La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


L’inizio della fiera, di Gaja Cenciarelli

Posted by Gaja Cenciarelli on January 3, 2008

allupa_allupa.jpg[Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia Allupa Allupa. Stupore e allarme di 25 scrittori e 25 artisti visivi, a cura di Silvana Maja e Nadia Tarantini, ed edita da DeriveApprodi]

Quando M. arriva a Roma ha trent’anni e continua ad accartocciarsi su una verità acuminata che le si infilza nello stomaco e nell’utero. Roma per lei è un po’ di tutto, tutto insieme e tutto all’improvviso. M. pensava di allattare al ventre della lupa le sue paure, lo squarcio che le ha aperto in due la vita a dieci anni, e che dopo vent’anni perde ancora sangue e visceri.
M. – la cara, scura M. – pensava di nutrire la bambina che per vent’anni era stata costretta a rimanere tale. A Torino, M. aveva vissuto la sua vita, gli anni più importanti, la scuola, la morte dei genitori, la solitudine di vivere con un fratello pilota d’aereo. Un fratello con spalle e testa squadrata, e mani lunghe come tentacoli che non volevano saperne di privarsi di M.: per vigliaccheria, per amore, per sesso.
Ma M. parte. Quando comunica la sua decisione al fratello, lui le brucia tutti i vestiti nella vasca da bagno e le fa sparire le valigie. M. vede solo frammenti di abiti carbonizzati, frammenti di camicette con dei volant molto vecchio stile, frammenti di scarpe lacerate, scarpe marroni con un tacco basso e quadrato, fuori moda, da donna vecchia, da ragazza vecchia.
Sembri una vecchia, le diceva sempre il fratello, quando non andava a trovarla in camera sua, la notte, non ti sai nemmeno vestire, non sai fare un cazzo da sola…
M. gli deve promettere che non partirà. Lui la fa inginocchiare, lei obbedisce, lui si sfila la cinta e le dà cinque colpi sulla schiena. Il fratello è tranquillo, pensa di essere a posto, M. non oserà, non si azzarderà a dare un seguito a quel suo assurdo chiodo fisso. Roma. Roma. Roma. M. è costretta a partire nel cuore della notte: la cosa che ricorderà per tutta la vita è la sua mano che sembra incorporea, e che proprio per questo rischia di scivolare sulla maniglia della porta e di svegliare S. La maniglia è troppo pesante, la mano troppo leggera, troppo sudata, tutte le energie dell’universo confluiscono nella sua mano.
Io vado, gli aveva detto lei, a Roma. Solo per un po’.
Perché a Roma, perché in quella città di merda? Vuoi farti scopare da tutta Italia, adesso? Perché proprio Roma?
Perché?
Perché qualsiasi strada prenda, arriverei comunque lì.

Roma non è tanto diversa da Torino ma, sebbene M. l’abbia intuito, non può ancora averne la certezza. Ha colto qualche affinità, però.
È a Roma da una settimana e suo fratello la chiama ogni ora, quando non è in volo.
Che cazzo fai, eh?, puttana! Torna, puttana! Torna puttana!
Da sola non ce la fai, puttana!
Non sai fare un cazzo, da sola, puttana!

M. ha cercato pazientemente di spiegargli, ha cercato di mettere in fila più di due parole, prima che il furore olimpico del fratello esplodesse, come sempre accadeva, in una nuvola tossica di insulti e oscenità. Deus ex machina, il furore olimpico del fratello ha sempre messo fine a qualsiasi accenno di. Ribellione? Chi è costei? No, non ribellione. A qualsiasi accenno di riaffermazione della sua identità.
Ogni volta, M. riattacca, piange, le persone – i romani – che la vedono camminare per la strada si chiedono se non sia l’ennesima drogata. Come se l’ennesima drogata non avesse diritto a un gancio per tirarsi su.
M. dorme da una settimana in un bed and breakfast: fortunatamente, il giorno in cui aveva comunicato la decisione al fratello, aveva anche nascosto nel reggiseno i soldi in contanti messi da parte in dieci anni di creste sulla spesa. Altrimenti avrebbe bruciato anche quelli e lei non avrebbe sopportato di sentire ancora una volta sua risata.
La sentiva quasi tutte le notti, da vent’anni a questa parte.
Sembri una vecchia, se non ci fossi io a farti divertire un po’…
In questo momento, M. è uscita a fare una passeggiata: c’è una cosa che deve assolutamente andare a vedere, si sente chiamare. Non ne conosceva l’esistenza quando è partita da Torino, ma l’omino peloso del Bed and Breakfast – un cinquantenne sposato a una virago – le ha mostrato dove si trova. Lo aveva sentito parlare della cosa al telefono con il nipote, che fa volontariato lì. Lei deve andare.

