Domenico Lombardini
Posted by fabrizio centofanti on January 5, 2008
i figli crescono alla luce delle vetrine,
[il principio del piacere: basta solo additare]. una vetrina?
no: scandali e sfaceli, un mondo ruinante.
vedi un muro, l’intonaco nuovo: no, solo crepe e fil di ferro
sporgenti, come ossa da corpi sfatti.
l’aria non si fa abbracciare, con schiocco
le mie braccia chiudono circonvoluzioni
ridicole. solo ora mi accorgo: a loro basta
questo, la via sicura, il corso illumitato, il nodo
scorsoio del consumo, l’incurgitamento
stralunato d’immondenzza e fango. sono solo.
Si dice epifania, non il soggetto dell’apparire. Qui è l’ambiguo: cosa appare,
e cosa non è? Mi apparve e disse: vai al mondo e porta la tua verità con voce fiera,
non arresa al dolore. mi sentii amato da quella voce; in me, figlio, con la voglia di essere padre, e con l’orrore di esserlo – un’esplosione: quindi è tutto qui?
accettare la lotta, l’ho sognato: una donna piangeva, mia amica, e io al primo scoppio,
alla prima lacrima, cara, accetta la lotta, non avere paura: abbiamo solo questo.
perché,
se non hai sulla pelle segni, un dolore
che ha istoriato il suo passaggio, nulla di pietà è dato?
per pregare pregherei una pietà orfana, che non cede
il passo ad antichi torti, subìti e mai emendati, una pietà
liberata dal nulla, increata
ognuno vorrebbe per se e i suoi cari
un alveo di eternità. accogliere un corpo
si può, purché si adagi con cura
su una giusta lettiera di foglie. prego
al di fuori del senso, solo pietà invera
il mio dire. alcuni, per difetto,
costruiscono monumenti e dicono:
ecco, questa è la mia pietà, la croce
e l’altare, il salmo e la parola.
ma poco attechisce di ciò che s’innesta; si finge questo.
ai confini della mia pietà, nessuna parola,
solo gesti, ostensione, mimesi; è questo, s’impara.
vai – ti dicono, con la voce fiera,
al mondo battuto da altre pietà,
con il cuore impietrato da certa attesa.
e mani tese, quando sono, e certi occhi,
passi che si alternano, interpunzione, sorrisi.
resterà qualcosa di noi,
poi che le serate spente
di furore veleranno
per sempre l’antevedere
del giorno? mai più
le nostre voci viziate
annoieranno i vecchi, mai più
le nostre voci squisite
glorificheranno Dio, mai più
la nostra febbre e il balenìo
di coscienza, che di noi
hanno fatto grumo e poltiglia di sangue,
dissigilleranno un segreto nel vuoto
nel piccolo, nella brevità di passi
e gesti che per stanchezza e prassi
perdono levità, per code di facce
e scapole, lo sguardo fisso al muro,
l’incoscienza fatta regola – sul muro
scrostato di edifici del dopostoria
una falena nera a dirmi,
con alterità d’occhi, che questa vita è persa,
scappa, sentimi, scappa, vìa da questa farsa.
Organizzar per transumanar
un corpo, piccolo, ristretto come fosse contratto post-mortem da altra forza, e non è vita
che lo stringe, come morsa. povere spalle, povere braccia, opere sembrano di miniatore
che con certosino lavoro creò ed espose. tutto immoto presentimento di disfatto, di corpo
che butta gas. lo porto in grembo per le esequie nel silenzioso paesaggio
con la stessa pietà con cui deposero Cristo, avvolto tutto bianco soffice pesante pupazzo.
inutile, ad oggi, solo sentire la pesantezza del suo passaggio. sbianco dalla fatica al vederlo
così avvolto, per meandri e cunicoli e catacombe trascinato penzoloni, per adagiarlo
sfinito su un letto di pietrisco.. e l’eco dei passi sull’adito ai recessi, cui
mi volsi stupefatto, mi disse monotona: nevermore, nevermore.
Guardando alla vita appare possibile
una forma, la giusta. vano sembra
un conteggio di morti e ricerca di senso.
cose da fare: accettare il meschino,
il negletto putrescibile del corpo.
eppure vorrei abbracciare, in una casa
proteggere gli affetti – uno a uno -
e i corpi, preservandoli dal tempo,
da questa ottusa abitudine a consumarci
poche cose, semplici: luce netta
in spazio che non adombra, non getta
domande al di là delle cose. nostalgia
di quella luce, ora solo ombre. e come
tornare alla luce, se l’ombra intride
corpo e mani, se ribellarmi
vorrebbe dire rinunciare alla dignità
di questa sciagurata libertà?
