FESTA DEI SENSI (SCUOLA DI POESIA, 3), di Massimo Sannelli

FESTA DEI SENSI Niente è meno trasgressivo – dunque: meno attuale – della «Contemporanea. Italiana. Poesia». L’arco della trasgressione va da Grillo a Luttazzi, da Luxuria a Platinette, da Gilbert&George a Cattelan – ma non contiene la poesia, né come testo né come corpo-che-scrive [ci sono le immagini di Alda Merini nuda e di Edoardo Sanguineti in jeans; ma sono – soprattutto le prime – innocenti e autoironiche: la Beffa di una Signora-Bambina che può, legittimamente, permettersi *tutto*; le seconde sono lo scherzo di un eterno Bambino Terribile, ma non molto pericoloso]. E il *Tiresia* di Giuliano Mesa denuncia stragi di adulti e di bambini, con la retorica della finta profezia, che annuncia cose *già successe* [ma silenziate dalla nostra cecità].

Ma nemmeno questa è trasgressione: Mesa mostra e insegna [e disegna; e – come gli è proprio – inventa forme, inventando anche il tipo di voce che dovrà *leggere*: nulla senza la voce; e Mesa – sia chiaro – *assomiglia alla sua scrittura*: *seconda* pelle dell’unico corpo possibile]. La trasgressione non c’è, perché Tiresia vede cose già dette e ridette (e poi rimosse) dai Telegiornali. La sua profezia post eventum è, allora, una *seconda edizione* delle vecchie parole. Niente è più inedito dell’edito – si dice.

Walter Benjamin scrisse che «l’opera d’arte dei dadaisti divenne uno strumento balistico. Coglieva lo spettatore come una pallottola». Lettore, potresti dire *questo* – di una nostra poesia? Alcune poesie nuove ti *colpiscono*, se sono potenti e tu hai buon orecchio; ma quale poesia ti scandalizzerà o ti esalterà – a seconda della tua fede – come *Piss Christ* di Serrano? Che cosa *assomiglia*, in poesia, al ribrezzo ‘sacro’ che ti danno i cadaveri (orrendi) di Sue Fox all’obitorio di Manchester? [Lettore, tu sei bravo, e io do per scontate molte cose: tu integri questi appunti con Internet e con i libri; io non posso, ora; e io ti ringrazio: anche di sopportare immagini che, se non le hai mai viste, ti turberanno: come deve essere]

GESTA DEI SENSI Perché la poesia non è trasgressiva [o non è *così* trasgressiva]? Perché – dal punto di vista alto e tradizionale – persegue uno scopo meno legato all’oggi (l’*Eneide* vive bene, e meglio, anche senza il patronato di Augusto, la *Commedia* senza quello di Cangrande, ecc.). Dunque non può contestare l’immediato, *in un certo senso*. Dal punto di vista dell’oggi, invece: la poesia non trasgredisce perché si mura, persino orgogliosamente; e perché la testa che la legge è già più evoluta dell’occhio che guarda il sangue di Serrano o la nudità di Abramović. L’occhio, in questo senso, è più infantile (tu, che sei adulto, e un bambino *vedete* la stessa cicatrice, la stessa pelle bruciata, la stessa merda e lo stesso sputo bianco sopra; ma quando *leggete*, non potete leggere la stessa cosa). Dunque: la poesia *scritta* è un mezzo lento. Che – attenzione – non chiede di diventare veloce e di darsi all’occhio [dovrai, se vuoi, congiungerla ad altri mezzi: la musica, come in Tagore Lorca Ferré; l’immagine, come in Michaux Spatola Villa]. La poesia *scritta* chiede di essere *ciò che è* [sempre stata]: potenziarsi, deliziare, dichiarare, insegnare e *domandare* [sempre con la sua seduzione musicale e vocale e corporale: non si esce da qui; non se ne esce mai] [quando dico *poesia* - dico *la poesia scritta, in versi o in prosa*; ma *ogni oggetto* e *ogni atto* eseguiti BENE sono poesia, nel loro campo: e tu – ti sei mai chiesto se è proprio *necessario* scrivere in forma di parole e in forma – forzosa – di versi? non trovi più bello, tante volte, uno zeroglifico di Spatola? una tavola di Mussio? o una foto; una foto *di Francesca Woodman*? e sei sicuro che *Neuropa* di Gigliozzi e *Luminal* di Santacroce non siano POEMI? Esempi, che appaiono alla mente, come ombre; e tu puoi fermarle]

RESTA NEI SENSI Se la poesia deve trasgredire [in] qualcosa, si tratta di altro: il suo piccolo/grande establishment [per esempio, se fai già parte della piccola comunità dei poeti conosciuti: scrivi a Franco Buffoni: ti rispetto molto, ma *non voglio* entrare nelle tue antologie, e chi ti fa il mio nome non è autorizzato da me]; l’ipocrisia anche ‘teatrale’ [è la questione dei corpi, dicevamo. Enzensberger si è chiesto se un lupo possa mangiare violette. Non è possibile: ma il mondo della «Contemporanea. Italiana. Poesia» è pieno di lupi che in scrittura sono enfatici, sentimentali, retorici, decadenti, visionari, con la maschera da mangiatori-di-violette]; e l’«unità di tempo e di luogo»: se poesia deve essere, può *essere* ovunque, senza festival, senza riviste, senza blog, senza presentazioni deserte. Non è necessario aspettare la Giornata Mondiale della Poesia (anche se è importantissima). E per la questione dei libri di poesia in quanto ‘merci’: è delirante immaginare una cooperativa libraria, on o off-line, che se ne occupi *veramente*? C’è molto da fare, volendo.

Oppure possiamo continuare a scrivere poesia, come se fosse una Pratica Resistenziale in tempi bui [offendendo, tra l’altro, chi, per atti di vera resistenza, si dà fuoco o patisce carcere e tortura]. Eppure questo campo della poesia è dialettico e bifronte: sì, la poesia è *anche*, per il poco che può, un atto di resistenza [o meglio: di *residenza*. Non solo la *tua*]

[25 dicembre 2007]

63 pensieri su “FESTA DEI SENSI (SCUOLA DI POESIA, 3), di Massimo Sannelli

  1. caro massimo, citi Enzensberger, autore de Il perdente radicale; appunto, un poeta non può, e non deve secondo me, anelare al vasto pubblico, questo pubblico. la poesia, come la religione, è confinata alla vita privata e non è più performativa e pubblica; in definitiva a me sembra un po’ decadente, proprio per questo eccesso di autoreferenzialità a cui inevitabilmente va incontro. parallelamente però è sì una pratica resistenziale, essendo tuttavia un’ultima e strenua difesa, forse un arroccamento che non porta da nessuna parte.

  2. Caro Massimo,
    io sono un lupo che mangia violette solo se candite, e oggi non se ne trovano quasi più, anche pagandole a peso di benzina; quindi spesso digiuno, oppure rimastico grazie allo stomaco da ruminante che mi son fatto trapiantare.
    Quanto alla poesia non è nemmeno più pratica resistenziale ma addirittura catacombale, ormai da un bel pezzo, non ce ne siamo accorti? Ma le catacombe implodono, facendo sprofondare e inghiottendo i palazzi abusivi costruiti sopra di esse; o esplodono, facendo schizzare oltre il sistema solare i suddetti con i loro augusti occupanti, i quali, una volta arrivati a destinazione, si affretteranno ad erigere palazzi della Borsa e case della Cultura. Gli auguriamo buon viaggio e migliore fortuna.
    Un caro saluto e buon anno,
    Roberto

  3. Benazir Bhutto e gli Altri – PRIMA.

    ***

    E POI: in questo tempo le parole cambiano aspetto [soprattutto le parole che indicano e mostrano i *rapporti umani*], e quindi anche una catacomba *simbolica* (un salotto, un blog, una piccola rivista, una piccola presentazione con otto presenti) diventa una cosa da Partigiano Johnny, nella nostra vanitas/vanità (i vecchi di Alba ricordano ancora *quanto freddo*, allora – la poesia non è, oggi, una Resistenza simile, e i suoi Oggetti sono sempre più deboli di una danza di Trisha Brown, del Cristo di Serrano – anche e soprattutto perché è scandaloso, ecc.). e la poesia non è trasgressiva, né glielo si chiede. ma (Deleuze): bisogna (ed è bello) inventare problemi. e allora: porre anche questo problema. con tutto il rigore e la dignità, mentre c’è chi salta in aria e chi brucia vivo in fabbrica per farci studiare (per esempio). e torno a dire, con tutta l’ossessione del caso: nulla è senza corpo [questo, forse, non è lontano dal Cristianesimo; né dall'*estetica*]

  4. Caro Massimo Benazir era una donna, una gran bella donna che sapeva guardare la morte in faccia. Il momento è grave e ci stiamo cascando tutti, in primis poeti e scrittori. L’olocausto non è mai finito, e sono più che mai urgenti le parole di Pasolini: Amo chi non è andato oltre la quinta elementare, quell’ingenuità e quella purezza della gente semplice… Detesto l’ipocrisia e la mediocrità della classe borghese, la mia avversione per i borghesi è talmente profonda che nelle mie opere non riesco a parlarne, nelle mie opere preferisco rappresentare quell’umanità vera che stiamo perdendo. Ho citato a memoria ma il succo dovrebbe essere questo. Allora Massimo, mi sta bene la poesia come florilegio dei sensi, e anche il corpo “ributtante” di una vecchia poetessa o l’abbigliamento disinvolto dell’ex neoavanguardista. Mi sta meno bene se dietro queste operazioni si cela una volontà “markettara” in linea con la crisi che ci sta massacrando (non alludo a quella economica che conosciamo più o meno tutti ma a quella ben più profonda e dolorosa dei valori “umanistici”, volendo usare un linguaggio più appropriato: dei valori cristiani). L’olocausto ha radici lontane, ma le tragedie medioevali scatenate dall’ideologia erano solo in maniera blanda strumento del potere economico. Oggi no. Benazir non è stata uccisa dall’ideologia. O meglio, il discorso ideologico può aver armato la mano dell’assassino, ma il contesto di quell’area – osservato da una prospettiva globale – è ben più complesso e intricato di un mero scontro di civiltà o religioni. Vorrei sbagliarmi ma temo che gli sviluppi del terzo conflitto mondiale – che è scoppiato almeno da sei anni: lo ricordo ai più distratti – confermeranno questa mia percezione. Allora Massimo, va bene la poesia come florilegio dei sensi (e andare a capo anzitempo o arrivare fino al margine o dipingere uno scorcio sordido e malato non ha nessuna importanza [la poesia non può restare imbrigliata dagli schemi e dalla forma]), va benissimo tutto questo purché ci liberiamo una buona volta dalla trappola in cui ci siamo cacciati: l’individualismo all’ennesima potenza. Per carità, l’individualismo non è un male in sé, i più grandi poeti di ogni epoca probabilmente sono i romantici… Ma ostinarsi in questo solipsismo dissennato oggi è da fessi, non da poeti. Oggi abbiamo bisogno di “solidarietà”, noi più degli altri, ché noi forse soffriamo più degli altri, pur essendo perfettamente inseriti (all’apparenza) in questa società del cavolo. Pur essendo “ricchi” e dediti alla bella vita. Basta con le invidie, i fegati gonfi a dismisura, il rifiuto dell’altro… Basta con le guerre fra poeti! Pensiamo una buona volta alla guerra vera, quella che ci sta uccidendo, lentamente ogni giorno e ogni notte. Domenico, il poeta non è uno sfigato. Roberto, tu addirittura parli di “pratica catacombale”. Il poeta è uno che ha avuto la ventura di patire più degli altri, ma dal dolore possono germogliare dei fiori di una potenza disarmante. Bisogna trovare il coraggio per dichiarare la pace, una bella “pace separata” come direbbe il vecchio Hemingway. Non vedo altre possibilità di salvezza.

