La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



Poesie di Paola Renzetti

Posted by fabrizio centofanti on January 24, 2008

leprotto.jpg

Approdo

Mi piacciono le case

con l’approdo sul monte.

Profumano di pietra corrosa

e l’ortica sugli scalini tiene

i villeggianti un po’ a bada.

Le piane in bilico sul tetto

spioventi, non cadono mai.

Le porte di legno consunto

si lasciano staccare schegge

sbiadite, di antichi colori.

L’occhio alla serratura

respira, di una fresca

aria notturna di ragnatela.

Nella luce del mattino,

vaga il polline giallo

di fiori quasi invisibili.

Sullo stelo è rimasto

poco colore, solo strette foglie

di verde accarezzate dal sole.

***

Il verso della civetta

e la menta odorosa

Prima di chiuder le persiane,

la civetta ti coglie

con il verso

che lei sola sa fare:

un rantolo lungo di grido

che s’invola nel vento di notte.

Gli è sfuggito fra i rami maturi

del sambuco, corre alle balze

robuste dei lillà,

per tornare abitante

sfinito, delle foglie

di menta odorosa.

***

Lo stradino

C’era lo stradino

con la pala e la carretta.

Si asciugava la testa

calva e lucente nel sole.

Maniche arrotolate

e il corpetto un po’ bisunto.

Nelle tasche, tracce di tabacco,

tirava fuori la cartina

e riposava all’ombra del cerro.

Ad occhi socchiusi, il fumo

girava di volute, ogni tanto

la voce un’aria intonava:

“Addio Lugano bella…”

…………………………………

Nella sua calma

poi riprendeva la pala

e scalzava il sasso

più grosso alla strada.

Ai tonfi di legno

e pietra forse meditava,

su quella libertà ovunque

così poco ospitata

e da lui tanto goduta

nelle fumate brevi della vita.

***

Il leprotto e la poiana

Un giovane al cimitero

ci indicava a breve

lontananza, chissà come

divenuto di lui amico, un leprotto.

A brucare se ne stava calmo

l’erba, senza più scappare.

Quel sollievo, dolore

della perdita, era ormai

un sorriso sul volto del ragazzo.

Noi stavamo da allora

ogni tramonto,

ad aspettar l’amico,

anche nostro era diventato.

Era quasi sera

e un volo e un grido

i nostri occhi rapivano

verso il cielo:

era la poiana scura

e bella, dalle ali grandi.

Verso di noi volando

si abbassava, forse

presa dalla tua

maglietta rossa di bambino.

Tu ti stringevi di paura a me

e io ridendo forte, ti abbracciavo.

Stretti insieme uniti nel sussulto,

fuggirono il leprotto e la poiana.

***

Il coniglio

Sotto al portico

per le zampe

appeso,

un coniglio

ai miei occhi

squartavi

della pelle.

Le viscere molli

cadevano piano

a terra lucendo.

Ammiravo te

in quel gesto sicuro,

dicendo mio

quel lavoro da grande.

Custode della morte

e anche della vita,

mi passavi il segreto

senza esserne

per nulla stupita.

***

Sera di Dicembre

Una passeggiata

hai chiesto di fare,

per star con me,

essere un po’ attesa,

farmi vedere un luogo.

Mi stringo nel cappotto,

allacciati ti dico,

che fa freddo.

Rosseggiano i tuoi capelli,

nell’aria azzurro forte

e d’odore secca e tersa,

mi sembra più pulita

questa delle altre

della provincia lombarda.

Nella sera

Che ha ancora

Da arrivare,

una piccola bici

contro il muro

ci dice: è vicino,

si può fare!

Piccole case lente

Al passo stanno,

in leggera salita.

Si scende appena

E la montagna,

catasta immensa

fra bagliori

di faville rattenute,

d’ombra si copre

nell’imminente riposo.

Quella più chiara

A declinar lontano,

mi sorprendi è il Resegone.

Nel silenzio

Il pensiero va d’intesa

a colui che nostro lo rese.

Poi ci apprestiamo,

sempre non paghe di vita,

di sorrisi tenaci e di vigori

a giungere alla casa.

Ecco,

la vediamo e mi dici

Non ti piace.

Un po’ d’annata sì,

e dimessa,

ma vedo abitata.