Bastarono al mantice e all’aria
quattro piastrelle, forse linoleum.
sì, al mantice e all’aria del ventre,
pochi figli, uno o due, agli angoli
di una casa spoglia, il lavoro, la fatica:
al sudore proposero consumo. Solo questo.
da questa eco altri riverberi,
e altri. mai che l’onda murata
si adagi e con spire avviluppi,
e dica qualcosa di conchiuso, netto.
il discrimine è sfumato; tutto stante
in apparente docilità. eppure spuma
il fermento. il più delle volte
sconosciuto o non visto, ci basti
vedere questo e questo, la casa
e il lavoro, il desiderio non ben saziato anche.
sei tu? – sì, e qui, oltre lo sguardo:
mi rivedo, e vorrei dirti, così è, vorrei il tuo bene.
solo una preghiera, certo, e solo quella.
non sfiora braccia o bacia con pudore la pelle
l’amico, e nulla dice, e allora cos’è? quanta
inutile buona educazione! reo è l’amore taciuto,
colpevole quanto l’indifferenza.
spiando, come dietro paraventi,
stupirsi che ancora come regalo
l’umanità è data, come naturale cosa,
rendersi conto che la violenza
è immanente, come monade,
come se ad ogni carezza, data e ricevuta,
si sentisse: guai a te, non credere sia banalità.
in scena di Deisis
non trovo che mani aperte
cui mi getto – odore di latte.
una corona a protezione, e certo
non frammentata dovrà essere questa cuna.
poche lacune, terribili inezie-semi
radicheranno rivendicando tracce rilevanti – forse.
sazio, la voce, la-la, lalla-lalla, in serico-sterco tatto,
carezzevole addio, in petel: ma è terribile, non andare, ti prego!
ché odore e pelle e areola non sentirò non vedrò, ma luce e suoni,
l’eco … e solo per evitare il pianto, una
musica una voce, e io sarò salvato!
stratificato, l’unghia va avanti, e il dito,
scarificando la superficie incrostata, in giù, e oltre.
strati su strati, i primi estesici, tattili e archetipici – gli odori -
esperisono l’ascendenza animale preverbale.
dopo, l’ontogenesi è filogenesi, pieghe su pieghe
in cumulo, cingolanti, arborizzanti sulla corteccia,
spinti i legami da una forza taciuta, terribile,
che rende tutto nella sua forma, giusta e bella, in evoluzione:
poi, in verbo.
A cuor leggero con te ho fatto tutto,
ed erano le cose peggio agli occhi
di un figlio senza padri. Cercavo sorellanza,
ho trovato maternità.
Incluso, ed è mio. Nessuno distrattamente
come chi tocca distratto potrà intuire sottotraccia.
Per questo si è soli, e non fa niente.
Anzi, pesa.
Questo avvolgerci: con mattoni, con braccia, con altro.
A difesa strenua, certo; che non sia,
e Dio non voglia, però, esclusione:
i reprobi di là. Dio non voglia
concentrazione, i corpi implosi e
soffocati dal peso di noi. Ci spero.
[Solo chi porta una carne segnata può gridare civilmente]
Genova – morendo il giorno
anche qui, in alto, una bava di vento
marino. rincasi, e quel vento con te,
per le scapole, oltre l’uscio della porta.
tutto con ordine, l’amore e il gioco, la casa
e il fuori, la fronte alta di questo fare. è fatto
giorno, un sorriso rinnova nascendo,
come abitudine, la speranza: l’angoscia, e perché?
si chiede chi non vede: l’apparenza contundere
si deve, ché sono i quattro aspetti inermi della vita,
la casa, il lavoro, la voce, il fare – che mancano.
la voce, urlo inghiottito, allo specchio gli occhi stanchi
il naso, lo sguardo mi vedo, e mi dico mi obbligo
alla speranza. alla fine accetto, mi persuado.

















lapoesiaelospirito said
“Cara, accetta la lotta, abbiamo solo quello”.
Un verso che mi ha colpito, che trovo drammaticamente vitale. Come mi è piaciuta tutta la poesia, che trovo strano – scusate se rompo – non abbia commentato nessuno. Versi drammatici e “veri” (l’obbligo alla speranza è un costante della condizione umana), che si muovono con grande fluidità.
Un saluto.
fk
Luca Ariano said
Domenico tu sai quanto apprezzi le tue – di cui ho scritto una piccola nota su questo blog – e noto un certo scatto in avanti nei tuoi ultimi versi. Il tocco pasoliniano che tanto piace a me.