È da una settimana che M. osserva i sampietrini, cammina quasi sempre a testa in giù.
Attenta a dove metti i piedi, M., diceva sua madre.
Cammina bene, sei una femminuccia, non uno scaricatore di porto, diceva il padre.
Ogni volta che passavano davanti al Caffè Fiorio, a via Po, la domenica mattina, M. rimaneva così tanto tempo davanti alla vetrina che il suo alito caldo appannava il vetro e nascondeva le paste.
Vuoi diventare brutta e grassa? Nessuno ti vorrà mai! Non troverai mai nessuno che ti sposi, M., diceva la madre.
La sua anima si farciva di panna e cioccolato in segreto, e a casa, poi, M. ci affondava dentro, ci si sporcava, ci si rivoltava come un maiale.
Ogni volta che le sue amiche e i suoi amici andavano al Parco Valentino a giocare, il padre glielo impediva, perché tu sei figlia di un generale, non una bambina qualsiasi, e al parco ci vanno le poco di buono e i drogati.
E si muore ammazzati, poi, diceva la madre.
La sua anima si pavimentava di cespugli ed erba, innalzava alberi e faceva spazio al fiume, e lei si metteva a scavare, a saltare nel fango, per sporcarsi il più possibile.

M. cammina quasi sempre a testa in giù. Perché dopo i primi due giorni a Roma, ha iniziato ad alzare gli occhi, talvolta anche a sfiorare con lo sguardo i passanti. La luce che sprigionano le sembra quasi insopportabile, ha paura che dai suoi occhi si riversi fuori come un fiume in piena il suo segreto, la sua indegnità, le palpebre sono mura non troppo spesse e lasciano filtrare la vita.
Non c’è il Parco Valentino.
Ma c’è Villa Borghese, una sorta di scrigno delle meraviglie che si ripromette di aprire prima o poi, se riuscirà a far tacere le voci violente di suo padre e di suo fratello.
(driiin… driiin…. che fai, puttana? una passeggiata, S., torna a casa, puttana, che da sola non vali un cazzo… sì, S., tornerò… puttanatroiavaffanculosetivedesseropapàemammatifarebberoneramaiotispezzo, hai capito? HAI CAPITO? Sì…clic)
E poi ha scoperto che Roma riesce a farla ricordare, le riporta alla mente i sapori e i sentimenti di quando era adolescente. Quando guarda Villa Borghese, M. incontra il suo passato. Le si accendono nella testa dei flash improvvisi che la riempiono di tenerezza. Il pensiero di essere una creatura con un passato la commuove profondamente. Ah, quando ascoltavo quella canzone avevo, oppure, In quel periodo, mentre guardavo i cartoni, mangiavo sempre il budino al cioccolato. Scoprire, o ricordare, di avere avuto anche lei quindici anni la fa sentire viva. Si rivede, ma sempre da sola, e ogni qualvolta l’immagine si trasforma in un campo lungo ed è sul punto di inquadrare suo fratello o suo padre, il ricordo scompare. Così tenta in tutti i modi di immobilizzare la mente, per godere restrospettivamente di un’adolescenza di cui non ha avuto mai consapevolezza, né ha mai avvertito la potenza e la purezza.
Qualche volta ci riesce, altre volte no. Ma permette solo alle voci d’intrufolarsi, mai alle immagini.
Non ci sono le Alpi che sembrano uno sfondo da cartolina.
Ma c’è la terrazza del Gianicolo, o del Pincio, o, ancora più in alto, dello Zodiaco.
A Roma non nevica quasi mai, eppure quest’anno qualche fiocco è caduto.
Non c’è Piazza Castello, ma c’è Piazza del Popolo.
C’è una Piazza Cavour che le pare del tutto simile all’omonima torinese (anche se, forse questa è più piccola e con un parco più bello).
C’è anche a Roma una via Po, ma niente a che vedere con quella di Torino. Forse il corrispettivo romano può essere via Nazionale, ma non ci sono i portici, che invece circondano quasi per intero Piazza Augusto Imperatore. D’altra parte, a Roma non c’è granché vento (non tanto quanto a Torino, comunque).
Non c’è Piazza San Carlo, ma c’è Piazza del Pantheon.
Le strade non sono squadrate e diritte, anzi, i vicoletti del centro storico s’attorcigliano su se stessi tanto da far perdere spesso l’orientamento.
M., mentre cammina, diretta dove le ha detto l’omino del Bed and Breakfast, ripercorre tutta la sua infanzia e si sente al posto giusto.
Quindi è giusto così, proprio giusto.
A Piazza del Pantheon, per esempio, osservando i piccioni che si accalcano attorno alle briciole cadute dai tavolini dei bar all’aperto, M. ricorda che da bambina li rincorreva spesso e che sua madre, non appena la vedeva scattare, la tirava per il colletto di merletto ricamato, quasi strozzandola.
