La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)

Posted by fabrizio centofanti on December 12, 2007

di Massimo Sannelli

IN MARGINE. «*Siamo* soli». Vasco dice bene, qui e altrove. Intanto abbiamo pronunciato molti NOMI, da Saffo in poi; qualcuno è stato ridotto [l’orinatoio di Duchamp è sia metafora sia realtà: soprattutto realtà – è fatto tanto per creare quanto per *distruggere*]; altri esaltati. «Io non mi muovo» da quelli che ho esaltato.

IL TEMPO. Nel 2080 sarà impossibile distinguere Ariano da Baldi e Molinaroli da Del Sarto, e Raimondi da De Alberti [ecc., infinitamente]; quando lo stesso Franco Buffoni – il migliore della linea ‘realistica’ – sarà identificabile *formalmente* solo per le sue Maiuscole. Tu, oggi, riesci a distinguere Lapo Gianni da Gianni Alfani? Ma Cavalcanti – lo riconosci; e perché? Tu esalti il Silenzio [e non vivi in nulla come un monaco, e nemmeno io; ma quando si tratta di poesia, benedici il silenzio, e non vedi che il silenzio è la morte dell’arte]. Un pianista si prepara dodici ore al giorno per diventare solo un mediocre esecutore [e lo sa: la Musica è più *chiara* delle Lettere]; ma non ti dirà mai che suona «per se stesso», «per Dio», che «accetta di non essere niente», che «agisce senza ambizione». Non diciamo bugie. Tu temi solo l’Eccellenza e la massacri. Non la vuoi per te, e la neghi agli altri: quattro o cinque nomi, pronunciati in un blog, ti fanno tremare.
Di fronte all’Emergenza [della Storia] – ci chiudiamo «in un manichino di gesso», come la sposa di Montale [e lo stesso Montale, alla fine della sua Illusione]. Intanto Omero e Milton possono essere nati di nuovo, a Quito o a Calcutta. [ma forse la Vecchia Italia avrà ancora una fiammata – un caso da Buddenbrook, qualche piccolo Hanno con i denti che soffrono; durante e dopo, l’Italia cambierà: in bene]. Non ti do ancora ricette tecniche per scrivere la Più Bella Poesia del Mondo; perché senza un sentimento del tempo e della comunità tu non puoi – ancora – scrivere. A tra poco, davvero.

CASI DI COSCIENZA. Marco Massimiliano Lenzi scrive una poesia che è facile definire «visionaria». Ma la visione dei «labirinti screziati dei pesci rossobianchi», di «musiche del vuoto», e della «polla d’alba, / dove il geco nasce in trasparenza» – è debole. È la poesia su cui possiamo costruire molta pseudofilosofia – ne ho fatta anch’io, *mea culpa* – ma che è difficile difendere *in quanto poesia*.
Oppure. Sei nato e vissuto a Macerata a Tolentino a Camerino, e ti è naturale una certa mentalità pratica – il denaro, giustamente guadagnato; il cibo, giustamente inghiottito; quando parli, dici *scì* e *quasci*; quando scrivi, scrivi pensierini d’amore e nostalgia, in un italiano *troppo* corretto, che non hai parlato neanche a scuola. Quando ti rivolgi a me, non mi dici «hai scritto?» ma «e .tte bàgano?». Potresti fare un’altra cosa: approfitta della materia che conosci (la parli ogni giorno; e la mangi); scrivi una poesia jacoponica e dialettale, come sei tu stesso; *fatti sentire*! Alessandro Seri e Giampaolo Vincenzi hanno sperimentano in questo modo, e sono nati testi potenti, in puro romanico-comico; mentre il loro italiano ‘corrente’ – non funziona allo stesso modo. Anche in questo caso, come sempre: *conosci te stesso*. [e quale lingua parli, e a chi la parli]
Stare nel tempo [goderne le piccole gioie] e fuori del tempo [l’artista che *vince la morte*], godere del presente umano e installarsi nell’eterno, conquistato *con l’arte* – lo sai, lo sai quanto me, Lettore, che è difficilissimo. Non sei Nietzsche; né Hölderlin. E anche loro: vedi, a che prezzo. Marzio Pieri ti pungolerebbe: Quante volte sei stato nella gabbia, con Pound? Da buon fiorentino, ti riderebbe in faccia: o nini, e.ssei poèta? – A me disse: O Sannèlliii, a.tte ti garba la Hampo! [poi capii che aveva ragione, come ce l’ha spesso; Cristina Campo è un mito, inarrivabile; ma su Cristina si basa una felicità privata, non una città. E dovevo capire che, per l’ex bambino di San Salvi, Cristina è soprattutto una Figlia dei Signori, ni’.ccèntro di.fFirènze]. Un giorno Marzio urlò: Va’ in Africa, non a Borgomanero! – Detto, fatto: vennero uscite nell’Inferno, che è qui sotto casa [ma «il Paradiso è al primo piano»: Genova è fatta così]; e poi l’India, e notti notti notti, fuori – doni di Dio, compreso il freddo.
Poi «ho trovato una cosa gentile».

SOTTO LA DOCCIA. Non raccontare storie da nulla in lingua piana (la doccia con Valeria, i quadretti padani, il nonno, ecc.), se non hai un popolo con te [vedi: Penna parla dei suoi ragazzi; nient’altro che la realtà: ma centinaia di compagni in omosessualità vi si riconoscono, perché si tratta ancora di *separazione*, che cerca *amici*; mentre la doccia di Nannipieri – fa paura a qualcuno? è condivisibile da una comunità? Per esserlo, bisognerebbe vietare l’eterosessualità – allora la poesia prenderebbe il volo, benché sia brutta. Ma le poesie di Penna sono *anche* belle]. È vero: *Lavorare stanca* racconta storie semplici – ma le racconta *in anapesti*: pura *cultura*. [e anche al confino Pavese traduceva Esiodo. Cesare sperimentava la sua Eccellenza, ancora e sempre: «Nel mio mestiere sono re»]
Un sonetto di Pasolini dice: «gli toccavo *il cuore*». Nemmeno Pasolini, quel giorno, riesce a nominare «il cazzo». E tu vedi l’autocensura, dolorosa, anche in una poesia privata: per eccesso di separazione, da Ninetto e dal mondo, in quegli anni *ultimi*. Eppure: molti si possono riconoscere anche in questa autocensura, perché è di un poeta *marchiato*. C’è un *non dire* che è comunque, e veramente, «parola plurale».

[8-10 dicembre 2007]

137 Responses to “CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)”

  1. Christian Sinicco Says:

    Massimo, bella questa cosa tra venditti e me nel tuo post precedente.
    Senza cacciare di mezzo poesia sonora, concettuale, e vari aspetti della storia dell’arte che motiverebbero la scelta - che hanno meno peso di alcuni fatti che rimandano alla “realtà”, quella che per “sbaglio” o “dossier sbagliati” si diverte a far la guerra, ad ammazzare, a produrre orrore, sofferenza -, la finzione personale, l’egotismo, non sarebbero rappresentativi di un dono: un dono è spesso un gesto, anche poche parole lo sono e non ci sono livelli quando a guidare la tua azione è la spontaneità.
    Dovremmo spiegare perché Prevert scrive “tu mi sposerai/tu mi sposerai/tu mi sposerai”. Me lo sono domandato, e credo che tutto parta dal fatto che la poesia sia questo dono, quello di una credenza che investe completamente se stessi, ma simile a qualcosa capace di bere l’acqua di un individuo nel bicchiere di questi, e non nel proprio. Tagore?
    E’ questa la poesia?
    Il “voglio solo te” è riferito a tante cose: a chi stavo amando, ai militari americani che venivano reclutati con le promesse, a chi aderiva alle parole degli spot…? il titolo che recitava? passaggio dell’amore sulla rivoluzione - di una poesia di Prevert? Quell’opera ha i suoi livelli - se ce li ha - in ciò che accadeva, che sta ancora accadendo, e non in un esercizio “chiuso” di scrittura (se io riesco a comprendere la tua scrittura, immagino pure tu riesca a comprendere le premesse della mia di opera); passando per ny risponde, reagisce, riflette, si basa, su ciò che accade, che colpisce, che di nuovo tradisce e si traduce in una prassi folle, il teatrino del mondo in tutta la sua carneficina, in tutti i suoi azzeramenti preceduti dagli spot luminosi, ed io alla fine scrivo in fenice della poesia “bruciami, non avere rimorso…estirpami”, la poesia rinascerà, che rinasca da me ha poca importanza. Sono più felice se questa forza - di fronte alla morte, alla sofferenza - sia in altri, perchè quella è la premessa per accogliere un mondo diverso.

