondimento delle dialettiche socio-politiche di un determinato periodo storico (e, ove possibile, predizione di scenari futuri). Tutto il resto è fatto di combriccole, conventicole, parrocchie, sette… e dato che va di moda diciamo pure: caste. I poeti e gli scrittori laureati di oggi li conosciamo, sappiamo cosa scrivono, come e da chi sono recensiti, e soprattutto sappiamo cosa e quanto vendono… Personalmente, di essere legittimato dall’accademia non mi importa molto. Tutt’al più importerà al mio ego, ma all’uomo Pasquale Giannino, colui che scrive, colui che decide di utilizzare, se vogliamo di “sacrificare” parte della sua libertà rinchiudendosi per ore in uno stanzino asfittico anziché andarsi a sballare, e battere la tastiera come un ossesso, e leggersi e rileggersi ad alta voce per vedere se il ritmo è quello giusto, e limare fino all’ultima virgola che non lo soddisfa… credetemi, a lui dell’accademia non gliene frega un tubo. E venga pure l’esimio cattedratico a bocciare la sintassi… Che gliene frega a lui? Forse deve superare un esame, un concorso… si aspetta la chiamata per insegnare letteratura in un prestigioso ateneo? Sogna di ottenere la laurea a honorem? No. Niente di tutto questo. Pasquale Giannino scrive perché ha l’urgenza di farlo. Punto. Allora, Massimo, il discorso che sviluppi nel post non fa una grinza, per carità. Io ti dico però che sei fuori strada. Intendiamoci, questo è solo il mio parere, ognuno è libero di pensarla come vuole su queste cose, stiamo parlando di questioni pur sempre “voluttuarie”. Non stiamo parlando di gente che muore per guadagnarsi il pane, sia chiaro questo. Cerchiamo di non sopravvalutare il ruolo di chi nella propria vita ha il tempo e la possibilità di dedicarsi anche alla scrittura… Ciò detto, reputo che l’impostazione del tuo pezzo snaturi la funzione stessa del web, il suo carattere di scambio anzitutto “libertario” in quanto svincolato dalle forme tradizionali di avallo un tempo necessarie alla diffusione del “prodotto” che, diciamo la verità, poco o punto aggiungono al suo valore intrinseco. Anzi, come tu stesso ricordi, l’opera affidata al “già ben rodato meccanismo editoriale a pagamento, non vende copie, non viene distribuita, non troverà mai un pubblico”. Ed è proprio questo il cuore del problema, non serve negarlo. Le cose grazie a Dio stanno cambiando, vedi cos’è accaduto in campo musicale. Quanti artisti emergenti hanno avuto finalmente la possibilità di proporsi al pubblico, semplicemente dire: “Oh, ci sono anch’io, che ve ne pare?”, senza più dover sottostare ai ricatti e alle mistificazioni perpetrati dalle case discografiche? Qualcosa di analogo, ancorché diverso nelle proporzioni (per ora), è successo in campo letterario rispetto alle tante porte che gli scrittori senza nome si vedono puntualmente sbattute in faccia dall’editoria “vera” (quella che anziché chiedere soldi all’autore di solito glieli dà). I Wu Ming sono stati i primi a rompere il ghiaccio, la rivoluzione copernicana che è scoppiata da “Q” in avanti vi pare poco?… Allora, per favore, siamo seri: l’accademia lasciamola in pace. L’accademia serve ai poeti e agli scrittori di mestiere. Quelli con le parole ci campano.
Pasquale
Massimo73 said
Allora Pasquale continuiamo a non capirci. Il pezzo sopra non ha niente a che fare con il web come spazio libertario o meno. Se io faccio una ricerca e la pubblico e dico che il web è così e così, non faccio una grinza alla libertà del mezzo. E’ vero ? Siamo d’accordo su questo ? Se intendete che un’analisi, lucida o meno, possa ledere il diritto alla libertà siamo proprio agli antipodi. Primo.
Secondo: leggete bene il pezzo: c’è forse scritto che è necessaria un’entrata dell’accademia su internet ? Cosa peraltro abbastanza lontana ed improbabile. Semmai viene sottolineato nel pezzo che per gestire un, e mi ripeto, “lavoro fatto bene”, di classificazione, analisi, discussione, archiviazione, servono metodi (anche tecnici) da condividere con quelli dell’accademia.
Ma si vuole continuare a scrivere liberamente tutto quello che ci pare ? Non mi sembra che quel che ho scritto prefiguri una dittatura che vieti tutto questo. Quel che scrivo è semmai la necessità di capire se quanto si scrive in libertà contiene valore nel senso di informazione, se contiene, e ti cito, «espressione di natura esistenziale; lettura, interpretazione, approfondimento delle dialettiche socio-politiche di un determinato periodo storico».
Il guaio è che al giorno d’oggi siamo appiattiti e non solo in senso letterario. Che ce ne frega più di sapere se qualcosa ha valore per l’uomo ? E’ importante che venda, forse. E’ importante che tiri acqua ad un mulino. Ma non che abbia valore universale. Un valore che la critica ancora possa discernere e riconoscere in modo sempre più condiviso.