    Pasquale

  5. caro Pasquale – infatti non ho raccomandato né Alda né Sanguineti. della prima ho detto solo che si può permettere quelle foto, in nome del suo passato e del suo dolore e della sua libertà; del secondo ho detto che fa poca paura, quasi niente (ed è un po’ triste che sia così – ma è così). il problema non è neanche (o non solo) l’individualismo: siamo sicuri che Pasolini non fosse individualista? quando è un uomo che ha ripetuto per vent’anni “sono solo” e “sono un mostro che pensa *solo* a lavorare”. Ma si trattava di un uomo dell’Eccellenza, all’interno di un sistema di cultura e rapporti (ne parlavamo l’altra volta) che oggi è stravolto; in più era un “profeta” (in un certo senso, e lui lo sapeva). il problema – secondo me – è scardinare: non con atti goliardici (Sanguineti in jeans), ma *aumentando la quantità di futuro* (dei testi e non solo). per esempio: andare oltre la logica del reading per pochi gatti e dell’antologia (sepolcro). per esempio quella cooperativa libraria – è assurda?

  6. La guerra non è neppure dichiarata, scriveva Bachmann, ma proseguita. Sulla pratica resistenziale, e sulla Bhutto, c’è un filo rosso di pensiero-passione che andrebbe tutelato: dagli scriventi, ai suoi lettori(basta che non coincidano), ma specie dall’umanità comune, cui guardava anche l’amato PPP.
    Maria Pia Q.

  7. forse è sulla prima parola del sintagma – che si deve lavorare, ancora: *pratica*. e poi *resistenza*, ma dopo. prima la pratica. quante volte abbiamo pensato e detto e insegnato ai più piccoli: *la poesia significa FARE*… altrimenti tutto il discorso dei/sui corpi diventa un gioco sociale, un altro terreno di scontro, o un calembour che non si traduce in niente, e che può irritare… [nota, come in margine]
    massimo

  8. Spero di non andare “fuori tema”, ma la poesia non può essere semplicemente il racconto del mondo interiore oppure esteriore di chi la scrive? D’altra parte, in passato la poesia è stata epica o allegorica, oggi è essenzialmente lirica e può contenere solo qualche riferimento alla storia o all’attualità, se il poeta sente che questi temi lo toccano e se decide che non vuole solo parlare di se stesso… più in là non credo che la poesia attualmente possa andare, perchè la comunicazione oggi viaggia attraverso suoni ed immagini più che attraverso le parole e, se ci si affida solo alle parole, per di più a parole spesso difficili o allusive, si resta per forza confinati in un territorio ristretto, di appassionati o addetti ai lavori…
    Cristina

  9. Roberto Rossi Testa: ci sono sì! Qui a Milano, le puoi trovare che io sappia alla pasticceria Marchesi in corso Magenta, alla pasticceria San Gregorio nella via omonima, e alla pasticceria Lorini in via Castel Morrone. In San Gregorio hanno anche le mimose. Questo riguardo alla mia limitata esperienza.
    Cristina, no paura baby, la poesia va dove le pare in modi che trascendono la qualunque, per fortuna! Certo, se il poeta non è tale o se il lettore non riceve, adieu.
    Besos, A.

  10. Massimo, Pasolini individualista lo era. Come tutti gli artisti, tutti quelli che vogliono andare oltre, che non si accontentano di una vita “normale”. Era anche un uomo solo? Beh, direi che per come vanno le cose oggi le persone meno sole sono proprio i poeti, gli scrittori, i creativi: loro il mondo se lo dipingono nel modo che meglio credono. Ogni tanto ci provo anch’io, a volte ci riesco. No Massimo, ci sono solitudini ben più drammatiche e lancinanti, su questo non posso seguirti. Proponi una cooperativa libraria? L’idea è lodevole, ben vengano le iniziative “pratiche” da parte dei poeti. Ma appunto – e lo dici tu stesso nel # 9 – “la poesia significa FARE”. Forse ancor prima la poesia significa: sentire soffrire urlare… “vivere” poeticamente la propria vita. Per esser chiari, i poeti e gli scrittori che più amo non hanno seguito percorsi umanistici tradizionali. Con questo non intendo dire che sono diffidente verso chi può brandire titoli accademici in ambito letterario, semplicemente mi sorprende meno sapere che un dottore in lettere scrive poesie piuttosto che un operaio metalmeccanico. Non è pregiudizio, soltanto chiedo all’umanista laureato di non limitarsi all’uso di termini rari e preziosi o allo sfoggio della propria enciclopedica erudizione: gli chiedo di metterci dentro l’anima, insomma, convincermi che è un poeta vero… In tutta sincerità, il discorso della cooperativa non mi interessa. Mancano i presupposti, lo spirito di gruppo, la voglia di centrare un obiettivo comune. Mancano le storie. Purtroppo gli anni Settanta sono passati da un pezzo… Ho avuto una serata di bagordi. Sono stanco, e domani debbo ripartire per Milano.

    Buona notte.
    Pasquale

  11. @ Cristina
    tu dici che la poesia si sta restringendo al campo lirico. ma non del tutto: esiste – per esempio – Davide Brullo, il cui ultimo libro è molto *potente*. il fatto è *anche* un altro: si è lirici perché non c’è niente di meglio (da fare) o perché non sappiamo fare di più? Tu esalti Pellico anche per una sorta di connaturalità: piccole cose, piccola patria locale, nessuna impennata stilistica, ecc. – è una scelta dignitosa, che (come ogni scelta) diventa il metro che valuta altre scelte, diverse (e non è peccato: io stesso uso un metro personale, che dipende da scelte, ecc.). Pasquale – appunto – non può soffrire una poesia scorporata ed edulcorata – ha ragione. E Pasquale non può soffrire una poesia di accademici. e ha ragione, in parte. [ma non bisogna cadere nell'eccesso opposto: Dino Campana - dico per dire - non era così selvaggio come si è fatto credere: tutt'altro; e certamente Rimbaud non sapeva tutte le lingue d'Europa - cosa su cui Etiemble ironizzava] [oggi, comunque, è solo fame, in generale, e mancanza di speranza] [ma Dino e Arthur - hanno fatto *tremare* le lingue scritte: questo è il loro Segno, o il loro Fare]

    quanto alle “parole difficili” per “addetti ai lavori”: il problema è più largo. perché Contilli – che scrive pensieri d’amore e nostalgia in un italiano ‘corretto’, anche troppo corretto, e *non trasgressivo* – non ha certo più lettori di Guantini, che scrive in una lingua ‘impossibile’ e ‘trasgressiva’. Cristina crede di essere una porta aperta, Ermanno si ostinerebbe ad essere un muro; ma io credo che le cose siano *più difficili* di così.

    *

    il nome di PPP ritorna spesso in questi dialoghi: corsi e ricorsi (anche violenti) di un’urgenza che non si è mai estinta. e – a proposito – questo accade *anche* perché è forse l’unico nome su cui tutti ci intendiamo. l’unico non settoriale e l’unico la cui opera è visibile allo stesso modo per tutti [potremmo nominare Vicinelli - ma chi di noi ha in casa i suoi libri? io li ho catalogati e visti andare, per una libreria che li rivendeva dai 200 euro in su, l'uno; o Spatola, idem; o Celan, ma allora non saremmo sicuri delle traduzioni, ecc.]

    *

    l’idea della cooperativa è quello che è: ma non volevo che fosse una semplice boutade. la giro a chi ne sa più di me. ieri mi chiedevo: è possibile che un libro come “Per soglie d’increato” di Marotta non possa avere 5000 lettori in Italia? significa: un italiano *su 12.000* potrebbe amare Marotta. una percentuale oscenamente bassa, ma forse realistica, e non fallimentare: 4 persone a Macerata, 2 ad Albenga, 3 a Savona, una trentina a Genova. sto sognando, forse. ma io – insisto – non posso credere che ogni 12000 abitanti non ci sia almeno *un* (possibile) lettore di poesia; anzi: *della* poesia. [a bassa voce, come sognando]

  12. Cristina.

    Personalmente ti ringrazio per il tuo outing: anche se non sono d’accordo, apprezzo particolarmente il palesarsi di punti di vista diversi dai miei, per poterne discutere con serenità.
    Il problema della dimensione intima contrapposto all’oggettività culturale (o storica) è un falso problema.
    Come si può sostenere infatti che il percorso culturale di un poeta è avulso dalla sua dimensione più intima?

    Ecco che dunque l’ago della bilancia si sposta su altre grandezze: capacità del poeta di mettersi in piazza, capacità del poeta di dire cose che lessicalmente e semanticamente noi possiamo pienamente comprendere, capacità del poeta di dire cose che ci stanno accadendo o ci sono accadute.
    la prima delle tre grandezze è legittima, ma a me personalmente di per se stessa annoia. Inoltre, altri strumenti (come la narrativa o il blogging) mi sembrano più acconci al voyeurismo nelle vite altrui.
    la seconda frustra la funzione culturale (oso: didattica) della poesia, nonché la sua per me fondamentale capacità di far sbocciare più sensi, più interpretazioni.
    la terza, assieme alle altre, ma più marcatamente, denota che in realtà l’intimismo non c’entra nulla, in realtà si gioca soprattutto sul tavolo del lettore: lettore che troppo spesso cerca solo conferme e non ha tempo / voglia / coraggio di prepararsi ad arrampicate di grado superiore.

    Questo in prima approssimazione, senza dimenticare che le possiblità di contaminazione tra soggettivo e oggettivo sono innumerevoli e tutte legittime (anzi auspicabili).

    Mi segno la tua osservazione e magari ne riparliamo.

    Auguri
    RRC

  13. Certamente d’accordo sul fare (della) la poesia, Massimo;
    resistere è successivo, un poco tautologico; (le violette candite poi, lo dico ad Anna, prima di sentirla..) io le trovo specie a Parma, ma sono qui a Milano,riammalata..mio malgrado.
    P.P.P aleggia e non può non essere che così, perché ci è ancora necessario, quanto!
    Quanto alla cooperativa di poesia, che se ne parli: bene.
    Siamo tutt’orecchi.(La vecchia Società di poesia fu tutt’altra storia, chi la ricorda)
    MPia Q.

  14. Non so se la mia è solo un’impressione “parziale”, però, il mio dubbio riguarda la possibilità stessa della parola scritta di arrivare ad un numero alto di persone, in un’epoca in cui la comunicazione si avvale soprattutto della forza delle immagini, spesso usate in accompagnamento con la musica e, comunque, date al pubblico con un ritmo più veloce e meno riflessivo rispetto al passato… non so se vi è mai capitato di notare la diversità di ritmo tra uno sceneggiato rai degli anni ’60 ed una fiction trasmessa recentemente? Per fare un esempio, le due versioni televisive di “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro sono diversissime tra loro, la prima è più fedele al testo letterario, ma anche più lenta e formale nella costruzione dei dialoghi, la seconda ha un ritmo più veloce, dialoghi più brevi, scene più violente, anche forzando il testo letterario di partenza… io ho sperimentato che la poesia funziona abbastanza bene, se letta in radio, magari, inframezzata dalla musica,raggiungendo anche persone che non comprerebbero mai un libro di poesie, però, certo se i lettori sono pochi e i poeti sono molti, resterà sempre il rischio che ci leggiamo, ci critichiamo e ci esaltiamo tra di noi, senza comunicare veramente con gli altri… insomma, per essere provocatori, i lettori di poesia in Italia attualmente sono solo coloro che la scrivono oppure esistono anche i lettori non scrittori, come per altri generi letterari? Per fare un esempio pratico: non tutti quelli che leggono romanzi storici (un genere che vende bene) ne sono anche scrittori in prima persona.
    Cristina

  15. è vero: i ritmi cambiano. è impressionante (per un trentenne) [ed è pura nostalgia per i nostri Vecchi] l’Idiota di Dostoevskij fatto da Albertazzi alla Rai: scene poco curate (sembrano ritagliate, senza profondità), abiti senza grandi pretese; ma recitazione *superba* (molto accademica: di *tutti* gli attori) e *lunghi dialoghi*, anche di quindici minuti, con i due attori in primo piano: impensabile oggi, dove si curano la location e i costumi – non la recitazione e non l’*impaginazione* (diciamo così).

    la retorica della televisione ha o non ha rapporti con la retorica della [nostra] scrittura [considerando la capillarità della televisione e il fatto che chi è nato dopo il 1960 è *contemporaneo dello schermo*]? ha o non ha rapporti con il modo di porgere i testi? una volta ho scritto che la fortuna della forma-antologia è parallela all’esplosione del reality show: tutto per tutti.