Complimenti e avanti così!
Concordo con Franz quando scrive che meriterebbero più commenti queste poesie, ma forse Domenico non può elargire favori come magari altri critici e poeti. Non mi riferisco a questo blog ma in generale…
Un caro saluto
Pasquale Giannino said
Domenico la tua poesia mi piace. Sono versi che sanno guardare alla vita i tuoi, ne sanno cogliere la sfumature più urgenti. Bene, continua così e troverai senz’altro la tua strada. Anche in un mondo individualista e indifferente come il nostro.
Ciao.
Pasquale
francescomarotta said
Mi viene spontanea una riflessione, a partire da quanto leggo nei commenti di Franz, Luca e Pasquale, e ve la porgo senza nessunissimo intento critico o polemico.
Esiste anche una dimensione che, forse, non si considera mai abbastanza e che andrebbe, invece, “riscoperta”: quella della “lettura silenziosa” che evita l’apprezzamento acritico (al quale purtroppo siamo ampiamente abituati), fine a se stesso, e si porta via, come in questo caso, e per quanto mi riguarda, un “nome”, conosciuto o meno che sia, da inserire nel novero di coloro che, in questo campo, hanno davvero qualcosa da dire, e sanno comunicarcela.
E’ la terza volta, da quando è comparso il post, che leggo questi versi: un motivo ci sarà, credo. Lo stesso motivo che spinge qualche centinaio di altri lettori a sfogliare questa pagina (il post è, non da oggi, tra quelli più letti: non dice niente ciò?).
Immagino che il poeta (Lombardini, nello specifico), potendo scegliere tra duecento lettori attenti e silenziosi e tra altrettanti che lasciano un “bravo” a onor di firma, magari per timbrare il cartellino, quasi a dire “ecco, vedi, io ci sono stato, il mio dovere l’ho fatto”, non avrebbe nessun dubbio su quale delle due schiere preferire.
La salvezza di quel tanto (poco) di poesia che ha ancora senso, forse (”forse”) passa anche (”anche”) da qui, dall’abbandono di rituali sterili e senza futuro e dal ritorno alla “critica”, nell’accezione etimologica del termine: almeno, mi piace pensarlo: perché è di quella che il poeta (se lo è davvero) ha bisogno.
Un saluto a tutti.
fm
massimo said
è impressionante vedere che cosa (cioè: CHI) sta diventando Domenico, che cosa è diventato dopo il primo libro (un esercizio necessario e acerbo) e il secondo (una bella apertura al destino). è bello averci creduto, è bello poter vedere il frutto di un credere. vivo di cose come queste. e non riesco a parlare meglio di così, oggi – solo: ma parlo non solo per l’”inutile buona educazione”… – grazie a Domenico
lapoesiaelospirito said
Ma sì, Francesco; evidentemente un pò di spirito critico – o di gusto – ce lo abbiamo, anzi ce l’ho anch’io, che di poesia capisco solo in base al mio gusto, che di Lombardini prima d’ora non avevo mai sentito parlare. Nondimeno, scusa, non capisco dove va a parare il tuo commento nel senso che, se questo è un blog con una colonna di commenti, ha davvero senso *anche* commentare, *anche* dire un bravo, *anche* citare un verso che ci ha colpiti.
Un saluto a te, a Massimo, a Luca Ariano.
Franz
lapoesiaelospirito said
Vale a dire: ha senso il tacere e anche il parlare. Tutto ha senso, se è fatto con coscienza e senso della misura.
francescomarotta said
Franz, non c’era nessun intento critico in quello che scrivevo…
Anche a me viene da dire “bravo”, se una cosa mi piace; ma poi penso che, probabilmente (la “coscienza e il senso della misura” di cui parli), all’autore in questione piacerebbe sapere anche da dove viene il mio apprezzamento (così come un’eventuale critica). E’ una questione di reciproca “autoeducazione” alla lettura/scrittura, senza nessuna pretesa di fare critica letteraria (parlo per me, in questo caso).
Ti risaluto, stavolta insieme a Massimo.
fm
Luca Ariano said
Ma siamo sicuri che i lettori silenziosi abbiano poi letto attentamente fino in fondo o dopo poche righe abbiano abbandonato aprendo invece il post per dovere di blog o così casaccio?
A parte questi lambiccamenti (e lo dico senza polemica o retorica) resta il fatto che la poesia di Domenico piace ed è letta e sono davvero contento di essere stato tra i primi ad intuire un certo valore in nuce – come sottolinea Massimo.
Domenico ci risentiremo presto e goditi i tuoi lettori silenziosi o rumorosi che penso comunque non siano rimasti indifferenti ai tuoi versi.