Me lo sono inventato io che la critica latita al giorno d’oggi ? Secondo me stiamo sottovalutando il «ruolo di chi nella propria vita ha il tempo e la possibilità di dedicarsi anche alla scrittura». Non c’è più riferimento, la serietà intellettuale semplicemente manca. Conta più scrivere di quanto conti leggere e dire la propria o accendere un dibattito. Allora ha perfettamente senso chiudersi nello stanzino e battere sulla tastiera e fregarcene se quel che diciamo è in relazione ad altro.
Ma L’ALTRO, signori, va capito, costruito, intepretato. E’ lavoro di interazione, relazione. La via che si indica è senz’altro gran parte di ciò che già facciamo, ma che necessita di crescere, di svilupparsi, di creare valore, tracciare linee e disegni nel rumore generale, che rischia di rimanere tale.
Un domani saremo storicizzati ? La domanda corretta è: stiamo preparando un domani che possa mai storicizzare qualche cosa ? Siamo in grado di farlo oggi ?
Meditate.
M.
Pasquale Giannino said
Massimo tu perché scrivi? Hai una motivazione profonda, e come tale sufficiente a legittimare la tua scrittura, o aspetti che te la trovino gli altri? Fai male a citare il mio modo di intendere la letteratura: mai e poi mai mi sognerei di imporlo agli altri né tanto meno di trarne parametri di giudizio. Poi, nessuno ha detto che tu auspichi “un’entrata dell’accademia su internet”. Che tu abbia voglia di “scimmiottare” l’accademia te lo dico io: si evince chiaramente dal pezzo; i tuoi commenti non fanno altro che ribadirlo… La storia, caro collega, non la fanno gli scrittori. Gli scrittori possono andare dal principe di turno e sfoderargli due metri di lingua, questo sì. E onestamente, a me di passare alla storia non me frega un cazzo.
Massimo73 said
Che ti freghi o meno di passare alla storia è irrilevante. Anche che io scimmiotti o meno l’accademia è irrilevante. Quello che attanaglia la realtà di oggi è che in tutto, non solo nella letteratura, manca il senso critico. E sarebbe buona cosa che lo si recuperasse a cominciare da chi ha gli strumenti per farlo. Qui si continua come macchinette rotte a ripetere che non ci frega di passare alla storia. Ma ho scritto un articolo «Poesia e come passare alla storia» o «Poesia e Web» ? Parlo solo di fare un lavoro utile e non un «monumentum aere perennius». Si comprende la differenza tra utilità civile ed umana ORA ed arrivismo o tentazioni amanuensi ? Spero di sì. Ma forse è no.
Pasquale Giannino said
Buon lavoro!
Nicola Ponzio said
“Si comprende la differenza tra utilità civile ed umana ORA ed arrivismo o tentazioni amanuensi?”
Mi sembra proprio questo, a mio modesto avviso, il nodo cruciale che Massimo ha cercato di porre in rilievo con il suo scritto. E poi, francamente, tutti questi discorsi relativi al fatto di passare o meno alla storia mi ricordano tanto la favola della volpe e dell’uva.
N.P.
Pasquale Giannino said
“Un domani saremo storicizzati ? La domanda corretta è: stiamo preparando un domani che possa mai storicizzare qualche cosa ? Siamo in grado di farlo oggi ?”
Questo chi l’ha detto? La Befana?
fabry said
credo che l’intervento di Elio intendesse sostenere che il web consente una maggiore libertà nei confronti di altre sedi in cui si tende a irrigidire le formulazioni. un testo come questo:
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/12/04/l%e2%80%99infinito-nel-finito-appunti/ può convivere serenamente con articoli meno impegnativi senza creare contraccolpi traumatici. Rilassiamoci: fortunatamente la rete dà spazio al professore di filologia e all’ingegnere. ognuno dona il suo contributo e mette in comune le risorse.
Massimo73 said
Be’, fabry, mi sembra però che da una discussione accesa seppure nel rispetto delle convezioni di scambio, stiamo passando, visto il #14, ad una vera e propria presa per i fondelli.
Da qui, Pasquale, si vede tutta la serietà che intendi manifestare. Spiace perché è proprio quello che intendo esprimere nell’articolo.
elioc said
Dai Massimo, non sei tenuto raccogliere quelle che ti appaiono come provocazioni, passa oltre (e questo, nel caso, anche nei miei riguardi: non sempre riesco a controllare le connotazioni delle mie frettolose parole). Confermo però l’intepretazione di Fabrizio: gran parte dei miei “appunti” non erano rivolti all’articolo (che, ripeto, trovo ben ragionato ed in gran parte condivisibile) ma a talune questioni che l’articolo stesso ha contribuito a evocare e che mi sembrano di grande interesse. Se invece a te sembrassero una deriva sterile puoi saltarle a piè pari: come conferma Fabrizio, c’è spazio per approcci differenti.
Aggiungo ancora qualche nota.
Riguardo ai valori, io davo per scontato che ciascuno, una volta intrapresa una certa strada, si sforzi spontaneamente di raggiungere la massima qualità (alla Pirsig) e significatività che gli è possibile nelle date circostanze (correttamente l’articolo sottolineava la criticità del tempo a disposizione).
