Lettera ai poeti (che erano bimbi nell’estate dell’80)
Posted by fabrizio centofanti on February 3, 2008
di Alessandro Seri
Cari poeti che comparite in questo spazio virtuale dove discutere di poesia e tanto altro, nel 1980 avevo nove anni e mi fa persino effetto scriverlo perché con una certa immodestia intima mi vedo sensibile allora forse più che oggi solo che quello era il tempo dell’ascolto, il tempo in cui le antenne erano puntate ed impegnate nell’intercettare il mondo dal quale volevo imparare. Ascoltavo i grandi litigare, programmare le loro vite e tanta televisione che tra un cartone animato e un telefilm mi lasciava ascoltare i fatti.
Io me li ricordo fin da allora i fatti perché quell’estate del 1980 da poco i miei avevano comprato la televisione a colori ed abitavamo tutti insieme in un appartamento affittato in via Zorli a Macerata. La televisione a colori era uno status symbol che per i miei genitori, commercianti abbastanza immaturi e per nulla impegnati, significava guardare con più interesse le olimpiadi di Mosca e il Festivalbar. Ma da quell’apparecchio che se lo vedessi ora direi preistorico in quell’estate del ’80 arrivarono ben altre immagini e parole a dirottarmi il senso della vita, di certo non quelle che mamma e papà avrebbero voluto. Il 27 giugno che era tarda sera appena risalito dal cortile, sudato e stanco alla televisione un uomo con gli occhiali mi avvertiva che 81 umani di cui 11 bambini e due neonati erano cascati con l’aereo sul mare intorno all’isola di Ustica. E subito mi feci cupo nel letto della mia stanza blu. Qualcosa che allora non capivo mi prese dentro come un richiamo, una moneta in gola e non poterne dire se non a me. E i giorni dopo dalla televisione vedevo l’azzurro di quel mare macchiato bianco coi corpi presi dall’alto che affioravano tra le onde come fossero i miei soldatini in plastica ma erano umani e ancora mi fa male. L’estate correva calda a pantaloni corti e ancora le partite del cortile si sovrapponevano all’asfalto più dei gradi di calore. Poi a mezzogiorno del 2 agosto un altro uomo dallo stesso televisore mi avvisava che 85 umani di cui 43 con meno di 30 anni erano saltati in aria uccisi con l’esplosivo nella sala d’aspetto alla stazione di Bologna. E anche quella volta feci pensieri scuri talmente densi da abbandonare il pomeriggio al gioco e concentrarmi tutto su quel televisore che trasmetteva le immagini delle ambulanze e i corpi insanguinati rossi e qualche camionetta e le barelle erano tutto pur d’arrivare o almeno sperare di salvarne uno moribondo. Oggi che non è più per me tempo dell’ascolto anche l’apparecchio ha mutato aspetto e lo schermo ha acquisito una tastiera in più ed io ci scorro le dita pensando in fondo che a qualcosa, magari a poco, servirà. Perché questo di oggi resta il tempo delle domande di tutte quelle che avrei voluto fare. E allora a voi poeti che frugate nell’intimo dei vostri insonni corpi, che tanto faticate, come pur io, nella ricerca della parola giusta e nel contar sillabe ed accordi. Voi che parlate di fare i nomi e dibattete e intanto come in uno svincolo stradale vi vedo allontanarvi a destra dal reale, da quell’universale che ci farebbe comodo trovare perché il particolare non può bastare; anche a voi mi viene ora, stanotte, oggi da domandare: – chi è stato che m’ha rubato il sonno quell’estate e che ha condizionato i passi del mio andare? Chi è stato ad ammazzare? Perché nemmeno oggi lo sappiamo. – Io ve lo chiedo a tutti voi poeti uno per uno in fila che solo in Italia siete dieci volte più di quelli morti quell’estate. E da ognuno voglio una risposta, un tentativo almeno un cenno perché se è vero che serve tempo per pensare ora il tempo è finito del silenzio eppure ancora ho il timore che molti di voi non accetteranno la responsabilità di scrivere e parlare scusandosi che non è il tema ne’ il suo stile. Poeti noi eravamo bimbi quell’estate e avremmo dovuto pretendere risposte più adeguate e invece sembra che non vi ricordiate ne’ che eravate bimbi ne’ che sia esistita quell’estate.

