A Piazza Navona, invece, ha visto un gruppo di ragazzi e ragazze (che probabilmente hanno marinato la scuola, o come si dice a Roma hanno fatto sega) con zaini, jeans a vita bassa e bandane in testa. Le passano sotto al naso, un ragazzo col piercing al naso si appoggia alle spalle di un amico, fa un salto per tirare la treccia di una ragazza che cammina davanti, con l’acconciatura rasta, orsacchiotti e portachiavi in stoffa coi colori dell’arcobaleno. Di colpo, ricorda che verso i tredici anni moriva dalla voglia di indossare un paio di jeans. Li sognava di notte, li desiderava come solo si può desiderare a tredici anni di essere come gli altri, di essere accettata. Ma no. Ritina, quelle sono cose da maschi. Tu non ti concerai mai così. Che direbbe tuo padre?
Mamma, ma perché S. non viene mai a messa, la domenica?
Perché ieri sera ha fatto tardi, è uscito, e poi non ti vorrai mica paragonare a lui, no? Lui è un ragazzo…diceva la madre.
A Piazza di Spagna – curioso che le sue memorie esplodano quasi sempre nelle piazze – davanti a una signora in pantaloni di pelle neri e con al guizaglio un labrador color miele, ha ricordato, con un’intensità da toglierle il fiato, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza passati a implorare suo padre di prenderle un cagnolino. Sentiva il bisogno cocente di abbracciare qualcuno, voleva sentire il calore di una creatura indifesa, da proteggere. L’animalità negli occhi dei cani, il loro modo di guardare, di guaire, le stringeva il cuore; la felinità negli occhi dei gatti, invece, la inquietava, si sentiva percorrere da un brivido, da un grido, il grido di una belva che le risuonava dentro, il grido di mille gatti che la graffiavano. L’animalità negli occhi dei gatti non riusciva a sostenerla, e riabbassava lo sguardo. Ma il grido, quel grido, le lasciava la sua eco per ore e ore, le esplodeva nella testa e lei aveva bisogno di urlare, per lasciarlo uscire, ma non poteva… L’animalità dei gatti era un appuntamento rimandato.
Non dire sciocchezze. Non mi dirai che hai bisogno di un cane per sentirti amata, vero?, le diceva il padre e il suo tono aveva un che d’insultante e di volgare che le faceva tremare le gambe e la faceva sentire sporca e in colpa.
A ben vedere, tutto ciò che le torna in mente mentre cammina per le strade di Roma sono ricordi di repressione, sono i no, sono le possibilità negate. Che sia stata così tutta la sua vita? Non lo ricorda, almeno per ora.
(driinn… driiin… non mi dirai che ti diverti, vero? non puoi divertirti senza di me, M…. – e poi la risata, un quintale di ghiaccio che le scivolava giù per l’esofago e si adagiava, sprofondando nell’intestino. una massa di ghiaccio perenne – no, è vero, S. – ah è vero, troia? quando torni ti faccio vedere io, mi implorerai di usare la cinta…).
M. aspetta di sentirlo attaccare. Attacca sempre lui.
Roma, in quel periodo, è una città odiata e odiosa, non fa nulla per non essere quello che è, per far cambiare idea alla gente che la detesta. Ma M. non lo sa o forse non si sofferma a pensarci presa, invasa com’è da questa folla di immagini che, quando meno se l’aspetta le occupano la mente.
Roma è una pozzanghera di acqua stagnante, è un cane che alza la zampa sugli alberi del Lungotevere, è un gatto morto accanto al marciapiede che lambisce il Muro Torto, è una busta dell’immondizia lasciata assieme ad altre venti accanto ai cassonetti strapieni.
Roma, in quel periodo, è la ladrona par excellence, il contrasto fatto caos, la città dei capelli rasta, come quelli dei ragazzi a Piazza Navona, e dei doppiopetto scuri. È la città della pazienza e della tolleranza nei confronti delle auto blu. Se fosse una persona sarebbe una bandiera arcobaleno con braccia e gambe, e senza viso.
Se fosse una persona non saprebbe come chiamarsi, non si piacerebbe, magari si metterebbe a dieta, continuando a nutrire la bellezza interiore. In termini di parentela, sarebbe una figlia unica che ha rinnegato i genitori, o un’orfana cresciuta per strada, che dorme col coltello sotto il cuscino.
È la città dei barboni e dei punkabbestia che sonnecchiano sulle scale della chiesa con una decina di cani al seguito, è la città delle partite non giocate, delle promesse non mantenute, dell’ignoranza.
A ben vedere, anche Roma è l’espressione del no, di un’infinità di possibilità negate. M. se ne accorgerà presto, dopotutto.
Perché Roma, in quel periodo, in effetti, somiglia a un cane abbandonato, seviziato, incompreso, senza padrone – sarà forse per questo che a M. piace tanto, che la sente tanto affine a sé, che pensa che sia Roma ad aver bisogno di lei e non il contrario, in fondo?
È la città che aspetta qualcosa che non vuole, e lo aspetta dall’alto dei tetti, dei suoi cieli riflessi nelle pozzanghere stagnanti, che non promettono niente di buono e che riflettono solo l’inquietudine di chi guarda. Aspetta un riconoscimento che non ha chiesto, in silenzio, nascondendosi nella bellezza interiore, temendo che il riconoscimento sia peggiore di una punizione. Che sia, in effetti, la punizione.
