La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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DIGNITA’ E DECLINO DELLA FORMA di Valter Binaghi

Posted by vbinaghi on January 26, 2008

mandala

Dedico questo testo a Marco Guzzi. Nella mia concezione estetica, queste note sono ciò che manca al suo “Poesia e rivoluzione”, (postato qui pochi giorni fa e che ho molto apprezzato), per dare conto compiutamente del carattere spirituale dell’arte.

“Il mondo è ordine e verità (…) La cosmologia è l’arte che tramuta il mondo del molteplice in un’icona da contemplare o anche in una cripta da attraversare, da trascendere. Il celebre detto tomista ars sine scientia nihil va in certo senso anche rovesciato in scientia sine arte nihil. La scienza tradizionale, specie la cosmologia, è un’arte, così come l’arte tradizionale è scienza. La cosmologia è lo schema intelligibile universale, un vasto arazzo nel quale ogni scienza tradizionale è intessuta come particolare forma o figura, il cui significato si svela soltanto nel rapporto complessivo con l’arazzo intero, che non è dato comprendere se non al lume della metafisica e della gnosi”
(S.H.Nasr – Le scienze tradizionali. In “Conoscenza religiosa” 1/2 del 1982)

Nelle cosmologie primitive o nelle scienze antiche, sorte nel solco di una tradizione metafisica, si manifesta con chiarezza una costante: non c’è squisito senso della forma se non accompagnato da un uso continuo dell’analogia proporzionale.
Il fondamento trascendentale dell’analogia sembra essere che in ogni forma risplende la medesima Forma: il paradigma, l’archetipo delle forme, è l’Unità nel molteplice.
Qui i numeri non servono ad aggiungere individui, ma a descrivere l’Unità della Teofania nelle diverse epifanie: la sintesi è il senso più nobile della Teoria, e il riposo della mente.
Contemplazione: nella sua essenza più profonda quel riposo che è il contrario del sonno.
Non eclissa la coscienza, ma la distende nella sua ampiezza.
La coscienza smette di essere un pungiglione o un cursore, e si fa specchio.

La forma cattolica della cultura medioevale è stata l’ultima incarnazione di questa consapevolezza. Ma c’è anche il sonno, cioè la decadenza intellettuale e morale di una cultura.
Quando la Forma non è più intesa e autenticamente celebrata, si trasforma in una vuota spoglia catechistica e cerimoniale, facile bersaglio di una reazione nominalistica, che sul momento è salutare. Restituisce alla spontaneità dell’intelligenza e alla freschezza dell’esperienza i loro diritti ma poi si muta a sua volta in una scolastica positivista, che prova ad estirpare ogni ambizione metafisica da un’intelligenza ridotta a pura ragione strumentale.
Da lì in poi, la ricerca del senso ultimo della vita è affidata all”autenticità” dell’esperienza, dal sentimentalismo di Rousseau al dionisiaco romantico, fino al doloroso Dasein del filosofo che passeggiava nella Foresta Nera e si è arruolato coi lupi.
Oggi ci restano l’epistemologo e l’ermeneuta, il chierico dell’alambicco e la vestale dell’assenza.
Perduta la sicumera dell’età eroica, il neopositivismo di oggi è più salottiero e tollerante, ma sempre fieramente schierato in difesa dell’agire tecnico e della sua totale libertà dal metafisico. Sbarazzatosi allegramente anche della Storia, dopo la Religione, il soggettivismo odierno si trastulla con l’idea di un’interpretazione indefinita, chiacchiera possibilista e inconcludente, incapace di trovare il coraggio di un Senso che dia dignità alla parola o di tacere.
Eppure siamo qui, la nostra voce senza autorità si leva tra le altre, al tramonto.
Se ci manca la Visione per comporre un canto, che sia almeno una preghiera.

10 Responses to “DIGNITA’ E DECLINO DELLA FORMA di Valter Binaghi”

  1. ma se ognuno si facesse lo scrittore perché lo sente e non perché deve a tutti costi entrare nel circuito del marketing.

    C’è troppa ostinazione. Siamo sicuri che gli scrittori di oggi siano interessati allo scrivere? A me sembra che vi sia questa ossessione della pubblicazione pro fama. Ma così inutili sono le vostre esistenze?

