Tutto il calcio della mia vita – di Franz Krauspenhaar
Posted by franzk on January 22, 2008
Saturi di sangue saltavamo sulle gradinate
come canguri bianchi, alla ricerca del posto.
Forte, sotto la pancia del balenottero, a miglia
di distanza dall’erba cucita al campo, voglia
stonata di prateria, immusurabile. Per venire lì
facevo la via Capacelatro, gambe a serramanico,
il cuscinetto a strisce sotto l’ascella, come
la baguette mattutina di un francese.
Erano domeniche di pasqua, in tutte le stagioni
del fuoco. L’intenso sbarrare di folla, l’erto
molleggiare dei serpenti umani lungo la rampa
curva, dopo il passaggio antispranghe. Erano tempi
di terrore. Il freddo, la nebbia a scendere e salire,
come onde di ovatta su cupole di vento, a bolle.
Trovata la nicchia gli spari dei tifosi, l’urlo da caverna
altimetrica, l’uscita dei giocatori. Lo speaker dava
la trama dei nomi. Ero tifoso del Milan più nerastro
della storia, nomi finiti alla dimenticanza piena
folleggiavano nelle nostre teste, ovalizzate. Davanti,
lo Sciagurato Egidio sbagliava reti fatte,
davanti alla linea del portiere, come se ambisse
al suicidio. Le bestemmie, gli sputi affranti, le rabbie
come sfoghi mannari dei tifosi più folli, io con loro.
Nel sole, nelle primavere, lo stadio brillava di verde,
fino a sopra. Macchie solari intense, come monili
di donna a sboccio, splendevano pozzanghere di luce,
risalente, verso le gradinate; e gli striscioni dei club
danzavano, come showgirls, nel vento sussurrante.
Il gracidare dei transistor seguiva le sfuriate
offensive, e i ripiegamenti; da altri campi narravano
altre storie. Ciotti, l’Amante di Lady Chesterfield,
doppiava il gracidare radiofonico col suo cra e cra di rana combattente, dava il cra alle azioni, come fosse
stato il regista occulto di quelle operazioni.
Ancor prima, nelle domeniche coi miei – a leccare
assurdi gelati di vischio, chiuso in calzoni pizzicanti
la pelle giovane – dalla Voxson di mio padre sentivo
il campionato della Lazio dei record; e il sole rompeva
le barricate, e i biancazzurri vincevano, allagando.
Stretto nell’abitacolo, sentivo le partite con uggia,
mia madre tifava il Cagliari e mio padre, Carlwolf,
odiava il calcio; ma lui, sposo devoto, teneva la voce
della radio aperta, per lei, la tifosa di Gigi Riva e
dei suoi sorprendenti vincitori, nella stagione 69/70.
E avanti e indietro, e di tiro in tiro, e in ribattuta,
e avanti, verso lo stadio, un super UFO, a roteare
le urla dei dannati, cupamente osannanti
reti, desiderate come magie bianche. Quella volta
con l’Athletic Bilbao, quarti di Uefa, ricordo
che si giocò nel fresco, al pieno giorno. Era il ritorno,
dai baschi s’era perso 3 a 0. Andarono al galoppo,
e le righine rosse e nere, in quella primavera spifferante,
si vedevano d’un colore di macchia, indefinito, dagli spalti
dei popolari. Prima un gol, poi un altro. E poi il terzo.
Bastava poco, rimediare ai supplementari, sperare
ancora, con quell’assalto, che pareva insensato.
Ma poi, al fitto contropiede, quel Rojo da sinistra
infilò Ricky Albertosi, la maglia gialla a fine della corsa,
uscito per i fatti suoi, fuori dall’area, come sempre,
come per un passeggio, una pensata ai suoi casi.
Uscimmo con la grande pena a svenirci didentro.
Come in tutte le sconfitte mortali, il tifoso spianava
il ghigno dell’assassino per vicoli di notte, apprestato
al delitto su donzelle, come lo Squartatore londinese.
E gli occhi tagliati a falce, coi tergicristalli azionati
per evadere il fiele in clamoroso eccesso. E le urla,
a conico rimbombo, e girando, come tornado vocali,
verso le auto, o il tram, in piazza Axum, per il ritorno
scuro, come serate di magra, come pianto di lutto.