  2. massimo Says:

    Christian : infatti, se c’è qualcosa di bello nel tuo libro - e c’è: è la parte in prosa. ma in quei tre versi la complessità non appare. semplicemente. appare molto meglio in queste righe di prosa che mi scrivi, sopra.

    *

    bisogna ricominciare a parlare di futuro, di durata, ecc. Questo eterno presente (che esiste solo nelle canzoni) e questo riferimento ad un passato che non è più nostro - ricorda l’atteggiamento di chi rimpiange (me lo raccontò Adone Brandalise a Camaldoli) “la voce di suo Padre, quando gli disse: Vattene!”. perché tanta paura del futuro? perché sembra fariseismo ricordare un obbligo di legge, che impone un deposito di libri? perché senza futuro e senza comunità - tutto finisce. è esattamente lo stato dei corpi dopo la morte… o l’inferno. e non si capisce perché si dovrebbe lavorare per scomparire [pagandosi anche i libri di tasca propria]

  3. gugl Says:

    ciao Massimo. condivido quasi tutto. “quasi”, leggi: cosa sarà fra 80 anni è mestiere da veggenti. il poeta-veggente trova la lingua per l’abisso in cui è sospeso e, come dice ungaretti, la disperde ora. Poesia è questa dispersione (di energia, di canto, di incanto, di tremore)?

    un abbraccio!

  4. massimo Says:

    buon giorno Stefano… vedi: l’indicativo che uso è a metà tra la veggenza e la fiaba [si tratta di un anfibio; un centauro, ecc.]. quindi: va tradotto in forme più schematiche, e vale come “provocazione in forma di apologo” (la formula di Roberto RT è molto felice). parlavo di conservazione e riconoscibilità.

    per esempio. se oggi volessimo scrivere una falsa poesia di Emily Dickinson: prenderemmo prima di tutto della carta antica e fabbricheremmo l’inchiostro. poi studieremmo bene il *lessico* e la *metrica* - entrambi di origine biblica (versione di re Giacomo) e innografica, uniti a Shakespeare - e potremmo creare qualcosa. naturalmente sarebbe un arbitrio, e forse sarebbe una ultraDickinson, una Dickinson al cubo: per far capire che è lei, dopo aver falsificato la sua (difficilissima, e *meravigliosa*) grafia - parleremmo del Dandelion, del Lily, dell’Ape, degli Uccelli, delle Streghe, ecc. Naturalmente il nostro falso sarebbe pieno di d-a-s-h-e-s e di MAIUSCOLE. alla fine, il falso sarebbe anche plausibile. magari riconoscibile come falso (poco ma sicuro!) - eppure si direbbe: “hanno tentato di rifare *Emily*”.

    prendiamo invece un testo che non esibisce tratti formali ‘forti’. che ha un lessico affine al parlato, e lo vuole (e mi permetto di dire: lo vuole non potendo fare altro; perché una poesia ’semplice’ e ‘chiara’ come “Supplica a mia madre” è un omaggio trasversale ai Francesi e a Pascoli… e Filò non è poesia facile; e il Novissimum Testamentum è tutto un omaggio a cose ‘canterine’ trecentesche… ecc.). che mostra una vita tutta esteriore di piccole azioni - INCISO: mai poesia è stata meno eroica di quella che si scrive oggi (e l’agg. *eroico* mi fa orrore: non trovo di meglio, ora).

    ecco: come sarà falsificabile? non lo sarà. come sarà identificabile? lo sarà *difficilmente*, e forse i nostri nipoti non ne sentiranno neanche il bisogno (così come noi non leggiamo né il povero Dogliotti né Alceo Folicaldi).

    Nulla di peggio e nulla di meglio del triumphus temporis. il problema non è tanto come accendere il fuoco (può sempre cadere un fulmine) - ma come conservarlo. e la DURATA è ciò che mette alla prova le opere. quando in internet si azzannava (la memoria di) Tondelli - ho pensato di dire: bene o male, sono 27 anni che Tondelli regge, e se regge anche post mortem vuol dire che una comunità se ne è fatto carico - magari tradendolo, deformandolo, convertendolo, ecc. - Ma Tondelli dura.

  5. rita r. florit Says:

    Vengo in questa scuola di poesia per affinare la “quasi veggenza” che soffro in parte di avere, e per apprendere il valore della lettura futuribile che penetra l’essenza. E se la musica è più chiara delle lettere è perché si teme l’Eccellenza e si teme il Testo…Grazie Massimo, come sempre

  6. Cristina Says:

    Una cosa è la correttezza nei testi che uno scrive, un’altra cosa è la pronuncia sbagliata di alcune vocali o consonati, che esiste in tutte i dialetti o meglio in tutte le inflessioni dialettali. Ho letto per due anni in collegamento radiofonico con poetesse di Vicenza e di Torino ed anche loro hanno dei difetti di pronuncia, però, questo non implica che chi legge i loro testi all’interno di un libro, se sono validi, li debba apprezzare di meno. D’altra parte, io, attualmente, non scrivo poesie, ma biografie di autori dell’Ottocento e, quindi, ho altre regole e altri limiti da rispettare, diversi da quelli che “vivevo” in passato, quando cercavo di comporre delle discrete poesie e spesso le mie rimanevano solo buone intenzioni.
    Cristina

  7. Luigi Nacci Says:

    Caro Massimo,

    Rudolf Hoess, prima di essere “eseguito”, scrisse in cella un’autobiografia. Nelle pagine dedicata all’infanzia parla dei suoi genitori, della mancanza di un rapporto fisico con loro, dell’incapacità di abbracciare. Il suo unico confidente, racconta, era il suo pony “nero come il carbone”, Hans. Nemmeno la morte di suo padre lo colpì. Lo scossone vero, ciò che squarciò la sua vita in giovinezza, fu il primo combattimento, e l’immagine del primo soldato ucciso, il corpo che cadeva in avanti, l’idea del “suo morto”. Come se per la prima volta avesse conquistato qualcosa, qualcosa di suo e basta, niente a che fare con i precetti dei genitori o del sacerdote.

    (quando Ungaretti parla della prima volta che ha visto le montagna, la verticalità, arrivando in Italia, è da lì – anche da lì, che sgorga la poetica del “miracolo” e del “disvelamento”, e il “miraggio”; quando Pavese ascolta per la prima volta farsi e disfarsi dentro la sua testa una nenia, è da lì, che sgorga l’anapestico lavorare, che stanca, che ti ipnotizza, ti fa marciare verso la tua solitudine, barcollante)