Roma, in quel periodo, è lorda, selvaggia, lercia di passi che la sporcano e che non guardano dove vanno, passi di tacchi a spillo stoltamente vicini ai passi dei vecchi potenti, dei soliti santi schifosi, di chi la sfrutta, di chi sputa su di lei, trasformandola nell’immondezzaio d’Italia. È la città che nessuno capisce, quella che è facile da descrivere con due parole, quella che nessuno conosce.
Forse è per questo che M., a ogni passo che fa, sente le viscere della città penentrare in lei? Forse perché nessuna delle due ha un amico vero? M., come Roma è consapevole della sua solitudine.
(driiin… driiin… pensavi che ti avrei lasciato in pace per un’ora, vero? no, no, no, sono il tuo incubo, tanto qui devi tornare…clic)
M. arriva a Largo Argentina. Da circa cinque minuti cammina senza abbassare la testa, sente un rimescolio dietro lo sterno, dove dovrebbe essere il cuore, sente un energia nelle gambe che le impedisce di stare ferma, si sente una bestia a caccia.
Quando è successo, si chiede. Quando sono diventata così?
Al semaforo rosso saltella prima su una gamba poi sull’altra. Guarda davanti a sé, la cosa di cui le ha parlato l’omino del Bed and Breakfast dovrebbe essere dietro a quei parapetti.
Alza la testa e il cielo è gravido di rabbia, di un’aggressività primitiva. M. sente un fulmine scatenarsi dentro di sé, nasce nella sua testa e muore nei piedi. Corre in mezzo alla piazza senza curarsi degli altri semafori, delle macchine che passano, deve arrivare ai parapetti. E quando arriva, per lo slancio, per la ricorsa, si affaccia con tanta foga che quasi si rovescia, quasi cade di sotto, tra le rovine di Largo Argentina, quasi lascia che la forza di gravità abbia la meglio su di lei.
Hic sunt leones.
Li vede, li vede arrampicarsi, li vede riposare, li vede mangiare, bianchi, rossi, grigi, tigrati, neri, vede gli occhi – anche da lontano, vede i loro occhi fluorescenti, accusatori, imperiosi, flemmatici, sornioni. Sappiamo tutto di te, e anche tu sai tutto. Li sente impossessarsi della sua anima, li sente lacerare, infilarsi, si guarda intorno e sente Roma penetrarle nello stomaco e nell’utero, scacciando la verità acuminata che continua a ferirla e a infilzarla. Sente Roma e la sua ruvidità, le sue rovine, la sua crudeltà, la sua fierezza, la sua realtà impadronirsi di lei. Sente Roma e la vita – assurdamente feroce – squassarle il cervello. M. raddrizza le spalle, gli aculei di quella verità si ritirano da lei. Un gatto rosso le si infila tra le gambe, zigzagando, alza la testa. Lei lo guarda e si sente spaccare in due dall’urlo, dall’appuntamento rimandato, dall’aggressività repressa.
(driiin… driiin… allora brutta stronza maled…)
L’urlo si alza come una colonna luminosa di energia dalla sua bocca al cielo, come un artiglio primitivo e uncinante; M. sente il sangue formicolare in ogni follicolo, in ogni capillare, fin nelle punte dei capelli, si sente entrare in circolo la verità, la ruvidezza vivificante di Roma, la sua crudeltà – il suo coraggio, la sua voglia di vivere – che fagocita chi le si oppone. Gli occhi sporgono, sgranati, le dita tese sembrano più lunghe. L’urlo avvolge il cellulare, risucchiandolo in un vortice selvaggio, senza spiegazioni, distruggendo il distruttore.
La gente passa stupita, spaventata, incuriosita, divertita. Alcuni non la guardano nemmeno – tale è il potere di Roma che tutto sembra niente, sotto il dominio di una lupa selvaggia e abituata a ben altri massacri. Altri, invece, pensano: Dev’essere la solita drogata. Il gatto la soppesa a occhi socchiusi, impassibile. Brava.
Si vis pacem para bellum.
La vera Roma è sottoterra, al sicuro, nascosta, una fiera lontana dagli sguardi altrui che non ha mai perso il suo potere. Agli altri, quelli che la insozzano, quelli che, pur non conoscendola la definiscono, usando parole per lei e non sapendo che le parole sono una sorta d’infinito che rischia di rimanere indelebile, a tutti questi santi schifosi, Roma lascia l’apparenza di una città insolente. Pascetevene, dice. Me ne frego, dice. Sono insolente con gli imbecilli, dice.
In questo preciso momento, però, le sue vene e le sue arterie disegnano un percorso diverso, si innalzano, bucano la terra, entrano nelle vene e nelle arterie di M., pompandole dentro la realtà cruda, senza orpelli, la vita, la lotta per la sopravvivenza.
Mors tua vita mea.
Margherita si volta di scatto: davanti alla colonia felina di Largo Argentina, dalla parte opposta della strada, c’è una pasticceria. Margherita perlustra la piazza – un luogo dell’anima, uno sfogo dell’anima, le piazze sono l’urlo delle strade, pensa – calcolando a mente quanto dovrà camminare per arrivare a Villa Borghese.
Veni vidi vici.