Ma il punto veramente cruciale rimane secondo me il confronto fra la modalità unidirezionale “uno a molti” (dove il molti è certamente “massa”) che è tipica del vecchio modello (che si tenta in fondo di reimplementare nella rete) e la modalità “uno a uno” MA – ed è questa la grande novità – sotto gli occhi di alcuni (non necessariamente sodali) e POTENZIALMENTE di tutti gli interessati (qui il “molti” non diventa ancora massa perché i metodi per amministrarla non sono ancora stati escogitati, nonostante l’infaticabile lavorio in tal senso).
Ma vedo che se vado avanti così annoio anche me stesso, provo quindi a cambiare registro: la cosa che più mi colpisce come pittore, è che i personaggi che oggi ci ritroviamo a venerare nei santuari dell’arte si conoscessero così spesso di persona: in molti casi è stato più un accidente biografico fortunato (come il ritrovarsi a Parigi quando stava maturando un violento scossone allo spazio dei possibili, o più banalmente la circostanza che Andy Warhol si innamorasse di te) piuttosto che dosi inaudite di talento (concetto peraltro in via di continua ridefinizione) a determinare il modo – la famosa “postura” – con la quale noi oggi ci approcciamo alle loro opere, divenute nel frattempo “canoniche”.
Blocco subito una possibile deriva: non mi voglio lagnare dell’arbitrarietà di codeste gerarchie – ognuno le valuti da solo per ciò che possono dare alla sua vita – vorrei invece sottolineare il propellente di queste situazioni: un fitto e libero scambio di feedback fra “operatori” qualificati, che ha condotto all’individuazione di certi elementi effettivamente nodali in quel paesaggio di possibilità (assolutamente multidimensionale) che noi riusciamo a figurarci soltanto con grande vaghezza.
Ora io penso che questi contesti storici non si ripeteranno più, e che ciò che dobbiamo “copiare” da loro è soltanto la modalità di funzionamento, senza illudersi di replicare con questo gli stessi miracoli, perché una buona parte di questi “miracoli” sarebbero piuttosto da demistificare, e contrastare – sempre che emancipazione ed autonomia critica siano “valori” condivisi (possono non esserlo: per alcuni l’arte deve essere soltanto sentimento,delirio, passione,misticismo ecc. ).
Un elemento ulteriore di chiarezza potrebbe venire dalla distinzione fra un “contesto della scoperta” ed un “contesto della giustificazione”: le piccole comunità “autoreferenziali” dovrebbero prima di tutto portare il primo veramente a fondo, e soltanto dopo cominciare a ragionare – con metodi significativamente differenti – su che cosa si è veramente combinato in rapporto agli altri, oltre che a se stessi.
Invece a me sembra che si tenda prevalentemente a mettere il carro davanti ai buoi: ogni volta che una questione rischia di giungere ad un livello di chiarificazione pericoloso (quel livello che fa scoppiare i bluff, che dissolve i cameratismi approssimativi, che rivela le falsità del malinteso, tanto per intenderci) ci si ritira prontamente, adducendo come causa una complessità “che ovviamente non si può affrontare in questi contesti”, magari invitando l’interlocutore ad inabissarsi con noi in un rapporto epistolare.
Ebbene, secondo me simili ritirate suggeriscono molto.
Più precisamente, che l’intenzione non sia tanto quella di mettersi in gioco, mettendo in conto anche la possibilità di un clamoroso fallimento, cioè di dovere, infine, ammettere di non potere, ma bensì di allestire quello stesso imbroglio che ad altri sembra essere riuscito così bene. Io batto spesso sul ready-made perché il caso mi sembra davvero paradigmatico e perché certi sviluppi cruciali risultano assai più compiuti nell’arte che non nella letteratura.
Ma non ho davvero il tempo per aprire quest’affascinante argomento, che ci potrebbe arricchire di esempi lampanti – interessantissimo, by the way, il rapporto che si sta configurando tra arte visuale e poesia sui blog – la giustapposizione di un’immagine (spesso di autore famoso) e di un testo (in cerca d’autorevolezza).
C’è anche da comprendere come per molti si tratti di una faccenda di vita o di morte. Costoro vanno rispettati, perché la vita è una faccenda seria e spesso tragica, ma da loro ci si deve rispettosamente sganciare – per lo meno su certi “giochi” – perché non potranno far altro che impilare menzogne su menzogne, fino al crollo (o, se particolarmente fortunati, all’inghirlandata “mummificazione”) finale della loro catasta (beninteso, sto delineando un caso astratto – non saprei posizionare, su una tale dimensione dell’autenticità, neppure me stesso, che pure conosco dall’interno.)
Basta, il tempo è scaduto e non riesco a chiudere, troppa carne al fuoco, ma qualcosa avrò pur detto. Alla prossima.
Massimo73 said
Elio, non ho letto ancora il tuo lungo commento, lo farò domani. Per quanto riguarda le provocazioni, seguo il tuo consiglio, passo oltre, tuttavia ricordo che fino a qualche commento prima si tentava con Pasquale un discorso sensato per quanto acceso, per cui fa cadere le braccia scoprire di non avere un vero interlocutore. Uno dei problemi della rete (ma solo della rete ?).