Cristina said
Io nel 1980 avevo tre anni e alla televisione guardavo solo i cartoni animati, però, purtroppo ci sono stati diversi attentati in Italia, a partire dal 1970, di cui non si conoscono ancora bene mandanti ed esecutori… forse più passano gli anni, più diventa difficile ricostruire la verità, più gli eventi diventano lontani nel tempo e meno interesse c’è, infatti, a ricordarli… poi, magari, tra cinquant’anni, certi eventi saranno solo materia per gli storici, si potrà accedere a più documenti di quelli che si hanno a disposizione oggi e si saprà qualcosa in più… d’altra parte ognuno di noi ha avuto un evento che ha rappresentato per lui l’irruzione della “storia” nella sua vita personale, per me, questo evento è stato rappresentato dalla prima guerra del Golfo nel 1991, perché all’epoca, avevo 14 anni o, se vogliamo andare più indietro all’epoca dei 9-10 anni, le immagini delle persone che buttavano giù il muro di Berlino nel 1989.
Cristina
jolanda catalano said
Tu chiedi una risposta ai poeti e leggo nel tuo scritto una sottile nota malinconica per le risposte che non hai,non abbiamo,avuto. Io non so bene se posso intrufolarmi tra i poeti a cui ti rivolgi poichè oggi l’essere poeta ha mille sfumature,io stessa devo ancora capire se e come si è poeti,tuttavia posso dirti che ho imparato negli anni,tanti,che non sempre ci sono risposte ai nostri perchè anche quando,una società che immaginiamo civile,dovrebbe darle.
E il poeta cosa può difronte a eventi tragici e dolorosi che investono l’umanità? il male,da qualunque parte venga,è sempre una maglia di una catena infinita difficile da spezzare,difficile da individuarne l’inizio. Il poeta può e deve,sempre,indignarsi,tentare con un verso di smuovere acque torbide,ma chi lo ascolta il poeta? il poeta forse non ha risposte,le cerca attraverso i versi,ma la verità è sempre lontana.Però ricordare si deve,è giusto,e anche quando raramente le risposte ci sono a fare luce su delitti o catastrofi,il dolore rimane come rimane l’assenza di quegli umani di cui parli,come rimane nel cuore dei vivi un rimpianto o una specie di rimorso per la nostra impotenza.
Ti lascio con dei versi,ancora punti interrogativi come potrai vedere.
Chi mi ha rubato l’estate?
ed ora non potrò più riaverla
nè pretendere che altri me la dia.
La mia isola di fuoco
il mare se l’è presa
in una strana notte
e affondarono le vele.
Chi mi ha rubato l’estate?
un caro saluto
jolanda
Michele Ortore said
Quest’invito mi ha davvero emozionato, forse perché vi ho trovato dentro tutte le mie convinzioni, i brividi sulla pelle di certe immagini viste in televisione, la ferma volontà di scrivere, anzi, di scriverne, di saper trovare quegli aerei fantasma di Ustica anche nell’oceano e nel sale della poesia più intima. Quanto hai ragione, quando parli della pericolosità di quello “svincolo a destra”, il bivio della dimenticanza, dell’introspezione fine a sé stessa, dell’arresa. Noi poeti dovremmo viaggiare sulle righe tratteggiate al centro della strada, né di là né di qua, cercando di sfiorare, in quella serie bianca e nera di interruzioni, il senso dell’autostrada e delle terre che percorre. Non ero neanche nato, quando “Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera”, ma il dolore dei familiari delle vittime, la vergogna dell’ennesimo sopruso non punito, la strategia della tensione, lo stato di sovranità limitata avviliscono anche chi, come nel caso della mia generazione, ha conosciuto certe cose solo tramite i programmi di Lucarelli. Lucarelli che, a prescindere dalla commercializzazione a cui si sta sottoponendo ultimamente, è stato fra i pochi ad affrontare questi capitoli vergognosi dal punto di vista umano, e senza voler celare scomode verità. Non è un caso se alcune puntate di Blu Notte sono state censurate…
I colpevoli. I colpevoli ci sono. Non sappiamo i nomi, ma è l’unica cosa che ci manca. Chi ha seguito i processi, e chi abbia la buona volontà di cucire assieme la pletora di indizi che abbiamo(gladio,il ruolo della Cia nella vicenda di Salvatore Giuliano,le ammissioni di Cossiga,i neofascisti,i tentativi di depistare le immagini) si è fatto un’idea precisa.