Oppure, nel 74, in Germania, feci quel pianto assurdo
(ora, sì ora, non m’importa più niente) per l’uscita
al primo turno degli Azzurri. I Senatori del Mexico 70,
Rivera, Mazzola, Riva, che allora mi parevano signori
d’età, ed erano trentenni – e oggi li definiscono ragazzi.
Fuori, per colpa della Polonia di Deyna, di Lato, di questi
gagliardi attori del Far Est. Deyna è morto qualche anno fa,
regista di gran tocco, per un crash dell’auto, come successe
al povero, silenzioso Scirea, proprio per statali, in Polonia.
Ecco, l’82, la Spagna della vittoria moderna, dopo
un’era a digiuno. Vidi la finale allo spaccio fumante,
nel barrire della soldataglia, di birra inflitta, sulla tivu in alto,
coperta da strilli, e soldati che entravano ed uscivano, voci
e corpi come steccati mobili, un logorroico turbine di niente.
Il gol di Tardelli, e l’esultanza in corsa, e Pertini ridente:
queste scene migliaia di volte, dopo, volanti in pezzi
di replay di euforia nazionale. Di quel mito più niente,
mi pare di capire. Ma non godetti di quella vittoria,
allora pensavo già ad altro. E’ che io del calcio ricordo
di più gli smacchi, i pianti, le urla di furore per la negazione
di un gol, le camicie nere degli arbitri venduti, il velenoso
sapere di ingiusti traffici, di partite vendute come bianche
alla tratta.
A ritroso, l’assalto del Betis Siviglia, la bastonata in notturna,
e la prima partita al grande stadio, un Milan – Juve nel 69,
la Coppa Italia. Ricordo di luce molto fioca, là assieme
a uno zio dell’Inter, come se a quella piccola età i colori
e la luce fossero stonati sulle palpebre. Forse è il tempo,
che tutto scolora, che abbandona, che fuggendo lascia
i detriti a sfarsi in poltiglia, nell’anima involta.
Da ragazzino giocavo al calcio per ore e ore, anche in
squadre organizzate. Già scrittore di minime storie,
amavo l’impervio del colpo di tacco inutile, la serpentina
spocchiosa, il tentativo arrogante del tunnel molle. Fuori
di testa, al risultato preferivo l’estetica del torero,
e senza spade danzavo col poco fiato tutto attorno
a terzini dotati, cattivi, odiatori del tocco. E picchiavo,
di rimando, sempre in situazioni franche, non visto,
a sfuggire furbastro da occhi pesti, nemici, giustizieri.
Il calcio delle radiocronache, il calcio della tivu, di Ameri,
Ciotti, le danze delle vocali, l’andar dietro di consonanti,
i numeri dei gol segnati, dei minuti trascorsi, di quanto,
alla fine, ci mancava. L’incalzare fluente dei collegamenti,
e quel cuore, prima assopito, che svegliava le corde
tese a nervi, che muoveva verso l’alto, premuto dal sangue,
verso l’emozione truccata di un’ azione nell’area.
Truccato, io credo, è tutto. Non solo nel vendersi
e comprarsi; ma lo sport, la tenzone in un gioco,
inventato dall’ annoiata scimmia. Non trovo più le regole
regolari. Il pallone potrebbero lanciarlo con le mani,
volendo. Da qualche anno non trovo più spazio, questo
mi pare fuori dal senso. Per me il calcio ha esaurito
la sua forma, la sua forza congiunta con la voglia.
Ritorno a pensare a quando, giocando a Subbuteo,
facevo le telecronache da me: “Ecco Johnstone
che avanza, sulla linea centrale del campo, eccolo,
lancia un traversone, in direzione di Billston, ecco!”…
Sì, Johnstone e Billston, li avevo inventati io,
due prototipi universali, due realizzatori di sogni,
chissà dove sono finiti, ora li ricordo, ridendoci sopra:
come l’orso di pezza sono spariti nella discarica
delle cause perse, infinite, allungate verso lo zero
ritroso, nel capiente silenzio del passato remoto.