GiusCo said
Massimo, non mi hai risposto sull’autorevolezza, dunque ti rifaccio la domanda: in base a cosa dovrei darti credito letterario? Il tuo CV parla di bulloni e allocazione delle risorse, di certo verrei a chiederti di norme UNI; ma una-cento-mille analisi come quella di Letterio Cassata? Cio’ non significa che tu debba tacere, ma che probabilmente l’approccio che ti sei scelto e’, come dire, un po’ forzato alle radici e dunque debole in partenza. Questo per tenere la barra alta, se si vuole parlare di *valore* in sede critica. Peraltro, non e’ indispensabile possedere questo armamentario se si vuole scrivere *poesia* e mi pare che i risultati pratici di Antonella Pizzo, per dirne una molto in voga nel 2007, lo testimonino chiaramente. Ma e’ un altro tipo di approccio, qualcosa che si fonda sulla propria identita’ prima che sull’aspirazione a qualcosa. Saluti.
apolide said
@massimo73:
Un’argomentazione sviluppata dall’articolo mi pare abbastanza pregnante. La classificazione, e le problematiche riguardanti le fonti internet. Personalmente mi occupo di insegnamento (storia dell’arte alle superiori, non sono sponsorizzato da nessun barone per fortuna/purtroppo) e quest’aspetto lo trovo importante, anche perché è uno dei punti di attacco dell’accademia, usati per svalutare il valore delle fonti pubblicate su web, in ragione di un’evidente difesa di una posizione preminente che inizia a vacillare.
Citare una fonte bibliografica è semplice, bastano autore, titolo dell’opera, editore e anno di pubblicazione. Per internet, vista la dinamicità del mezzo, la variabilità dei contenuti e la dispersività delle risorse, tutto diventa più difficile. L’idea di costituire un indice con dei link permanenti non è peregrina, affatto. Ma chi si occuperebbe di selezionare il materiale? Prospetti l’autocostituzione di un comitato che scremi e raggruppi il tutto? A quale titolo? Secondo quali criteri di giudizio? Con quali obiettivi finali? E il tempo (e i soldi) per fare un’operazione del genere?
Conosco bene IAP, sono tutt’ora attivo su quel NG e lo trovo -sia pure con i limiti di una comunità aperta e soggetta a frequenti turnover- una buona fonte di lettura e di confronto (ed anche una scusa per discorrere di poesia con chi è ancora “hobbista”), anche se i tempi d’oro dei NG letterari sono passati, e, come dici tu, il notevole numero di utenti e di messaggi si sono ridotti di parecchio (siamo passati da diverse centinaia di messaggi giornalieri a poche decine). Resta comunque un punto di riferimento, per me, anche per motivi affettivi (su IAP ho pubblicato praticamente tutto ciò che ho scritto, da dieci anni a questa parte, ed ho diversi amici che la pensano come me continuano a tenerla in vita). E’ una delle possibili fonti, secondo te? E ancora: con un semplice meccanismo di tagging, potrebbe adempiere alla funzione di archivio permanente?
Hai però, come diceva qualcun altro, trascurato di analizzare l’ultimo lustro del secolo trascorso. L’era delle community letterarie. Pur se iscritto a scrivi.it e ad un altro paio di siti,personalmente sono stato attivo su LdS (liberodiscrivere) e me ne sono andato quando la direzione decise di trasformarla in una macchinetta per fare soldi e stampare (brutti) libri. Possibile che la carta stampata debba essere sempre ritenuta l’approdo finale, la consacrazione di un autore? Citi Wu Ming. Ma i Wu Ming rilasciano TUTTI i loro lavori anche sotto CC, e li fanno scaricare, e questo non lo dici.
Le community -ad ogni modo- sono un punto nodale del discorso, perché alcune loro caratteristiche sembrerebbero essere state ereditate anche dai lit-blog. E veniamo quindi alla tua analisi del fenomeno noto come commento di scambio. E’ un fatto umano, di cui non ci si può liberare facilmente, e conosco almeno un paio di lit-blog collettivi che fondano tutto il loro “successo” su questa strategia. Su WordPress come su Splinder, non faccio nomi. e non mi riferisco -ovviamente- a LPELS, che apprezzo molto.
Chiudo aggiungendo che uso poecast (e absolute poegator, che purtroppo non ha i feed) per sfogliare -quando ho tempo- le risorse letterarie cui accedo da web. Ovviamente, lo trovo comodissimo. Anti-dispersivo. Ma non mi fermo lì. Non ti pare che sia un po’ limitativo circoscrivere in un “cordone sanitario” la web-lit italiana? Io la vorrei vedere trabordare e travolgere tutte quelle mummie ancora ancorate alla cellulosa… O la tua era semplicemente un’osservazione “tecnica”, che si ferma ad esaminare solo gli aspetti pratici e tassonomici del problema?
ciao
Apolide
Giovanni Nuscis said
Un grazie a Massimo Orgiazzi per questo suo lavoro.
Certo, la ricerca, il dibattito, l’interscambio elevati a potenza, nella rete; i rischi dell’autoreferenzialità e chiusura, dell’avulsione dal più ampio contesto cartaceo e relazionale diretto, per ritenuta esaustività e capacità surrogatoria del mezzo.