    *

    @ Re
    coop. libraria: Re, non lo so. a Genova e credo in altre città italiane esiste la Coop. libraria universitaria, che fa capo alla Ecig. gli studenti si associano e ottengono sconti su *ogni* libro (non solo i testi d’esame). ora, io non so come legalmente si possa organizzare, ma si potrebbe immaginare un canale di vendita che raccolga i piccoli editori senza isbn (La Camera Verde di Roma e Anterem di Verona, per esempio) e gli editori che hanno un isbn ma non arrivano al circuito (e sono i più: Fara, Inedition, ecc.). probabilmente i possibili lettori dovrebbero associarsi e ottenere sconti, e scegliere tra il pdf (senza spese di spedizione) e il cartaceo (con spese). non lo so, sogno ad occhi aperti e male: ma è inutile che ne parli io. sarebbe bello che arrivasse chi si intende davvero di distribuzione e di obblighi legali…

    @ Cristina
    hai fatto una domanda solo apparentemente ingenua. in realtà fondamentale: esistono lettori-lettori di poesia? e perché solo la poesia vive così?

  16. è una domanda, quella di Cristina, tutt’altro che ingenua: essa è il cuore di tutto il sistema poesia, di come si dispone.
    Ci sono molte risposte plausibili. Il mio pensiero sull’argomento è in fieri.
    Scusate se mi permetto – segnalo a tale proposito il libro di Alessandro Carrera (“I poeti sono impossibili”, Il filo edizioni), libro per molti aspetti illuminante, che tratta ampiamente della questione.

  17. rientro nella rete per chiedere scusa, prima di tutto: mi scuso per la fretta e la cattiva scrittura, che è poca attenzione. farò di meglio, appena possibile.

    *

    infatti quella domanda è seria. e le risposte sono legate ad un ventaglio di questioni. i poeti sono tutti primi inter pares [nessuno è inferiore o superiore; ma io ricordo bene Marzio Pieri, che è anche poeta, quando disse: "non scriverò mai un saggio come quelli di Baldacci", e molti di noi sono rimasti *muti* dopo aver *ascoltato* Mesa]; i poeti italiani scrivono in una lingua che nessuno *parla* [l'italofonia è arrivata tardi, per mediazione televisiva; e ogni italiano parla il suo italiano]; i poeti italiani tendono a scindere la voce dal corpo e il testo dal corpo (ma sull’ultimo numero di Classic Voice ci sono foto *bellissime* di Glenn Gould: un buon dissidente anche dalla pratica pianistica: Mario Bortolotto lo esalta e difende anche la *rinuncia* a Mendelssohn, Schubert, Schumann; e Gould era un uomo *solo*, ma un uomo *anche* vocale e presente): come se i poeti fossero sempre in casa, in privato, in pigiama [ma *pubblicare* e *performare* sono *il contrario* di una casa - chiusa]; i poeti italiani non scrivono testi *dirompenti* come le opere d’arte (qualcuno non le considera arte) che ho citato; i poeti italiani non hanno fatto tutti i conti con il corpo pubblico e privato di PPP; i poeti italiani sanno, ma non dicono, che la Canzone dei 12 mesi di Guccini e La Domenica delle salme di De Andrè sono *più belle* della maggior parte di ciò che si è scritto e che ognuno di noi ha scritto [lavoravo in una portineria diurna, dopo quella notturna: ascoltavo a iosa il Bolero: non quello di Ravel, ma quello di Baglioni; non ho detto Dylan o Fossati, ma Baglioni: eppure *bastava*]. i poeti italiani fanno pubblico a se stessi per paura e per orgoglio – forse perché non resisteremmo all’esterno. per mancanza del Quadrato che viveva in Amelia Rosselli: la Maestà, la Potenza, l’Inusualità, il Furore [chi li possiede, potrò scrivere anche sulla forma della mansarda e sulle mestruazioni: e scriverà *grandissima poesia*, granito che loda il granito, come Mandel'stam dice della poesia di Dante]

    molti dei migliori poeti italiani non muoiono, ma si lasciano morire – e questo è lo scandalo. che il secondo Novecento sia cosparso di morti-poeti, i Martyr Poets di cui parla Dickinson – questo è lo scandalo: la pietra in cui inciampiamo, i conti che non facciamo *ancora*.

    ho parlato all’indicativo: modo della certezza, della profezia, della superbia, dell’esagerazone enfatica e della velocità. tutto questo ora va colato, mediato con calma… mediato – spero – da *mani femminili*, facilmente…

  18. La televisione è una roba brutta, conosco diversa gente in gamba che non ce l’ha, fra cui me stessa. Non penso sia obbligatorio “farci i conti”. Ciao a tutti.

  19. Oggi, storpiando Corazzini, temo che l’unico ad essere davvero desolato sia il “povero poeta non sentimentale”.
    Sono tra quelli che reputano una grave colpa della poesia contemporanea il ripiegamento su temi per lo più intimisti o strettamente intellettuali. Montale, nella famosa intervista radiofonica, diceva che l’arte è un momento della dialettica interiore dell’autore, e che perciò non può essere orientata all’attualità se quest’ultimo non ne sente il bisogno. E’ vero, sarebbe follia criticare qualcuno per un’azione istintiva(ma solo nelle prime fasi) e pulsionale come la poesia: d’altronde, non credo che in Italia ci sia ancora qualche strenuo sostenitore dello zdanovismo.
    La mia sensazione è che di fronte alla condanna del mercato editoriale, di fronte allo strapotere dell’immagine e dell’immediatezza(ma quante persone sarebbero disposte a rileggere più volte la stessa frase, come non si può prescindere di fare con un verso?Il lettore medio oggi si aspetta da un libro esattamente quello che gli dà la televisione: non vede nella pagina una possibilità introspettiva, bensì l’ennesimo momento di esperienza indiretta, di proiezione al di là da sé, di evasione) la maggior parte degli autori abbiano scelto consapevolmente la nicchia. Quante poesie si potrebbero scrivere sull’inquinamento? Sui media? Sulle sfaccettature delle caste? Sul Medio Oriente? Sicuri che gli stessi grandi editori glisserebbero su una nuova corrente poetica, segnata da un forte impegno, a prescindere dalle forme che si scelga di utilizzare? Non so, io avrei qualche speranza.
    Certo, nel tentativo di aprirsi al pubblico, trovo prioritario l’allontanamento da squallide forme di avanspettacolo come i Poetry Slam o altri strani trapianti nei più disparati locali radical-chic. A Roma, nel Lettere Caffè Club(ovviamente si tratta di un franchising) ogni settimana c’è una gara poetica, una via di mezzo fra una serata di scambisti e un ritrovo per bohemienne dell’ultima ora. Ecco, questo non significa riconquistare lo spazio che la poesia merita, ma accettare la sua sconfitta di fronte alla spettacolarizzazione.
    Spero di essere stato abbastanza lucido, e non troppo esorbitante dal tema: scusatemi ma ho sonno e ho scritto quasi ad occhi chiusi…

    PS: L’idea della cooperativa libraria sarebbe molto buona. Sono già entusiasta di un ricettacolo di aggiornamenti e scambi poetici come La poesia e lo spirito, figuriamoci se esistesse qualcosa del genere anche in libreria. Ahimè però non è il mio campo, almeno finché non decidessi di scegliere la laurea specialistica in editoria e scrittura…ma ho prima una trentina di esami da fare(sigh)

    A presto,

    Michele

  20. Esistono due tipi di antologie, la prima è quella che rappresenta il risultato di un concorso letterario (che poi spesso concorso non è, perchè tutti, o quasi tutti, gli autori che hanno inviato i testi, vengono inseriti), la seconda è quella dove c’è un curatore che prova a fare una selezione, scegliendo tra i poeti di una generazione, di una regione o di una città, oppure scegliendo un genere (poesia al femminile) o un tema specifico (l’eros, la diversità, la città, etc). Il problema è che, anche un lettore “professionale”, che riesce in un pomeriggio ad affrontare un paio di volumi di poesia, non può leggere tutto quello che viene attualmente pubblicato in Italia, allora o sceglie tra i poeti, pubblicati dalle grandi case editrici oppure sceglie tra quelli che conosce e che gli sembrano validi (con il rischio, però, che rapporti di amicizia, di collaborazione e persino di interesse reciproco influenzino il suo giudizio).
    Perciò, siccome nessuno di noi è una macchina che divora libri, anche il curatore che parte da buone intenzioni si ritroverà alla fine in mano un volume che non lo soddisfa, se, invece, le sue intenzioni iniziali non erano così limpide, avrà forse accontentato amici e collaboratori, ma si sarà fatto qualche nemico tra gli esclusi e avrà comunque realizzato un volume parziale.
    D’altra parte le antologie andavano di moda già in passato e anche nell’Ottocento ne venivano pubblicate diverse, da quelle a tema a quelle che raccoglievano tutti i poeti che vivevano nella stessa città o che si riconoscevano nella medesima corrente letteraria.
    Sono, in fondo, un tentativo di fermare il flusso di quello che viene pubblicato, fornendone una panoramica in qualche modo statica…
    però a questo punto, in qualche modo, si ritorna alla domanda iniziale: chi sono i destinatari delle antologie? Gli addetti ai lavori (critici letterari, studiosi di letteratura), i semplici lettori (se esistono), gli stessi poeti?
    E quanto spesso le prime due categorie si sommano nella stessa persona? Sono numerosi i poeti che insegnano nella scuola superiore o nell’università (e tra i poeti di 30 anni c’è un numero altissimo di ex dottorandi) e spesso chi recensisce libri di poesia li scrive anche in prima persona.
    Cristina

  21. “Sicuri che gli stessi grandi editori glisserebbero su una nuova corrente poetica, segnata da un forte impegno, a prescindere dalle forme che si scelga di utilizzare? Non so, io avrei qualche speranza. Certo, nel tentativo di aprirsi al pubblico, trovo prioritario l’allontanamento da squallide forme di avanspettacolo come i Poetry Slam o altri strani trapianti nei più disparati locali radical-chic”.

    Michele dice bene. di quei locali – in ogni città, ne conosciamo molti. effetto di una proliferazione di primi inter pares, insisto [insisto: garantita dalla editoria a pagamento]- insisto. sulla nuova corrente a forte impegno – non sono sicuro. perche’ l’impegno esiste, ci sono Brullo e Massari e Fratus, e a suo modo Santi, e Fratus e’ l’autore di un Molosso debordante ma a suo modo utile… Quanto allo slam – non e’ il bene assoluto o il male assoluto. e’ una forma a parte, che chiede corpi e voci adatti – e’ *spettacolo*, con altre retoriche. la televisione ci avrebbe contagiati troppo, comunque… e intanto sui giornali rimbalzano le statistiche sulla delusione verso tutto, dalla politica ai treni alla qualita’ della vita… aspetto ancora – anche da Cristina – le mani femminili che traducano il mio delirio-indicativo di ieri sera…
    massimo

  22. Io non posso esserti di grande aiuto, perchè ho lasciato l’ambito della poesia per dedicarmi a quello della saggistica, certo, non posso dire di esserne uscita del tutto, sia perchè per lavoro recensisco anche libri di poesia sia perchè ho diverse amiche che scrivono e pubblicano testi di poesia… un discreto libro di poesie, se pubblicizzato bene, può anche vendere abbastanza, però, a me resta sempre il dubbio che non sia merito dei contenuti, ma di tutto il lavoro di promozione che c’è dietro.
    Ad una mia amica che, credo, scriva buone poesie, ho proposto l’estate scorsa: “Ti faccio gratis da agente letterario”. Per me era un esperimento per capire quanto, per far circolare un libro, conti il lavoro che c’è dietro… dopo sei mesi di sperimentazione posso dire che conta abbastanza, insomma, non basta pubblicare un buon libro, ma bisogna anche promuoverlo.
    I grandi autori vanno in televisione a farsi intervistare per aumentare le vendite dei propri libri, gli autori meno conosciuti si avvalgono di internet, delle riviste, della partecipazione a letture ed eventi culturali…
    ognuno, in fondo, usa i canali che ha a disposizione, con risultati finali più o meno soddisfacenti, alla fine, può sembrare una proposta “surreale”, ma se ognuno di noi scegliesse uno o due poeti che ritiene validi e, con il loro consenso, gli facesse da “agente letterario”, sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe…
    però è anche vero che, prima di promuovere i libri degli altri, gli scrittori, di solito, si affannano per promuovere i propri…
    Cristina

