La responsabilità di chi scrive
Posted by cletus on January 13, 2008
Stando all’ennesima classifica dei libri più venduti nel 2007 (pubblicata ieri su La Stampa),
Gomorra, di Roberto Saviano si è piazzato al quarto posto, subito dopo La Casta (1), e i due best sellers di Kaled Hosseini, Il venditore di aquiloni e Mille splendidi soli, (2 e 3).
Lo stesso libro ha ottenuto il primo posto, ma qui mancano dati statistici importanti come la base di rilevamento, nel premio della rubrica Benjamin, innestata nel Tg1 di Riotta, come libro preferito dai telespettatori di questa rubrica (facendo anche ricorso all’interattività col web).
L’anno che è passato, si sono affannati tutti a riconoscerlo proprio, forse, a causa di questi testi (La casta, in primis, e subito a ruota Gomorra) ha conosciuto l’avvento dell’antipolitica. Anche Grillo ci ha messo del suo, e la stampa tutta ha coniato questo nuovo neologismo,
Mi sembra di poter dire che questo successo non sia immediatamente riconducibile al fenomeno da “istant-book” di cui, anche grazie al tam tam mediatico, hanno beneficiato.
L’aspetto che mi sembra più interessante è il fatto che soprattutto Gomorra, anche alla luce di ciò che sta accadendo, ha lasciato sulle spalle di uno scrittore il peso della denuncia.
Fenomeni come questo impongono oggettivamente di riconsiderare il ruolo della scrittura, di questo tipo di scrittura. Prim’ancora che compiacermi per il coraggio dell’autore nell’esserselo preso in carico, questo ingrato compito di sollevare il coperchio, di esporsi anche a costo della propria incolumità personale, fuori dalla fenomelogia da “eroe”, cos’è che dobbiamo capire da una lezione come questa ?
Innegabile che il valore di denuncia sia tanto più grande quanto desolante è la constatazione che le istituzioni preposte a gestire la cosa pubblica in quei territori abbiano sostanzialmente dormito.
Ma appurato questo, e volutamente ricondotto a valore di sfondo, è lecito considerare il successo di questi testi solo come il segnale di un risveglio della coscienza civile ?
Cosa fa esattamente chi scrive ? E, soprattutto di cosa scrive ? Perché da noi non si leggono (e quindi scrivono) romanzi, che so, su gente che è finita in rovina per uno dei tanti crack (tipo Parmalat), o su gente che ha perso la vita in qualche (tristemente: c’è l’imbarazzo della scelta) incidente sul lavoro ? Cosa può fare la scrittura ?
Mi rendo conto del livello confuso del ragionamento, ma sono tanti gli aspetti che, per chi scrive,
questi fenomeni propongono. Allora azzardo un’ipotesi: non è che la scrittura quando decide di “sporcarsi le mani” e di attingere, prim’ancora che nella fantasia di plot narrativi, dalla vita “reale”
che ci scorre sotto il nostro occhio, spesso distratto, si trasforma in una linfa, propulsiva di ragionamenti, di riflessioni, svolgendo quando occorre anche un ruolo di rottura, di denuncia di stati di fatto che nessuno ha voglia di raccontare ?

















vbinaghi said
Perchè tu avessi ragione, bisognerebbe che alla rappresentazione letteraria e mediatica di un fenomeno come la corruzione politica o la camorra seguisse un soprassalto di coscienza civile non nelle dichiarazioni ma nei comportamenti. Se così è (i politici riformano l’apparato e riducono i privilegi, in Campania aumentano le denunce alla camorra e le dissociazioni a certe consuetudini), hai ragione tu. Altrimenti ho ragione io: l’adesione entusiastica alla rappresentazione mediatica di un vizio è l’alternativa simbolica alla sua cessazione.
cletus1 said
Temo che abbia ragione tu. Ma di quanti Saviano avremmo bisogno ? E in ogni caso, può la scrittura farsi carico oggi, in quest’Italia, di espandere conoscenza ? di alzare veli che nessuno vuole alzare ? Di diventare, in nuce, parola che sveglia, ravviva ?
Il successo di vendita non è in discussione. Ne l’adesione emozionale dei più al problema, parlo proprio dell’esigenza della parola, in luogo di un tristo (e trito) silenzio.
vbinaghi said
Io ci provo Cletus.
Non scrivo fiction, anche se sembra dalle copertine.
Ma ogni tanto mi chiedo se pure io non faccio altro che aumentare la spettacolarizzazione del male, con l’intento di denunciarlo.
La società dello spettacolo è una specie di Re Mida a rovescio: trasforma in merce-merda tutto quello che tocca.
rosella said
“l’adesione entusiastica alla rappresentazione mediatica di un vizio è l’alternativa simbolica alla sua cessazione”.
è esattamente così, valter.
in quanto al problema sollevato da cletus sulla responsabilità di chi scrive, io ho però anche un’altra idea. mi sembra che si stia formando una generazione di giovani scrittori, convinti di essere eredi di saviano, che mette l’ideologia (ripeto: l’ideologia) al primo posto e che usa la scrittura per difenderla, credendo invece di fare scrittura “civile”, “sociale”. la letteratura è diversa dalla cronaca, dall’impegno politico, dall’impegno sociale… la letteratura non può, per esempio, non essere bella. altrimenti perde una delle sue funzioni peculiari.
vbinaghi said
Si, hai ragione.
Siamo uniti da questo, più che dalle idee che coscientemente professiamo: la scommessa che la bellezza, che sgorga dallo spirito e non si lascia riprodurre dal cervello progettuale, ha un valore salvifico superiore a quello della propaganda e del catechismo, religioso o laico.
cletus1 said
Rosella, Steinbeck, sta alla crisi del ‘29 come Saviano alla Camorra ?