La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Intervista a Denis Donikian, di Stefania Nardini

Posted by marsiglia on January 21, 2008

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Il genocidio dimenticato che “ispiro’ Hitler

E’ stato il primo genocidio del Novecento. Un milione e mezzo di cristiani armeni sterminati. Una tragedia che ispirò Hitler in un suo celebre discorso del 1939: «Chi mai si ricorda», si chiese, «dei massacri degli armeni?». Gli armeni non hanno dimenticato, nonostante per molto tempo questa orribile pagina della storia sia stata rimossa. Il primo paese a riconoscerla fu la Francia, dove ancora oggi vive una grande comunità. A stendere un velo è ancora oggi la Turchia, alla quale l’UE chiese come condizione per un suo ingresso nella coalizione il riconoscimento di quegli orrori datati 1915. A Denis Donikian , scrittore di origine armena, che per “Le Monde” cura un sito ulla memoria, chiediamo: perché quel genocidio è stato dimenticato per tanto tempo?

Un anno fa Hrant Dink, fondatore e caporedattore della rivista Agos, giornale scritto in armeno e turco, fu assassinato. Ancora sangue, perché?

nardini-2.jpg“Hrant Dink si diceva armeno di nascita, turco di nazionalità. Ha fondato il suo giornale per promuovere una vera democrazia in Turchia e per riconoscere alle minoranze lo stato di cittadini turchi. Ma tutto questo è stato interpretato come un’ingiuria contro l’identità turca.

La sua tesi era che l’identità armena doveva ricostruirsi intorno alla domanda di sopravvivenza del giovane Stato armeno e non soltanto sull’esigenza del riconoscimento del genocidio da parte della Turchia. E su questo c’era un disaccordo anche con molte nostre comunità, in particolare quella francese. Dink fu minacciato di morte per le sue idee relative al genocidio armeno commesso sotto l’impero ottomano, ciò gli valse l’ostilità del governo turco, ma anche e soprattutto dei nazionalisti a cui fanno capo i suoi assassini. In Turchia è punito dalla legge chi pronuncia la parola genocidio.>

Che ruolo ha giocato la Francia nel recupero della cultura armena?

Oggi la cultura armena ruota osessivamente intorno al chiedersi del genocidio, e in Francia c’è molto fermento sulla nostra identità . Ma gli armeni sono minacciati costantemente dall’assimilazione, malgrado l’esistenza di case della cultura, di giornali, di chiese, di scuole. Strumenti di sopravvivenza che non sappiamo quanto dureranno>.

Il premio Nobel a Pamuk ha contribuito a una presa di coscienza?

“Il 6 febbraio 2005, lo scrittore turco Orhan Pamuk aveva dichiarato al giornale svizzero Tages-Anzeiger che “tra 1915 e 1917, un milione di armeni e 30 000 curdi erano stati uccisi su queste terre” Tali dichiarazioni avevano suscitato una grande polemica nell’opinione pubblica e le classi politiche turche. Iniziarono cosi’ delle indagini giudiziarie. Nell’ottobre 2005 Pamuk venne accusato di insulto all’identità turca davanti alla corte di Istanbul. Ma lui sostenne:” Il mio scopo era di cominciare una piccola discussione su questo tabù, perché è un ostacolo per la nostra entrata nell’UE “. L’allusione era al massacro degli armeni. Ma questo costitui’ un’infrazione dell’articolo 301 del Codice penale turco che prevede la sanzione di ogni “denigrazione pubblica dell’identità turca”. Il processo di Pamuk era simbolico per una libertà di espressione severamente limitata. Il commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn, aveva avvertito dicendo che non è “Orhan Pamuk che è giudicato ma la Turchia “. Finalmente, le accuse furono ritrattate il 22 gennaio 2006. Ora Pamuk è negli Stati Uniti. Dopo l’assassinio di Hrant Dink, aveva ricevuto minacce da parte dei nazionalisti turchi.>

Peché la Turchia nutre tanto odio per il vostro popolo?

