Poesia e Rivoluzione, di Marco Guzzi
Posted by marcoguzzi2 on January 23, 2008
Loretto Rafanelli ha curato per “I quaderni del battello ebbro”, un volume collettivo dal titolo Le voci, il coro - La poesia italiana e straniera dell’ultima parte del Novecento.
Il libro contiene una quarantina di interventi dei maggiori poeti e critici viventi. e apre le sue Considerazioni generali con questo mio testo.
Un mondo in disfacimento e la sua rivoluzione
1. Se dovessimo valutare l’attuale situazione del mondo poetico soltanto in base a ciò che ne vediamo, dovremmo ritenere di trovarci entro una fase di decadimento definitivo, di spappolamento e liquidazione di qualsiasi residua istituzione letteraria dotata di senso.
Ma questa considerazione vale anche per l’intera società italiana, e più in generale per l’Occidente moderno, inteso non tanto come area geopolitica, quanto piuttosto come epoca della planetarizzazione del tramonto di tutte le culture tradizionali e dell’emersione di un pericolosissimo totalitarismo tecno-mercantile.
Per non vedere solo il disfacimento e la corruzione che ne deriva, dobbiamo fissare il nostro sguardo nelle dimensioni di ciò che ancora non si vede, negli spazi interiori del futuro, in quelle profondità del cuore in cui, proprio attraverso tanta disgregazione e tanto dolore, qualcosa di altro si sta configurando: sta effettivamente nascendo.
Questo sguardo nell’invisibile richiede però uno straordinario sforzo di concentrazione, e un’attitudine altrettanto straordinaria all’ascolto e in definitiva alla preghiera, come forma suprema di ascolto di ciò che ancora non siamo, non sappiamo, ma stiamo diventando e amiamo: “noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2Cor 4,18).
2. Più o meno tutti i critici letterari sono d’accordo nel sostenere che a partire dalla seconda metà degli anni ’70 svaniscano gli ultimi strumenti di orientamento nell’universo poetico italiano, e si entri in un periodo di puro e assoluto caos. Pochissimi però si chiedono seriamente il perché di questa situazione. Piuttosto si tenta di supplire a questa deficienza teoretica moltiplicando le forme private di interpretazione, e cioè potremmo dire le antologie “personali”. Ognuno si fa la sua. Ci sono quelle “generazionali” e quelle “di gusto”, del tipo: ci metto dentro chi piace a me e ai miei amici; ci sono poi quelle che ancora pretendono di conservare un certo decoro e rigore accademici e quelle invece fatte solo per escludere qualcuno e includere qualcun altro. Anche grazie a queste operazioni il caos cresce e il fango dell’insensatezza sale.
3. In realtà i poeti italiani non hanno quasi più nessuno che li legga. Vivono un isolamento crescente, uno scollamento dolorosissimo dalla società e dai suoi problemi, spesso una più o meno cupa disperazione. Esistenzialmente ognuno di noi cerca un modo per sopravvivere, tra angoscia di morte e vanità del tutto, mentre di fuori prolifera una competizione “letteraria” tanto più feroce e spietata quanto più vana e autoreferenziale, da bande armate, da mafie. Nessuno può più legittimare nessun altro infatti: introduzioni, inserimenti in collane prestigiose, premi o cose del genere sono tutti strumenti in gran parte svalutati, monete false: niente e nessuno può più garantire ad uno scrittore di essere finalmente accolto in una sfera di reale esistenza, nella “storia della letteratura”, essenzialmente in quanto è proprio quest’ultima che non esiste più…
Questa situazione rende il nostro ambiente particolarmente infetto, in quanto le piccole e a volte microscopiche ambizioni sono spesso le più avvelenate, e la frustrazione è il sentimento di base dell’odio e della rabbia.
4. Lo stesso fenomeno infettivo, la medesima pandemia la si riscontra d’altronde nel mondo dell’arte come della filosofia, dell’editoria come dell’università o della comunicazione di massa, in ogni ambito cioè della cultura. Tutto ciò che non può canalizzarsi nei labirinti spettrali del “mondo accademico”, né inserirsi nel settore dell’industria e dello spettacolo, rifluisce in aree autoreferenziali o nelle catacombe. Nel 1968 Pasolini descriveva così la riduzione della cultura a settore commerciale, e dell’intellettuale a “numero” di attrazione del circo mediatico: “L’intellettuale è dove l’industria culturale lo colloca: perché e come il mercato lo vuole. In altre parole l’intellettuale non è più guida spirituale di popolo o borghesia in lotta, ma per dirla tutta, è il buffone di un popolo e di una borghesia in pace con la propria coscienza e quindi in cerca di evasioni piacevoli”. Per chi non si adatti a tanta vergogna resta l’esilio, la scomparsa sociale, il suicidio, o lo spostamento definitivo su un diverso piano di realtà.