    Hoess è stato un carnefice, un essere disumano (non inumano, perché di carne era fatto anche lui, come di carne erano fatti i ferrovieri che scaricavano i corpi morti in potenza, ad Auschwitz, che sapevano, e tacevano; o gli ingegneri che pianificavano le fabbriche nei dintorni del, dei lager, che sapevano, e tacevano, e pensavano ai loro commerci, etc.) eppure - anche - lui ha avuto bisogno di lasciare una testimonianza, la possibilità di rimanere nel tempo, al di là delle sue azioni (e se fossi solo io a parlarne ora, avrebbe comunque raggiunto il suo scopo), né più né meno di te, di me, di noi che scriviamo e ci consegniamo alle mani e gli occhi e le orecchie di chi verrà. Insomma il tuo desiderio di essere ri-conosciuto non mi stupisce, mi colpisce invece la foga che dimostri (non solo qui). Mi chiedo: che cosa vuoi, realmente? Sei un poeta, lo sai tu e te lo dicono altri (o sbaglio?). Le tue poesie sono state pubblicate e lo saranno (che importa presso quale editore? Che importa se siano o no reperibili in biblioteca? Qualcuno le troverà, a casa di un amico, nella spazzatura, nei mercatini, nelle librerie antiquarie, chissà dove, chissà chi e quando: samiszdat!), le tue poesie vengono lette dai critici che ti di te scrivono. Sei qui ora, a parlare, a dire la tua (invitato a farlo), così’ come dici la tua quando ti invitano da qualche parte (ti invitano come poeta, no? Non credo in veste di bibliotecario). Scrivi (nel 115esimo commento al post precedente della “scuola di poesia”): “Zublena, Cortellessa, Verdino, R. Scarpa hanno letto questo thread, lo so”: e ti pare poco sapere che qualcuno – di qualificato, per giunta – ti legga? -Mi chiedo perché ciò non ti basti. Sapere di essere letti è già, secondo me, un certificato “a comprova di esistenza”…

    (la prima volta, non l’ultima volta: ciò che dovrebbe importarci, o perlomeno che importa a me in questo periodo della vita, è la spinta che porta alla nascita e formazione della scrittura, e non all’ultima volta, cfr. ricezione, cfr. legittimazione, cfr: sguardo dell’altro sulla mia parola, su di me. De André scrive e canta - il capolavoro - “Buona novella” per affermare la forza del perdono vs il potere di chi predica negli anni della contestazione, cioè De André con quell’opera, e poi con tutte le sue opere, torna sempre all’omphalos, scava nell’orifizio per dire e ridire con forza e con forze diverse sempre le stesse cose - torna indietro, a deporre le uova. La prima volta è il cardine della tua poetica, ciò che ti spinge, dopo anni e centinaia di versi a scriverne uno ancora, uno di più, nonostante tutto. La prima volta ci salva dal progressivo disfacimento, dalla “franca sostanza del degrado” ;)

    Poi possiamo parlare di ciò che “non” riguarda te, in prima persona. Della nostra condizione di umani, prima che di poeti. Ma dobbiamo, dobbiamo formulare delle proposte. Ad esempio: cosa ne pensi de “Il princio speranza” di Bloch? Di quell’ottimismo?

    Infine, sulla censura e l’auto-censura. Ho da poco letto in una prima e in una seconda (insegno al professionale) alcuni passi di “Altri libertini”. Tondelli è un autore che amo e anch’io penso, come te, che “dura”. Sai la reazione di una buona parte degli studenti? Che “schifo”. Skandalon. Come se ciò che è scritto nel libro facesse più “schifo” della realtà in cui (soprav)viviamo, come se quei “froci tossici” fossero brutte favole da allontanare (da scartare, da eliminare). E skandalon anche per le parolacce, per i ripetuti “cazzi”. Eppure quando parlano tra loro, i “cazzi” ci sono, ce ne sono a bizzeffe, e di ubriacature e esperienze di trasgressione ce ne sono, nelle loro vite. Anche qui, ti riporto alla pratica: come dovrei rispondere al loro disgusto o alla loro indifferenza, in un’ottica maieutica (senza avere la presunzione, da parte mia, di essere Danilo Dolci)? Come dovrei rispondere a loro, da poeta, oltre che da insegnante?

    Un caro saluto,

    Luigi Nacci

  8. massimo Says:

    @ Cristina
    Bisogna leggere tra le righe. Bisogna capire che o si parla di poesia, quando si parla di poesia, quando se ne parla - oppure si tenta di arrivare alla qualifica di “bravo poeta”, “in piazze e pozze locali”, come scrissi una volta. Vedi, come dicevo a Guglielmin: tutto va tradotto, e tu l’hai letto alla lettera. Il problema non è dire “quasci” o “belin” o “te pare” o “scüsa” o “óstrega”; il problema è la dignità di quello che si dice. La bocca piena di salame non parla come una bocca d’angeli - e sono duro, lo so, dicendolo. E io non dico al mangiatore di salame: diventa angelo. Gli dico: Non simulare, sii grande, rispetto a quello che sei. Perché da un lato c’è il dire “aspra e dolce salita”: dall’altra “è povero, vuol dire che lo adotteremo” - “e te bagano?”. Io per te sono un inetto a vita, diciamo la verità. Ma parliamo di poesia. Vedi appunto che cosa scrivono ora Alessandro Seri e Giampaolo Vincenzi e Renata Morresi. Molto spesso sono molto bravi. e lo sono non tradendo le rispettive nature. a Macerata Pagnanelli ha visto la sua carne macellata venduta e *non mangiata* “sotto la loggia dei Mercanti”. si trattava - come scherzava Garufi - della “più grande necropoli del Piceno”.

    @Luigi
    anche qui: dico 100 per far passare 50 o 75. qualche tono è esagitato, altri dimessi. devi sopportarmi così. ma tu sei un buon lettore, e buon traduttore.

    Tondelli: vedi, l’omosessualità è ancora il grande tabu. che poi in Italia sia normale che due adolescenti maschi si masturbino a vicenda e lo ricordino da adulti - e neghino che sia una pratica gay; è un altro discorso. vedi: a maggio ho litigato con un grande poeta - io lo considero sempre tale - che è stato il mio maestro e il mio mentore. è un uomo che ha avuto una vita difficile e violenta, per necessità e per scelta (più per scelta che per necessità: ma è facile per me giudicare gli anni 70; qui parlo per sentito dire, e taccio sùbito). Questo maestro disprezza Tondelli, in quanto “pornografo” (la famosa scena dell’iniezione nel pene duro di Bibo), come disprezza Pasolini “puttaniere ricco”. Ora io non capisco perché comprare cocaina - e quindi finanziare le mafie - sia ‘meno immorale’ dell’acquisto di sesso. Ma c’è un male di serie a e uno di serie b.

    vedi: in Italia c’è una forte tendenza omosessuale, che di solito è negata (vedi le pratiche di cui sopra). in Italia si può fare tutto, purché non se ne parli. e Tondelli? siamo allo stesso punto: si percepisce che sa il fatto suo, che ha fatto i suoi studi, che sta bene nel mondo di cui parla, che è sensibile - ma: DICE. è CHIARO nel dire: credo all’amore, credo al sesso, credo al *cazzo*. e nel DIRLO non è un maiale pervertito, ma un cristiano (a parte quello che ne dice Spadaro: mi riferisco a quello che dice Tondelli in Camere separate). e questo - questo non lo dice nessuno.

    cosa puoi dire agli studenti? quello che ti ho detto io: non avete timore di fare, avete timore di dire… Potresti dare loro un tema: la PAURA DI PARLARE. di quale sanzione avete timore? chi è il Grande Fratello che vi fa paura?, ecc. Ma io sono sicuro che in classe ci sono uno o due *segnati*, maschio e femmina. occhi grandi, faccia consumata, passione in cuore, e anche qualche errore già commesso, che sarà perdonato, certamente - e loro, ne sono certo, loro ti capiscono… e capiscono Vicky.

  9. francescomarotta Says:

    “E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
    lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte…
    Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
    ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre…”

    Finalmente! Benvenuto…

    fm

  10. massimo Says:

    per Rita e per Francesco - entrambi Acqua

    “Pas un jeu de mots. Tout est comparable à tout, tout trouve son écho, sa ressemblance, son opposition, son devenir partout. Et ce devenir est infini” - Paul Eluard, *Donner à voir* (che nascerà Domani, il 14 Dicembre 1895).

    e per tutti, chi verrà :

    http://www.youtube.com/watch?v=GeC1xyNPgEI

    poesia, poesia, poesia.