“Quando si parla della Turchia, bisogna intendersi. Personalmente distinguo il popolo turco dallo stato turco. È lo stato turco che è negazionista e il popolo turco è manipolato affinché sia negazionista. Tra i turchi, esistono delle persone che hanno vergogna degli avvenimenti di 1915. Altri che, pur riconoscendo il genocidio, non si considerano colpevoli. L’odio viene da coloro che credono sia stata un’invenzione per prendere le loro terre. Di fatto, si constata che i turchi hanno letto poco sul genocidio, a parte i militanti ed i professori. Questa ignoranza è la madre di tutti gli odi. E genera sentimenti simmetrici di esasperazione. La rimozione del genocidio è avvenuta consapevolmente o inconsapevolmente. E la gioventù turca è cresciuta con una versione menzognera del suo passato. Questo che rende il dialogo difficile. Ma tentativi di avvicinamento esistono. Per la prima volta in Francia, nell’aprile 2007, un francese di origine turca, Michel Atalay, ed un francese di origine armena, io , affiancati da un pugno di altri armeni e di altri turchi, depositavamo una lapide in Piazza dal Canada a Parigi, là dove ogni anno gli armeni si radunano per commemorare il 24 aprile 1915, ai piedi della statua di Komitas, un prete musicologo, scampato del genocidio ma che il genocidio aveva reso pazzo.>

Che ruolo ha la memoria nel lavoro di un scrittore di origine armena?

Fin dai miei primi libri, ciò che chiamiamo memoria ha fatto emergere, sia pure involontariamente, la mia scrittura. Il sentimento che provo è quello di un esilio abbastanza particolare poiché vivo in Francia dove sono nato. Più di una memoria, si tratta di una ferita simbolica per la quale percepisco le umiliazioni sanguinarie che hanno subito gli armeni. I loro boia non li consideravano come gli uomini. Oggi, il fatto che la Turchia non voglia riconoscere il genocidio perpetua questo sentimento da parte degli armeni : non essere considerati a pieno titolo come gli uomini.>

Articolo pubblicato su “Il Corriere Nazionale” nella pagina “Scritture & Pensieri”

Altre notizie sulla comunità armena e su Denis Donikian potete trovarle qui:

http://www.yevrobatsi.org/st/index.php?r=0

http://www.yevrobatsi.org/st/chronique.php?r=9

http://www.yevrobatsi.org/st/page.php?r=5&page=1

www.denisdonikian.com

http://denisdonikian.blog.lemonde.fr/category/commemoration-unitiare/22-avril-2007/

http://www.yesoudo.com/index.php?

10 Responses to “Intervista a Denis Donikian, di Stefania Nardini”

  1. paolocacciolati said

    Ottimo pubblicare questa intervista, specie ora, in prossimità della Giornata della Memoria.

    Paolo

  2. beatrice said

    molto interessante, grazie stefania

  3. Parlando con degli amici greci originari dell’asia minore a proposito del libro di Didò Sotitriu, (Addio Anatolia, Crocetti 2006), si parlava del tentativo in atto in questi anni di modificare i libri di scuola a proposito dei fatti che hanno insanguinato la turchia nella prima metà del secolo scorso.
    La necessità per armeni, greci e curdi di ricordare il tentativo di sterminio sembra essere sempre più difficile, meno quello armeno di cui furono responsabili in misura maggiore i turchi e dei curdi che ne vivono ancora gli effetti nell’attualità,, ma ben di più quello dei greci, avvallato da Francia, Inghilterra e Stati uniti, dopo che persa dall’impero ottomano, alleato alla germania, la grande guerra e asceso il regime laico nazionalista di Ataturk, la turchia divenne alleato strategico per trasporti e petrolio.
    La mitologia dei lupi grigi, oggi i principali fautori della xenofobia e del primato della razza turca, fu riesumata dai consiglieri politici tedeschi che riuscirono a instillare nella popolazione turca il sentimento della razza superiore alimentando l’odio per le etnie “estraee”, che a differenza della loro miserabile condizione godevano di più agiate condizioni.
    In particolare greci, armeni ed ebrei avevano il quasi monopolio del commercio e spesso rivestivano cariche ufficiali.
    Ciònonostante fino all’alleanza con la Germania le popolazioni convivevano pacificamente pur sotto il tallone ottomano.
    E’ un angolo triste della storia, un momento che molti vogliono cancellare e che sembra aver sempre meno testimoni e sempre meno ascoltati.