5. Dobbiamo però renderci conto che questo fenomeno disgregativo è in cammino da tempo ed è molto più radicale e profondo di quanto Pasolini riuscisse a vedere attraverso le categorie ancora economicistiche che utilizzava (sviluppo inevitabile di un capitalismo più avanzato in Italia etc.). Per comprendere un po’ meglio il caos attuale dovremmo reinterpretare piuttosto, leggendoli a ritroso, almeno due momenti cruciali della nostra storia: la crisi degli anni ’60 (Novissimi, Concilio Vaticano II, ’68); e la catastrofica risposta totalitaria alla crisi della democrazia borghese agli inizi del XX secolo (Rivoluzione sovietica; fascismi europei; avanguardie poetiche e artistiche; Seconda Guerra Mondiale).
In base ai limiti di questo lavoro dobbiamo limitarci a dire che il vero problema che attraversa il XX secolo (politico e poetico), e che arriva irrisolto e aggravato fino a noi, è quello della Rivoluzione. Oggi stagniamo poeticamente e politicamente in quanto non siamo ancora capaci di pensare in modo nuovo la Rivoluzione, che pure è già da tempo in corso, non abbiamo ancora elaborato una interpretazione post-marxistica (e post-ideologica) della Rivoluzione che stiamo vivendo, e quindi ne subiamo gli scossoni, invece di assumerne la guida consapevole.
Ma di quale Rivoluzione parliamo?
E’ appunto la risposta a questa domanda che rimetterà in moto la ruota inceppata della storia.
Io qui mi limiterò a tentare una riflessione che tragga dalla storia della poesia alcune indicazioni utili a definire la natura della Rivoluzione in atto .
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Il futuro della poesia: la Rivoluzione dell’Uomo
1. Partiamo da Benedetto Croce e dal suo netto rifiuto di tutta la poesia contemporanea da Rimbaud fino alla così detta “poesia pura”: “E lascio da parte il Rimbaud, che, nella sfera del pensiero così estetico come morale non dié nulla che valga, e nella poesia, dopo alcune prove di precoce virtuosità, fece confessione del suo definitivo fallimento, che fu l’unico atto serio e virile da lui compiuto”. Per Croce questa nuova poesia è semplicemente assurda, falsa, irreale: “Della cosiddetta nuova poesia accetto solo, come ho detto, quelle parti o quelle faville nelle quali essa si dimostra o si dimostrerà della stessa natura dell’antica ed eterna, contenutisticamente intuitiva al modo di quella di Omero e di Dante, di Shakespeare e di Goethe”. Insomma questa nuova poesia per Croce sostanzialmente non è poesia, ma “dovrebbe, se mai, chiamarsi col nome di una nuova categoria spirituale, ancora non definita e che sarebbe da scoprire”.
2. Croce coglie, da profondo pensatore, un aspetto cruciale della questione, sia pure interpretandolo in modo negativo: questa poesia è altro rispetto a tutta la tradizione letteraria precedente: una inedita esperienza umana e dell’umano, addirittura “una nuova categoria spirituale” si fa strada in essa. Di questa assoluta originalità della propria esperienza erano d’altronde pienamente e orgogliosamente consapevoli Novalis e Rimbaud, Mallarmé, Campana e tutti gli altri… Se intanto tenessimo per ferma e approfondissimo il significato di questa acquisizione critica fondamentale una parte della nostra confusione potrebbe dissiparsi, potremmo infatti incominciare a discernere meglio nell’attuale produzione (e talvolta nell’opera di uno stesso autore) la poesia che tenti di proseguire per la via trans-letteraria tracciata da Rimbaud e Ungaretti, da quella che in un modo o nell’altro non porti dentro di sé le lacerazioni e le aperture di quella frattura. Perché di una vera e propria frattura si tratta, e non solo stilistica, quanto piuttosto eonica, in quanto attraverso di essa sembra che due mondi, addirittura due figurazioni antropologiche vadano alternandosi: una morendo e l’altra nascendo con molta fatica. Ricordate l’Ungaretti delle Apocalissi?: “Si va facendo la frattura fonda”. E’ a questo livello antropo-cosmico che dovremmo reinterpretare oggi il termine Rivoluzione, alla fine del ciclo ideologico giacobino-marxistico (1789-1989), e quindi comprendere meglio ciò che (ci) sta succedendo sul pianeta terra e sta sconvolgendo anche il mondo della poesia.