Pulita intorno,

senza cose d’inciampo,

nel cortile.

………………………

“Sguardo che ogni cosa

Abbraccia ed ama,

A poco a poco

Si affeziona e tiene!”

……………………………..

L’azzurro,

Profondo da tagliare il fiato

E il prato irto di verde,

ondulato mare a distesa

ci fan per un poco sostare

vicine nella sera.

Torniamo…

E il consueto

Fa la sua ripresa,

di cose, di bisbigli,

di mezze frasi stride.

A noi

che ci troviamo,

nel buio della sera.

***

Mostra anni ‘70

Passo veloce d’Autunno

Freme di arrivare

Alle stanze magiche…

Illusione !

Un dove che non si trova

Lungo i muri bianchi

Dell’allestimento.

Una promessa

Non mantenuta,

Si trascina esangue

Tra sporche TV

Non troppo vecchie

E copertine di dischi

Che stanno ancora

sui nostri scaffali.

Un finto bar

Dove ragazze

Disinvolte premono

i tasti di un juke-box.

E non raccontano,

Né le litanie

Né i santini pubblicità,

Quando tutto collude

E si equivale…

Nell’urgenza del colpo

Da infierire,

senza la benefica ombra

del passato.

La prigione di Aldo Moro,

Efficace sì!

Perché non ricordo

Che noi guardassimo

La cosa

Dal punto di vista di lui.

Efficace e vivo emblema

Dell’assurdo

Che trova così posto

Nella vita,

come nella Storia.

***

Ancora non pietra

E fare i conti devo

con il magma del cuore.

Una notte più fresca

ne ha pacato la face.

E ora rimane

di lieve calore,

ancora non pietra

una lava azzurrina,

avvolta di nebbia.

Sul ramo spinoso

di gaggìa, posa

la tortora sospesa

e pensosa, un poco

guarda, si dondola

e poi ne vola via.

***

Kimsooja

Come sei bella

con la tua coda

di capelli,

nera e silenziosa.

Distesa sulle rocce…

si muove solo

un filo d’erba,

l’ala di un insetto.

Come sei bella

statua vivente,

sui marciapiedi

di Calcutta:

un albero e un uomo

ti si avvicinano.

Ad occhi chiusi,

Fra teli colorati…

si muove e sosta,

l’antico odore

dei giorni.

***

Tintoretto

E per te piccolo Tintore,

si passa da una chiesa all’altra,

illuminati da quella luce

che ogni corpo e cosa

riavvolge e srotola dal buio.

Si svelano le stanze,

per mano della sola fiamma:

tracce di riccioli ribelli,

palme egiziache sfiorate,

dal sole o dalla luna.

Si agitano i muscoli sorpresi,

l’arco dei piedi e le camicie

aperte sui corpetti.

Con l’instancabile manìa

dei tuoi molti tocchi,

hai marcato Venezia,

piccolo Tintore.

***

.

Reale assurdo

In nuvole di nebbia,

cammino per la strada.

Si stupisce l’orecchio

al passo delle strisce:

è l’asino che raglia.

Che paese è mai quest’Italia,

dove accanto a cascine del nord

invecchiano muraglie di palazzi?

Dove valanghe di rifiuti

stagnano in città del sud?

Dietro la via

un piccolo mondo

resiste alla realtà:

c’è l’oca dal becco

giallo, collo lungo

che ti chiama.

***

Taxi

Quella sera

Fui costretta dalle circostanze,

Ad ascoltare e ad interloquire

Con uno sconosciuto.

In parte non lo era,

Preso come me

Dalle cure che accomunano

Gli umani…e perfino..

Dalle inclinazioni…

Si diluiva

Piano piano e mai del tutto

La paura di svelarsi un po’.

Con sollievo

E poco rimpianto

Ci salutammo,

come compagni di strada

per un attimo lungo.

***

Il bello

Non è, che è il tuo cattivo umore

A farti dire che tutto è così brutto?

Tutto riacquisterebbe già,

la sua più giusta dimensione.

Negli anfratti del tuo cuore

Rabbuiato, ogni cosa

Andrebbe a collocarsi.

Il tutto rimarrebbe più

Che intatto. D’esserci stato

Allora e dopo, all’orizzonte.