  11. francescomarotta Says:

    “S’il te faut repartir, prends appui contre une maison sèche.
    N’aie point souci de l’arbre grâce auquel, de très loin, tu
    la reconnaîtras. Ses propres fruits le désaltèreront.”

    fm

  12. massimo Says:

    Char - senza aggettivi.

    e anche, chiudendo la Maison seche : “Tout ce que nous accomplirons d’essentiel à partir d’aujourd’hui, nous l’accomplirons faute de mieux”. *In mancanza di meglio*, non sprecheremo il talento affidatoci: “Fossi vissuta quieta come una bestia,
    ma avessi consegnata quella lettera che m’era stata affidata!” (Brecht, Santa Giovanna). In mancanza di meglio - ma il meglio è quello. si è trovato *liberando*. non è detto che si vinca: “Così sfogliai una vana rosa, la rosa privata del terrore
    e della sessualità, proprio negli anni in cui mi si richiedeva d’essere il partigiano che non confessa né piange” (Pasolini, Poesia in forma di rosa). Purché non impediamo - noi, lettori scrittori critici ed *editori* - ciò che deve avvenire: Tout ce que nous accomplirons d’essentiel à partir d’aujourd’hui, nous l’accomplirons faute de mieux.

  13. francescomarotta Says:

    Oui, mon ami (senza aggettivi)- “nous l’accomplirons faute de mieux”.

    fm

  14. vocativo Says:

    Questo commento sarebbe più adatto alla discussione che si sta svolgendo intorno all’articolo di Orgiazzi, ma qui la provocazione va bene ugualmente.

    Jude l’Oscuro, protagonista dell’omonimo romanzo di Thomas Hardy, davanti ai cancelli di Christminister scrisse, citando dal Vecchio testamento”: “di senno ne ho anch’io a par di voi; e cose come codeste chi non le sa?”

    gli ultimi scritti di massimo hanno la stessa rabbia…

    incrociando 2 volte Francesco, ne approfitto per salutarlo.

  15. Christian Sinicco Says:

    @ Massimo: lascio la prefazione al mio libro di Benussi, che con Petronio ha scritto la storia del nostro Novecento letterario. Forse da qui ti risulterà evidente più che il livello, la prospettiva, anche se so che ti è presente e che con tutta probabilità la confuti perché la mia opera si muove in un versante opposto al tuo modo di scrivere. Sai Massimo, io credo che come individuo tu abbia tutta la legittimità di non amare la mia opera, tuttavia prendere una parte per il tutto sarebbe come fare il Salinari della situazione nei confronti di un Pasolini, e io non amo che si mistifichi il mio lavoro, non adducendo peraltro motivazioni, se non livelli (?).
    Queste parole di Benussi forse apportano alla discussione qualcosa che non è il tuo piacere - sulla mia prosa ho il tuo placet? in un ipertesto/intratesto, se vuoi pure in un’opera, non so cosa possa significare il termine prosa, sinceramente non me ne frega quando la gente muore con un clic di telecomando.

    Quello di Benussi è un passaggio critico, lo si capisce benissimo, che investe anche la tua modalità di scrittura, poiché da lì parte. Condivido la tua scrittura? La ritengo ancorata al Novecento e alle sue tematiche: come puoi vedere la discuto e la prendo in considerazione (Besa ha pubblicato una nuova versione del mio saggio sulla poesia italiana, presente su ap, in cui sei presente). E non ne faccio una questione di piacere, perché la critica dovrebbe prima sondare quello che c’è, e da lì partire.
    Tu rifletti da te stesso, ed è legittimo, ma non dai motivazioni.
    Se io fossi per il gioco delle parti, mi domanderei: “ha ragione Benussi che parla di quest’opera di Sinicco come una poiesi complessa, che mette in gioco infiniti rapporti reciproci, e la inserisce in un discorso più ampio di poetiche, o ha ragione Sannelli che fa di me il Venditti della poesia italiana?”…
    Poi, a me le scuole di poesia mi fanno molto sorridere - sarà che sono troppo anarchico, e solo!