  23. e’ una proposta surreale, ma anche sensata. e surreale. io non ne sarei capace, ma ho fatto quello che potevo, nel campo dell’editing [da Zallio a Daino]. il rischio e’ che – come prima – il contenuto dei libri passi sotto silenzio. la merce e’ merce, sempre.

    gli indicativi deliranti di ieri sera dicevano alcune cose, sotto forma di dati di fatto – indicativi superbi, appunto. aspetto la traduzione. per esempio, Cristina: come ti poni di fronte ai coetanei? per te ci sono valori riconoscibili o e’ una notte di gatti grigi? c’e’ qualcuno di fronte al quale dire quello che diceva Pieri, che si considera inferiore a Baldacci? sembra una cosa da nulla, ma e’ fondamentale.

    cio’ che sarebbe promosso dagli agenti sarebbe, forse, e ancora, non il meglio, ma il meno peggio. conta molto anche il carattere personale: se io seguo Paola Zallio, e Zallio vince il premio Anterem [lo stesso premio di Mesa; e questo testimonia il livello di Paola] – ma Zallio [pesci ascendente ariete - carattere complesso] decide, legittimamente, di ritirarsi in seno alla famiglia e crescere un bambino, e sparire; nessuno puo’ dirle nulla. se Alessandra Greco [vergine ascendente sagittario-carattere complesso] scrive poesie *sconvolgenti*, ma Greco vive alla periferia di Firenze, e cresce una figlia piccola, e sta anche alla periferia del Gotha; di Greco non si parlera’ mai, benche’ sia al livello di Biagini e Giovenale [e per me si tratti del livello *piu' alto*; e io sagittario ascendente capricorno, carattere complesso quanto Zallio e Greco, non parlo con Greco dal 2002]. Greco ha pubblicato solo libri autoprodotti, piu’ due per Cantarena. ecco, quello che posso fare e’ dare la sua mail, che non e’ segreta. chiedetele i suoi libri, sarete sorpresi, e qualcuno forse dira’ il Te Deum che Boine disse per Campana:

    algreco@interfree.it

    i nomi sono quelli che ho detto tante volte: Giovenale, Biagini, Talon, Daino, La Chiusa, Greco, Santacroce, Suchère… nomi da Te Deum. dunque ci sarebbero gia’ tanti vetri che fanno sembrare bella la vita… poeti la cui poesia non e’ prosa, poeti che agiscono su vari fronti, poeti che non scimmiottano altri linguaggi, ma parlano *una* lingua – la loro. tutto quello che posso, da cattivo ‘agente’, e’ RIPETERE I NOMI.

  24. L’editing è un lavoro utile, ma è connesso alla qualità di un testo, non alla sua circolazione, come giustamente osservi tu: un testo potrebbe essere valido, ma girare poco lo stesso.
    Visto che vuoi i nomi, ne posso fare anch’io qualcuno, però, sono quasi tutti di persone o più giovani o più grandi di me: Serena Granatelli (anche se ha solo 22 anni e, quindi, può ancora cambiare, migliorare, decidere persino di non scrivere più poesie) Ines Scarparolo, Alina Rizzi, Evelina Schatz, le toscane(Annalisa Macchia, Lorella Rotondi, Nicoletta Corsalini, anche se risentono ancora troppo della tradizione ermetica), Mariateresa Biasion Martinelli (anche se è più brava come studiosa di Leopardi e Poerio), Fabiola Caporalini (anche se ormai fa la giornalista e la mamma ed ha smesso di scrivere poesie), Cristina Babino (anche se a volte è troppo dissacrante e pare che voglia un po’ forzare questo aspetto dei suoi testi), Laura Pierdicchi, Bianca Madeccia, Monica Maggi, Maddalena Capalbi, Giuseppina Ranalli, Sashinka Gorguinpour, Ludovica Mazzuccato, Mahnaz Badihian, Nadia Anjuman (una poetessa afghana, uccisa nel 2005), Laura Corraducci, Mariella Bettarini, Gabriella Maleti,Giuseppina Ranalli (anche se è più brava nello scrivere favole e racconti), Silvia Bre, Silvia Pagnoncelli, Antonella Anedda, Sujata Bhatt… sicuramente il mio è un canone che farà “rabbrividire” Massimo, però, sperando di non aver tralasciato nessuna delle autrici interessanti che ho letto negli ultimi tre-quattro anni, questi sono i nomi che mi sono venuti in mente.
    Cristina

  25. Visto che, come immaginavo, il mio canone non è stato apprezzato e visto che mi si chiede un giudizio sulla mia poesia, ripeto per chi non ha ancora compreso la mia posizione, che mi occupo di storia e letteratura dell’800, che non amo la poesia sperimentale, che non ho difficoltà a scrivere che preferisco Pellico a Leopardi e che la scrittrice a cui ho fatto, per sperimento, da agente letterario, è la poetessa vicentina Ines Scarparolo… spero di essere stata abbastanza onesta e sincera…
    e se non basta, pazienza, meglio di così, mi dispiace, ma non mi riesce di fare.
    Cristina

  26. grazie: per la chiarezza. il canone non mi fa rabbirividire, anzi; è molto composito, ma non è orrendo. Gabriella Maleti, per esempio, è un poeta *vero*. in privato ti chiedevo, e lo chiedo di nuovo, retoricamente: come ti rapporti a questo canone? lo consideri pari a te, inferiore, superiore, ecc. Cioè proponevo un discorso di livelli. e sbagliavo, per un misto (normale, mio e miissimo) di ingenuità e superbia: nessuno stabilisce un canone per dire: Elisa Biagini è più grande di me, Marina Pizzi è più grande di me. corto circuito, sempre. ritorniamo alla situazione dei primi inter pares, sempre e dovunque.

    in privato, uno dei più grandi poeti italiani mi scrive di lasciare la presa dei blog – ma l’ho già fatto, dopo l’India – e anche il dialogo con alcuni poeti o presunti tali. ma non credo di poterlo fare, e soprattutto non voglio. per un eccesso di beata delirante libertà; per la volontà di trovare almeno uno o una dei Piccoli, che forse legge, ci considera tutti professionisti e superiori (!), e tace per rispetto (!) [o perché lo disgustiamo], ma legge (prendilo tu questo fardello, ecc.).

    a Milano, in una notte delirante, incontrai, settimane fa, un giovane coltissimo e demoniaco (nei tratti… nel tentativo di sedurmi… nel dirmi: “seduci ma non ti lasci sedurre”). e diceva “voi” riferendosi a *tutti* i poeti. ai suoi occhi, “noi” eravamo una classe che parla a se stessa, e non a *lui* (per esempio). abbiamo idea di quanto sia fastidioso un *voi* così ampio? dovevo vergognarmi di qualcosa – penso – e cedere. dirgli: sì, sbaglio (“sbagliamo”) tutto. oppure: no. infatti: no, e nessuna seduzione.

    qui si tratta di poesia, e ne parlo come posso, senza nascondere nulla. e parlo della *cosa più cara che ho*.

  27. Il mio canone è composito per ragioni di lavoro, perché ho curato negli ultimi due anni tre antologie sulla poesia d’amore al femminile ed ho scelto le autrici che mi sembravano più valide e molte delle poetesse che ho inserito sono anche quelle che ho citato nel commento… e poi ho recensito una quarantina di libri di poesia per una rivista on line negli ultimi sei mesi e quindi ho letto molto e di tutto (i libri da recensire non li scelgo, infatti, io, ma sono quelli che arrivano alla redazione e che vengono poi smistati tra i vari collaboratori).
    Cristina

  28. Per una scelta estrema di chiarezza ed onestà, io ritengo che Ines Scarparolo, Silvia Bre, Alina Rizzi, Evelina Schatz e, anche se è più difficile per me fare un paragone di questo tipo, perché sono due autrici che hanno uno stile molto più sperimentale del mio, anche Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, siano più brave di me, delle altre mi sembra interessante il modo di scrivere, però, alcuni testi li trovo più riusciti ed altri meno…
    per quanto riguarda Sujata Bhatt e Mahnaz Badihian non è possibile fare un paragone, perchè scrivono in inglese e lo stesso vale per la povera Nadia Anjuman che scriveva in pharsi e che io ho potuto leggere solo nella traduzione inglese e quindi senza cogliere tutti gli aspetti del testo in lingua originale.
    Cristina

  29. Se nei miei testi c’è qualche errore di battitura dovuto alla rapidità nello scrivere le risposte, cortesemente non gli date peso… il correttore automatico di word, a cui sono abituata, col tempo mi ha tolto, infatti, quando scrivo velocemente, la capacità di controllare certi particolari…
    Cristina

  30. Comunque, davvero, io qui mi sento “fuori luogo”. Non amo molto Pasolini che tutti citano a piene mani, apprezzo poco la poesia sperimentale, del mio canone dove, credo, che ci siano diverse autrici valide, pare che l’unica accettabile per Massimo sia Gabriella Maleti che personalmente stimo più come fotografa che come poetessa ed, infatti, le chiesi due anni fa una sua fotografia per la copertina di un’antologia e lei me la concesse volentieri, donandomi una rosa multicolore che esprimeva bene la molteplicità dell’amore che le donne raccontano nei propri versi, perciò, ringraziando tutti quelli che hanno dialogato con me e accettato le mie osservazioni ed anche qualche piccola provocazione, saluto la compagnia e il curatore della scuola di poesia, augurando a tutti buon 2008 e torno ad occuparmi di poeti dell’800.
    Cristina

  31. E’ da un po’ che seguo questa lunga discussione, ma non sono mai riuscita ad intervenire per diversi motivi. Per paura di mancare di rispetto a Massimo, per l’enorme sconcerto e imbarazzo che provo capendo ben poco di ciò che si sta dicendo, per la mia grande capacità di fare una gaffe dopo l’altra in questo ambiente letterario di cui fino a pochi anni fa non sospettavo la natura – essendo per me i libri (e non solo la poesia, non leggo solo quella anzi diventa sempre più minoritaria nelle mie letture) oggetti d’amore e scoperta e non di scannamento e diffidenza.
    Non capisco ad esempio la storia del canone: è ovvio che ognuno abbia le sue predilizioni che non sono sempre poeti, non sono sempre italiani e via dicendo, ma alla fine è così importante esibire i santini?
    Mettiamoci nei panni del povero lettore che è solo “lettore” – cosa cerca in un libro? Le ascendenze filologiche o un significato, un senso, una verità per quanto parziale, un sentimento? Non è sul perché scriviamo o sul perché amiamo un certo autore che dovremmo concentrarci? Se leggo una recensione è il recensore non sa dirmi niente sul perché dovrei leggere, ma esibisce solo il virtuosismo dell’autore, per dire, o le sue influenze, sbadiglio e vado a fare altro.
    In questi due anni, dopo un forte stupore spesso finito in estremo disagio per questo “ambiente”, mi sono chiesta l’utilità di continuare a scrivere o leggere poesia. Soprattutto perché se una persona deve stare male che sia per i mali reali, non per un crogiolo di chiacchiere o la loro assenza. Tanto più quando ci si accorge che c’è come un difetto di prospettiva – spesso non si è in grado di valutare o considerare un libro se non se ne conosce personalmente l’autore, in questo paese. Che cosa assurda. Così si perdono i temi, la bellezza di una ricerca. Io non critico le scelte di nessuno in questo senso. Per me è difficile leggere qualcuno solo perché coetaneo o italiano – mi è capitato, ci ho provato da brava scolaretta, ma finisce sempre in fumo. La voglia di leggere viene perché cerco qualcosa, perché ho il sospetto che quel dato autore parli di un tema a me caro. E’ per questo che si leggono i libri. Per quello che dicono. Poi, chiaro, il come lo dicono è la loro forza. Ma mi sembrano cose talmente ovvie…
    Sono stata un anno e mezzo quasi senza scrivere versi. Ho scritto altro, la mia ricerca ad esempio. Il motivo principale è stato lo shock, per me che non conoscevo nessuno tranne tre o quattro poeti di cui amo i libri o che sono amici da tempo, che non sapevo un bel nulla di critici e addetti ai lavori e continuo bellamente a saperne poco, perché trovo più interessante leggere saggi di antropologia, per fare un esempio.
    Non capisco tutte le cose con cui i poeti italiani dovrebbero fare i conti. Delle cose che dice Massimo io non ho fatto i conti con nessuna, molto semplicemente e ignorantemente perché non mi sono posta il problema. Pasolini mi interessa poco. Non credo sia un crimine ed ho amato immensamente il Canzoniere Italiano che lui ha curato. Per il resto non ci apparteniamo, così, senza rancore. Non vedo il problema dell’orgoglio e della paura: riguardo al primo sono orgogliosa in modo viscerale solo dei miei affetti e di poco altro che sia me. La paura – a me il mondo non ha mai fatto paura. Gli adulti molto (ma più che paura mi annoiano), alcuni poeti moltissimo nel modo in cui ad un marziano può far paura un pesce, non essendoci più l’acqua su Marte. Su corpo e linguaggio si potrebbe dire molto, ma andrei più fuori tema di quello che già sono.
    Perché Massimo si dovrebbe stabilire un canone di inferiore o superiore? Come si fa? Non è più giusto attraversare voci semmai per giungere alla nostra?
    E soprattutto non dovrebbe essere sempre la vita, quella che non condividiamo con i poeti ma con chi capita, anche con nessuno, anche con le bestie e senza libri di poesia in mano, a importarci di più? A me piace molto ad esempio sapere come nasce un libro, quale storia lo muove. Se un autore assomiglia ad un altro è secondario, credo, sempre che non si tratti di plagio. Se un autore ruba da un altro ha semplicemente capito una piccola regola dell’arte. Sulle mestruazioni si scrive da sempre, anche perché sono una delle cose più potenti del mondo lo diceva pure Aristotele!