Dovrebbe essere quest’idea a darci la forza di rivendicare, sempre e fermamente, l’indipendenza del nostro Stato, perché i terroristi non sono solo i disperati islamisti, ma sono anche quelli quotati in borsa. Una rivendicazione che dovremmo portare avanti con il coraggio delle nostre penne, per il nostro futuro, ma anche per onorare il nostro passato. Cito un poeta, Titos Patrikios, che ho conosciuto proprio grazie a LPELS:
“Non il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere.
E’ il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.”
francescomarotta said
Bellissimo, Alessandro, un pezzo stupendo, dolente e vero.
Ce ne vorrebbe uno al giorno, in rete e altrove, per ricordarci i passi che facciamo sulla riva del fiume dove trascorriamo insieme alle acque.
Grazie per aver detto, a chiare lettere, che prima della poesia, di ogni poesia, viene la vita: lo sguardo con cui ci leghiamo ai giorni, al dolore degli altri, delle cose, del mondo.
fm
Stella Maria said
“…Chi ha ingannato il cielo di Ustica
chi ha imbiancato Medellin
chi ha negato già Timisoara…
mille aghi nella mente
e niente mai risposte… ”
e ancora
“…Chi ha insozzato il vento a Chernobyl
chi ha assetato Napoli
chi ha schiacciato i cuori dell’Heysel…
mille aghi nella mente
e niente mai risposte… ”
Caro Alessandro,
queste sono 2 parti di una canzone di Claudio Baglioni dal titolo Naso di Falco, contenuta nell’album Oltre.
Il punto però non è questo, io nell’estate del 1980 compivo 12 anni e ricordo quella tragedia, come le altre che nomini, ricordo Tienanmen e tante altre cose, compresi tanti attentati recenti non ultimo quello di Benazir Butto.
Cerco anche io delle risposte ove risposte non ho ancora trovato, vorrei urlare e chiedere la verità e non ho dimenticato ma a quanto pare, la verità, appartiene solo a Dio e ognuno di noi dietro questi eventi ha costruito la sua.
So che esistono equilibri e giochi di potere che a noi non è lecito conoscere e se non sei nella stanza dei bottoni non saprai mai la verità. Così come chi è in quella stanza dei bottoni ormai si sostituisce a Dio e uccide in nome del bene degli altri ma quale bene?
Trilussa nella sua famosissima “Ninna nanna de guera” scrive:
…Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza …
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar sovrano macellaro.
chè c’insanguina la tera
sa benone che la guera
è un gran giro de’ quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le borse…
Come qualcuno mi ha insegnato la verità è un concetto relativo ma siamo abituati troppo a non far più sentire la nostra voce e a non cercare più verità soprattutto se scomode e se non possiamo farci nulla. Forse sta venendo meno la nostra coscienza e siamo sempre più indifferenti anche a noi stessi. Abbiamo timore di distinguerci e di assumere posizioni scomode, di professare pensieri scomodi e siamo diventati tanti piccolo-borghesi. A volte mi chiedo se il mondo che viviamo non sia un grande “matrix”, se siamo vivi o attaccati a delle macchine a vivere una realtà che qualcuno vuole viviamo come pecore in un gregge.
Concordo con te ma non ho risposte nè comode nè scomode e sempre quei mille aghi nella mente, però relativamente al fatto specifico che chiedi la mia verità è questa: di tanto in tanto a nostra insaputa i potenti della terra giocano a fare la guerra come se il mondo fosse un grande risiko. Quel giorno mentre degli aerei degli alleati giocavano a far la guerra con degli aerei libici qualcuno ha dato l’ordine di sparare ma quello non era risiko e in mezzo c’era un aereo di persone semplici, caduto dal cielo su Ustica.
Questa è la mia amara e scottante verità. Ogni volta che ci penso la rabbia mi assale ma questa è solo la mia verità un giorno saprò l’unica verità e chissà forse avrò sbagliato e creato un bel filmone americano.
Scusa se ho divagato un po’ prima di rispondere ma mi hai dato l’occasione di fare qualche riflessione in più e me ne assumo ogni responsabilità.
un abbraccio
Stella
Gabriele said
Nel 1980 ero già pieno di ferite a volte autoinflitte a volte conseguenze di oscuri shrapnels (si scrive così? Boh ora non mi interessa) conficcati direttamente nelle carni, negli occhi, nella coscienza e nell’anima. Di tragedie nel 1980 ne avevo già viste tante, troppe. Spesso assopite sotto un velo di polvere al calor bianco.