Fin lì, vado a sognare quella sera di emozione a polpa,
cruda, di sangue imberbe. Qualcosa irripetuto, per
chiunque. Carlwolf mio padre, col distacco sereno,
guardava assieme a noi la partita, il 4 a 3 lo fece
sorridere, era contento per noi, tifosi dell’Italia.
Della Germania nulla più gl’importava, l’aveva lasciata
in gioventù, su sterrati di guerra e fame nera, nulla
lo teneva a quella stanga. Era fuggito per alte nevi,
per giungere a limoni perduti, ghiaccie pianure, e nebbie
industriose, fuori da comignoli e nuove ciminiere.
Così, nel saliscendi che fumava dagli occhi ovali
percossi a febbre gialla, al gol di Rivera, che metteva Maier
fuori gioco, noi ci alzammo nell’urlo. La mamma mi abbracciò.
Momenti così, sboccanti di vita, quell’esplosione di gioia
che solo il calcio, balocco folle e cattivo, ci può dare,
se chiudiamo gli occhi al pensiero, alla logica, a quasi tutto.
Un altro andazzo qualche anno dopo, nel 77, a San Siro:
andai a vedere gli Azzurri in amichevole. Straccioni, come
i gastarbeiter di Pane e cioccolata, spingevamo
la vincibile armata contro la Romania. Erano tempi di secche,
con Bearzot che tentava di rimettere in sesto il triste esercito.
Poi finì 4 a 2, ma per un bel pezzo del gioco si rimase fermi,
come imbambolati; i tifosi a un tratto cominciarono a urlare
“Ro-ma-nia! Ro-ma-nia!”, per disperato disprezzo dei propri colori.
E io anche, ridendo di rabbia. Ecco, mentre imitavo i più
mi vergognavo, ero come un assassino coperto dalla folla,
remare contro quel guscio nocino era un gesto dal gusto
tutto italiano, di buttare dalle finestre tutto, di scegliere
per rabbia dolorosa il male peggiore di una disfatta piena.
E nell’86, di nuovo, nel Messico e nuvole d’altitudine,
tornando una domenica dal passeggio per auto, ecco
El Pibe, della mia stessa età, che baila tra un pugno
d’ inglesi. Che se li porta allo spasso, li dribbla melodioso
e io, con la carbonara-dry davanti al viso bello e somaro,
sorrido a Carlwolf, a mia madre, ché l’ho capito, lui,
sulla destra nell’area, che infila la rete della meraviglia
e io mi alzo, applaudendo, col cuore che rumbava nella gola.
Poi lo vidi anche allo stadio, e fuori, muoversi controverso
in una vita sbagliata; puro talento, arte somma del football
come mai s’era vista. E le rabbie, la droga, il pompamagna
di chi se lo voleva sfruttare per l’oro colato che portava,
da Napoli in verso su. Le cadute e le resurrezioni, Cristo
perverso del calcio d’ogni tempo, sacrificato al vizio.
Fino al novanta, la cifra tonda e senza più Carlwolf vivo,
e io che uscivo dal lutto guardando le partite – notti magiche,
inseguendo un gol – gli occhi disorbitanti di Schillaci, povero
come un Franco Franchi del folbér, e ancora El Pibe a San Siro,
contro il Camerun, all’esordio, penultima volta che vi misi piede,
finivo nella bellezza del Mondiale, ma ormai l’incanto
s’era disinnescato, a polveri bagnate il calcio mi diventava
fatto lontano, chiacchiericcio, musica per camaleonti freddi.
Dopo anni di altro, poi – che il calcio era sparito dai miei sogni,
alla fine del secolo venne a trovarmi l’onda d’urto
d’un innamoramento. Si può dire così, dell’Inter;
e mi ero ritrovato nei pomeriggi, da solo, a tifarne
le sconfitte assedianti. Quel blasone di vecchia nobile
decaduta, m’aveva fatto battere il cuore ritirato.
Così, al bar, ne cantavo a colori con altri, di squadre
anche diverse. E quel pomeriggio, del 5 maggio 2002,
gustai la sofferenza di un harakiri perfetto. Ero maturo
per ogni umiliazione, per ogni smacco. Del Milan odierno
sprezzavo ormai tutto, anche i rigoni delle maglie, e la spocchia
di iperconsumo del suo presidente, dal sorriso falso,
tirato da una liana lanciata nel vacuum.