Il bello non si dispiacerebbe,

(nulla lo turba) e noi insieme

Si continuerebbe, ad amar

Ciascuno la sua cosa.

***

La mia strada

E’ quella sterrata

Del mio paese ventoso.

Battuta forte dai carri di fieno,

si lascia alle spalle, l’odore

di stalla, le voci alle vacche.

Cinta e adornata di campi,

Piccoli quadri crestati

Da siepi spinose, dove improvvisa

La ghiandaia di spavento vola.

E’ la strada degli abbandoni,

dei vecchi ricurvi a falciare,

già dissolti nel campo.

Sfiancata in estate da poche

Macchine ad alta cilindrata,

ostensori degli impieghi

bancari non sudati, fiato di

sonno dei muratori svizzeri.

Di sabato, il latrato umido

Del vecchio capriolo, tace

Ai fuoristrada dei cacciatori.

Più a valle i simulacri della moda,

provincia ricca, neanche sanno

delle ostinate pezze cucite

di risulta al gomito e ai ginocchi.

Ma in curva, la vecchia porta

vuota del granaio, spioventi

I capelli di quercia ti chiama,

ti chiama e tu la senti ancora.

***

Cascina Vione

L’inverno stasera è stanco

e vuol cedere il passo

a una non nata primavera.

La sua bocca in cielo grida

di silenzio e la luna piange

lacrime dolci, per poi giocare

a nascondino di risa nel fosso.

L’ordinata e nuda foresta

di pioppi riposa, lasciando

apposta fuggire raggi di sole.

Raggi raccolti e non spenti,

densi lasciano rosa, una lunga

e vistosa carezza luminosa.

Il platano si mostra

semplice e adornato

dei suoi soli pendagli:

li offre agli occhi,

di chi in un pensiero

non si è attardato.

A Terra rimane sottile

e nebbiosa una striscia

azzurrina, come di fiume

che lungamente si posa

lontano e mutevole,

mentre la terra più scura

materia si mostra presente.

Le fronde ai cipressi

stanno spioventi, sulla cascina

già da tempo venduta.

Dietro il cancello porterà

ancora per poco le sue vestigia

e il glicine dorme, mentre

il cielo ora, di vaste acque

più scure tutto ricopre.

***

A L. C.

Sto anch’io nell’Amazzonia:

la tigre al fianco

e il macete nella mano.

La mia felina è

da qualche parte

a dormire.

Sferro la tastiera

e sorgono d’incanto

immagini di fiumi.

Umide presenze

nella nebbia che oggi

non si dissolve.

Anche Ligabue

dai viaggi esotici

tornava e sulla tela

creava le sue ombre

ruggenti nella foresta:

nella piana di Mantova,

un gallo cantava.

***

Tramonto sul Piave

Un ventaglio di sole estivo

Ultimo si apre

Nell’ansa del fiume.

Come lama cade e tinge

Di rosso il dritto monte.

Le case di Vas si lasciano

andare vuote, alla sera.

Un mantello azzurro

Di luce nebbiosa

dilegua come cosa,

su Quero più montuosa.

Nel grande letto è già piena

D’ombra l’acqua, quando

Un fiore, nero si innalza,

già sfioriti i suoi raggi.

***

«Sono una poetessa autodidatta ed estranea ai circuiti della poesia ufficiale. Scrivo da sempre e le mie poesie sono ispirate alla mia terra d’origine (Appennino Tosco Emiliano), alla natura, al processo creativo dello scrivere, alla ricerca di se stessi, al sogno, ad affetti ed incontri. Sono nata a Corniglio (PR) il 2.4.1955 e abito a Pieve Emanuele (MI) dove insegno. La mia cultura è legata agli anni ’70 e ha origini contadine ed operaie. Ho frequentato la scuola degli Artefici dell’Accademia di Brera. Ultimamente ho raccolto le mie poesie, facendo una selezione di tipo tematico»


2 Responses to “Poesie di Paola Renzetti”

  1. lambertibocconi said

    Bello “nella piana di Mantova, / un gallo cantava”. Buonanotte.

  2. Paola renzetti said

    quell’immagine, quando mi si è affacciata alla mente, l’ho subito colta, perchè l’esotico, il diverso e quello che pensiamo opposto (il solito o quotidiano) nascono insieme. Ciao e grazie Paola

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