  4. nadia agustoni said

    Grazie di aver postato questo articolo è da tempo che volevo leggere sulla questione e mi riprometto di approfondire.
    Un saluto

  5. lambertibocconi said

    Qualche anno fa è uscito un film epico sul tema, un po’ pasticciato secondo me ma bello lo stesso, di Atom Egoyan; forse si chiama proprio “Armen”.

  6. stefania nardini said

    Un grazie a tutti voi e un grazie a Denis Donikian che da decenni si batte per il riconoscimento del genocidio. Tanto c’é da dire, da leggere. Avendo vissuto in Francia diversi anni ho avuto modo di conoscere molte persone di origine armena. In loro c’é il desiderio che venga riconosciuta l’identità, la cultura. C’é anche un grande balletto armeno che fa spettacoli bellissimi. E, sempre in Francia, molto diffusa é la loro cucina. Sembrano banalità ma sono importanti per chi viene da un esilio.
    Denis Donikian si occupa del blog di Le Monde sulla memoria degli armeni. E in aprile andrà a deporre una corona di fiori ai piedi del piccolo monumento che a Parigi ricorda questa tragedia. Credo che quel giorno ogni testimonianza, da qualunque parte del mondo giunga, sarà importante.
    Un caro saluto
    Stefania

  7. g. choukhadarian said

    Buona intervista, sì. Il film di Egoyan, noioso più di altri suoi ma impreziosito da Varenàgh Aznavourian, attore di qualità, si chiama Araràt, come il nostro monte sacro, attualmente allocato in territorio turco. Il giorno della memoria ricorda, in Italia, soltanto la Shoah. Non di meno, il 24 aprile, a Milano, il Comune e gli armeni di quella folta comunità depongono una corona sul khatch kàr (croce di pietra) che sta davanti alla Cattolica.
    Le testimonianze sul mètz yeghèrn (noi lo si chiama così: grande massacro, non c’è parola armena che traduca genocidio) si sono fatte numerose. L’ultima è dell’avvocata armena di Turchi che assistette Hrant Dink (F. Cetin, Heranush, mia nonna, Padova, Alet, 2007)

  8. stefania nardini said

    Credo manchi ancora un buon film su questa tragedia. Compreso quello dei Taviani che é molto criticato. Spero chechoukhadarian ci coinvolga nelle iniziative che verranno prese in Italia per la memoria del suo popolo.
    Grazie
    Stefania

  9. Abigail said

    Chouckha, ma perché ti storpiano sempre il nome? le versioni che coniano sono molto più difficili dell’originale, questo il buffo.
    sai che ‘com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire’ vuol dire “qualcosa”? e quel qualcosa ha a che fare con un certo Gurdijeff, pensatore di origine armena(!) che aveva dei discepoli, i Cercatori di verità. Trovare l’alba dentro l’imbrunire, secondo le sue teorie, sarebbe la possibilità di trovare una nuova vita attraverso un percorso di ricerca della verità che conduca a nuova consapevolezza e a un livello di vita superiore.

    Domani ci inchineremo al ricordo della Shoa, ma non solo. Ci inchineremo alla miserie umane umane, alle vittime di tutte le atrocità. Una di queste è il mètz yeghèr. Il dolore ha una voce, non varia. Ascoltiamola e cerchiamo di tenerla dentro di noi, che la nostra coscienza sia vigile e la volontà ferma nel condannare ogni violazione della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è più o meno ancora solo carta.

  10. Lorenzo Carlucci said

    accanto al giorno della Memoria andrebbero istituiti forse anche il giorno della Ragione e il giorno della Volontà e di qualche altra facoltà più efficace. la Memoria è una roba un po’ ottocentesca, primo novecentesca, da Recherche, froisson al thè delle signore. la “memoria collettiva” poi, questo scarto d’averroismo délavé, pare proprio un vicolo cieco.

    saluti,
    lorenzo

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