    Da bambina pensavo che i libri fossero un mondo dove non mi sarei mai sentita sola. Un po’ come con gli animali, anche se loro continuano ad essere meglio. Con tutto quello che ho passato (come tutti), questo mondo delle lettere italiche è paradossalmente quello in cui mi sono sentita più fortemente isolata. E ciò è molto brutto, perché non si parla di stili, ma di esseri umani. Indubbiamente buona parte della colpa è mia, sono nomade e insofferente. Dirò cose banali, sicuramente, non ho il tipo di cultura richiesta per certe conversazioni. Ma tant’è – è tutto ciò che so dire. Poi però mi torna in mente il mio di poeta, che forse è come per Massimo Pasolini, non so, che è Yeats e che credeva nelle fate e nella vita umana, imperfetta, fallace, inquieta, ma ricca di quei sogni che nessuna divinità sa immaginare. Mi ricordo anche che scrivere la mia tesi su di lui è stato un riscatto da anni difficili, dallo squallore più che dal dolore che ho provato. E penso che si scrive per questo. Almeno io, a volte. Per un riscatto. Per una salvezza. Perché qualcosa sia ricostruito come deve essere. Ogni volta che mi ricordo di questo passano le scuole, i critici, gli editori, le diatribe, l’isolamento e tutta la bella compagnia dell’assurdo e mi dico che non ho perso la bussola- che so ancora distinguere tra la carta stampata ed il mio vivere.
    Detto questo, un augurio di buon anno a tutti e se ho fatto ancora figurette, amen.

  32. credo nella magia, nell’India, nella poesia, nell’amore, nel dedicare la vita, anche a costo di uscirne. un fatto è certo: una volta Pasolini (sempre lui, alla fine: ottobre 1975) scrisse che la metà, e anche più della metà, dei ragazzi italiani sono bravi ragazzi, ma “sono grigi nevrotivi introvertiti”. ora questo si potrebbe dire per i poeti: c’è una coscienza infelice che niente smuove. o solo uno sguardo ‘oltre’… forse dovremmo cominciare a scrivere *anche* in altre lingue. quanto al resto: qui si dice 100 per dire 50. tutto va tradotto…

    a Francesca: grazie.

  33. …ma davvero grazie, non con la freddezza apparente della riga che sta sopra. grazie, Francesca. e auguri, dal cuore, a tutti, anche a chi lascia la presa. io non la lascio, per ora, non ora, e non ancora – spero. perché – comunque – credo a questi *dialoghi*. un’altra ossessione dei poeti è vivere (“meglio vivere che scrivere!”), come se scrivere non fosse *anche* vita. tutto è vita. ma la questione arte-vita è gigantesca… e forse dovremmo apprendere dai musicisti un po’ di leggerezza… è certo che Pagliarani – un nome a caso – ne sorriderebbe… Saffo scuoterebbe la cetra, e farebbe un sorriso: ragazze, venite, sentite la mia nuova ode…

  34. Un’ultima piccola spiegazione: curare edizioni di poeti dell’800 o scriverne la biografia richiede un lavoro di ricerca che necessita di pazienza, impegno, disciplina, ma, alla fine, porta a risultati che sono valutabili in modo abbastanza oggettivo, mentre scrivere poesie per me è destabilizzante, perché non solo devi fare i conti con te stessa e con i tuoi sentimenti, ma sai anche che ti esponi a giudizi molto diversi tra loro e non sempre sereni, sai che amicizie, inimicizie, rapporti di collaborazione, etc. possono influenzare anche in buona fede il giudizio su quello che scrivi… scrivere e pubblicare poesie è come navigare sempre all’interno di un mare in tempesta: a qualcuno piace, ma a me personalmente crea un certo disagio… allora, se posso aiutare qualche poeta, che ritengo valido, a far circolare i propri testi, lo faccio volentieri e, se mi si chiede chi sono per me i poeti validi, non ho difficoltà a mettere on line nomi e cognomi, però, tirate le somme, alla fine preferisco dedicarmi a qualcosa di più stabile e di più solido della poesia…
    è una scelta personale, non è che da domani per questo motivo tutti si devono trasformare da poeti in studiosi e per quanto riguarda Francesca condivido molte delle sue osservazioni e penso che deve essere lei alla fine a decidere se vuole o non vuole scrivere.
    Se ha bisogno di certezze, la poesia non è l’ambito adatto, se vuole, però, esprimere se stessa, il proprio vissuto, i propri sentimenti, il proprio rapporto con la vita, è indubbio che la poesia è il genere letterario più appropriato per farlo, al di là delle chiacchiere e delle polemiche tra poeti.
    Cristina

  35. mah, a volte mi sembra che non ci sia molto altro da fare che morire – e non per inclinazione antropologica del poeta, né per mero malessere esistenziale o psicofisico (senza nulla togliere alla malattia che, posata, sofferta o temuta che sia, gira gira ti si porta via), ma, almeno io credo, per condizioni istituzionali, che in italia sono reazionarie, oppressive e, in definitiva, mortifere. è una questione di mafiosità, che permea la dinamica delle relazioni fino al midollo, e lo fa così bene perché non c’è luogo\sede\aula\redazione\ecc. “culturale” che non risponda alle sue logiche.
    secondo me non vale la pena interrogarsi sul come e dove della poesia (sperimentale o no? performativa o no? su internet o ai reading? ecc.) se non ci facciamo qualche domanda su quali siano le condizioni politiche che permettono di scrivere, di leggere e di accorgersi delle differenze (un’istanza po\etica quella del riconoscimento del valore della differenza che credo sia in molte cose che dici, massimo). a me pare che in questo paese, dove regnano il baronato, il nepotismo, le clientele, le logge, ecc. non ci siano le condizioni perché la poesia non sia altro che generazionale (le antologie di giovani, i manifesti…), accademica (le cricche) o, altrimenti, a rischio della vita di chi (la) persevera.
    mi pare che questo abbia in qualche modo anche a che vedere con la trasgressività: per essere “contro” devi riconoscere il nemico, no? da dove viene la puzza? che non venga proprio da te stessa? per me è abbastanza semplice riconoscerci anche delle arcinote ma ancora valide (e sempre ignorate) questioni di genere. esempio: la cosa più trasgressiva che le donne poete riescono a fare è smettere di scrivere quando fanno un figlio (la poesia italiana è soprattutto generazionale per le donne – questo perché, saggiamente dico, non vogliono morire). per andare alle viscere di ciò che ci immarcisce tutti bisogna essere coraggiosi, non avere paura della solitudine, passare per matti, rischiare di perder\si (quale mamma italiana vorrebbe questo?)
    mutatis mutandis lo stesso accade nell’università (anche qui parlo per presa diretta), e – qui immagino – nelle redazioni, nelle case editrici, negli assessorati alla cultura, ecc.: chi vuole morire dopotutto? andare “contro” in italia significa rimanere soli, diventare poveri, e per scrivere (in italia e ovunque) ci vogliono ancora trecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé. qualcuno obietterà che chi è “trasgressivo” non ha vita facile neanche, che ne so, negli Stati Uniti. già, ma male che vada ha un lavoro all’università e non si deve autofinanziare i libri.
    c’è vita in questo pianeta? bisogna ricrearne le condizioni, altrimenti siamo condannati ad una eterna pantomima pseudomodernista in una sfera culturale che “non è mai stata moderna”.
    scusate se non sono stata chiara!
    un abbraccio e auguri buoni,
    renata

  36. sei stata chiarissima, Re – e lo sai: nomen omen, sia con tre sillabe sia con *una*. e quanti carismi veri si perdono? e quanti falsi talenti si inventano un carisma che non c’è? sopra nominavo, per scandalo, ma convinto: Guccini. al quale si può anche *non* arrivare mai, scrivendo. si può arrivare a Pellico, ed essere felici. [ma il salto di Cavalcanti oltre l'arca, e la lezione americana di Calvino sulla "leggerezza" - si impongono alla mente, come medicine e miti...]

    per le donne *vere* vivere è ancora difficile (altre si possono piegare a certi compromessi, che sono *anche retorici*, e parlare in modo *non pericoloso* e senza spigoli antiitaliani: rimando alla mia intervista a Chiara Daino in http://www.myspace.com/chiaradaino , non tenera: né con un genere né con l’altro). ma anche per uomini estranei a certi rituali o a un certo establishment (ridicolo) vivere non è facile. la virilità è comunque, quasi sempre, una rappresentazione; che – a differenza del teatro – ha conseguenze sulla realtà.

    vivere, appunto: è la cosa che ossessiona i poeti, che scrivono, ma cercano di evitare l’accusa di *non vivere*. ma scrivere è vivere. mi ha tenuto in vita, per il poco che vale la mia esperienza. amo Leopardi. che pianse *e* ironizzò – su *tutto*.

    torno al commento 21, che aspetta altri traduttori del suo indicativo. Re ha spostato il problema sulla politica: ETICA DI MOLTI e MOLTE. da qui si riparte: *c’è vita su questo pianeta*? vita *intelligente*? [parlo di *intelletto d'amore*, e di *donne gentili*]

  37. Come sempre, mi ritrovo in parte, in ognuno dei precedenti interventi, tanto che alla fine, non ricordo più quale era il mio punto di partenza: il nocciolo della questione.E’ come se, a forza di parlarne, mi allontanassi maggiormente dall’obbiettivo, dal senso, perdendomi nella discussione. Forse sono fatto male.
    Leggo tante cose, ma rileggo solo quello
    che Mi piace.

    La mando questa? non la mando?
    oggi la mando.

  38. ho trovato bellissima questa descrizione, di Re:

    una eterna pantomima pseudomodernista in una sfera culturale che “non è mai stata moderna”.

    lorenzo

  39. Che Silvio Pellico era un “grande poeta” non lo dico, ma l’ha scritto Stendhal nel “Viaggio in Italia”. Peccato che dopo quasi 200 anni non se ne ricordi più nessuno e che tutti siano soltanto convinti che Pellico sia un mediocre scrittore che deve la sua fortuna al fatto di aver scritto un libro di memorie sulla propria esperienza in carcere.
    Cristina

  40. @ sì, come anche uomini *semplici*, tienlo per certo, altrimenti saremmo già una razza (umana e poetica) estinta; buona vita, nova possibilmente, Viola

  41. e si potrebbe anche rincarare la dose sul non-moderno che fa il postmoderno: un paio d’anni fa Marco Giovenale scrisse che la maggior parte della poesia italiana contemporanea è “contemporanea al 1940″. è una frase dura, che va – anche questa – tradotta e semplificata, con distinzioni precise. oggi (sto di nuovo male – la mente collega a caso) pensavo a quando su Telemarket Alessandro Orlando esaltava le serigrafie di Giovan Francesco Gonzaga, dicendo “i vostri figli lo studiano a scuola! è l’ultimo maestro figurativo classico italiano! ha dipinto con De Chirico!”. ma io non ricordo di aver “studiato” Gonzaga.