    Boh?

  2. vbinaghi said

    C’entra qualcosa con quello che ho scritto?

  3. chiedo scusa, ho sbagliato il post!!!

    Fabrizio

  4. cf05103025 said

    Uno visione ed una conseguente rappresentazione del mondo “ordinata” rassicura,
    però non siamo per nulla ordinati.
    O per ora non conosciamo affatto quell’ordine.
    Ne facciamo uno che ci sia utile, per non sentirci troppo soli.
    MarioB.

  5. vbinaghi said

    Se solo non lo conoscessimo, almeno lo cercheremmo.
    Temo che siamo divenuti refrattari alla forma, perchè non sappiamo più ammirare ciò che è superiore ma solo compiacerci (di ciò che ci somiglia negli altri e nelle cose). Più che farsene una colpa, sarebbe meglio considerarla per quello che è divenuta: una malattia dello spirito.

  6. cf05103025 said

    Valter,
    quando sapremo che è lo spirito e dove si trova chiameremo il medico.

    MsrioB.

  7. vbinaghi said

    Eh già.

  8. Carissimo Valter,
    grazie della dedica di questo interessantissimo scritto.

    La mia impressione è che da un certo punto della parabola storica dell’Occidente, vadano insieme il disfacimento delle forme tradizionali di sapienza/visione/ordine (cosmico/politico) e la lenta emersione di una Nuova Visione.

    Questa nuova forma di visione non vuole più rappresentare il sacro nelle sue raffigurazioni tradizionali, ma direi incarnare, vivere il senso iniziatico di quelle immagini.
    Questa “soggettivizzazione” del processo iniziatico ha portato molti scrittori al puro e semplice arbitrio, e cioè al nulla di senso.
    Ma in realtà, come sapeva bene Novalis, comporta una fedeltà ancora più rigorosa alle leggi supreme di Dio.

    Ciò deriva d’altronde proprio dal mutamento di paradigma cosmologico.
    L’ordine cosmico è una dinamica trasformativa: una creazione in atto, di cui l’io umano è strumento libero e responsabile.

    Insomma Rimbaud non descrive più come Dante l’inferno, ma lo attraversa con parti più profonde del proprio essere: anche il suo IO deve passare quella strettoia, per tornare a vedere le stelle, e cioè l’Ordine Reale.

    In verità ci sono già semi e segni forti di questa Nuova Visione.
    E in ogni ambito del sapere.
    Il XX secolo è pregno di questo confronto tra puro disfacimento e disfacimento come nascita.Il mio lavoro “L’Uomo Nascente” (RED 1997) tentò di mostrare tutto questo.

    Grazie della tua attenzione

    Marco Guzzi

  9. vbinaghi said

    Sto leggendo Anselm Grun, “La cura dell’anima”, che tu setesso presenti in edizione italiana, ti saprò dire.
    La discesa agli inferi per esperienza è uno dei lughi del post-moderno, ma non credo che si sia aggiunto molto a Rimbaud.
    In effetti io stesso faccio una cosa del genere, nel romanzo che uscirà a breve, “Devoti a Babele”. La mia perplessità è la possibilità di una effettiva comunicazione di esperienze, quando manchi un’orizzonte culturale di riferimento, un paradigma, direbbe Kuhn. Il rischio è la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, e ogni fregola possa spacciarsi per mistica, come mi pare accada in molta poesia e narrativa contemporanea. Discorso molto aperto.

  10. Hai perfettamente ragione, carissimo.
    Proprio per questo nella mia vita il processo iniziatico è ormai il cuore della mia ricerca poetica.

    Senza un referente spirituale, e cioè una tradizione, un orizzonte simbolico di riferimento, lo sprofondamento psichico può trasformarsi in una sottile forma di narcisismo e/o di infantilismo, o in un puro e semplice (e inconsapevole per giunta) demonismo autodistruttivo, come dice appunto Florenskij, e come vediamo da un secolo nella maggior parte dei casi.

    Credo che Gruen ti piacerà: tradizione e trasformazione molto ben coniugate.

    Marco Guzzi

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