    Perché scrivere poesia oggi? Dall’inizio della modernità letteraria non c’è generazione che non si sia posta questa domanda. E, naturalmente, non c’è generazione che non abbia trovato una risposta. Anche Christian Sinicco non fa eccezione, anzi, è perfettamente consapevole di vivere in un’epoca che lo ha singolarmente segnato, erede come è di una poesia che per troppo tempo ha parlato quasi esclusivamente di sé e del proprio
    linguaggio, mentre il mondo intorno si riempiva del rumore sonante del mercato, che sembra non lasciare spazio a ciò che non è immediatamente utilizzabile. Ma di un esistere così precario chi ha la colpa? Al disastro della generazione di Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Ezra Pound il giovane autore dedica versi pieni di interrogativi irrisolti: «Guardami storia / mentre scelgo di piangere stamattina / la polvere sui libri chiusi / come una scintilla morente; / guarda l’ingiusta giovinezza mia / e della
    mia generazione…». Certo, troppo compiaciuta di se stessa e del suo
    passato, visionaria, o nichilista è stata una poesia che si è offerta frammentata e autoreferenziale.
    Così, la difficoltà teorica di poter parlare di ciò che sta fuori la poesia e il rifiuto delle più obsolete strutture comunicative hanno dato spazio per troppo tempo alla nevrosi del soggetto e alle voci misteriose di una realtà che si confonde in una zona oscura e ancestrale della coscienza. Di qui il bisogno per molti poeti italiani, tra cui Zanzotto, di risalire alle radici del linguaggio, inteso come luogo di formazione delle pulsioni esistenziali e vitali, dove si può intuire e catturare l’aspetto fluido e magmatico delle cose. Oppure, come per il più giovane Magrelli, la necessità di far riferimento alla poesia come a un puro gioco linguistico, i cui singoli esiti vanno considerati semplici varianti interne. Poetare significa allora
    «compromettersi», «mescolare» la propria voce con quella della folla, del traffico, dell’ingorgo. La poesia avrebbe così a che vedere con il reale, concepito nell’atto non del suo rispecchiamento, ma della sua invenzione, tragica o ilare che sia, misura tuttavia dell’intero ambito dell’esistere.
    Ma l’11 settembre 2001 è accaduto qualcosa di assolutamente inedito, e tale da dover cambiare il modo di far poesia. Christian Sinicco avverte di trovarsi incastrato in uno snodo storico importante. Parte da lontano, rievocando, nel primo pezzo che apre la sua raccolta, Jack Hirschman, la volta che è venuto a Trieste, per l’esattezza tre giorni prima della catastrofe, l’8 settembre, il giorno dopo la stesura di questa sua lirica.
    Coincidenza? Forse da tempo l’autore covava l’esigenza di misurarsi con un poeta politico, seppur senza necessariamente vestirne gli abiti più immediatamente riconoscibili, preferendo quelli meno dichiaramente colorati di un Rafael Alberti o di un Pier Paolo Pasolini. Devo ricordare che nella tradizione italiana si era persa da tempo la vena engagée, e che dopo la ventata neosperimentale era prevalsa nei poeti la coscienza, rammaricata, di non poter più essere al centro del mondo; di qui il senso
    di un isolamento che ha prodotto versi stilati in un linguaggio
    aristocratico, a volte sdegnoso, comunque d’élite.
    Sinicco vuole invece che la poesia misuri i battiti del tempo umano, e che si intrecci con la vita di tutti. Di più, con essa misura la tenuta di una parola, il suo valore, oltre che l’idea da cui è scaturita, attivando una poiesi complessa, che mette in gioco infiniti rapporti reciproci: «Non aderire / come la polvere moltiplicando l’effetto di mille volte alle parole
    / dei tuoi politici, di capi religiosi che promulgano odi invasati / di vendette per un nemico inesistente, come la voce / di un megafono sopra le macerie, / perché le macerie / non sono propaganda, / le macerie / di tutto il mondo sono da innalzare / a problema». È dunque politicamente impolitico questo invito rivolto alla poesia, in un passaggio di Belfast, sulle rovine che restano di una poesia di William Butler Yeats.
    Molti sono i nomi evocati nella raccolta, da Emily Dickinson, a Carmen Yáñez, da Walt Whitman a Arthur Rimbaud, da Jacques Prévert a Leopardi passando per Montale, da Edgar Allan Poe a Matteo Danieli, Luciano Dobrilovic, Luigi Nacci, Massimo Palme, Giampiero Neri. Ci vuole un bel coraggio a correlare tra loro poeti che godono di un posto in prima fila nel Parnaso, con altri che stanno ancora scalando, seppur a grandi passi, le sue pendici. Stupisce che tra i modelli ci siano donne, ma evidentemente la scelta non è stata casuale: «Non mi raggomitolo in un’idea, darò vita / ad un lago di bianco / sui disegni di un libro, farò abbracciare gli amanti. / Poiché sulla strada eterna / che dal mare porta
    a Jalalabad, / su verso l’Hindukush, / sopra Kabul, Kandahar, / le
    montagne dentro di te / sono dentro di me» (passaggio di una poesia di Emily Dickinson). Dunque s’intravede la richiesta di una poesia che non voglia pervenire alla ricerca di una verità astratta, logico-teorica, che può provocare fanatismi mortiferi. La parola deve lambire piuttosto la concretezza della vita, per abbattere confini ed egoismi reali, accogliere chi è sperduto, guardare negli occhi chi soffre e tuttavia ama: «Argentina,
    io vedo / sulla strada che porta al nulla / che il bisogno è poesia, / l’osso della verità. // Argentina, io scaglio i tuoi morti per questo bisogno / sul parlamento dei poeti» (Argentina su una poesia di Carmen Yáñez).
    In questo modo viene finalmente abbattuta la barriera del nichilismo, cui era naturale giungere se punto d’approdo voleva essere la scoperta di un senso logico del mondo. Certo, in questi versi si percepisce ancora la ricerca dei segni di una totalità cui si aspira, per cui ancora aperta è la ferita sul vuoto e sulle deformazioni del presente. Ma al tempo stesso
    si indovina la strada che porta ad un tipo di conoscenza incapace di accontentarsi dell’intelligere, e tesa piuttosto al sentire: siamo di fronte a una poesia, finalmente, d’amore, inteso in senso totale, di compartecipazione intima alla vita degli altri. Quasi naturalmente si sviluppa così nella raccolta il tema della memoria, anamnesi culturale, storica e privata, per faticosamente ricostruire il percorso che ha portato al trauma attuale della messa in crisi irreversibile dei fondamenti di un’intera civiltà: «quando scoppia la testa dal dolore / per il mondo che
    si spezza, / quel bambino è morto / crivellato di colpi» (illuminazione di Arthur Rimbaud sulla recinzione che stringe Gaza). È l’inizio di un processo che accetta anche l’invenzione utopica come forma sostitutiva di un’identità perduta, necessaria intanto per trovare forme di riscatto.
    Insomma, Christian Sinicco ha decisamente invertito la rotta, dando
    voce a una poesia che finalmente torna a essere, anche teoreticamente, dentro l’ipotesi della comunicazione, di sé e degli altri, per far sentire dolore e piacere, cioè emozione, viva e reale: «Non ho fatto altro che pensarti. / Non ho fatto altro che pensare / alla risposta alla mia domanda // cos’hai sentito?» (passaggio sul nostro incontro). Ha scavato in profondità nella direzione che un altro grande contemporaneo, Franco Loi, gli ha mostrato un giorno passando anche lui per Trieste, dopo
    averlo invitato a prendere le distanze dallo snobismo di chi si limita ad autocompiangersi e a imputare il proprio malessere alla massa, degenerata ed oppressiva. La lezione che Loi gli ha lasciato è quella impartita da un maestro solo apparentemente umile, in realtà capace di dar forza a dei versi che implicano lavoro e impegno e che rischiano dunque di incappare anche in pesanti sconfitte. Sinicco raccoglie la sfida e ci racconta i suoi dubbi e i suoi progetti in pagine che un tempo si chiamavano di «poetica». Anche queste contribuiscono a svelare la grinta di un poeta vero, capace di scelte volutamente difficili, ma
    necessarie per ricominciare a dare battaglia. Sempre da Trieste,
    imbarazzante e impegnativo luogo letterario del passato, a partire dalla propria città dunque, l’allievo può attraversare il mondo, dentro e fuori di sé, interpretare e adeguare ai propri bisogni i poeti suoi e degli altri, aggiungere e levare fino a trovare l’equilibrio che gli serve per diventare se stesso. E allora, perfettamente in linea con il suo atteggiamento di
    sfida alle convenzioni letterarie della modernità e della postmodernità, Christian Sinicco chiude questa sua prima raccolta con una dedica importante, che celebra la sua ritrovata individualità non narcisistica, bensì relazionata a quella degli altri, in questo caso al gruppo entro il quale è nato ed è cresciuto: «A “Gli Ammutinati” tutti, ovunque essi
    siano e qualsiasi cosa stiano facendo». Credo sia un modo assolutamente nuovo di cercare «l’esistere, l’interpretazione, il significato» del mondo, oltreché, naturalmente, della poesia.
    Cristina Benussi

  16. gugl Says:

    Ciao a tutti gli amici passati dopo il mio piccolo commento.

    e viva Guccini citato da Francesco.

    Grazie Massimo per la risposta.
    io dico: immagina una foto di gruppo, guarda quella a destra, quello in mezzo e quello a sinistra. e guarda quello che non sta nel gruppo: avrai 4 stili riconoscibili della poesia contemporanea.

  17. Lorenzo Carlucci Says:

    massimo, una domanda. quando si fa una scuola o un corso o comunque un intervento pedagogico, si ha (o si dovrebbe avere) un’idea assai precisa del pubblico a cui ci si rivolge. potresti dire esplicitamente, secondo la tua opinione, secondo la tua intenzione, a chi questi tuoi pensieri educativi vogliono rivolgersi? tanto per filtrare le iscrizioni, sai com’è.

    lorenzo

  18. Tommaso Lisa Says:

    partecipo segnalando questo video, uno dei pochi ripuliti, della gara di Tommie Smith ai giochi olimpici del 1968. Penso sia attinente alla discussione, anche se in modo metaforico, criticando una prospettiva esistenziale logocentrica. Oltre al significato storico di quel podio, resta una progressione incredibile gli ultimi metri e quelle braccia alzate al cielo già molti metri prima del traguardo.

    http://www.noivelocisti.it/recordmondiali/tabid/581/Default.aspx

  19. robertorossitesta Says:

    Caro Massimo e cari tutti,
    “Non raccontare storie da nulla in lingua piana se non hai un popolo con te”.
    Questa notazione, davvero nevralgica, sembra proprio scritta apposta per me, che racconto storie quasi da nulla in lingua quasi piana, e un popolo con me non ce l’ho proprio. Io stesso me la sono ripetuta, in forma più o meno uguale, un migliaio di volte.
    Tuttavia si tratta della mia vita, del mio destino, di ciò che amo e di ciò in cui credo.
    Pertanto continuerò, con (spero)sempre più consapevolezza e occupando sempre meno spazio: di sicuro di meno di quanto ne occuperò da morto, anche nel caso in cui, contro le mie disposizioni, finisca cremato.
    Credo che lo stesso valga anche per altri; e alcuni di noi (pochi, pochi!) avranno con sé non tanto un popolo quanto “un piccolo resto”: di stramorti, di nascituri, di rinati.
    Un caro saluto,
    Roberto

  20. massimo Says:

    carissimo Roberto… i tuoi settenari *cantano*. i tuoi apologhi sono carichi di senhals per qualcuno che è molto vicino e molto lontano - e ne sono sempre turbato, più di quanto non ti dica. lo sai. perché ho creduto, presuntuosamente, illudendomi, di *capirti* - anche se non è facile capire. tu conosci la forma del suono, sulla pagina; a differenza di molti, sai toccare una cosa (una persona) - conoscendo i limiti della forma. e -quello che più conta - tu sei un grande *signore*, davanti a tutti. te lo dico con tutto il cuore.