    Leopardi (il *figlio*, di cui Giordani scrisse “inveni hominem”) è una grossa e grave pietra d’inciampo – comunque e sempre. ma non lo si confonde con altri. così come Gonzaga *non è* De Chirico. su alcune cose si fonda la cultura della nazione; altre possono/devono essere semplicemente studiate.

    intorno alla semplicità e alla trasgressione – fiumi di parole. ma Davide si denudò e danzò “di fronte al Signore”. e fu criticato: come, il re d’Israele, si denuda davanti alle serve? sì. in onore del Signore, questo e altro, e anche peggio – risponde Davide. siamo sempre a quel punto: trasgressione del ruolo, servitù felice, poesia che si piega e contorce e ride, corpi *nudi*… e la paura che la poesia sia TUTTO, mentre – per coerenza con tutte le precarietà possibili – la poesia deve essere solo una parte. oppure no.

    così oggi ho scritto la quarta puntata di questa scuola. la debolezza porta consiglio. e ho scritto del santo re selvaggio Davide. e di altre cose innominabili (nel nostro piccolo mondo). anche questo è triste: si studia per aprire la mente, ma ci sono amici colleghi compagni che scuotono la testa se citi Aldo Busi, se nomini un cantautore…

  42. Nel mio “canone” avevo citato la scrittrice torinese Mariateresa Biasion Martinelli, solo che, a forza di sentir citare Leopardi, ho commesso un’imprecisione, perché Mariateresa non si occupa di Poerio e Leopardi, ma, oltre ad aver curato l’edizione delle Poesie di Poerio, ha curato l’edizione delle poesie d’amore di Foscolo ed un saggio su Foscolo come traduttore dal greco antico… magari Mariateresa non passerà mai da queste parti, però, mi sembrava giusto inserire lo stesso questa piccola rettifica.

  43. M.S. racconta:

    “un paio d’anni fa Marco Giovenale scrisse che la maggior parte della poesia italiana contemporanea è “contemporanea al 1940″. è una frase dura, che va – anche questa – tradotta e semplificata”

    io per conto mio la interpreto e la semplifico così (ma non pretendo di aver ragione):

    “ecco, così, la mia poesia – che è contemporanea al 1970 – è davvero absolument moderna!”.

    long live whatever! (cfr. http://www.modrevival.net)
    lorenzo

  44. @ Lorenzo

    ben venga il 1970! e Fluxus… e i cartoni animati…

    ***

    le cose sul campo sono molte. di decine di righe [di commento], ne vengono raccolte solo alcune, isolate, e altre scompaiono. è il lato *orale* del web – ed è quello che forse dovrebbe essere superato (credo). in generale: forse siamo troppo concentrati sulle singole esperienze. per esempio: nella puntata precedente Sinicco ha difeso la sua poesia (e questo è bello: si ha il *dovere* di difendere il proprio lavoro); ma non ha citato Baldi e Molinaroli e altri, che erano anche più centrali nella discussione [e anche, a dire il vero, più criticati: non perché il loro lavoro sia insincero - *tutt'altro* - ma perché rischia di appiattirsi in un'unica poesia, senza identità].

    oppure: il canone proposto da Cristina corrisponde al lavoro critico della stessa Cristina: il “mio” canone [ma 'canone' tra virgolette, per la giusta umiltà che queste cose chiedono]. e Cristina, per esempio, non si occupa del discorso sulla trasgressione *mancata* della poesia.

    oppure: io stesso cito Marco Giovenale perché è, in primo luogo, un amico [e l'amicizia tra due persone adulte contiene diversità e stonature - non si canta all'unisono, e non avrebbe senso].

    in una prosa ho scritto, una volta: “c’è troppa personalità, in questi appunti”. siamo molto lontani dalla poesia-“stretta di mano”. parlavo di me. e la puntata scritta ieri farà giustizia di questa personalità – esce dal ‘mio’ seminato.

    bisogna vedere che cosa si semina: quale indovinello veronese agisca dietro, o quale ironia culturale, o quale disperazione… [ma oggi va meglio: stanotte però il corpo urlava; e un po' di chimica, pesante, ha dovuto fare il suo lavoro.]

    il commento 21 aspetta ancora i traduttori “con lievi mani”. anche la provocazione televisiva. anche quella di/su Guccini… e anche le parole di Re aspettano conferme e proposte e risposte.

  45. Ho evitato di partecipare alla prima discussione ed eviterò di continuare anche in questa perché non si può discutere con chi parte dal presupposto di essere l’unico in grado di poter anticipare di ottant’anni il giudizio dei tempi. Caro Massimo, se non vedi la differenza tra me e Ariano e quella tra Molinaroli e Del Sarto, ecc. ecc., il problema non è dei poeti in questione ma del punto da cui li guardi, che – oggettivamente, ne converrai – non è quello del 2080, ma quello della tua mattonella presente, a meno che il tuo corpo sacro – unico metro delle tue valutazioni, a quanto pare – non abbia sperimentato anche il viaggio nel tempo.

    Quando vuoi, sono disponibile a discutere i presupposti e gli esiti della mia poesia, come ho sempre fatto, senza minimizzare le critiche che mi si possono fare. Venirmi a dire che non c’è differenza tra me e gli altri che nomini è un parere che rasenta l’offensivo per quanto tende alla semplificazione e alla elisione della critica. Offensivo per tutti i coinvolti, si intende. Di sicuro è una argomentazione che non depone a vantaggio della tua intelligenza ma si può accettare solo in funzione della fede che in te si può avere o non avere.

    Per quanto mi riguarda, dico solo che se ti fossi imposto la pena di cercare di interpretare il mio libro come opera, forse potresti dire qualcosa, visto che “Capitoli della commedia” è l’unica mia opera autonoma autografa e che quindi è quantomeno ciò che si dovrebbe prendere in considerazione quando si parla della mia poesia. Ma vedo che tu – sacerdote della sacralità della poesia – preferisci distillare pillole di sapienza a partire da delibazioni superficiali, ammiccamenti, sfioramenti, quando non si tratti dei tuoi testi sacri. E non è la prima volta che mi citi, a sproposito (visto l’ignoranza da parte tua dell’oggetto), come esempio di ciò che non si dovrebbe fare in poesia, di ciò che sarà dimenticato; per farla breve, cercando di intonarmi alle tue categorie: di “non poesia”, presupponendo da parte mia non certo la disonestà (grazie) ma sicuramente l’ingenuità (rimando al mittente, grazie).

    Intanto “Capitoli della commedia”, unico oggetto che dovrebbe riguardare la discussione se si parla della mia poesia, resta assolutamente inosservato, anche da te che però non ti periti di parlarne. L’unica discussione seria a cui sono stato chiamato a partecipare intorno al mio libro, a parte quelle avvenute dal vivo in incontri e presentazioni, è avvenuta su “Liberinversi”, dove le critiche sono state espresse criticamente (dovrebbe essere tautologico, ma a quanto pare non lo è) e hanno dato vita a un dibattito utile a comprendere qualcosa e non solo a promuovere qualcosa. Per il resto, l’unico contributo critico serio che ho letto è stato quello di Daniele Piccini su Atelier. Altri due interventi seri che mi erano stati preannunciati ma sono stati però bloccati da vicissitudini editoriali sono quelli di Mimmo Cangiano e di Alberto Bertoni. Purtroppo, a quanto mi risulta, non sono al corrente di altri che abbiano cercato di darne una lettura organica, ad eccezione dell’attenzione (che mi onora) di Stefano Massari. Non mi lamento del silenzio, come non mi lamento delle critiche, perché so come vanno le cose e, non per caso, quasi in contemporanea con l’uscita del libro ho scelto di rifugiarmi in un silenzio sia critico che relazionale. Mi dolgo invece di giudizi sommari e pregiudiziali, come mi appare il tuo, almeno nei termini in cui è espresso.

    Sulla tua poesia (che non capisco e non apprezzo e – se proprio dovessi esprimere un’opinione – ritengo destinata all’oblìo anche prima di quella di coloro che citi in mia compagnia) non ho niente da dire e ho quindi la buona creanza di tacerne. Rientreresti nei limiti di una ideale deontologia della critica, se facessi altrettanto nel caso che tu non avessi niente da dire sulla mia oppure, se tu lo avessi, che lo esprimessi a partire dall’unico dato oggettivo, il mio libro, e non su discorsi campati in aria. Cosicché anche le tue critiche fossero verificabili/falsificabili e esprimessero una posizione potenzialmente dialettica, e non solo l’emanazione/corollario di una celebrazione autoreferenziale della tua poetica.

    Buona anno e buone lezioni a te e a tutti i tuoi allievi. Martino

  46. caro Martino, sono felice che questo commento sia pubblico. non lo contesto e non lo difendo: lo abbraccio e lo condivido.

    infatti il tuo commento aiuta *anche* a definire i limiti di questa scuola (chiamiamola così). ora il lettore ha in mano i due corni della questione: ha la possibilità di vedere *dialetticamente* tutto – i due modi. ed è libero – ora più che mai – di maledire questa scuola o dire che è un lavoro folle.

    definisci “testi sacri” quelli a cui mi appoggio: è vero, li considero tali, non da ieri. quindi non posso risponderti nulla. lascio al lettore la possibilità di scegliere o di lasciare. e di sceglier*ti*, se vuole, visto che i limiti non esistono più, e tutto è in tutto, e ci si appoggia al poco che ci rimane.

    la prospettiva del 2080 era enfatica e forzata – ma non del tutto irreale. obiettivamente, io continuo a non vedere una possibilità di distinzione, nel futuro, per molti. ma tu interpreti alla lettera quello che qui è (lo dico sempre) *indicativo* – per cui allegorico. il senso letterale è vivo, comunque, ma è solo una parte.

    [quanto alla mia poesia, che non apprezzi, ecc. - parla una *sua* lingua. se scompare, non scompariranno l'Italia e l'italiano, ma solo la mia poesia. dunque il danno sarà poco, quasi nulla. ma se scomparisse l'italiano - e certamente si evolverà in direzioni *mondiali*, perché gli italiani si stanno estinguendo (ti rimando al sito dell'istat e alle sue proiezioni per il 2050) - scomparirà quasi tutto. sarà - in questo caso - una necessità storica, e quindi non ci saranno grossi rimpianti]

    ***

    hai difeso con onore il tuo lavoro – e questo ti onora. quello che ho detto non depone a favore della mia “intelligenza” – infatti ho detto e scritto, più volte, che non amo e non desidero il piacere dell’intelligenza (che per me – lo dico da filologo e da allievo di un Intelligente come Sanguineti – non è un piacere).

    ***

    glossa su Pellico
    se la pagina di Stendhal è quella che ricordo: Stendhal non dice che Pellico è un “grande poeta”. dice semplicemente: è una brava persona, è molto educato, non ha avuto fortuna, non ha la potenza di Monti e la sua Francesca da Rimini dipinge divinamente l’amore. mi pare che dica questo.

    ma il problema non è Pellico sì o Pellico no. il problema è – anche – di *fede*: a quale ‘dio’ credere (a quale poesia, e perché, e fino a quando, e a che prezzo, ecc.):

    E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
    che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
    che ho imparato a pescare con le bombe a mano
    che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
    con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
    ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria

    e a un dio senza fiato non credere mai.

    ***

    ecco: con o senza fiato, vivente o non vivente.

  47. “Ho già parlato di un giovane che scrive nella lingua di Ariosto e di Alfieri, e che promette all’Italia un grande poeta, si fata sinant: si tratta di Silvio Pellico. Siccome guadagna appena milleduecento franchi col suo insopportabile mestiere di precettore di bambini, non aveva né denaro né vanità sufficienti a far stampare la sua tragedia “Francesca da Rimini”. Gliene ha coperto le spese il signor Ludovico di Breme. Pellico mi ha fatto leggere i manoscritti di altre tragedie, che mi sembrano più tragiche e meno elegiache di “Francesca”. La signorina Marchionni [Carlotta Marchionni], la prima attrice tragica di qui, diceva in mia presenza a Pellico che la “Francesca” era stata recitata per cinque sere di seguito a Bologna. Pellico descrive l’amore molto meglio di Alfieri.”