3. Ebbene, come dicevamo poco sopra, questa coscienza di attraversare un crinale rivoluzionario di portata antropologica è presente in tutti i poeti più significativi che hanno fatto parte di quella “nuova categoria spirituale”, intuita da Croce: Rimbaud come Trakl, Eliot come Char, Campana come Ungaretti, Celan come Luzi potrebbero benissimo sottoscrivere queste parole di uno dei capostipiti di questa linea genealogica, e cioè di Friedrich Hoelderlin, che il 10 gennaio del 1797 scriveva all’amico Ebel: “Io credo in una rivoluzione futura delle concezioni e delle modalità di rappresentazione, che farà impallidire tutto ciò che finora è stato”. Ed eravamo ad appena 8 anni dalla Rivoluzione Francese…
Da allora l’estraneità dei poeti rivoluzionari rispetto agli assetti di questo mondo (anche letterario) è cresciuta a dismisura. In certe fasi alcuni di loro hanno creduto che un movimento di avanguardia o un movimento politico potessero incarnare il moto rivoluzionario che vivevano dentro; ma ogni volta questi conati si sono mostrati o patetici o catastrofici: o si finiva per tornare nelle atmosfere asfissianti del “mondo letterario” (surrealismo, neoavanguardie, gruppo ’63, etc.); o si finiva per sperimentare la distruttività di quelle ideologie che controfiguravano il senso della vera e ben più radicale rivoluzione in atto: quanti poeti comunisti più o meno illusi, quanti poeti fascisti (da Thomas a Pound, da Marinetti fino a Fortini, a Gatto, o allo stesso Pasolini…). Molti scelsero la morte di fronte ai disastri delle loro illusioni, come Majakovskij. Molti impazzirono. Altri si chiusero nella loro esperienza interiore, in attesa di un tempo più opportuno, come la Dickinson o René Char.
4. Due mondi dunque, che prima di essere poetici, sono antropologici, si stanno alternando: questo è il senso segreto di una Rivoluzione che trova in realtà il suo primo momento di rilancio “mondiale” con la svolta della modernità, acquista una velocità vertiginosa nel XX secolo, e giunge fino a questo nostro bivio decisivo tra oscuramento finale e ricominciamento. E’ questa Rivoluzione che esplode nel corpo della poesia aprendo in esso una scissione irrimediabile tra Morente e Nascente. Campana ne era già pienamente consapevole: “Su qual terreno potrebbero intendersi p. es. Baudelaire e Palazzeschi? Povera nostra poesia!” Oggi si vorrebbe credere invece che uno stile valga l’altro, siamo diventati tutti molto pluralisti, post-moderni, ognuno si esprima come vuole, tanto è lo stesso: siamo diventati così archivisti, catalogatori, compilatori di elenchi telefonici, spesso becchini: allineiamo salme per il funerale della storia.
Ma non è affatto così, carissimi amici poeti e critici. Non è affatto così! Ogni opera poetica si inserisce perfettamente in uno stadio preciso del processo trasformativo in atto, e lo esprime con maggiore o minore potenza rivoluzionaria. Si tratta solo di avere gli strumenti critici per capirlo. Nella poesia italiana, per esempio, la linea che va da Ungaretti e Montale fino a Gatto e a Luzi oscilla continuamente tra i due mondi in alternanza: a volte ci si protende verso il giusto ascolto delle parole che vengono a illuminarci l’inedito cammino, mentre troppe volte si rifluisce nel letterario, nell’ego-espressivo, nella noia mortale di inutili sagacie o ironie. Anche esistenzialmente questi poeti oscillarono tra la figura del sapiente e quella del professore, tra quella del veggente e quella del giornalista, tra quella del maestro e quella del dirigente editoriale: e cioè si barcamenarono ambiguamente tra due figurazioni antropologiche opposte. Non presero perciò mai una decisa posizione nella Rivoluzione in corso, perché non la comprendevano. Tennero sempre i piedi in due staffe, e questo fece perdere loro ascolto e credibilità, forza poetica e forza spirituale.
5. Già nel 1964 Franco Fortini coglieva molto bene questa debolezza morale degli scrittori italiani: “Gli avanguardisti e i loro avversari sono disposti a mettere tutto in dubbio e a seppellire la carogna delle belle lettere. Non a modificare le strutture delle istituzioni letterarie. A disputare lungamente sul capitalismo e sulla industria culturale, sul marxismo e sulla rivoluzione. Non a modificare di fatto lo status della loro professione.”
Non si poteva d’altra parte arrivare a mettere fino in fondo in discussione lo statuto sociale del proprio essere poeti, in quanto non si aderiva ancora al livello autentico della Rivoluzione in corso, fraintendendone marxisticamente o ignorandone borghesemente la reale portata.
Oggi quelle mediazioni, già ampiamente tarlate negli anni ’60, continuano a sopravvivere e a proliferare, ma sempre più stancamente, in una sorta di depressione permanente, e di progressivo sbriciolamento. Oggi migliaia di poeti (e milioni di persone) in Italia sperimentano il collasso della loro vecchia identità ego-centrata, su cui si fonda ancora questo mondo, e non sanno come vivere questo travaglio, e si affaccendano tra blog e case editrici, tra rivistine di provincia e gruppetti vari di auto-aiuto, rincorrendo un riconoscimento da parte di un sistema letterario, che nella sostanza è già crollato almeno da decenni.