Io un’idea abbastanza precisa di chi compì quegli atti e del perché me la sono fatta. Molti ancora siedono in parlamento e si battono per la vita contro l’aborto, per la famiglia naturale, per i veri valori e si battono il petto ogni mattina in chiesa perché lo sanno i male che hanno fatto. Ma a chi importa? Oggi c’è il grande fratello che diventa spettacolo di intrattimento ma allora come adesso l’appuntamento per chi alza troppo lo sguardo e fa domande troppo pericolose era ed è con la morte.
pepe
Gabriele said
Scusate gli errori ma ho scritto di getto!
pepe
lucia said
Non sono un poeta e non so darti le risposte che cerchi, ma ti lascio qui questo monologo nato dall’intervista che feci a Lorenzo Pinto, fratello di Luigi morto nella strage di piazza della Loggia a Brescia, una sera che piovigginava davanti alla stele col nome delle vittime.
FOTOGRAFIE IN BIANCO E NERO
Bianco
“L’occupazione delle terre”
Ho diciassette anni e tanti sogni.
Cambiare il mondo.
Una palla rotonda che gira.
Posso fermarla quando voglio.
Salire o scendere.
Farla girare di nuovo.
Ascolto la tesi sull’occupazione delle terre.
Questa terra.
Questa città.
Foggia.
Si può cambiare.
Cambierà.
Nero
“Lorenzoooo! Lorenzoooo! La pioggia! Lorenzo la pioggia!!!”
La sua voce dalla strada entra dentro. Dentro la sede. Dentro di me.
“Vai subito a casa, a Brescia è successo qualcosa, vai a casa, Lorenzo!”
A mio fratello non è successo niente.
Penso
I capelli neri, il sorriso aperto, mio fratello.
A mio fratello non è successo niente.
Mi dico
Arrivo a casa e mio padre non vuole che io parta.
Ho diciassette anni disubbidisco e parto.
Bianco
La macchina divora l’asfalto che divora i miei anni e macina ricordi e affetto e orgoglio, l’orgoglio di essere suo fratello, io il fratello di Luigi, Luigi Pinto e farò qualsiasi cosa, qualunque cosa per farlo stare meglio.
La macchina divora l’asfalto e io divoro gli anni che sono passati e sempre con me c’era lui mio fratello che adesso ha bisogno di me e io sto andando da lui e mio padre non è riuscito a impedirmelo. L’orgoglio cresce col passare delle ore. Cresce, cresce e si allarga, l’orgoglio.
Dentro di me, fuori di me. L’orgoglio di essere suo fratello.
Nero
E poi sono qui vicino a lui.
E penso che non è giusto, dovevo essere io al suo posto perché lui è sempre stato migliore di me. Sempre.
E così sono tornato a Foggia insieme al suo corpo.
E faccio di tutto per provocare e ci riesco e qualcuno mi picchia e sono passati due anni e non posso vivere al posto suo.
E mi dispiace oggi essere picchiato ma non per me, per mio padre.
Per lui.
Mi dispiace per lui.
Bianco
Devo capire, devo sapere.
In punta di piedi senza fare rumore con pudore mi avvicino a Manlio che mi tende la sua mano ferita.
Riprendo in mano i libri e dedico ad essi lo stesso amore che ho verso mio fratello. Il suo sorriso allegro, la sua intelligenza. Dentro di me insieme ai libri.
Bianco e Nero
E poi questa rabbia, lucida e consapevole che viene fuori dopo tanti anni che si alimenta attraverso il capire e lo studio.
La rabbia che viene fuori con i discorsi, le parole di commemorazione o la lettura dei testi.
La rabbia lucida e consapevole per la distanza tra te e le istituzioni, parole vuote prive di contenuto anche se non di senso ma dette perché bisogna farlo.
Ma poi ho paura.
Cosa sto facendo.
Sto usando mio fratello.
Mi servo di lui,
di ciò che è stato,
di quello che rappresenta,
è questo che faccio?
La contraddizione
sempre presente nella mia vita.
Ora non so più se lui è mio fratello
se queste fotografie in bianco e nero
appartengono a me
o se sono soltanto un tentativo per distaccarmene.
Questa contraddizione che pesa nella mia vita e
che porto dentro vestiti e fogge e misure diverse.