    *

    Lorenzo

    in mancanza di legittimazione [ne abbiamo parlato a lungo, a lungo...], non ci sono limiti di iscrizione. ma so a chi vorrei parlare. a quelli che NON commentano, sentendosi di troppo nel nostro giro (c’è un *nostro* giro!). ai giovanissimi, se ci sono. ai piccoli… a quelli che non osano parlare, qui, pensando: Carlucci è meglio di me, Sinicco è meglio di me, e Nacci…

    la mia email è sempre la stessa: sannelli@interfree.it

    ecco, vorrei che chi tace lasciasse un segno, se vuole e se può. grazie, davvero
    massimo

  21. massimo Says:

    [in margine]

    @Christian: non ho nulla contro Venditti, è evidente! dico solo che non trovo *oggi* molta forza nei tuoi testi in versi. la trovo nella tua prosa. quanto all’anarchia - se ci tagliassero a pezzetti… stamattina sentivo Berio e Dalla. i nomi nomi si moltiplicano. il problema è un’altro. adesso copio-e-incollo altri appunti. a dopo!

    ******

    forse questi paragrafi, scritti non a caldo, anzi vecchi di cinque anni – che dal mio punto di vista è un tempo oscenamente lungo – spiegano meglio alcune cose che cerco di dire qui in fretta, rubando i minuti su un computer non mio. rivedendoli, elimino i difetti e il peso dello stile di *allora*. ho distrutto quello stile, a poco a poco. *Quello che ieri era vero – non sarà vero domani! Corri e ferma quel treno!*. e se puoi, lettore, ascolta in sottofondo Loosin yelav di Berio, dai Folk Songs: *cara luna, il tuo volto caro, tondo e rosa” – lo faccio anch’io, mentre rileggo [intanto il CD scorre, e anche l’anima di Baudelaire sorride, se sente l’Azerbaijan Love Song a tutto volume: vetri colorati, vetri di Paradiso, vetri che facciano sembrare bella la vita!]
    massimo

    da *Sottrazione e resistenza* [2003-2004, già nel blog «sequenze», ora chiuso]

    Il tempo-accumulazione è collegato alla morte-sottrazione (nell’allegoria trionfale di Petrarca il Tempo supera la Morte, in senso gerarchico e in ogni caso in un mondo in cui il riferimento ultimo è la gloria dell’Eterno, capo del tempo; ma oggi la Morte e il Tempo non si dividono chiaramente i còmpiti): la morte, a sua volta, continua – perché necessaria – ad essere allegoria di qualunque potere (e il potere – “l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”: Ap., 12, 10 – ama uccidere: uccide di volta in volta “ridendo” oppure ostentando l’impassibilità del mestiere; Dioniso ed Eichmann; il buon selvaggio e il buon torturatore).
    Il cristiano crede che fino alla totale manifestazione del Cristo il potere rimarrà necessario come la morte (lo scenario opposto appartiene al compimento dei tempi esposto in Ap., 11, 15: “Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli”). Il non cristiano – e comunque l’uomo, anche cristiano, gettato in una temporalità difficoltosa, anche per la sopravvivenza quotidiana in una periferia del G8 – può contribuire alla controinformazione e alla resistenza. Chi ha letto Qu’est-ce que l’acte de création? di Deleuze può notare, alla fine, uno scatto oltre i concetti – che sono prima – di idea, immagine e comunicazione; scatto che è imposto da un principio: “la contro-informazione è effettiva solo quando diventa un atto di resistenza”. E la contro-informazione basta a giustificare l’arte, priva di legami “con la comunicazione. L’opera d’arte non contiene letteralmente la minima informazione”. Ma la statuetta neolitica dimostra “che l’arte è ciò che resiste”. Questo “atto di resistenza ha due facce. E’ umano ed è anche l’atto dell’arte. Solo l’atto di resistenza resiste alla morte, sotto forma di opere d’arte o sotto forma di una lotta di uomini. / Che rapporto c’è fra la lotta umana e l’opera d’arte? / Il rapporto più stretto e, secondo me, più misterioso”.
    Rispetto a Matteo, il racconto delle tentazioni in Luca (4, 1-13) specifica meglio la situazione di un potere che è già mondiale (cfr. Mt. 4, 8: “tutti i regni del mondo”). Satana è padrone delle cose: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me sarà tutto tuo”. Ma il miracolo della metamorfosi della pietra in pane non gli compete, e può essere solo oggetto di una provocazione (“Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”). Vale a dire che il diavolo (il potere dispotico – “do a chi voglio” – sui “regni del mondo”) domina e distribuisce ciò che *esiste*, non ciò che *esisterà*: le cose presenti, non ciò che può essere oggetto di una trasformazione (metamorfosi) e/o che non c’è ancora (creazione). E’ in questo senso che bisogna intendere l’affermazione di Paolo in I Cor. 1, 28: il nulla – e lo spregevole – che annienterà “le cose che sono”? Lo spregevole è l’insieme di “ciò che nel mondo è debole”: compresi i prodotti innecessari, ma belli, dell’arte? Dio e la “letteratura minore”? Anche Dio ‘resiste’, perché *può* creare? Sì, perché l’avversario *non può*.

    L’arte è la pietra d’inciampo sul percorso dei rapporti tra gli esseri *hic et nunc*. I quali, al limite, sono la coscienza che l’Essere ha di se stesso, ma prima di tutto *sono*. L’arte è innecessaria alla sopravvivenza fisica della specie: ma l’arte può rivoluzionare la percezione (crea doppi delle cose) e il concetto di uso (non è cibo, non è utensile, non protegge). Non aggredisce direttamente il potere: ma l’impressione è che lo slancio artistico (e politico) verso il gratuito coinvolga, e svilisca, la non-gratuità del potere, che è garante e autore della sottrazione. L’arte (la vita) aggiunge, l’autorità e la morte tolgono. Il potere è responsabile della gestione della violenza (l’undici settembre e Pearl Harbour devono essere letti con minore ingenuità, ad esempio: cioè come organizzazioni della violenza subìta, in vista di altri scopi, altrettanto violenti); Eros “non fa e non subisce violenza”.
    La presenza del sangue in una “creatura vivente” – il fatto che è (vivente) – appartiene al campo del religioso e in qualche modo all’arte (produzione, aumento, vitalità contro morte). I segni artistici di Giovanni Morbin con il proprio sangue – a volte quasi calligrafici, o autoritratti – sono il non plus ultra della rottura di un tabu e, insieme, la consacrazione estetica di uno stato di cose molto nostro (la differenza tra vita e morte, tra corpo vivente e cadavere). Sempre e comunque in nome della resistenza e della creazione: ex nihilo nel caso divino, da altre forme nel caso, limitatissimo, dell’uomo. Il corpo di Morbin è “supporto per un linguaggio”: anzi, è il “linguaggio stesso”, quindi *è* qualcosa.

  22. Re Says:

    Caro Massimo, il tuo calibro è millimetrico, i tuoi interlocutori altissimi: taccio per amore, che è la forma ad o della mia bocca incantata dalla tua macchina gentile (un surrogato di piacere sessuale, immagino, ma va bene anche così no? :)

    Qualcosa mi pare aprirsi in quel che dici, come una voragine da esplorare: che il corpo sessuato sia così centrale e invadente e ingombrante eppure al tempo stesso ancora il grande escluso, annichilito a icona, senza possibilità del senso più semplice, delle parole più semplici.

    Grazie tanto tanto per Dickinson e per tutto.