L’Inter, ricchissima perdente, mi faceva pensare
alla vera vita, a quanto la disperdiamo, quasi sempre,
a quanto spesso sono inutili i giorni, e ancor di più
le sere, e le notti grigie, sognate dentro se stesse.
Hector Cuper era il trainer optimus per quelle sconfitte,
l’hombre vertical che picchiava il cuore dei giocatori
nervosi, quando uscivano dal tunnel, verso il catino fumante.
Mi piaceva lo scabro biancore di quell’uomo precocemente
vecchio; mi piaceva quel gioco argentino da difesa,
niente spettacolare, urtante, controproducente.
Era il perfetto perdente per le mie ringhiose urla deluse,
per cristonare contro il tutto, come da ragazzino
facevo con l’altra squadra. Cercavo l’approdo
al suicidio calcistico, come emblema di una vita
di secche perdite. E ora più niente, tutto è finito in altri
rivoli di senso, nello scrivere, senza più pause.
E’ questo il mio calcio, a dribbling stretti tra le frasi
di tutta una vita.
Ora che sono grande e disamorato io credo per sempre,
solitario come un lupo, mi disinteresso. Guardo altrove,
come se il calcio non esistesse più. Finisce tutto, i tempi
sono nuovi, in modo strano, confuso. Altri pericoli e altri tagli,
e i primi bilanci della vita, da esaurire con proponimenti,
con azioni dirette, che il tempo inizia a stringere.
Fuori dall’universo d’oggi, il calcio è divenuto ricordo,
da riprendere per righe, come adesso, e senza rimpianti,
solo un passaggio a livello nella vita. E’ tempo di non giocare.
(Immagine: dopo il gol della vittoria di Rivera in Italia-Germania 4 a 3, semifinali di Mexico 70)















nadia agustoni said
” Guardo altrove, come se il calcio non esistesse più”
impressione che ho anch’io Franz. Ma pure ricordo la passione degli anni fiorentini , il Batigol che era un mito, e giocavamo pure al fantacalcio e chi vinceva a fine campionato pagava il gelato a tutti/e. Indimenticanile poi sarà per sempre, per me, Roby Baggio. Quel mondiale in America e quell’ultimo rigore … una sala intera di persone, adulti e bambini, uomini e donne, a piangere.
Grazie quindi dei bei versi.
lambertibocconi said
Porca miseria, porca miseria… Voglia il cielo che a me non succeda lo stesso con la poesia, a volte me lo sento questo timore. Una delle ultime cose che non mi avevano mai tradito. Fine della parentesi personale. Stupendi i versi, fin troppo; credo per coscritti. Mi prosterno. E poi sono troppo felice che la Agustoni sia approdata qui. E’ una mente abbagliante nella tribù dei cani randagi. Anch’io mi sono disamorata definitivamente del Milan quando ha messo la maglia con le righe grosse. Ho tentato di tifare Udinese, ma ormai non me ne importava più niente. Come vizio mi è rimasto approfittando dei tempi quello di leggere il giornale al bar, di cliccare compulsivamente su questo blog (e su nessun altro), sulle mie mail, di grattare i miei gatti e in genere tutti quelli che trovo, di mettermi la crema. Tanti tanti baci a Franz e Nadia.
paolocacciolati said
Per ricordarci di quel calcio lì, consiglio l’ultimo libro pubblicato da Bur nel 2007 con gli scritti di Gianni Brera: Il più bel gioco del mondo.
“Il gioco del calcio è una sorta di mistero agonistico. Il suo fascino viene forse dalla sfericità della palla, che per essere sempre e dovunque in perfetto equilibrio si trova in certo modo a mimare la prodigiosa armonia dei mondi.”
Gianni Brera
lambertibocconi said
Bè insommma, allora la mima di più il rugby… si sa che la terra è un po’ ovale, o sbaglio? :-) Anzi, precisamente come mi rimembro dalle elementari: “schiacciata ai poli”.