    STENDHAL, Roma, Napoli e Firenze. Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria, Roma – Bari, Laterza, 1990, p. 81.

    Non è un problema di difendere o attaccare un autore, morto nel lontano 1854, e che, quindi, non può avere né vantaggi né danni dalle nostre discussioni, e la questione non è neppure che, siccome Pellico è una mia passione, da domani tutti ne devono diventare lettori altrettanto appassionati. Tuttavia mi sembra che siamo sempre quasi tutti schiacciati sul presente e che, se ricordiamo il passato ci sono Dante, Leopardi e nient’altro. Ma è giusto leggere solo i contemporanei? O non farebbe bene leggere anche qualche autore del passato e, se si parla dell’800, che è il mio ambito di studio, perché non provare ad accostarsi ai testi di Berchet, di Poerio, di Tommaseo, di Nievo, ma anche di qualche poetessa come Erminia Fuà Fusinato, Cristina Archinto Trivulzio, Laura Beatrice Oliva Mancini, Diodata Saluzzo Di Roero?
    Certo, uno studioso di letteratura del ‘600, potrebbe allora sostenere che farebbe altrettanto bene leggersi tutto l’Adone di Marino, ma, in fondo, io vorrei proprio questo: un cambio di prospettiva… leggiamo anche gli autori del passato, ognuno può scegliere quelli che sente come stile e contenuti più vicini alla propria sensibilità, io amo l’Ottocento, ma qualche collega di dottorato mi diceva che lo trovava troppo retorico, troppo basato sul binomio patria e amore, perciò, mi piacerebbe sapere dai poeti giovani contemporanei se dovessero scegliere un peiodo o degli autori, tagliando via per un momento il ‘900, cosa sceglierebbero.
    Cristina

    P.S. sono tornata da queste parti, perché immaginavo che di fronte all’affermazione “Pellico è un grande poeta”, Massimo avrebbe dissentito!!!

  48. di che cosa si parla quando si parla di poesia? dell’io? della poesia? della storia? della volontà di riconoscersi nei *propri* autori? torno a dire: Gonzaga non è De Chirico – non per mancanza di perizia tecnica, ma per *mancanza di storia*. di che cosa si parla quando si scrive una poesia che riguarda la “merda gialla”, il “frigorifero”, le “trentadue lattine” di birra? di che cosa si parla in una poesia che racconta la colf filippina che non sa dell’undici settembre? di che cosa si parla quando si scrive sulle proprie masturbazioni? di che cosa si parla quando si parla di Pellico? di che cosa si parla quando si antepone Pellico a Leopardi? insomma: perché tanta PAURA DELLA POESIA? perché tanta PAURA di una poesia che non voglia essere solo una parte della vita, ma *tutto*? perché si ha tanta paura di ciò che non è (neo)crepuscolare? anche la Metamorfosi di Kafka è ambientata in un appartamento – ma è (assolutamente, e *sacralmente*) UN’ALTRA COSA. anche Amelia Rosselli parla della mansarda e delle mestruazioni – ma (lo ripeto) con Maestà, Potenza, Inusualità e Furore. anche K. Satchidanandan parla di come lava una figlia diversamenteabile, che da sola non potrebbe – ma non è vita piccola.

    e perché il realismo *grande* – quello che è stato di Vittorini, di Pavese, di Pasolini, di un grande cinema, di Petri, ecc. – si riduce al frigorifero di San Precario? la parola d’ordine è ridurre ridurre ridurre ridurre ridurre; e simulare un amore per la vita, in modo che nessuno possa dire “preferisci l’arte alla vita”.

    e il vero realismo, quello che guarda oltre il frigorifero, oggi è dei romanzieri. e di Gomorra di Saviano – che piaccia o meno. e del Tiresia di Mesa – che piaccia o meno.

    e la propria sensibilità è sacra e intoccabile, perché è la sensibilità di un essere umano. ma la storia – la storia è un’altra cosa. gli effetti di un fenomeno *umano* vanno letti con una cura che *supera* la *propria* sensibilità. dal punto di vista personale, Pellico o Morandi possono piacere più di Leopardi o di Dylan (e io ascolto Baglioni e Consoli, spesso: sapendo chi sono e che cosa non possono essere). dal punto di vista storico – no. ci sono (diciamo una parola strana) anche gli *epifenomeni*.

  49. e segnalo questa lettura di Elio Copetti, a partire da questa “festa dei sensi” – affilata, come deve essere, perché ritorna sul problema che conta *davvero*: quale conoscenza emerga dalla poesia, dai corpi, ecc.:

    http://elio-c.splinder.com/post/15312028#comment

    alla fine, Elio chiede e si chiede: “E se il nostro corpo, inteso come capacità di “comprendere” (understanding) avesse oramai percorso tutta quanta la “carriera terrestre” che era nelle sue possibilità? E se rimanessero oramai dei margini soltanto per l’explaining?”

    dunque: è *già* la fine della storia? il mondo *non virtuale* ha (già) esaurito la sua scorta di realtà? dunque solo una “seconda vita” – o no?

    [a titolo personale, come su un foglio di diario : se parlo di "sensi" e di "corpi" è conoscendo *ciò che ho perduto* e ciò che *si può essere*]

  50. È un problema di “mercato” Massimo, tutto qui. Nella società degli sms dei tvb dei tvtb e di mille altre amenità wireless cosa vuoi che importi alla gente della poesia? Mi dispiace dirtelo caro amico, ma dovrai accontentarti di quei quattro gatti che vengono ai reading, la ragione è molto semplice: i reading sono l’evento più noioso che si possa immaginare, meglio tre ore di fila davanti a un museo… Ha vinto la società dell’immagine e del “non ho mai tempo”, che ci vuoi fare? Il poeta deve adeguarsi alla realtà della sua epoca se vuole sopravvivere. Intendo dire se vuole ottenere qualche riconoscimento da parte dei contemporanei. Altrimenti deve rassegnarsi a vivere la poesia nell’ambito delle proprie mura private. La tua “scuola” non è un modello vincente, è questo il punto. I litigi fra poeti non sono molto diversi da quelli fra ingegneri medici avvocati… Di certo non aiutano la “causa”.

    Pasquale

  51. forse: siamo alla fine di un percorso anche storico, e questa fine si esprime con un certo anti-stile, che (piaccia o no) ha nell’ultimo Montale e nel ‘secondo’ Sanguineti i suoi punti di riferimento (mi ricordo Pieri – il mio carissimo geniale Pieri . che ad un convegno, a Parma nel 2002, urlò: “l’argomento segreto dell’ultimo Montale è la MERDA!”).

    oppure: non siamo alla fine di nulla, ma la percezione generale è *questa*, tra il nuovo crepuscolarismo e l’attesa millenaristica. [il cinema fotografa e riproduce e *ci vende* da decenni la paura (e anche l'attesa) della catastrofe]. una poesia di Baldi, in Capitoli della Commedia, inizia con il cibo, consumato a sazietà, e finisce con l’invocazione dell’apocalisse. io non ho niente da rispondere. mi sembra solo di capire questo: **i poeti non hanno mai creduto tanto poco alla poesia, anche se se la pagano di tasca propria**, con il lavoro. e sono gli stessi poeti per secoli hanno urlato “poesia è teologia” (Boccaccio), “i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo” (Shelley), “divina è la parola” (D’Annunzio; ma potrebbe essere anche Ebner, o Luzi). perdita di aura, perdita di carisma, moltiplicazione dei nomi (in un articolo per Atelier sulla “conoscenza poetica”, ho provato a rispondere così: non ha più senso interrogarsi sulla conoscenza poetica come se fossimo Maritain o Heidegger; ormai, i nomi da tenere a mente solo talmente tanti che la conoscenza poetica è la conoscenza dei nomi dei poeti). Furio Colombo scrisse su “Panta” un articolo in morte di Tondelli. e scrisse: è finita l’epoca in cui veniva in casa “il Primario” e “sembrava Dio stesso in visita”.

    ci si potrebbe chiedere, come l’Islandese di Leopardi (sempre *Leopardi*): a chi PIACE o a chi GIOVA questa vita crepuscolarissima e ridottissima della poesia, conservata con danno e con morte di tutte le cose che la compongono?, ecc.

    dunque: è ovvio che questa “scuola di poesia” non possa essere “vincente” (tanto più che non c’è niente da vincere; e chi darebbe un premio? a *noi*?). i reading sono noiosi – spesso. non sempre. dipende dal poeta che legge [ma chi ha sentito leggere Pagliarani o Rosaria Lo Russo - non si è annoiato, non credo che possa essersi annoiato].

    e le quattro mura private saranno una soluzione (credo) solo quando saremo veramente sotto assedio o sotto una morsa micidiale, come i cittadini di Stalingrado nel 1942 o i nostri *fratelli* nella Baghdad di oggi. fino ad allora – credo che convenga esercitare *almeno* la critica – a partire da se stessi. tu, Pasquale, hai passione e vita – sento che parli della poesia come uno che l’ha amata con tutto se stesso, e l’ha vista partire, e non ha potuto trattenerla (se è questo il tuo sentimento – non sai quanto ti capisco, perché tutta la mia vita è un continuo *non trattenere*)
    massimo

  52. Sono vivo

    Tento di afferrare brandelli di carne
    agonizzanti su nuvole di catrame.
    Sono scampoli di rugiada
    che danno sollievo
    al disincanto di un percorso.
    Lo intrapresi a piccoli passi,
    con la misura breve di un cuore
    disorientato tra mille incertezze,
    nel faticoso discernimento quotidiano.
    Entrai nel dedalo dell’indifferenza,
    conobbi l’ipocrisia
    di morti parlanti.
    Cercai invano qualche briciola di poesia
    tra cumuli di carcasse putride.
    A un passo dalla decomposizione
    ho trovato la mia panacea,
    quel medesimo spettro
    che mi ha tormentato per anni:
    ho scoperto gli abissi dell’anima,
    la vera essenza del mio essere
    vivo fra pochi,
    vivo fra cumuli
    di morti parlanti.

    Pasquale

  53. per quanto mi riguarda la poesia svolge un ruolo di “compensazione” a una deriva razionalistica; sto leggendo Un’idea dell’India di Moravia. a pagina 25 l’autore afferma che, nel caso del mondo occidentale prevale la concezione che “l’uomo è spinto a rendersi utile ai suoi simili, alla società, all’umanità, con la massima buona volontà e una viva speranza di progresso”; nel caso dell’India, “l’uomo non s’interessa al mondo e considera la vita terrena sia come una commedia alla quale è tenuto partecipare, sia come un assurdo pellegrinaggio attraverso il tempo fino alla propria casa nell’eternità”. alcune considerazioni: oggi si è persa, in gran parte, la volontà (velleità) di redersi utili per cambiare qualcosa, forse perché non c’è senso di appartenenza, resta però quell’imprintig storico, il voler cabiare e rendersi utili alla società, una società, la nostra, in cui l’individualismo sfrenato frena ogni volontà di realizzare qualcosa di collettivo. da qui orgina, forse per compensare, un bisogno intimistico di spiritualità, verso il modo indiano per intenderci, tuttavia frustrato dall’eccesso di razionalismo.

  54. Massimo, e con questo chiudo (non per altezzosità, sia chiaro, ma perché ritengo che nessuno sia interessato a seguire qui questa discussione, che comunque sono disponibile a riprendere con te in qualsiasi momento) io nel commento non ho criticato la validità delle tue inclinazioni e delle tue poetiche, o la impostazione della tua “Scuola di lettura” e niente di quel che tu mi rispondi. Bensì mi sono lamentato della tua mancanza di deontologia (che chiunque voglia fare “lezione” dovrebbe avere).

    Liquidare il lavoro altrui senza dimostrare di essersi interrogati sulle sue ragioni, ma semplicemente dando per acquisito e valido un proprio pre-giudizio, è quanto di meno istruttivo un insegnante possa fare. Quale che sia il contenuto in questione. O dobbiamo mettere tra asterischi anche *insegnante* ? Non sono io che ho intitolato questa serie “Scuola di poesia”. Tu con quegli asterischi ti riempi di alibi. Prenditi la responsabilità di definire il significato delle parole che usi e non di nasconderle dietro gli asterischi.