Per me, anche la maggiore difficoltà nella lettura di un testo: lo schermo come un cuscino dove lo sguardo affonda e fatica di più – rispetto al “cartaceo” dalla fisicità tangibile – senza raggiungerlo pienamente, il testo.
Dinamiche relazionali e apprendamenti tutti ancora da verificare e misurare, dentro una sorta di evoluzione accelerata della specie di cui sconosciamo ancora le “perdite”.
Giovanni
Massimo73 said
Ho un attimo di tempo: perdonate la sequenzialità, ma comincerei a rispondere a Giuseppe al #19, laddove ero indietro di una risposta, poi spero di riuscire a leggere e a rispondere ai vostri densi commenti.
Giuseppe, mi sembrava in effeti di averti dato una risposta, tuttavia a ben guardare era troppo implicitamente nascosta nel commento #9. Giustamente mi chiedi, a mo’ di «medico cura te stesso», con quale titolo posso parlare di autorevolezza se non ho i titoli stessi in ambito letterario. Mi sembra giusto dire che nel “lavoro” condotto sulla rete abbiamo sempre ammesso (HO sempre ammesso) i miei limiti di comprensione e di larghezza di campo, vista la mia formazione. Tuttavia il discorso dell’autorevolezza è per me emendato in questo senso da due aspetti:
- Il “lavoro” non lo faccio solo io. Il tutto è impostato/impostabile secondo un’organizzazione di rete. Ma questo solo per dire che non devo fare l’autorevolezza da solo. Banale, ma non trascurabile.
- L’autorevolezza è per me intesa come recupero di quanto perso. Come dicevo al #9 e successivi, l’impressione è che la società tutta necessiti di una “coscienza critica”. Ovviamente questa non è realizzabile ex novo e dal nulla, ma anche nell’ambito letterario, dove si osservano già notevoli nefandezze di selezione e spostamenti di attenzione. L’autorevolezza è da vedere come un lavoro da fare, per citare Cepollaro. Un lavoro di comprensione, divulgazione, costruzione di strumenti critici, archiviazione. Questo è per me autorevolezza: ed è un lavoro a me sembra, aperto a tutti, senza la necessità di avere titoli per creare quello che l’umiltà in primis e la passione per l’argomento possono dare, se il lavoro è fatto insieme.
Questi i presupposti dell’articolo, credo. Un appello ad un lavoro coordinato che oltre a piacere, “dia una mano”. Spiace essermi abbassato a definizioni molto semplici, forse apparentemente semplicistiche, ma vediamo se ho risposto alla tua domanda, Giuseppe.
Massimo73 said
Al #20: Apolide, va premesso, così come ai richiami di Giuseppe, che non ho elencato una serie di esperienze letterarie on line significative o meno, semplicemente perché non fanno parte della mia esperienza. Ovvio che non vanno trascurate, ma l’obiettivo dell’articolo era di parlare di una “vision” in funzione della propria esperienza.
Il discorso sulla costituzione di una “authority” o di una rete aperta che si occupi di selezionare e raggruppare è stato al centro del BlogMeeting di Monfalcone nel marzo scorso. Il problema è appunto questo: trovare chi fa certe cose e come. In realtà il tempo, messo insieme quello di tutti e l’attività degli stessi, non mancherebbe. Forse si tratterebbe solo di canalizzare l’impegno di tutti verso una consapevolezza di lavoro ed un coordinamento. A volte quando leggo Poecast, mi dico: «ma non potrebbe essere già questa un’eccellente super-rivista con i blog come rubriche, se solo ci fosse un po’ più di focalizzazione ed armonizzazione ?». Sarebbe un bel risultato con la massima pluralità. Sarebbe anche una formula nuova. Se ne parlò a Monfalcone, ma ovviamente si partiva da presupposti più “meccanici”, costruire un sito nuovo, mettere su una redazione, selezionare i selezionatori, ecc. Ma se si guarda, gran parte del lavoro forse è già fatto: manca la consapevolezza di farlo con un certo criterio.
I NG per quanto mi riguarda hanno qualche problema tecnico per rappresentare e costituire un archivio permanente. Ovvio che come dicevo più sopra il fatto di essere fonti possibili (nello spazio dei possibili) è virtualmente aperto a tutti.
Non cito Wu Ming, era Pasquale Giannino a farlo.
Per il discorso che ho fatto sopra, sia per Poecast come super-rivista a rubriche, sia per la connaturata apertura data dall’umiltà e dall’impegno come unici parametri imprescinsibili (impegno soprattutto di lettura, di divulgazione, di classificazione), la web-lit italiana non dovrebbe avere alcun “cordone sanitario”. Il fatto che ci si trovi in Poecast non credo dipenda solo dalla conoscenza tra noi, ma anche da un passaparola naturale che classifica ed estende la partecipazione in funzione di un certo “gusto” condiviso, di un certo super-orientamento condiviso. Da lì, forse, occorre partire.
Pasquale Giannino said
Orgiazzi chi ti credi di essere? Chi ti credi di essere per dispensare patenti di non serietà (# 16)? Cerca di fare della buona letteratura se ci riesci, anziché arrogarti diritti e giurisdizioni che nessuno ti ha mai riconosciuto. Rispondi alle domande del # 10 se hai le palle. Te le ripeto:
“Perché scrivi? Hai una motivazione profonda, e come tale sufficiente a legittimare la tua scrittura, o aspetti che te la trovino gli altri?”