(Oltre a essere ferma in mezzo all’universo con tutto che le gira intorno, compatibilmente col punto di vista… Non riesco a dimenticare quel brillante articolo di Sparzani, mi ha cambiato la vita!)
paolocacciolati said
La terra come una palla di rugby! Anna, questa è geniale! Me la vedo già sballonzolare nel fango, contesa da Angeli e Demoni.
Speriamo che la portino in meta quelli buoni…;-))
P.
nadia agustoni said
@ Anna
meno male che io pure rendo felice qualcuno. Un ciao a te
@ Franz
Da La solitudine dell’ala destra di Fernando Acitelli:
Roberto Baggio ( ripescato dal libro tra le 185 poesie , una per ogni campione, che lo compongono)
“Talento di raso vestito, palleggio
erudito, tocco infinito,fanciullo ferito…
I fuoriclasse oggi non sono più tali
di moda van solo i normali…”
un saluto
lambertibocconi said
Sì sì, ma non l”ho mica inventata io, q
lambertibocconi said
..uesta storia di “schiacciata ai poli”!
L’inserimento repentino di Agustoni in area mi ha spezzato il commento…
jolanda catalano said
Nella vita tutto cambia prima o poi.Cambiano persino i ricordi,ovattati dalla nebbia del tempo,cambiano gli interessi perchè altri ne subentrano,altri più forti come gli anni,e ciò che prima appariva essenziale,quasi indispensabile,poi torna tra le ragioni di un vissuto che sembra non ci appartenga più di tanto. Si cresce e la vita apre nuovi scenari,nuovi personaggi dietro le quinte pronti ad entrare in scena,e a volte pubblico e attori sono la medesima cosa sino alla fine della rappresentazione,poi si va con nuova consapevolezza,e la strada attende un nuovo cammino.
Anche qui,Franz,dirti bravo è poco,altre volte ti avevo fatto presente della tua grande capacità di rapportarti in terreni dove pochi si avventurano,tu lo fai con grande sensibilità e disinvoltura.
abbracci
jolanda
Giuseppe Iannozzi said
Forse come scrittore sei meglio.
rferrazzi said
E’ cambiato tutto da quando i pali sono diventati tondi. Sostituzioni, schemi, pressing. Fra un po’ si farà come a pallacanestro: si potrà rimandare in campo un giocatore che era stato sostituito. Poi si passerà al tempo effettivo. Poi non sarà più calcio, e un Pelè, un Sivori, un Maradona, ce li scorderemo per sempre.
lapoesiaelospirito said
Grazie a tutti. Sono d’accordo, per una volta, con Iannozzi. Nondimeno mi piace uscire dal mio seminato, talvolta.
Il calcio è una parafrasi della nostra vita. Per cui questa lunga poesia è davvero qualcosa di molto lungo anche dentro di me, che attraversa tutta la mia vita. Come dire: la mia vita attraverso le lenti del calcio.
Oggi ci pare assurdo l’esaltarci e il deprimerci per una partita, e secondo me è anche triste, oggi; ecco, ricordando questo passato dietro a un pallone non può che venire una grande malinconia per il tempo che è passato, che passa, che passerà. E’ tempo di non giocare, purtroppo, sempre più.
fk
Alessandro Ansuini said
Bello davvero. Io cooper l’ho conosciuto, era matto come un cavallo. ma insomma. bella galoppata attraverso gli anni.
robertorossitesta said
Caro Franz,
epicissimo!
Saluti,
Roberto
RRC said
sì guardate altrove :-)
ma quando nel 2061 vi capiterà per sbaglio di rivincere un derby, tutti a riprenderci per il culo! ;-)
lapoesiaelospirito said
Grazie Alessandro (trovo che sei bravissimo) e al me amis Rossitesta (quanto lo stimo lui lo sa).
Grazie a Corsi (beato te che pensi ancora al calcio:-)
Un abbraccio speciale alle signore Lambertibocconi (lei mi ama, ma FA testo:-) e Nadia Agustoni, finissima poetessa.
fk
furlen said
franz
la tua epica è da guerin poetico
sei il Garrincha dei versi
il Levratto della frase
Pogliana dei ricordi
Come Garella magicamente maldestro
effeffe