Dovremmo invece comprendere bene che ciò che sperimentiamo poetica-mente; e cioè il disfacimento delle possibilità del nostro ego di dare un ordine e un senso alla nostra vita e al mondo significa indissociabilmente il crollo dell’intero mondo letterario, per come si è andato configurando da Omero in poi, per dirla con Croce.
Per cui è contraddittorio scrivere certe cose e poi andare per il mondo come se tutto fosse come prima, come se ancora esistesse un mondo egoico ben fondato, e noi non fossimo proprio i nunzi, più o meno consapevoli, del passaggio ad un altro mondo e quindi anche ad un’altra figurazione dell’essere poeti.
6. Questo è insomma il tempo della consacrazione totale al mistero antropo-cosmico della Rivoluzione in atto.E questo comporta l’apertura di alcuni nuovi orizzonti e anche l’assunzione di alcuni nuovi compiti, che vorrei molto sinteticamente elencare per i miei amici poeti:
a) dobbiamo innanzitutto imparare a comprendere che cosa dicano le immagini che ci arrivano al di là del controllo della nostra coscienza egocentrata, e prendere molto sul serio ciò che esse ci dicono; dobbiamo cioè sviluppare un’ermeneutica della poesia rivoluzionaria , in un senso prossimo a ciò che suggerisce Jung: “Il simbolo presuppone anche una funzione che produca simboli, e un’altra ancora che sappia intenderli. Infatti quest’ultima funzione non è inclusa nel processo di produzione del simbolo; ma è una funzione a sé che si potrebbe designare come un pensare per simboli o facoltà d’intendere attraverso di essi”. Questa facoltà ermeneutica si ricollega d’altronde anche al carisma dell’interpretazione, cui allude san Paolo nella Prima Lettera ai Corinti (14,12). Questa facoltà spirituale costituisce a mio parere l’unica fonte ancora viva di una critica davvero contemporanea, e quindi post-letteraria.
b) Dovremmo poi imparare a discernere tra queste immagini quelle che ci guidano veramente verso la luce di ciò che sta nascendo in noi, da quelle che sorgono in noi solo per accrescere il nostro caos e la nostra disperazione: ogni immagine infatti è un vettore, una motrice, un’e-mozione potente. Questo lavoro critico è perciò in realtà una sorta di discernimento degli spiriti, e richiede perciò una profonda vita spirituale del poeta come del critico consapevole-mente rivoluzionari: “C’è la tentazione di prendere per immagini spirituali invece delle idee le fantasticherie che circondano, confondono e seducono l’anima al momento in cui le si apre davanti la via verso l’altro mondo. Sono gli spiriti di questo secolo che così procurano di trattenere la coscienza nel loro mondo”(Florenskij). Molti poeti italiani oggi oscillano senza nemmeno saperlo tra immagini evolutive e immagini dissociative, tra residui egoici e irruzioni inconsce, incorporano di tutto senza discernimento: danno cioè il loro corpo linguistico, e quindi alla fine anche il loro corpo fisico, a spiriti (e-mozioni) di tutti i tipi, illudendosi di svolgere un gioco solo privato o “immaginario”.
c) Sempre più consci di essere agenti segreti e al contempo pubblici della Nascita di una nuova umanità, dobbiamo collaborare ad edificare una nuova cultura della Rivoluzione in atto: un movimento culturale e alla fine anche politico che sappia riprendere tutte le direzioni evolutive che ci arrivano dagli ultimi secoli. Questo richiede un inedito confronto con tutte le culture della modernità, ma anche con quel mistero Cristo-logico della Nuova Umanità che duemila anni fa ha dato avvio nella storia del pianeta terra a quella Rivoluzione antropo-cosmica permanente che oggi torna, per vie spesso indirette e inconsce, ad inquietare il mondo.
d) E’ solo su questo nuovo livello di comunità rivoluzionaria che i poeti potranno trovare e abbracciare il nuovo compito che la storia del pianeta ci assegna: e cioè diventare semplici diaconi, strumenti vocali, profeti, umili collaboratori al servizio della trans-formazione trans-ego(geo)-centrica dell’umanità . Fuori da questa comunità, sia pure ancora in formazione entro il corpo storico-ecclesiale del cristianesimo e dell’intera umanità, io non ho più alcun luogo sociale in cui collocarmi, perché in realtà non c’è più alcun altro luogo vivo.












January 23, 2008 at 5:50 pm
Il discernimento degli spiriti, nel suo significato originario, presume una possibilità di riconoscere dai segni il soggetto, come ad esempio negli Esercizi Spirituali di S. Ignazio la meditazione de “I due vessilli”. Ma se ciò che è rifiutato è proprio una teo-logia, come distinguere ciò che è celeste da ciò che è infero nell’immaginario?
