Romanzo a puntate…
Posted by Fausto Raso on December 14, 2007
I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci “bombardano” quotidianamente con romanzi che, data la loro lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati “a puntate”.
A questo proposito avete mai pensato, cortesi amici, perché questo modo di “diluire” nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama “puntata”?
Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a “puntare” l’attenzione sul prossimo episodio…
Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma “puntata” e leggiamo: parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti. Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama “puntata”.
Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la ‘puntata’ era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo).
Ma non è finita. La puntata, intesa come ‘fermata’ è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: “Fece una ‘puntata’ a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari”.

















Roberto R. Corsi said
A Firenze (e per estensione anche sul Devoto-Oli) puntata [puntàha] sta anche per cazzotto (o al limite colpo di gomito) inferto all’astante: «Ti do una puntàha n’ì’ viso ‘e ttu tte ne rihòrdi!».
Questo lemma – sempre rifacendosi al Devoto-Oli – è etimologicamente riferito a punta, puntare, mentre quello proveniente dalla rilegature, da te ben spiegàto, a punto.
Invece il significato “itinerante” di puntata (a Roma, seguendo il tuo esempio), non si concreta tanto nella sosta, quanto nella «breve visita effettuata dirottando da un itinerario»: infatti deriva anche esso da punta e non da punto (sosta).
Il significato più curioso infine – è quello gergale di “appuntamento”: «ci rivedremo alla prossima puntata». Questo viene collocato sotto punta, puntare ma – cito – «forse per influsso di puntata [da punto]».
Questo dimostra che le due radici si influenzano reciprocamente.