    Re

  23. Lorenzo Carlucci Says:

    caro massimo,

    mi permetto di dire che, se davvero la tua intenzione, con questa scuola, è quella di rivolgerti a “chi tace”, ai “piccoli”, a quelli che leggono e che pensano “Carlucci è meglio di me, Sinicco è meglio di me…” (sic, o sinic!), il tono dei tuoi interventi (ma anche, direi, il contenuto) è un po’ “fuori target”. sembra infatti rivolto proprio a quelli “del giro”, pieno di allusioni, pieno di rabbia, pieno di non so che cosa.

    d’altra parte, non credo che “Carlucci” o “Sinicco” o “Nacci” siano scogli per i “piccoli”, non credo siano “establishment”, è gente che scrive sui blog, ossia in un posto dove chiunque può scrivere. io scrivo qui come chiunque. conosci molti “piccoli e taciturni” migliori di Sinicco (come poeti immagino)? beh, ottimo! pubblicali! commentali! illustrali! falli conoscere! rassicurali!

    infine, la visione dell’artista che delinei è ben nota. non è il tipo di visione che possa incoraggiare qualcuno a parlare piuttosto che a tacere.

    saluti,
    lorenzo

  24. massimo Says:

    @Christian

    non posso né confutare né elogiare Benussi. perché l’hai citata con una qualifica: “con Petronio ha scritto la storia del nostro Novecento letterario” (mi pare che sia **Giuseppe Zaccaria**, in realtà - non Giuseppe Petronio). io, evidentemente, non l’ho scritta. se fossi ufficialmente un ‘critico’ e pari grado (universitario) di Benussi - avrei molto da dire, moltissimo. E’ soprattutto quel fiume di nomi a non convincermi - ma io non ho scritto con “Petronio”, e taccio sùbito. avrei detto molto, invece, se tu non l’avessi sùbito presentata come una Storica.

    *

    ti ho conosciuto personalmente. e so che stai al dialogo, e ti chiedo:
    qual è il rapporto *umano* tra TE e le espressioni “scintilla morente”, “quell’infinito sbattere di ciglia su scie senza meta”, “oltre ogni dove esisto, in questo luogo scendo come lacrima”, “sul canto che libera il mio vuoto volante su questa sera che cade portando la farsa con sé” e “ingiusta giovinezza mia”? E’ un mio difetto di udito, o si tratta di formule iperletterarie (perché “giovinezza mia”)? e perché non sono novecentesche, o sarebbero *oltre* il Novecento? e poi perché il Novecento di Eliot Pound Kafka, ecc. - sarebbe da superare? Senza polemica, ma con rigore: a me sembrano molto retoriche. e tu potrai dirmi: leggi l’intero. e io ti dico: io leggo *tutto*. per favore, dimmi.

    ti ho conosciuto personalmente. e siccome stai al dialogo - mi chiedo e ti chiedo (mi prendo confidenza, ma so che ci stai): che rapporto c’è tra il tuo corpo (alto, robusto, con i pomelli rossi, l’amore per Bacco e Venere) e la poesia “Passaggio di una poesia”? Perché sento una stonatura, tra un corpo *così*, che parla come in *Passaggio di un angel* (dove scrivi veramente la lingua che parli), e la tua lingua scritta?

    tu mi dirai: che problema è? è esattamente ciò che si chiede uno che non ha scritto la storia della letteratura italiana. è esattamente ciò che si chiede *a che cosa serve il corpo* [certo, anche a *quello*, va bene - ma in letteratura?]

    *

    @ Lorenzo

    se i taciturni mi dicessero “cambia stile”, lo cambierei, sùbito. finché non si mostrano - e io li aspetto - no. quanto alla rabbia - c’è, è vero. quanto al pubblicare i migliori, o almeno citarli: l’ho fatto. ne sono convinto. ma non credo di aver mai nominato e pubblicato persone “piccole e taciturne”! (coraggio, si può *anche* sorridere). ma anche con te ho confidenza: perché ti sei posto il problema del target? perché alla seconda puntata e non alla prima? che cosa pensi della domanda posta a Sinicco, qui sopra? è mal posta? è delirante? *ami la poesia di Sinicco*? sinceramente.

    quanto agli scogli: Sinicco e Carlucci lo sono, se un ragazzo ha 18 anni e abita a sud di Roma e non appartiene ad una Famiglia. se è una ragazza, ancora di più, perché ogni nuova arrivata sarà - pesata. non è vero che “chiunque” può scrivere in un blog, è vero che chiunque può aprirne uno. in un blog già esistente, e collettivo, il lettore fuori giro legge e passa oltre (ci sono stati interi “workshops” su questo, con Orgiazzi, con Padua, ecc.). nel 2008 diventeranno maggiorenni i nati nel 1990. hanno circa *vent’anni* meno di noi, ti rendi conto? (non siamo più tanto giovani, vedi). come si fa a non essere scogli? (perché qualunque *nato prima* lo è, anche non volendo). per esempio con una “scuola di poesia”… (e un sorriso, ancora. ma ricordati di rispondere alla mie domande - *ci tengo*)

    *
    RE : nomen omen. e anche il nome *intero*: nascere e vivere, e difendere. Grazie a te
    massimo

  25. lorenzo carlucci Says:

    massimo, io ti rispondo (ma che ti sono sembrato uno serioso quando ci siamo visti? e daje chedici a me di sorridere!). la domanda fatta a Sinicco su corpo e lingua è un delirio? no, perché? ti interessa la coerenza tra l’opera e chi la fa. giustissimo. magari, direi, semplifichi un po’, o enfatizzi, ma è la tua retorica. domanda due: ami la poesia di Sinicco? no, che l’ho mai detto? ho scritto un paio di pipponi su lavori di Sinicco, puoi leggerli in rete. che presunzione è? la poesia di Sinicco ha delle qualità ma è lontana da qualcosa che io possa amare. ma pensi che abbia problemi a dirlo? ho già risposto mille e mille volte. in rete, di persona, e ciò non impedisce nemmeno un’amicizia con Christian. hai scelto proprio degli esempi strani, come spauracchi per i diciottenni. e sul blog: io ho cominciato a scriverci tre anni fa (forse ti ricordi anche “come”), non conoscendo nessuno, venendo da fuori, ti giuro che non ho avuto paura né di sinicco né di giovenale né di te. perché dovrebbe averne un diciottenne? e poi ti chiedo io: di quale caspita di Famiglia parli?

    lorenzo

  26. maripia Says:

    Avevo risposto a Massimo, e il tempo “se l’è portato via con sé”, ma vai a capire?!ERo felice del suo intervento, dotato in chiarezza e efranchezza. E prospetive, che commentavo.
    Ricordandomi quanto il guardarsi ogni tanto alle spalle renda possibile un futuro possibile, ora io odio scrivere due volte la stessa cosa, ma riassumo.
    Poi, credo che gli anni di bronzo attuali.. abbiano esacerbato in noi un desiderio/ impossibilità ad essere molto soli( leggi liberi)e molto insieme ( bisogno di nuova comunità), anche criticamente parlando, di qui ansie di non sbagliarsi nel giudicare sé e gli altri, essendo orfani di antiche visioni del mondo e della letteratura,si direbbe.

    Maria Pia Q.

  27. jolanda catalano Says:

    Io sono la poesia oppure la poesia è uguale a me, oppure io sono ciò che scrivo e scrivo ciò che sono. Il mio corpo sono i miei versi, oppure il mio corpo è uno sfacelo ma i miei versi ne sono l’essenza.
    A Massimo,per cortesia,perchè mi dica se in ciò di cui sopra,esista qualche vizio d’inesattezza.
    cordialmente
    jolanda

  28. massimo Says:

    caro Lorenzo… come dicevo anche sopra: dico (chiedo) 100 per dire 50 e 75. non sono economico, in questo - non sarebbe neanche proprio della letteratura (hai mai notato che la letteratura è ‘lenta’ - antieconomica - nell’esprimere un concetto? che è poi il concetto che il lettore comune banalizzerà. per esempio: se Il signore degli anelli serve a mostrare la lotta tra il Bene e il Male - *e basta* - si sbaglia strada: tante centinaia centinaia centinaia di pagine per dirlo? e il Principe servirebbe solo a dire che “il fine giustifica i mezzi?”. no, e qui ti rimando a Giartosio, PNPND: la letteratura si crea ostacoli e vincoli, si crea contrazioni *feconde*, si complica: l’abisso invoca l’abisso).

    volevo *sentirti*, dalle dimensioni del *tuo* corpo. sei stato sincero: grazie.

    non potevi avere “paura” di me: siamo coetanei, più o meno. dicevo un’altra cosa. paura di Giovenale? è un (tuo) coetaneo anche lui. non si tratterebbe comunque di paura - ma di *poter* dire. il ventenne o venticinquenne si sente escluso o riceve qualche ironia. è “storia degli effetti” - ma più antropologica che letteraria, (ecc.) - e anche più buffa (e inutile). quella “paura” è un misto di diffidenza e di mancanza di cooptazione.

    e la parola Famiglia si presta a molti sensi: è dunque “polisemica”. puoi scegliere il senso preferito. Dicendo Famiglia ho detto 100 per tendere a 1000.