January 23, 2008 at 7:28 pm
Quello che dice Florenskij rimane essenziale. Elemire Zolla che lo fece conoscere in Italia ha ampiamente scritto su quale catastrofe causò l’abbandono dell’Immaginazione, che è disciplina sulle e delle immangini rispetto alle fatasticherie.
Il suo libro Archetipi si dedica parecchio a poeti che esprimono qualità immaginativa di valore archetipico. Lo stesso Corbin (corpo spirituale e terra celeste) e Hillman si sono occupati straodinariamente del valore dell’immagini (l’anima del mondo e i pensieri del cuore.
Una pedagogia della visionarietà dovrebbe perciò trasmettere la sua griglia mitologica metafisica alla tenebra del subconscio e alla luce accecante del superconscio.
Sono poli dell’essere che rifiutano le contrapposizioni.
Al livello massimo-minimo gli opposti si fondono, permane la percezione asintotica di campi forze in un tempo-spazio simmetrico.
Come si fa a comunicare la griglia a questi poli costitutivi dell’essere?
la chiave sta nell’esperienza dei due poli che tutti hanno avuto prima di nascere.
Ora, non voglio entrare qui in una descrizione fenomenologica della procedura, che sarebbe molto lunga, ma ricordo che Platone nel Menone mostrò i meccanismi mentali d’uno schiavo, che ci riconducono al centro del suo essere, dove egli custodisce e repressa e nascosta la fonte della verità.
Per ritrovarla, si possono seguire due strade: quella del caos: l’ebbrezza, o quella della semplificazione interiore, della concentrazione mentale. Una superiore sapienza intreccia e fa convergere entrambe le strade in una sobria ebbrezza.
Così, occorre che la griglia mitologica onirica scivoli nella mente e vi aderisca nella crepuscolare congiunzione fra veglia e sonno, nell’attimo in cui riemerge la condizione fetale.
Una griglia mitologica, per essere pienamente convincente, non soltanto alla superficie della mente, ma nell’intimo del sentire, deve essere accettata come qualcosa di superiore al semplice arbitrio.
Deve, in breve, rispondere a una metafisica. Si osservi il rigoroso sistema di corrispondenze tra la metafisica e la mitologia dogon, che per caso è pienamente nota.
Si guardi a come fino alla Rinascenza vigeva in Europa un riferimento rigoroso di ogni immagine dei miti cristiani, dalle gerarchie angeliche alla quaternità degli evangelisti.
Purtroppo, tutti i cartoni dell’Europa cristina sono stati ormai accantonati, è raro vedere oggi poetiche rispettose e fedeli a simboli come, ad esempio, quelli ormai sviliti e falsificati come la Vergine Maria come Torre d’Avorio.
La Torre d’Avorio è una figura che ricorre nella mistica cristiana come simbolo della fortezza munita e fatta della materia più salda e lavorabile.
Che si sia cominciato a un certo momento nefasto dell’Occidente a vomitare una bava stolida e satanica su questa immagine forte e soave è motivo di orrore e pietà.
Oggi solo, forse, una mente intonata alle verità della fisica recente, troverebbe appagamento e signiifcato soltanto in una metafisica non duale e trasposta in un griglia mitologica da assimilare per costruire nuove immagini da rappresentare.
Nel campo della poesia vedo molta stasi in questo senso.
Ricordo un bellissimo libro di V. Sermonti, L’Anima Scientifica, 1982, dove il biologo scrive un profondo libro per l’infanzia, dove traspone le leggi di natura in fiaba.
Oggi è raro trovare immagini disciplinate.
January 23, 2008 at 7:36 pm
A conferma di questo che dice Luminamenti
http://valterbinaghi.wordpress.com/2008/01/23/dare-forma-allassoluto-larte-sacra/
January 24, 2008 at 10:02 am
Carissimi, grazie delle vostre riflessioni.
E’ certamente arduo questo discernimento tra gli spiriti delle immagini, e richiede, a mio parere, che il poeta e il critico-lettore vivano il processo di trasformazione/liberazione interiore come prioritario rispetto a qualsiasi altro valore.
Il passaggio in atto è d’altronde una rifondazione antropologico-culturale, per cui è inevitabile che abbia i suoi tempi.
Ciò che a me preme è sottolineare per me, e per i poeti e gli scrittori di oggi, che la transizione in atto sta cancellando il territorio di una letteratura e di un’arte, intese come ambiti separati dai processi spirituali più profondi.
In altri termini, stiamo uscendo dalla sistemazione aristotelica dei saperi. Credo che ci stiamo avviando verso una conoscenza che si esperimenta essenzialmente come trasformazione, verso una conoscenza iniziatica di tipo però inedito.
Lo scenario archetipico che nutre questo processo iniziatico universale è quello della Nascita dell’Uomo-Dio, con tutto il corredo dei misteri che porta con sé: la Croce, la Caduta, l’Immacolata Concezione, etc.