22 Responses to “L’inizio della fiera, di Gaja Cenciarelli”

  1. lambertibocconi said

    Ultima riga terzo paragrafo: “nel fango”.
    Altro che vorrei dirti te lo dico in pvt, quando ahimè avrò tempo. Che cosa orribile, questa del “non avere tempo”! Mi fa vergognare. Ciao, brava.

  2. Gaja said

    Anna, grazie per la segnalazione del refuso e per tutto il resto. Non vergognarti, io ti capisco benissimo. Ti abbraccio.

  3. Are you coming to Scarborough Fair?

    Colgo una costante tuoi racconti: qualcuno cammina, ricorda, medita, si evolve:- )

  4. Gaja said

    Verissimo, Lucio. In quest’ultimo periodo la mia vita è in continuo cammino, in un perenne divenire. Forse si può dire lo stesso della vita di ciascuno di noi…

  5. Però i più metaforici di tutti sono i miei cammini verso le vette delle Dolomiti, lassù fra le rocce nude, via dalla pazza folla:- )

  6. lambertibocconi said

    Io invece mi chiudo dietro le spalle la porta di casa e me ne vado a piedi fino a Roma (questo cammino l’ho fatto l’estate scorsa, prima e dopo ne ho fatti altri). Bello metaforico anche il mio! :-)