Un caro saluto
Luca Ariano
francescomarotta said
Ragazzi, mi sembrate particolarmente elettrici…
Non oso immaginare cosa mai potrà succedere il giorno in cui qualcuno, armato delle migliori intenzioni, e con argomenti alla mano, oserà entrare in un sito qualsiasi e muovere una critica a un testo…
Rilassatevi e, se potete, perdonatemi e scusate il disturbo.
Pacs vobiscum, fratres. Ad maiora.
f&m
lapoesiaelospirito said
Ma siamo d’accordo, Francesco! E scusami se ti ho dato l’impressione di essere *elettrico*, (mi piacciono un mondo questi asterischi sannelliani) puntualizzavo soltanto. Insomma, ho sbagliato.
Approfitto per complimentarmi con te in pubblico per il bellissimo lavoro che stai facendo su “La dimora del tempo sospeso”.
Un abbraccio,
Franz
francescomarotta said
No problem, ragazzi: vedrete, prima o poi sarà possibile interagire in un blog guardandosi in faccia attraverso gli schermi dei computer…
Intanto vi dedico (*), già da ora, il post di domani sera: a Franz, in modo particolare, perché si troverà di fronte a una vera “rivelazione”, ne resterà folgorato! Da “ritagliare” e da conservare nell’album buono, come una figurina rara dei vecchi Panini (non quelli al salame).
fm
p.s.
Grazie dei complimenti, Franz: diciamo che ho frequentato una buona “scuola” e ho avuto degli ottimi “maestri”.
Grazie anche per il fatto che, involontariamente, mi hai suggerito il titolo per una serie di appunti che cerco di riordinare da qualche tempo (”Asterischi sannelliani”).
p.s.s.
Ma si è capito, poi, che i testi del buon Lombardini mi sono piaciuti? Ci tengo a ribadirlo, non si sa mai: diventasse famoso, come gli auguro, non vorrei non mi includesse nella lista che conta (!).
p.s.s.s. (*)
Trattasi di ignobile marchetta camuffata.
Pasquale Giannino said
Solo una precisazione, l’individualismo e l’indifferenza a cui mi riferisco nel # 3 non riguardano i lettori del blog ma una tendenza (ancor meglio una realtà ormai consolidata) a trincerarsi dietro espressioni intimistiche soggettive, parziali, incomplete per non dire immature, ma pretendere di “esserci” a tutti i costi e lamentarsi, piangere come bambini se non si è legittimati. Non tutti possono diventare degli artisti riconosciuti, non tutti possono finire nelle antologie scolastiche. È questo il punto. Ciò non vuol dire che i talenti veri sono tre o quattro in un secolo come diceva Moravia. Vuol dire che quanti lasceranno una traccia indelebile nella storia delle patrie lettere sono tre o quattro, forse meno. Diciamo la verità, fare l’artista è meglio che “lavorare”… Ma non lavorare è un lusso che può permettersi solo chi ha davvero qualcosa da dire. Domenico mi pare che abbia qualcosa da dire, per l’ampiezza dello sguardo sul mondo, per la capacità di cogliere le istanze sociali della vicenda umana senza trascurarne le più autentiche pulsioni morali. Ecco, in tal senso condivido i primi commenti di Franz e Luca. Facciamo un gran baccano intorno a questioni trite e ritrite e restiamo indifferenti – ora sì, mi rivolgo ai lettori “silenziosi” di questo blog – di fronte a una giovane voce così fresca e dirompente. Poi non dovremmo trascurare un altro aspetto: Lombardini è un biologo, non glielo ha ordinato il medico di scrivere quei versi… Non sempre l’arte è una cosa voluttuaria, a volte è ragione di vita. Dovremmo riflettere un po’ di più su questo, mettere da parte ogni tanto i nostri egoismi, le nostre invidie. E inondare di commenti qualsiasi testo che sappia stupirci. Soprattutto se proviene da un autore privo di “appartenenze”.
Pasquale
Luca Ariano said
@Concordo con l’amico Pasquale con cui su molte cose siamo sulla stessa lunghezza d’onda…
@Francesco non era nulla di personale e condivido la tua posizione, la mia era una precisazione su come la vedo io, ma sono elettrocarico e ben vengano e confronti e come già ribadito, qui conta la poesia di Lombardini che è notevole ed interessante.
Grazie a tutti per gli spunti…
Un caro saluto
beatrice said
perché,
se non hai sulla pelle segni, un dolore
che ha istoriato il suo passaggio, nulla di pietà è dato?
grazie di questo.