Queste Immagini Cattoliche non vanno però rappresentate, come nell’arte sacra, ma vissute: impregnano ormai la vita quotidiana, facendone storia sacra.
Questo, tra l’altro, era il senso del titolo del mio libro di poesie: Teatro cattolico (Jaca book 1991).
Grazie ancora
Marco Guzzi
January 28, 2008 at 9:26 pm
1. Quando a soffrire sono i punti vitali di un sistema, quel sistema e’ in crisi.
Partire dallo spunto riflessivo ed articolato offerto da Marco Guzzi e’ molto interessante. Io dal canto mio vorrei – se possibile- portare un mio punto di osservazione. Cambiare angolazione: cioè esaminare piu’ generalmente il tutto per risalire allo specifico che affligge il mondo della cultura e pertanto la poesia. Abbiamo capito tutti che questa indigestione che tocca la poesia e’ ancor prima malanno grave che spetta alla politica, al costume, alla società, all’economia, ecc.
Ritengo sia compito sempre arduo cogliere la direzione ultima verso cui il fiume scorre. Ancor piu’ quando si e’ parte di quel fiume e del suo segreto moto. Solo dopo si potrà avere lettura di cosa avrà complessivamente rappresentato quel processo storico, dove e’ realmente avvenuta la svolta di nuova fase. La fine o l’inizio di qualcosa.
Che quel fiume scorra lo percepiamo tutti nel senso di una comune verso, nell’intuibile culminare di una foce e nella presunzione di un perenne movimento della storia. Intendo dire che qualcosa di grave mi paia stia accadendo alla nostra società in senso piu generale, e noi lo comprendiamo bene. Ma forse l’esatta visione d’insieme sfugge inevitabilmente alle nostre analisi e alla nostra giusta preoccupazione.
Eppure resta prerogativa degli uomini piu responsabili farsi carico di una lettura che attraverso il presente abbia cura di interrogarsi sul futuro. L’intelligenza, la lungimiranza, hanno capacità preveggenti, di anticipo sul tempo, sull’irrimediabile. Talche’ conosciamo il “miope” come colui che si rende incapace di cogliere la realtà che adesso si compie sotto i suoi occhi, e quindi indugia ignaro.
Il nostro e’ certamente un tempo difficile, dalle prospettive probabilmente negative. E credo che quando la crisi dei valori si faccia cosi’ abissale con il proprio solco, con la sua operazione di separazione fra pensiero e dinamica della societa’ (i luoghi dove le cose accadono, “le centrali operative, la sala macchine”), allora siamo tutti chiamati a ritornare alle radici della nostra storia.
Quando la crisi si fa cosi interiormente lacerante, oltre che visibilmente apprezzabile, allora siamo tutti chiamati a ritornare (e non per spirito consolatorio) sui luoghi piu’ familiari del nostro io, per riscoprire un comune senso di appartenenza ad una sola casa: la comunità umana. (“ciascuno nel proprio silenzio, / scorgerà una segreta ragione, / uno sconosciuto senso di ritorno”).
Bisognerebbe riscoprirsi civiltà primordiale, all’alba della nostra stessa civiltà quando fummo capaci di far prevalere l’attrazione dell’uomo verso gli uomini, nel comune progetto di costruzione. I villaggi sono simbolicamente state il senso di quei progetti primordiali di costruzione, di creazione di comunità, di nuove relazioni fra persone guidate da una sorta di “sogno collettivo”, di orientamento naturale alla vita.
E’ attorno al fuoco che ognuno porta una parte di se, che contribuisce a riscaldare le notti buie con i propri racconti.
Ma bisogna scegliere di incontrasi, di ritornare a ritrovarci attorno ad un fuoco ideale, fatto di idee, di autocritica, di speranza, di spirito nuovo e di pioniere.
Perche’ e’ una nuova era quella che dobbiamo ricostruire ed inaugurare. La nota “arca di noe”, quella che avrebbe dovuto traghettare il novecento verso il nuovo secolo e’ naufragata e non ci resta che qualche sopravvissuto modello ideologico e culturale, estetico, che facciamo difficoltà a reinterpretare. Ad attualizzare, ovvero a rendere ancora adoperabile.
Il nostro atteggiamento nei confronti della storia (passato, presente e futuro) e’ piu’ simile a quello che potrebbe avere un archivista o un espositore, piuttosto che un polo mussale: non siamo piu capaci di far funzionare i vecchi modelli culturali. Forse non del tutto e per forza inservibili. E non sentiamo neppure a pieno e in senso collettivo l’urgenza di nuovo tempo.
E vorrei fotografare questo crocevia al quale attendiamo, con una grande icona della nostra storia culturale occidentale, del pensiero e dalla fantasia collettiva. L’immagine di Enea che fugge da Troia in fiamme per portare in salvo il figlio Ascanio, con Anchise che stringe a sé i numi tutelari – sacro simbolo di continuità – e prelude, secondo l’epopea virgiliana, alla nascita di Alba Longa, della gens Iulia e infine della civiltà romana intera.