  7. Gaja said

    Lo stavo per scrivere, Lucio. Pensa che stanotte ho sognato una cosa del genere… una camminata tra le rocce, su una vetta dolomitica! mi ci vedi? completamente fuori allenamento, con il solo amore per la montagna a sostenermi! ;-)

    Anna, non per niente il camminare è quasi sempre protagonista dei miei ultimi scritti. Mi piace camminare, e mi piace farlo ovunque, possibilmente con la musica nelle orecchie. Rifletto, comprendo, mi stanco, cresco… Camminare è entrare davvero dentro me stessa. Non come scrivere (è impossibile!) ma quasi…

  8. jolanda catalano said

    Questa percezione della città in tutto il suo caotico estendersi che diviene,è, percezione di se stessi, mi piace Gaja.Vicoli e vicoletti che si ingarbugliano,in cui ci si può smarrire,dentro e fuori,i pensieri vanno,il dolore rimane incancellabile ma forse un urlo…..

    A me Roma piaceva soprattutto al mattino quando le gogge di rugiada splendevano su foglioline occasionali lungo i marciapiedi. La monetina dentro la fontana l’ho buttata tante volte,ma forse il gesto ormai non funziona più.
    ti abraccio
    jolanda

  9. Gaja said

    Sì, Roma diventa il corpo di Margherita, diventa il suo urlo, liberato dalla felinità, da un’animalità incontenibile, cui non si può più rinunciare e che non si può più ignorare. Roma è anche questo, è carnalità.
    Ti ringrazio, Jolanda.

    Concordo con te: l’alba a Roma è una dimensione sospesa. Ma ci sono anche alcuni crepuscoli primaverili, alcuni colori dei tramonti invernali visti dalla piazza del Quirinale che si imprimono a fuoco dentro di te…
    Vedrai che il tuo gesto ricomincerà a funzionare.
    Un abbraccio a te.

  10. Gaja, l’estate scorsa ho proposto ai vibrisselibrai un’escursione nell’ampezzano guidata da me. Purtroppo non ha avuto seguito. Se vuoi raccogliere qualche adesione per l’estate prossima, anche un weekenduccio con pernottamento in un rifugio, sono qua. Per domenica prossima mi sono già iscritto a una ciaspolada. Hai mai camminato d’inverno con le ciaspe [racchette da neve, n.d.r.] in montagna, in mezzo ai boschi?

  11. luisa said

    Adoro Roma e Villa Borghese come luogo magicoe musicale. Roma è la mia luce, la mia fonte di energia una volta al mes quando ci vado per studiare. Bellissima Margherita che diventa Roma e l’urlo dei mille gatti. Grazie, mi hai commossa. Luisa

  12. Gaja said

    @Lucio: io vengo! sicuro! se in famiglia i miei stanno bene non è escluso affatto che lo faccia… Non ho mai camminato con le ciaspe, in effetti, mi sa che, conoscendo il mio senso dell’equilibrio crollerei ogni due secondi! :D

    @Luisa: e io mi sono commossa ad averti sentito così partecipe. grazie a te, cara.

  13. giovanni choukhadarian said

    La fiducia-fede nella scrittura, nell’Urbe e (mai nominata), nella Màggica di Gustavo Giagnoni e Ciccio Cordova a poltrire con classe in mezzo all’Olimpico. Bel pezzo, brava.

  14. Gaja said

    Ner segno daa Maggìca, sempre e comunque, tesoro. E non dimentichiamo Kawasaki Rocca.
    (te bbàcio parecchio).

  15. giovanni choukhadarian said

    Non ha mai giocato con Giagnoni, che mi ricordi. Però lo ricordiamo eccome, in quanto però soltanto giocatore (da allenatore, era meglio il primo Oronzo Canà, protagonista di un fintocult ora obbrobriosamente rifatto con mezza serie A dentro e però anche resti del vecchio, penoso film del valoroso Sergio Martino.

  16. Gaja said

    Ma dicevo così, teso’, per onorare una bandiera (e Kawasaki Rocca lo è, eccome!) O magari vogliamo parlare di Amadeo Amadei, il fornarino di Frascati (tanto caro a Spartaco tusaichi) o anche Antonello Venditti, per esempio? (tu non ci hai una suoneria del Nostro sul cellulare, per caso?)