Riguardo al tuo # 18 dove affermi – autoproclamandoti ancora una volta pubblica accusa e giudice unico di non si capisce quale autorevole tribunale – che il sottoscritto non sarebbe “un interlocutore vero”, e per di più ti chiedi se questa tua inadeguatezza a dialogare con me non sia “uno dei problemi della rete”… ebbene, ti suggerisco di andare da un capace e valente psicologo. Vedrai, ti aiuterà.
La “società tutta”, non io, di gente della tua risma ne ha le palle piene.
fabry said
Pasquale, ripeto: rilassiamoci. ho una mia ricetta: umiltà, fede e coraggio; e amare quello che si fa. questo crea potenzialità inesauribili, e fa nascere cose buone, qualunque forma esse possano prendere.
Massimo73 said
Ovvio che commenti come il #24 parlano da soli. Siamo all’insulto, sorvolo.
Nicola Ponzio said
Pasquale, mi associo alla richiesta del caro Fabrizio. Cerchiamo anche solo con un piccolo sforzo di non far scadere in rissa una discussione che finora ha dato buoni frutti.
E’ ingiustificato il tuo accanirti nei confronti di Massimo, che oltre ad avere scritto un testo di sicuro valore, ha poi accettato di argomentarlo, (a mio avviso in maniera chiara ed esasustiva) esponendosi in prima persona. Vedi, questo è mio punto di vista, che non deve necessariamente collimare con il tuo.
Se poi, come è lecito, non ti identifichi con la sua posizione, o con la mia, poco importa, questo non ti autorizza a ricorrere ancora una volta ai soliti, sterili, attacchi personali. Ascoltiamoci, attenendoci ai fatti, con umiltà e coraggio, rispettando anche le prospettive che non ci sono gradite.
Un caro saluto. N.P.
Pasquale Giannino said
Anche il # 26 parla da solo…
Fabry hai ragione, quel che affermi è giusto. Infatti io sono rilassato. E lo sono a tal punto che dico tranquillamente ciò che penso, senza ricorrere a finzioni, ipocrisie ed equilibrismi vari. Io dico quel che sono, lo dico in un modo trasparente come l’acqua. Lo dico a viso aperto e senza tema di essere insultato dal professorino di turno. Si chiami egli Massimo Orgiazzi o Carlo Emilio Gadda non ha nessuna importanza.
Cordialmente.
Pasquale
Nicola Ponzio said
E’ inevitabile. E’ l’unica deriva. Quando gli argomenti esitano è più comodo insultare.
Cordialmente.
N.P.
francescomarotta said
Dott. Giannino, scusi se mi intrometto, vorrei farLe una domanda, ma, La prego, se la cosa non Le aggrada, non mi faccia del male:
Ma Lei, è proprio così sicuro di aver letto l’articolo di Orgiazzi?
fm
vocativo said
Insomma, Orgiazzi aspira alla carriera universitaria?
E se leggessimo l’articolo di Sannelli, allora qualcuno potrebbe concludere che l’autore, magari, aspira ad essere Dio.
Sul web non si trovano né uomini né intelletti migliori o peggiori della vita reale. La scempiaggine e l’imbecillità vi dimorano così come l’intelligenza.
E forse Massimo è d’accordo con me.
Nicola Ponzio said
Se non Massimo io di sicuro, Caro Luigi.
fabry said
ho chiesto a Pasquale di chiudere la polemica e ha accettato. è difficile mettere insieme sensibilità diverse, ma quando si arriva a un vicolo cieco la cosa più saggia è lasciar perdere, per evitare inutili massacri.
Nicola Ponzio said
Giusto, caro fabrizio, se non altro rilassiamoci con il genio e la grazia
violaamarelli said
la “precisione e il rigore del lavoro” e la costruzione di “valore”, termine rischioso ma ineludibile (ci sarà pure una differenza tra Dante e Lapo Gianni, tanto per citare, no?): sono i due punti posti da Massimo che ritengo pienamente condivisibili e non solo per la poesia sul web o sul multi-mediale ma pre-condizioni per la durata e il *senso* del far poesia contemporaneo, un saluto, Viola
elioc said
Nemmeno io riuscivo a rinvenire la causa di tanta irascibilità da parte di Pasquale, specie in una simile discussione “sui massimi sistemi”. Mi sembra però del tutto attinente all’argomento dell’articolo notare come proprio qui sopra si vedano all’opera i meccanismi del branco, quasi che Orgiazzi stesse fisicamente soccombendo all’ira funesta di Giannino – nonostante l’autorevole intervento di Fabrizio. Noto che gli interventi “di soccorso” provengono da persone appartenenti alla sua stessa, diciamo così, “impresa poetica”, che non aggiungono un bit agli argomenti in discussione, ma anzi, con il #31, vanno a spruzzare un’indistinta nube di insulto, che ognuno potrà naturalmente far depositare sugli interventi precedenti come meglio crede. Mancavano soltanto le strizzatine d’occhio o i tocchetti di gomito. E dunque anch’io preferisco lasciar perdere questa discussione.
