Una donna sola
Posted by giovanniag on January 17, 2008
Deirdre aveva perso la memoria. Vagava da un tempo indefinito per il centro di Firenze, e si accorgeva di stare invecchiando. Era brutta e quasi sempre puzzava. Ma per lei ogni giorno era uguale agli altri, e veramente non riusciva a fermarsi e a ripartire. Il tempo si era come bloccato a una data che non sapeva mettere a fuoco. Sicuramente era stato un giorno di pioggia, e c’era altra gente intorno a lei. Ma se avesse dovuto individuare il luogo e la circostanza esatti, non ne sarebbe stata in grado. Viveva dell’aiuto di un centro di accoglienza e dormiva sul pavimento della stazione ferroviaria. La sua radio-sveglia era l’annuncio dell’Eurostar delle sei, che ogni mattina partiva puntuale. La sua compagnia, una bottiglia di whisky di seconda mano, che rimediava al bar di fronte all’entrata non appena aveva qualche spicciolo da spendere.
Del resto, avrebbe trovato difficoltà a fare altre amicizie, e non tanto per le sue condizioni fisiche, quanto perché parlava poco italiano. Sapeva di essere straniera, poiché la sua lingua suonava diversa da quella dei locali; tuttavia, non sarebbe stata capace di darle un nome, perché un velo d’oblio copriva il suo passato. A causa delle sue difficoltà espressive, aveva finito per regredire a uno stato di apparente mutismo, e si esprimeva prevalentemente a grugniti.
Non le sarebbe dispiaciuto conoscere la sua storia, ma i suoi desideri e le sue emozioni si erano ridotti ai minimi termini. Le bastava riuscire a trascinarsi per le strade della città e rimediare un pugno di cibo e di bevande. Oltre a questo, era ben poco quel che arrivava a sentire. Immagini, reminescenze, bagliori di una vita precedente a volte si affacciavano alla soglia della sua memoria, ma il massimo che riuscissero ad ottenere era turbarla, così che li rimuoveva con fastidio. I suoi punti di riferimento, nella città, erano i pochi edifici a cui sapeva dare un nome: il Duomo e il Battistero, Palazzo Vecchio, la stazione. Faceva dunque un’interminabile spola tra queste pietre miliari del suo mondo limitato, sbattendo negli angoli e fermandosi spesso per riprendere fiato.
Erano le dieci del mattino di una giornata di tardo autunno, e piovigginava. Deirdre non aveva di che ripararsi, così era tutta bagnata. La gente che sfiorava la scansava, perché il cattivo odore che emanava era ancora più forte, con l’umidità. Lei era molto stanca, ma si era messa in testa di completare il tragitto dalla stazione a Piazza Duomo. Era strano, ma si sentiva alquanto più lucida del solito: come se parte di quello che era una volta stesse riaffiorando alla sua memoria. Si sentiva spossata e spaventata: a un certo punto credette di non farcela più e si appoggiò al lato di una chiesa per riposarsi un po’. Intorno la gente scorreva, fiumana di ombrelli e cappucci.
La riscosse un colore, rosso acceso. Doveva essere di una borsa, ma non le sembrò tanto importante. Quel che conta è che la stava chiamando. Cingeva la spalla destra di una ragazza. Deirdre si mosse per seguirla. Forse era la folla che la sospingeva, ma riuscì comunque a vincere la propria stanchezza e a non perderla di vista. Il Battistero e, dietro, il Duomo, si stagliavano già coi loro marmi bianchi e verdi contro il cielo plumbeo. Deirdre sudava. Quella giovane stava risvegliando in lei ricordi pericolosi, che la prendevano nei visceri e la scuotevano intimamente. Non poteva fare a meno di seguirla, ma temeva fortemente il momento in cui avrebbe visto il suo volto. Aveva i capelli lunghi e rossi, come credeva di ricordare fossero anche i suoi, una volta. Camminava disinvolta, con passi ampi e flessuosi. Deirdre provava invidia per la sua bellezza: un’invidia mista a repulsione, un intreccio di odio e ammirazione che la sua mente sgretolata non riusciva a districare.
Intravide il profilo della ragazza quando questa girò intorno al Battistero. C’era un gruppo di persone con macchine fotografiche, lì vicino, che per poco non la distrasse. Quel naso, si disse, quel naso; le ricordava qualcosa, come se lo avesse visto da vicino, molto tempo prima. La giovane si incamminò per la strada che portava a Palazzo Vecchio. Era sempre sola, e non sembrava avere fretta. Deirdre accelerò il passo, sentendo l’urgenza crescere in lei. Stava iniziando a piovere forte, ma non le importava. Tuttavia, fu felice di notare che, giunta ad un bar, la giovane rallentava ed entrava. Si appiccicò alla vetrata per scrutare all’interno. La gente dentro non le fece caso, a parte un paio di sguardi imbarazzati.
Aspettò qualche secondo, finché non vide la ragazza seduta ad un tavolo; un cameriere le stava chiedendo che cosa gradisse. La sua invidia bruciò ancora più forte. Quella sirena era lì, comoda, col mondo a disposizione e circondata da melliflui sorrisi maschili. Tutto questo sconvolgeva la donna senza memoria, che però non arrivava a comprenderne la ragione. Di rado qualcuno aveva suscitato il suo interesse e al tempo stesso la sua rabbia in maniera così intensa, almeno da quando si trovava nelle pietose condizioni attuali. Benché avesse perso la cognizione del tempo e non sapesse da quanto dimorava nel suo limbo sempre uguale, adesso le pareva di scorgere un sottile filo di luce che, partendo da un punto indefinito dello spazio, si proiettava all’indietro, verso regioni sconfinate e oscure. Eppure, non era ancora in grado di distinguere se tale reminiscenza si riferisse alla ragazza dentro il bar o a qualcun altro, cui lei la rimandava. C’era una sorta di bozzolo informe, nella sua mente, dal quale partivano filamenti di verità in cerca di un padre.