  17. Il racconto è molto carino, e commovente.
    In alcune righe descrivi Roma come una città che a volte si fa odiare, detestare…io finora non ho conosciuto una sola persona che non abbia saputo apprezzarne la bellezza! Tanti(stolti) concittadini della mia ex-provincia si sono lamentati della sua impenitente indole caotica, ma non uno che abbia osato negare quell’emozione che la città eterna sa trasmettere a chi la attraversa.
    Pensandoci bene, in realtà, qualcuno c’è, che fa di Roma una vittima. E sono proprio i romani. Ne ho conosciuti tanti in Facoltà, di romaniDeRoma, e qualcuno di loro non sapeva neanche come arrivare dalla città universitaria a Termini, o non visitava i Fori da dieci anni, o non sapeva cosa fosse S.Pietro in Vincoli, o S.Clemente, o via Panisperna! Quando hai la fortuna di nascere in un utero così bello, finisci per non saperlo apprezzare.
    Per fortuna, a rimediare, ci sono tanti scrittori romani(e non) come te. Mi viene in mente Marco Lodoli: non solo il suo stile è la mia piccola utopia letteraria, ma rimango sempre scosso da quanto il suo amore per Roma trasudi da ogni lettera, ogni similitudine, ogni Isola.
    Parlerei per ore e ore di questa città…!!!
    A presto,

    Michele

  18. Gaja said

    Caro Nightswimmer, ti ringrazio per avermi letto e apprezzato.
    Mi rendo conto che in questo racconto – decontestualizzato (è il nucleo dal quale sto costruendo il mio romanzo) – il mio atteggiamento nei confronti di Roma possa essere frainteso. Invece non c’è riga di tutto quanto ho scritto, sia i miei libri che i miei racconti, che non dica il mio amore profondo per Roma. Io sono romana da generazioni e sia per parte di madre che di padre, Roma mi appartiene e io mi sento in diritto di riconoscerle i difetti, se ne ho voglia. Però, sempre da persona innamorata di lei. È l’amore che fa la differenza, è quello che mi permette di amarla perché *è così* e non saprà mai essere diversa. Io adoro i “difetti” di Roma, amo tutto di lei e non c’è centimetro di me che non le appartenga. Ed è un amore così grande che a volte mi fa venire un groppo in gola.
    “Roma, in quel periodo, è lorda, selvaggia, lercia di passi che la sporcano e che non guardano dove vanno, passi di tacchi a spillo stoltamente vicini ai passi dei vecchi potenti, dei soliti santi schifosi, di chi la sfrutta, di chi sputa su di lei, trasformandola nell’immondezzaio d’Italia. È la città che nessuno capisce, quella che è facile da descrivere con due parole, quella che nessuno conosce.”
    Questa, per me, è una dichiarazione d’amore, Night. Perché le due parole che la sporcano sono “Roma ladrona”, e i motivi per cui Roma è sporca non dipendono da lei, ma da chi la tratta come una (lupa?) cui spremere il latte finché ce n’è.
    Su Lodoli siamo d’accordissimo, Lodoli è un grande. La tua definizione di “piccola utopia letteraria” calza a pennello!
    Non c’è dubbio che saremmo una coppia di logorroici se l’argomento fosse “Roma”…
    Grazie di nuovo, Michele, per avermi “tirato fuori” tutto ciò che ho scritto in questo commento.

  19. vbinaghi said

    Bel pezzo, si.
    L’unica cosa che non mi piace è:
    “riaffermazione della sua identità”
    un’espressione così in psico-politichese stona in un racconto quando è un racconto vero, come questo.

  20. Gaja said

    Confesso che non ci avevo pensato, Valter. Quell’espressione è nata in me con intenti assolutamente agli antipodi da un linguaggio che possa essere definito psico-politichese. In effetti è proprio quello che M. fa, arrivando a Roma: riafferma la sua identità, si riappropria di se stessa, riprende la sua vita. (grazie per l’apprezzamento, mio carissimo)

  21. fabry said

    la città è un tema inesauribile: da calviniano sfegatato, apprezzo ogni sforzo di trovarvi segni che rimandano ad altri segni, e questo tuo è ben riuscito, Gaja.

  22. Gaja said

    grazie, Fabry! Anche io amo molto Calvino, sai? un bacione

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