Saremo noi in grado di fuggire per tempo dalla nostra città che brucia traendo in salvo il coraggio e la speranza, gli uomini volenterosi e giusti, e avremo poi la forza di una nuova progettualità, di un nuovo disegno? Sapremo fondare un’altra città, una piu grande e bella?
Io ho il dovere di credere di si. Ci sara’ sempre una luce nella nostra società, la speranza e la spinta verso altra nuova luce, ma non senza avere qualcosa da difendere, ideali in cui credere. Il futuro senza un sogno a cui affidarsi, mi pare sia solo una generica e assai vana fantasia, una insulsa astrazione.
Io credo che in Italia, rimanendo nell’ambito della storia contemporanea, vi sia stato un grande momento di sogno e speranza collettivo. E penso all’avvento della Costituente.
In quel momento si costruiva uno schema culturale e direi anche morale – oltre che giuridico - con grandi aspirazioni di giustizia per tutti, con grandi speranze per l’avvenire ed il futuro di tutti. Portando a modello una cultura universale capace di conciliare il passato e il futuro, in una ideale continuazione e di crescita umana, sociale, economica, politica. In quel caso il dato storico serviva da vera e propria bussola, un modo per trovare un orientamento collettivo che ci portasse tutti molto lontani e al sicuro dal ripetersi di certe note sciagure.
E in quella fase di importante costruzione, in cui vagheggiata era l’idea di una nuova “polis” (un luogo di condivisione e’ idealmente una citta’ dove e’ possibile incontrarsi) furono individuati dei beni, dei valori per cosi dire extra commercium, senza negozio, dei “livelli minimi essenziali” che di fatto oggi la nostra società sgangherata non e’ piu in grado di pensare e garantire.
Io avverto un progressivo discostarsi dalla storia contemporanea, una continua separazione fra società culturale e società di fatto. E un andare per prati della cultura, della politica e di tutto il resto.
Ci sarebbero molte considerazioni e quesiti a riguardo, molti dei quali io considero domande per me irrisolte ma non per questo vane.
E’ la società, siamo noi tutti assieme che contribuiamo a costruire uno stato di cose tale e’ oggi in Italia, nel mondo, per la politica quanto per la cultura? O e’ forse qualcosa di piu grande che condiziona il nostro contesto ambientale? E’ la storia che si ripete? Sono fasi storiche inevitabili?
Io non so neppure se la storia abbia una sua ciclicità o un suo progredire con moto rettilineo.
2. La società si chiude su schemi feudali ed economici: l’autoreferenzialità e’ solo un modo per esercitare forme monopolistiche di mercato.
L’autoreferenzialita’ non solo nella poesia, nell’editoria, certamente nei premi pseudo letterari, persegue precisi schemi feudali, gerarchici, piramidali.
Sono i microsistemi, i piccoli monopoli, i relativi interessi e/o apprensioni di una parte, che costituiscono i fallimenti del nostro mercato - idealmente inteso - delle idee.
Con “mercato delle idee” intendo riferirmi ad un modello positivo di libera circolazione di beni e risorse, ovvero delle idee e del pensiero. Intendo libero, non sconclusionato ed insulso come accadrebbe in un qualsiasi mercato improvvisato.
E’ nella reale concorrenza delle risorse umane, nel loro confronto con modelli migliori, che la societa’ potrà riuscire a guidare se stessa nella scelta di modelli piu giusti e migliori, a cui ispirarsi.
L’equilibrio del nostro mercato, non lo sbilanciamento pericolosissimo dei suoi punti d’appoggio, si potrà avere solo abbattendo i monopoli, combattendoli senza tolleranza.
Le mafie, le cosche, le corporazioni, sono fondamentalmente tutti monopoli, ovvero sistemi chiusi con mura di cinta feudali.
Una circolazione interna di risorse che non contribuisce a portare all’esterno la propria elaborazioni, ma che semmai pesa su tutti in modo negativo.
Tutti concetti che sono ben noti in ambito economico: l’atteggiamento di freerider (leteralmente colui che sale sull’autobus senza pagare il prezzo del biglietto), o l’esternalità ovvero l’effetto che ognuno produce con la propria condotta, un peso che grava su tutti.
Non credo sia casuale il continuo fallimento dei sistemi economici, le grandi crisi nazionali ed internazionali. La gente sta male con i soldi al pari di tutto il resto. L’Italia va a picco e l’economia la segue. La mondezza ci sommerge la Campania e la cultura e’ sempre piu insulsa e sporca. La città di Catania (notizia di oggi) resta senza luce per deficit finanziario del Comune e noi tutti sembriamo calati in una notte ancora piu’ cupa.