    Certamente ognuno sceglierà che valore dare ai giudizi di chi non fa critica ma emanazione. Ognuno dà il suo; su questo non ci piove. Non c’è bisogno – per fortuna – che evochi il libero giudizio. Io do il mio: la tua è una posizione assolutamente pregiudiziale, idealistica, autoreferenziale per autodefinizione, primonovecentesca, dannunziana. Mi si scusi l’immagine, che utilizzo non per essere offensivo ma per forza di metafora: sei un D’Annunzio senza coglioni e quindi ti trasformi in un sicario vestito da frate.

  55. Martino… negli altri commenti ho parlato di Capitoli della Commedia. e non nego la tua ispirazione e la tua sincerità; non sento vicino il tuo particolare realismo (e *presuntuosamente* lo considero non costruttivo – presuntuosamente, ma quasi ogni frase all’indicativo – a meno che non esca dalla bocca di Dio stesso – è presuntuosa). il realismo di Pasolini parla di Recife e di Isfahan; quello di Testori vede il Riboldi Gino che si vede e muore; nel tuo realismo, per ora, si vede un piccolo mondo. secondo me, e in tutta sincerità.

    *

    gli asterischi servono *solo* a marcare i CORSIVI. siccome non sono redattore di lpels, e non sono io a postare i testi, e wordpress non riceve i corsivi di word – non mi sembra il caso di obbligare Fabrizio a formattare il testo. quindi *asterischi*.

    la mia posizione è pregiudiziale, forse. non critica, ma emanazioneé è vero. e che titolo avrei, per fare critica, se serve un titolo, per farla? io non ho titoli, ma solo maestri, da Sanguineti a Dronke. insegno solo a dei (barbari, bellissimi) tredicenni, un mese all’anno. insegno poesia – tutto quello che posso.

    forse la posizione è dannunziana (D’Annunzio è, come Busi e Pasolini, un altro degli autori che non sta bene citare tra intellettuali; ma io voglio bene a D’Annunzio). quanto ai coglioni – ti invito (senza polemica, ma davvero sinceramente) a vivere una settimana con me. a mangiare quello che mangio io. a sentire il freddo che si sente in salita degli Angeli 36, Genova. quanto allo stesso Gabriele – i coglioni li tirò fuori a quasi 60 anni. prima, chiunque lo avrebbe considerato un genio, un pervertito, un cattivo pagatore, un drogato…

    Ma è anche ovvio che Gabriele era, da sempre, *la stessa persona* – la stessa maschera e lo stesso Signore.

  56. Piccolo mondo??? Ma ci prendiamo in giro??? E’ questa la misura di un realismo??? Cosa racconta e dove ambienta??? Ma stiamo scherzando?!? Non si misura così il realismo!!!

    Ma se è questa la questione… Nel mio libro c’è un uomo piccolo che si distrugge di alcool e cibo in una qualsiasi delle nostre città (mi spiace che non sia Recife), anche se si racconta con auto-ironia; c’è una pensionata settantenne che si getta dalla finestra; c’è una ragazza alla prima maternità che perde il bambino per un aborto spontaneo a gravidanza avanzata; c’è una folla di ragazzi handicappati che danzano e ridono (come Busi, guarda un po’… ma senza lo stesso narcisismo!); ci sono le cose che purtroppo o per fortuna fanno l’identità collettiva in cui ci muoviamo per analogia o opposizione; c’è pure Pasolini ma nessuno se ne accorge perché – ci mancherebbe – Pasolini è uno solo (quello custodito nel tempio degli adepti); c’è una riflessione in forma di assurda ballata “noir” sul concetto di crisi della tradizione e superamento delle morali idealistiche; c’è un esperimento di mescidazione tra poesia, narrativa e dramma non in termini banalmente contenutistici ma nell’idea di composizione prospettica della voce e dello sguardo; c’è il grottesco, il lirico, l’elegiaco, il comico, il tragico, il greve, il letterario; c’è la nascita, la morte, la disperazione, la gioia, l’umiltà, la leggerezza, la profondità, il dolore, la libertà, l’ironia, l’angoscia, l’indignazione, la dolcezza, l’assurdità, l’amore, il rimpianto, la speranza, la disillusione e la speranza di nuovo; c’è la sfida di fertilizzare il tragico senza tradirla; c’è il tentativo di riformulare una proposta di orizzonte morale in cui collocale le inezie nostre e altrui a partire dal valore della vita e dalla coscienza del nulla che la circonda e su cui si afferma; ci sono le piccole cose di tutti i giorni e la loro apertura verticale verso il senso che hanno, non hanno, cercano o hanno obliato per sempre; c’è soprattutto il tentativo di realismo plurimo, l’ombra che di ogni cosa e stile e voce e scelta dice “sì ma anche” , perché un realismo virtuoso (e moralmente costruttivo)- spererei che lo si sia imparato definitivamente – non può ormai che essere un “sì ma anche”.

    Senti… piccolo sarà il tuo cantuccio genovese di salita degli Angeli 36 (che poi, Massimo, dovresti sapere almeno quale sia stata e sia la mia vita per paragonarla alla tua) e la tua convinzione d’aver già trovato alla tua età una verità da emanare e su cui misurare gli altri, senza nemmeno prendersi la fatica di conoscerli.

  57. caro Martino – ecco, finalmente, la POESIA che danza (come Davide, come chi danza davanti “alla presenza di Dio”). è nel commento infuriato e bellissimo che hai appena scritto, dopo le prime 3 righe. grazie. (quanto alle ultime 4 righe: conoscere gli autori? no: gli autori pubblicano libri per questo; e per questo si scrive; io non conosco Martino, conosco il libro firmato da Martino; non sono degno di giudicare Martino, ma ho il diritto di trovare limitato il realismo del frigorifero, della merda gialla, della scopa di Peppino, ecc.). Recife e Calcutta e il mondo, in ogni caso – sono, appunto, *il mondo* (che, per inciso, non parla l’italiano).

    *

    quanto alla questione del 2080. prendi il solito Marco Giovenale. può piacere o meno, può essere umanamente antipatico o meno, può darsi che esista un ambiente romano o no (e non me ne importa *nulla* – sia chiaro). ma la sua poesia non ESPRIME una personalità – HA personalità. cioè, se lo confondi con qualcuno, lo confondi con il primo Viviani e con Cagnone. ma sono 3, non 20. e se Giovenale scompare, scompare da solo. ma se rimane – rimane quasi da solo, per decine di anni: per riconoscibilità, per (citazione) “altezza d’ingegno”.

  58. Massimo, liberissimo di trovare limitato il realismo del frigorifero, della merda gialla e della scopa di Peppino. Anch’io lo troverei limitato se quella fosse la “cifra” a cui ricondurre il libro. Ma interpretare così i “Capitoli della commedia” è come aprire la Tempesta di Shakespeare (fatte le dovute immense riproporzioni) e leggere soltanto la parte di Calibano. Il realismo minimo degli elementi, come ogni altro elemento dei diversi e continuamente contraddicenti ribaltamenti tematici o stilistici del libro, è un personaggio-voce-prospettiva-anima/stato d’animo che sta sul palcoscenico del libro come sta un personaggio sul palcoscenico del teatro. Come degli eteronimi anonimi. Perché quel che disse Bernhard del teatro, (“Il teatro è l’insieme di tutte le mancanze di via d’uscita”), per me si può prendere di sana pianta come definizione di ogni arte e in quello sventurato libro il movente soggiacente, la forma di percezione/rappresentazione del reale che informa tutto, è esattamente quella. E tra tutte le mancanze di via d’uscita c’è anche quel realismo lì, ma non è il libro.

    Mi dispiace che quasi nessuno abbia compreso quello sventurato libro… ma nessuno ci ha provato, perché è più facile fermarsi di fronte alla parola merda, trarre delle conclusioni e storcere il naso (come se nella vita non esistesse e come se perfino padre Dante non ne avesse fatto buon uso), oppure leggere la parola frigorifero e etichettarlo come minimalismo oppure leggere che ci sono due poesie su Zidane e Carmen Consoli e considerarlo un libro pop, oppure elegiaco per le poesie sul suicidio, o lirico per quelle sull’amore o sentimentale e massimalista per la canzonetta sulla non-nascita di Martina… In molti hanno rilevato le discontinuità e nessuno ne ha tratto le conclusioni, anzi magari mi ha pure dato dell’ingenuo. E che diamine, somaro sì ma ingenuo no! Sapevo dove stavo andando quando ho pubblicato il libro; ho preso il tempo di pensarci, non sono un bambinetto di sei anni che scrive i bigliettini della festa del papà. Non a caso ho accettato la proposta di Merlin di pubblicare il libro soltanto un anno e mezzo dopo che me l’aveva fatta.

    Sono tutte mancanze di via d’uscita, tutte quelle che potevo mettere in scena sono lì. Certo ce ne sono altre che non sono in grado, ahimé, di percorrere ma non si può tendere all’esaustività in un’opera, sarebbe assurdo. Si accenna una rappresentazione della nostra idea di verità e per me la verità è nella poesia intesa come totalità, non in una singola opera, come la sapienza nella totalità della filosofia e non nel pensiero di un singolo pensatore. E’ una questione profondamente morale per me quella del concetto di voce, perché la voce in poesia è la forma della verità. E quindi… eccola lì, la forma del libro, lontanissima dall’identificarsi nel realismo piccolo a cui l’hai crocifissa. E molto ma molto diversa dal libro compattissimo stilisticamente di Gabriel Del Sarto, da quelli dettati dalla rabbia assolutamente anti-letteraria di Simone Molinaroli, come da quelli di Ariano, De Alberti, e degli altri (tutti dignitosi) poeti che altri rammenti.

    Se nel 2080 non si vedrà la differenza sarà innanzitutto perché nessuno si porrà il problema e i nostri libri saranno già da lungi finiti nel caminetto di qualche nipote per accendere il fuoco di Natale, e per i pochi che ancora si interrogheranno, le differenze non si vedranno perché nessuno se l’è chieste nemmeno oggi. Sui “Capitoli”, belli o brutti che siano, c’era da discutere sai quanto… E non se fosse un libro bello o brutto, dimenticabile o meno, ma delle questioni che apriva. Ma non funziona così. Dei libri si registra l’uscita, si etichettano (realismo piccolo… realismo hmmmm diciamo medio… graaaaande realismo) e si passa ad altro: a chiedere gli inediti al poeta, a invitarlo al festival, a inserirlo o meno in un’antologia con due o tre testi scelti a caso e non introdotti adeguatamente… E intanto il libro – se non sei uno dei 6 o 7 poeti che ha il culo di andare a genio ai 2 o 3 critici che hanno spazio – se ti va bene al massimo viene commentato per 3-4 giorni su un sito internet da 5 o 6 avventori…. e ciao! Poi – sempre se va bene, perché almeno c’è l’occasione di discuterne come sta succedendo – ricompare nelle Lezioni di un Maestro di Poesia come esempio di libro da dimenticare (che è un bel paradosso, visto che proprio questo testimonia che non lo si sia ancora dimenticato).

    Ricapitolando, sei liberissimo di pensare quello che vuoi e di giudicarlo come vuoi, ma parlare di “realismo piccolo” in questo caso è un errore micidiale, per i motivi che ho cercato di spiegare e che spero ti abbiano almeno convinto a prendere in maggiore considerazione i presupposti di chi fa una poesia molto diversa dalla tua e a non liquidarla così superficialmente. Cosa che sarebbe molto proficua – io credo – anche per le tue aspirazioni da Maestro e per coloro che dalla tue tue emanazioni sono conquistati.

  59. caro Martino… condivido quasi tutto. solo che “Maestro” con la M maiuscola – era, divinamente, un Altro, non io. sul 2080 penso cose diverse. forse, in quel fuoco futuro, sarà finito l’intero nostro mondo (l’occidente) che consideriamo inamovibile: “per quanta memoria si perderà”. [nel libro sull'Europa di Macciocchi c'è un'intervista ad Eco: che profetizza la morte degli Usa a partire, paradosso dei paradossi, dalla diffusione della sua lingua; non posso citarlo meglio e non ho tempo di riassumere Eco, ora: quel libro è già stato venduto, settimane fa, in nome del realismo piccolo che mi impone di vivere...]

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