Decise di entrare. Fece due o tre passi nella sala, e subito la gente si voltò inorridita. Deirdre sapeva bene quale disgusto il suo passaggio provocasse nelle persone. Non le biasimava, come non biasimava se stessa. L’unica che non si girò fu la ragazza. Era seduta lontano, e sembrava assorta. Deirdre si sedette ad un tavolo nel mezzo. Un paio di coppie si spostarono e il cameriere non venne a servirla, ma a lei non interessava. Desiderava solo sapere qualcosa di più su quella giovane donna. Dimenticò il resto del mondo e si concentrò su di lei.
Ad un certo punto, vide un uomo che si avvicinava al suo tavolo. Era alto, biondo e con la pelle chiara. Non poté trattenersi: si alzò in piedi e si mosse in quella direzione. Non sapeva perché, ma quell’individuo faceva parte del suo passato, e doveva scoprire chi fosse. Fece finta di dirigersi al bagno, che si trovava sulla stessa parete del loro tavolo, giusto dietro l’angolo. Si nascose proprio lì, da dove poteva udire le loro voci.
“Tutto bene, Sinéad?”
“Bene, Joseph, grazie. Hai avuto difficoltà a trovare il bar?”
“Non troppe, per fortuna. Non è la prima volta che vengo qui, lo sai. Notizie di Deirdre?”
“Nessuna, per il momento. L’ho cercata per il centro, ma non l’ho trovata. Non credi che dovremmo rivolgerci alla polizia?”
“Meglio di no. Non c’è niente di illegale, ma… Anche dopo tutti questi anni, continuo a provare vergogna.”
“Hai fatto tutto quello che potevi. Sei un personaggio conosciuto: non potevi tollerare oltre.”
“Ma era mia moglie, Sinéad. È mia moglie. Se l’ho lasciata in quella clinica sulle colline, è stato perché cominciava a ricattarmi. Diceva di voler mettere in giro voci imbarazzanti sul mio conto, se non le avessi procurato l’alcol. Dovevo proteggere lei e tutelare me stesso. Ma mi sento lo stesso colpevole.”
“La troveremo, Joseph, sta’ tranquillo.”
“Spero di sì. Vorrei almeno garantirle una vecchiaia decorosa.”
“Alla clinica proprio non sapevano nulla?”
“No, cara, niente di niente, e da almeno due mesi. È scomparsa senza lasciar tracce, e prima di adesso non sono riusciti ad avvisarmi, perché nel frattempo mi ero trasferito in America. D’altronde, avrei potuto interessarmi un po’ di più anch’io: era da almeno un anno che non mi facevo più vivo. La colpa non è loro.”
“Ma neanche tua, Joseph. Non ci pensare. Vedrai, la troveremo.”
Deirdre si sentì percorsa da un fremito di angoscia e verità. Udì fisicamente lo scricchiolare dei legacci della sua memoria, mentre i filamenti di quell’embrione di vita passata si scioglievano, per avvolgere l’uomo e legarlo alla ragazza in una comunione di eventi. Era stato cinque anni prima: suo marito l’aveva portata a Firenze per farla internare in una casa di cura specializzata nella disintossicazione degli alcolisti. Le aveva detto che sarebbe venuto a trovarla ogni mese, e presto l’avrebbe riportata a casa. Quel giorno c’era anche quella ragazza: la sua segretaria. L’aveva anche baciata, prima che si allontanassero insieme. Poi erano scomparsi tutti e due dalla sua vita, e lei dalla loro.
Fino ad oggi.
Joseph, l’imprenditore; Sinéad, la brillante neolaureata; Deirdre, la moglie alcolizzata e sola.
Nello stesso momento in cui comprese la realtà dei fatti, la donna provò schifo per se stessa. Adesso riusciva anche a dare un nome alla lingua che parlava, e comprendeva di essere irlandese. Cinque anni per ritornare al presente: una parentesi enorme, che adesso si stava per chiudere.
Uscì dall’angolo e fece qualche passo in direzione del tavolo. La ragazza e l’uomo non si accorsero di lei fino all’ultimo momento. Appena la giovane alzò gli occhi e la scorse, si spaventò e toccò la mano del compagno per avvisarlo. Lui si girò di scatto.
“Eccomi,” Deirdre disse.












January 18, 2008 at 5:31 pm
Il finale con parentela era telefonato, ma le atmosfere precedenti: perfette!
Blackjack.
January 18, 2008 at 5:56 pm
Come potrei non amare questo racconto?
So cosa significa trovare nell’Irlanda l’ispirazione per scrivere.
E ciò che tu hai scritto l’ho amato sin dalla prima parola: “Deirdre”.
Bravissimo, Giovanni.
January 19, 2008 at 1:26 pm
Grazie infinite per i vostri commenti! Gaja, come non restare folgorati dalla bellezza e dall’incanto sottile dell’Isola di Smeraldo? Ho altri racconti sul tema, via via ne posterò alcuni.
Un caro saluto a tutti,
Giovanni