Non possiamo piu’ pensare veramente di immaginare che la cultura segua le proprie strade senza entrare nel vivo delle cose, partecipando attivamente alla costruzione di un mondo migliore.
Tutto il resto di non meditato sono atteggiamenti irresponsabili, egoistici, tesi all’accrescimento di qualunque profitto non necessariamente economico. E cio’ che accede in poesia, nella cultura in genere e’ forse ancor piu leggibile attraverso questi pur semplicissimi rudimenti di analisi economica e sociologica.
Cosa fare? Combattere sempre e comunque l’idea di monopolio, che e’ una forma democratica di dittatura. Una filosofia di vita contraria alla verità, alla affermazione dell’individuo, alla crescita collettiva, al futuro di tutti.
Lo stare insieme che io intendo ha un altro senso, altri fondamenti.
3. Se la cultura non riuscirà a imporre la propria ragionevolezza, allora la gente non avrà piu’ il modo per incontrarsi
Si dice da tempo che oggi siano le cose spettacolari a piacere, e forse perché esse si prestano a manifestazioni estemporanee ed allestimenti provvisori: calato il sipario la gente va per strada a discutere del piu e del meno, nulla che resti e che getti radici. E chi si e’ visto si e’ visto. Un tiriamo a campare con leggerezza.
Io credo, al di la dei perché, che da piu’ parti si stiano smembrando e disfacendo i luoghi tradizionali del nostro incontro, spazi fisici e mentali. Si sta buttando all’aria un lungo lavoro di civiltà.
Ma senza un suo corpus unico, senza una identità comune, senza valori condivisi, la società, cosi sfilacciata come appare oggi, e’ ridotta a prodotto di macelleria.
Se sradico un braccio dal corpo di un uomo non posso piu dire che quello sia il braccio che io conosco, ovvero quell’arto dotato di specifiche abilità e funzionalità.
Eppure queste operazioni di amputazione e separazione sono il modo migliore per disinnescare le funzioni vitali proprie di una società sana, farci indietreggiare culturalmente di secoli. E’ tagliando i ponti di collegamento fra la gente e le comunità che le singole aggregazioni si inciviliscono come villaggi abbandonati e lontani da quelle che una volta si dicevano le città.
E’ questo l’unico modo democratico e insospettabile per imporre un monopolio culturale, che non e’ pensiero determinato, indirizzo preciso, indicazione stradale rassicurante, ma e’ la negazione di ogni cosa, la cancellazione di un collegamento con il passato quanto con il futuro, con qualsiasi forma di conforto o di speranza.
Oggi la poesia – a mio avviso – sostanzialmente non esiste piu, come l’arte, come un precisa cultura universale, una cultura naturale ed umana. Come la stessa società che di fatto e’ inesistente. Il concetto di società non puo semplicemente ridursi all’identificazione di una generica molteplicità di persone, bensi’ al loro comune sentire ed essere, al riconoscersi di ognuno in qualcosa di comune.
E che tutto cio’ sostanzialmente non esista piu’ lo si capisce guardando allo scenario generale, complessivo della nostra societa’.
Cio’ vale per la poesia e l’arte, che non possono essere solamente specifiche forme intellettuali di cui alcuni si rendono interpreti.
Ma e’ qualcosa di piu grande, e’ quello che riesce ad arrivare alla gente, quello che percepisce anche la persona piu lontana dalla cosi detta cultura, come fonte di ispirazione umana e divina direi.
A cosa servono infatti queste forme alte di elaborazione umana se non per innalzare tutti noi a una prefigurazione piu elevata di noi tutti?
La poesia non e’ che un modo e uno strumento di propagazione di messaggi, di ispirazione individuale e collettiva.
Termino con parole non mie. Per dire ancora sull’importanza della meditazione e dell’attesa di questo tempo incerto, ma anche di una necessaria scesa in capo di noi tutti. Qualche breve verso sul senso della vita che una volta era assai noto a chi traeva proprio dalla terra i mezzi di sussistenza.
Ciò che seminai nell’ira crebbe in una notte,
rigogliosamente ma la pioggia lo distrusse.
Ciò che seminai con amore germinò lentamente,
maturò tardi ma in benedetta abbondanza.
(Peter Rosegger)
January 30, 2008 at 12:30 pm
LA POESIA E LA FABBRICA
Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.
February 10, 2008 at 10:28 am
Carissimi Mattia e Luigi,
solo ora leggo i vostri contributi e ve ne ringrazio.
Perdonate il mio ritardo, ma i ritmi del nostro blog sono così veloci che non ho fatto a tempo ad accorgermi dei vostri scritti, pubblicati dopo 4 giorni dall’ultimo commento.
Comunque grazie a Mattia, che sono felice di incontrare anche per via telematica, e di cui ho apprezzato l’analisi e anche le prospettive evolutive.
Marco Guzzi