Massimo73 said
Spiace anche a me se l’accesa discussione che stavamo intrattenendo sia scaduta: certo, comprendo che non è semplice saper gestire un confronto tra due sensibilità diverse (intendo per me stesso) e auspico che ci si possa in qualche modo, se non ora in futuro, comprendere. Intanto saluto anche Francesco e Luigi. Ringrazio poi ancora Nicola per aver dato la possibilità a questo articolo di essere ancora per un po’ punto di discussione. Grazie poi, ovviamente, a Fabrizio per l’ospitalità.
Nicola Ponzio said
Grazie a te Massimo. Probabilmente quello che è successo in questo post (come in altri, del resto) era sotteso nel tuo post.
Un abbraccio. Nicola
Nicola Ponzio said
era sotteso nel tuo scritto, evidentemente, Stanchezza.
fabry said
grazie a te, Massimo. è un cantiere aperto: portiamo avanti un progetto comune.
e grazie a Nicola per Miles.
vocativo said
Mi dispiace, Elio, ma ho seguito in silenzio la discussione. Ad un certo punto si fa fatica a non intervenire. E non si pensi a Massimo come ad un capo-cordata che ha chiesto soccorso. Massimo non sapeva nemmeno che stavo leggendo.
Ma sia ben chiaro, quando dico che nel web l’imbecillità va di pari passo con l’intelligenza, non intendo dire che chi è intervenuto qui (penso che tu stessi pensando a Giannino) è un imbecille.
Intendo solamente dire che nella rete, come nella vita, si trova di tutto: da chi cerca ragazze disponibili a chi fa letteratura, da chi scrive pagine di diario a chi fa informazione, da chi fa cultura a chi compra auto usate, da chi visita siti porno a chi scrive sui Zibaldoni.
In tal senso, se si nega l’esistenza della letteratura sul web (o la si prende sotto gamba) equivale a negarla anche nel mondo (e nel mondo non ci sono solo le accademie…).
elioc said
Ah, d’accordo, va bene. Avevo intravisto degli stili di movimento che mi rievocavano sgradevoli momenti del passato, sono contento che si trattasse invece di semplice casualità. Con cordialità, abbandono comunque il thread perché mi sembra che Sannelli si stia muovendo in maniera nuova e interessante e preferisco concentrare lì le scarse risorse a mia disposizione in questo momento. Ciao
Filippo Pio said
Circolarità di teste cerchiali cicliche
“Cose e persone “cadenti” da giusti tempi e sensi”,
“plagevoli” di costruzioni iperboliche di aspetti per momentanee e
miserevoli funzioni.
Strada facendo torri di Babele variopinte e “griffate” mosse da cervelli insensibili e prevedibili come orologi all’opera per esistenze da copertina.
Puntuali forme ed apparenze colorano stupidi ragionamenti
facilmente irretiti da menti impigrite dalla moda.
Propositi poco brillanti e trasparenti per ideali distratti ad antichi sogni trattenuti ed avviliti nelle sabbie mobili di passioni e desideri estemporanei.
Aria servita in effimere atmosfere e farcita
di sensazione troppo immediate per essere “riflesse”.
Imperituri ragionamenti indipendenti trattengono il pensiero arrugginito,
nero oramai come il carbone.
Granelli di intolleranza e convinzione per attrito di presunzione e vanità
cadono inevitabilmente dalle alte torri divenendo giù in basso
per continua rimessa valanghe travolgenti e distruttive.
Sempre e solo quanto per interesse è previsto poi, ordinarie stanche domande ed ipocrite considerazioni di rito sulle “impervenibili” responsabilità delle tragedie.
Eccezionali telecronisti della morte,
insuperabili nella diretta, da bocciare in comprensione.
Stermini e catastrofi nulla ha presa ne tanto meno lascia effetto al ricordo come al presente, nell’ombra di una disarmante convenienza.
Poca storia per un ago perso nel pagliaio della tecnologia delle forme dell’inutile.
Poco stupore per le meraviglie del mondo.