  29. massimo Says:

    a Jolanda : Il mio corpo sono i miei versi, oppure [E] il mio corpo è uno sfacelo ma i miei versi ne sono l’essenza. - e ne sono la *necessità*, che non finge. - grazie, a te
    massimo

  30. lorenzo Says:

    caro massimo, lieto che le “dimensioni” del mio corpo soddisfino le tue aspettative, ti dico che quanto alla F/famiglia, almeno nei miei riguardi, è meglio tacere molto, se non si sa.

    saluti,
    lorenzo (il Padrino)

    p.s. Giovenale non è un mio coetaneo. Contemporaneo tutt’al più.

  31. massimo Says:

    @Lorenzo

    infatti non mi aspettavo da te un parlare *sottile* - ma questo: perfetto. hai parlato *come sei*, secondo misura e natura, come dice Caproni (in un epigramma su Montale). famiglia: mi riferivo ad uno stato *comune*, qualcosa che forma l’aria del tempo, le “qualità dei tempi”, e così via.

    vorrei che parlassi qui, se vuoi, del *tuo* rapporto corpo/scrittura,per favore. e del tuo rapporto tra oralità romana(ccia) e scrittura italiana e scrittura (in) inglese. credo che sarebbe utile. la tua condizione di logico non segue il solito cursus (honorum?) letterato, il tuo bilinguismo anche lavorativo ti rende diverso da chi usa la L2 solo come strumento culturale; e hai in bocca una lingua che fu la gioia di Pier Paolo (immagina un bolognese cresciuto in giro per città lombarde emiliane romagnole e in Friuli- e a Roma scopre che ci sono 7 o 10 modi solo per dire “ti picchio”: da “t’ammucchio” in giù…).

    [per esempio: la poesia di Sinicco ti interessa perché vi intravedi un uomo *a tutto tondo*? (a tutto tondo: sai quellinguaggio atroce da manuale liceale di Storia della Letteratura). perché ti sembra molto retorica e quindi in posa? o perché non ti sembra affatto retorica e quindi 'realistica'?]

    mi è rimasto in mente l’istante in cui sotto Casa Pasolini, l’anno scorso,io ti chiedo “come va?” e tu non mi rispondi né “bene” né “male” ma: “m’aa sfangoo…”.

    ecco -vorrei che tu parlassi del tuo volgar’eloquio e della Lingua Nazionale e dell’Inglese.così,semplicemente-per favore.(e sorridi lo stesso!)

  32. perpluto Says:

    scusa massimo:
    famiglia: mi riferivo ad uno stato *comune*, qualcosa che forma l’aria del tempo, le “qualità dei tempi”, e così via.

    delle due l’una:
    o io sono deficiente
    o tu esageri

    con quale coraggio scrivi ’sta roba in un blog per “chiarire” un termine poco chiaro?

    mah

  33. rita r. florit Says:

    Acqua chiama Fuoco, Poesia chiama Poesia

    [...] Pas un âme trop pauvre n’aynt rien entendu
    De ce que la vie a voulu dire et pas une ombre
    Qui ne soit expliqée par un soleil.
    Ainsi le poètesans auditoire fait retentir Le chant d’alouette primeière
    Puisque Dieu n’a pas voulu que le matin fût sans amour.

    P.J.Jouve

  34. Christian Sinicco Says:

    Bene Massimo, il tuo non è un discorso critico - quindi quando parli di livelli, probabilmente intendi il volume alto o basso dell’ibrido venditti-sinicco. Questo è per me già un punto di partenza. Benussi - che abbia scritto o meno i tomi citati, un intelllettuale o poeta sarebbe pure libero di confutarla - descrive la complessità di questa opera nelle relazioni che “intende” sviluppare: Benussi, come vedi, non è scriteriata da dire che non c’è ancora Novecento in tutto questo (e nemmeno io lo sono), però su una cosa ho concordato con la sua prefazione, il fatto che abbia intuito che se c’è qualcosa di nuovo nella mia poesia lo è nell’utilizzo di un’immaginazione che traccia la sua strada nell’utopia, come speranza e presentimento che qualcosa sia “possibile” per noi, oltre la critica a ciò che sta accadendo al mondo, alla nostra “antropologia”. La direzione di lavoro che quest’opera abbozza, da un po’ la sto sviluppando. Il lavoro sull’immaginario era già presente nelle altre due opere (non pubblicate, però scaricabili nelle bozze provvisorie - vai sul mio blog e vedrai che ci sono i link a mare del poema e città esplosa) precedenti a questa, che ne raccoglie alcune indicazioni - formalmente nessuna.
    Noto però che stai discutendo delle cose che io ho scritto 5-6 anni fa, pubblicate 3 anni addietro - vuol dire che quel libro non si è ancora polverizzato… Peccato, dovrò pensarci io.

  35. Lorenzo Carlucci Says:

    caro massimo, ti rispondo brevemente, e spero a tutto.

    sulla lingua, il romanaccio, l’inglese etc.: il mio eloquio corrente non è il romanaccio, tout simplement perché (i) la mia famiglia (ebbene sì, ne ho una!) non è di Roma (in casa non si sente neppure l’accento romano), (ii) ho frequentato una scuola francese, (iii) sono andato a fare l’università a Pisa. credo, nel mio parlare quotidiano, di avere una certa inflessione romana tutt’al più. dunque: “m’aaa sfaaango”: il romanaccio (per me come per molti altri medi borghesi romani/non romani) è una sorta di “vezzo” per sentirsi più a casa. io mi sento romano come uno schiavo liberato, purtroppo non come pasquino o alberto sordi. ricorderai per es. che non parlavo romanaccio durante l’intervista a casa tua. insomma non sare capace a scrivere sonetti in romanaccio, né antico né moderno, malimorté. quanto all’inglese: il mio vero bilinguismo è con il francese (mia nonna mi leggeva in francese, poi la scuola). l’inglese l’ho studiato a scuola, poi leggendo, poi vivendo. non lo parlo come una seconda lingua, me la cavo e basta (l’inglese che uso per “lavoro” è l’inglese scientifico, che è molto povero e modulare). credo che per me sia più facile scrivere poesia in inglese che non in francese perché come tutti ho più dimestichezza con una forma di “verso vivente” inglese, ossia ‘a canzone, er poppe che mo’ te piace tanto pure a tte, ‘a Sanne’. ooops… pardon!

    la poesia di Sinicco mi interessa perché vi vedo un grado di *libertà* (scusa le stelline ma la libbertà m’arichiama sempre ‘e steline) che è “merce rara” (come er tartufo ar mercato de testaccio. forse questa libertà gli viene dal non aver compiuto un cursus “a tutto tondo” , forse gli viene dalla fantascienza, da dove gli viene gli viene, mi fa piacere trovarla. libertà dai diffusi manierismi. ovviamente non completa libertà. la trovo per esempio velleitaria nelle sue pretese politiche e sociali. la trovo scadente quando vedo un eccesso di costruzione, o posa. anche: è una poesia che può tradursi facilissimamente in inglese, è quasi già scritta in una lingua che con l’italiano ha ben poco a che fare, è già quasi tradotta