Ovunque incontrastata è insaziabile voglia adrenalinica mentre
sguardi deliranti di voglie ossessive ed innaturali “cacciano”
negli infiniti presidi di materia
uno spirito nomade e sfuggente. Un saluto Filippo
Filippo Pio said
Perchè scrive? Ha chiesto non certo con cortesia Il sig. Pasquale Giannino a Orgiazzi e cosi ho finitoper chiedermelo anch’io dato che sono un autore ed allora:Perché scrivo? Forse, per esaltarmi nella presunzione e convinzione di saperlo fare, e fiero di mostrarlo, o più semplicemente, perché credo di poter sottoporre, riflessioni tanto intelligenti ed interessanti, da ritener giusto ed importante che siano lette? Forse per giocare con la fantasia, illudendomi che un giorno, diventato ricco e famoso scrittore, potrò finalmente essere qualcuno che conta in questo mondo? O forse perché, in maniera più verosimile, non avendo null’altro di importante da fare, e non più in anni giovanili di facile adrenalina, preferisco da “vile” sottrarmi al mondo delle regole vigenti e vincenti dei soli ragionamenti alla moda, per nascondermi altrimenti in altro meno appariscente e rumoroso, dove veloci e colorati risultano essere solamente, i pensieri? Chissà forse, per la necessità consapevolmente sentita di starmene buono buono in un posto solo con una penna ed un po’ di carta, in modo da non allungare la lista dei tanti guai e grossi che già vanta il mio non “troppo allineato” passato? Forse, per offrire in una pratica accorta e riflessiva finalmente un po’ di sollievo al pensiero, sottraendolo cosi dal continuo ed estenuante assedio di nuove idee? Forse il bisogno, ormai insaziabilmente cronico di continuare a mettermi in discussione nella volontà crescente di voler migliorare giorno dopo giorno, consapevolmente forte di nessuna sicurezza, ma al contrario pieno di perché e bagnato fino all’ossa dai dubbi del mare della ricerca? Forse perché non nutrendo alcun interesse o piacere per la comoda tranquillità della teoria, tronfia di troppi ragionamenti assolutisti indipendenti l’uno dall’altro, alla meglio compattati e mai giusti, preferisco gli incuriositi stimoli della pratica, per giungere ad un pensiero coerente e deframmentato, funzione generatrice dei ragionamenti? Chi mai potrebbe stabilire cosa anima questi miei tentativi del resto poco importa, poiché intimamente “sento” che non è importante dove arriverò. Sono già tanto felice nel “sentire” di essere sulla strada giusta ed ogni è di per sé un traguardo. Solo un viaggiatore; tale mi sento! E quando si ha intenzione di viaggiare veramente “liberi”, non si presta più tanta attenzione alle comodità del luogo ove si andrà, ma solo alla maniera più logica per arrivarci e poi ripartire. Cosi, anarchico nello spirito e fuori dagli schemi di ogni legge, opinione, o religione, mi ritrovo come filantropo coltivatore del buon senso dell’intelligenza che, in buona fede, meglio comprende e promuove le suddette. In sicurezza e determinazione guardo allora l’altra strada che ammiccante mi fiancheggia, assillandomi con tentativi ormai vani colmi del ricordo del piacere materiale e delle sue piacevoli punture; strada che come un tapirulan di senso contrario mi scorre di fianco alla stessa velocità. Potrete probabilmente trovare presuntuoso quanto dico, ma è anche vero che l’umiltà e la presunzione non esistono in assoluto, sono solo proiezioni e rifrazioni apparenti, fuorvianti, ed alterate della parola nel suo contaminabile senso, sui reali fattori caratterizzanti che sono rispettivamente la consapevolezza e l’ignoranza. Nessuno può stabilire ciò che “è” (puro), ma solo intuirlo tramite i “non è” nel quale questo mondo relativo si sostanzia. Del resto Filippo su questo ci ha offerto il suo Vangelo, ed Einstain la sua più nota teoria. Per questa ragione, mai potrei stabilire il mio ideale di lettore, nel caso ci fosse qualcuno disponibile, ma forse senza di molto sbagliare, prevedere chi al contrario, per il suo bene, dovrebbe astenersi dal diventarlo! Ma è solamente una questione di sincerità, tanto non errata, quanto non conveniente, che mi porta a tentare di individuare, in una sorta di gioco, coloro ai quali tale lettura non è consigliabile.
Per tutti quelli, che se anche non ce l’hanno scritto gli si legge in faccia, si credono dei capolavori esistenziali, e giorno dopo giorno non perdono occasione per dimostrarlo al mondo!
Per coloro che credono un colore migliore di un altro, che una salita non sia anche una discesa, e che a bocca piena masticano sempre più e meno. Per chi trova interessante la teoria del big-ban, secondo la quale si ritiene di poter stabilire l’inizio dell’infinito e la nascita dell’eternità, che ritengono la natura passibile di perfezionamento tramite la chirurgia, gli O.G.M. e la clonazione. Per tutti coloro, ottusi e convinti, ritenenti che la colpa è sempre del mondo e mai la propria, e che in fondo il vero motivo della loro infelicità è solo una dannata sfortuna. Per chi dà del “tu” al Padreterno dalle prime file riservate in chiesa, ed immediatamente fuori di essa, pretendono il “lei” delle distanze, credendo veramente e vivamente che, per ragion di stato e …… proprie, la loro guerra sarà benedetta.
Per quegli individui che, presi sempre ad inseguire la moda per essere “in”, non ricordano più cosa preferiscono, cosicché non gli rimane altro da fare che riesaminare tutte le cose del mondo con il giusto aiuto di ogni possibile rivista e fiction.
Quelli poi che, con coscienza da “Purgatorio continuo” e senza molti perché, si celebrano in continui e troppi dove, come, e quando, “accomodandosi” al meglio nell’esistenza, incuranti che quanto più essa sarà privilegiata maggiormente “costerà” lasciarla. E poi sarà Paradiso od Inferno!
Infine per quelli, e sono quasi tutti, che credono a tante cose ma non ne sentono neanche una, e non sapendo perciò pensare si tengono impegnati correndo continuamente, ed ovviamente senza direzione e senso. Chissà ora, oltre me e te che ancora mi stai leggendo, quanti pochi altri siano rimasti, sempre che ce ne siano ancora.
Ma si sa la qualità mal si “riconosce” nella quantità!
Filippo Pio