E non so più se le mie parole possono servire.
Non ho più parole per poter raccontare.
Solo fotografie in bianco e nero.
francescomarotta said
Lucia, spero che qualcuno trasformi in un post questo “tuo” bellissimo commento.
fm
lucia said
grazie Francesco, quando raccolsi le testimonianze sulla strage di piazza della Loggia ebbi molta paura di non riuscire a esprimere in modo adeguato i sentimenti come il dolore, la rabbia, l’amore per la democrazia che i testimoni mi affidarono,la loro voce muta dal giorno della bomba, ricorreva allora il trentennale della strage e la maggior parte delle persone intervistate non ne aveva mai parlato con nessuno, finalmente ebbe un suono e io mi sentii sulle spalle la responsabilità di farla sentire la loro voce, di renderla più forte e di non tradirne il senso. Ognuno di quelle testimonianze fa parte di me. E’ come se quel giorno io fossi stata lì insieme a loro. Mi piacerebbe che anche chi legge sentisse lo stesso dolore, la stessa rabbia e lo stesso amore per la democrazia, che sentisse sempre l’obbligo morale di tutelarla, e che non si dimenticasse ciò che è stato, e di pretendere giustizia per questa e per tutte le stragi. Ciao Lucia
fabry said
l’estate dell’80 è il mondo. i disperati che vedo ogni giorno pagano per qualcuno, ma non si saprà mai chi è. l’importante è che lo sappia lui, e che la coscienza lo travolga, perché possa disperarsi anche lui, o convertirsi. perché possiamo disperarci anche noi, o convertirci.
fabry said
credo che pubblicheremo il monologo di Lucia, Francesco. grazie, come sempre.
Alessandro Seri said
per Cristina Contilli – Forse non hai capito il senso della lettera, purtroppo ogni tanto capita)
per Jolanda Catalano – Altro che sottile nota malinconica! Le risposte dobbiamo esigerle. Il poeta ( e non “chi scrive”)deve riappropriarsi del proprio ruolo, centrale nel contesto sociale. Se non lo fa, se sceglie di non farlo commette innanzi tutto un’ingiustizia, poi viene meno a un patto ancestrale sottoscritto con la storia e in ultimo compie un suicidio letterario.
per Michele Ortone – Lo svincolo del poeta dalla storia è purtroppo cosa fatta, ora vedo il pericolo dello svincolo dal reale. Quindi per primo bisognerebbe bloccare questa deriva eccessivamente intimista poi lavorare per riappropriarsi di un arapporto con la storia.
per Francesco Marotta – Proprio ieri, parlando con Cristina Babino, concordavamo sul fatto che i cosiddetti poeti hanno smesso di essere intellettuali, sono poeti e basta, quando lo sono. Probabilmente riflettono la realtà sociale in questo. Sono troppo egocentrati (spesso involontariamente, a volte no). Forse si dovrebbe invertire la rotta, cominciare a prendersi le responsabilità. Meno film porno più strada da guardare.
Cristina said
Il senso era (almeno da quello che ho capito io) che sarebbe giusto sapere chi è colpevole di alcuni fatti gravi che sono avvenuti in Italia… e io ti ho risposto che probabilmente la verità su certi episodi si saprà quando tra cinquant’anni (o forse più) quei fatti non saranno più “cronaca”, ma diventeranno solo materia per gli storici, perché tutte le persone coinvolte non ci saranno più e, con il distacco necessario e con più documenti a disposizione, si potrà fare una ricostruzione attendibile di quello che è accaduto… non capisco perchè sia sbagliata come risposta… D’altra parte io sono del 1977, quindi, non posso essere rimasta colpita da fatti che sono avvenuti quando avevo appena tre anni… perciò forse ho sbagliato a risponderti, perché la lettera era indirizzata ai poeti un po’ più grandi di me che possono aver provato di fronte a certe notizie lo stesso sgomento che hai provato tu allora.
Ciao, Cristina
massimo said
i poeti hanno il diritto di porre domande al Palazzo; ma la risposta non è dovuta ai poeti *in quanto poeti* [né ai cittadini in quanto cittadini, ecc.]. spesso mi sono detto, e ho detto: nessuno di noi è stato scudo umano dove piovevano bombe. lo pensai quando un tossicodipendente mi rimproverava il mio “satanico” “rifiuto della vita”. pensai che nessuno dei due aveva veramente dato la vita *per* qualcosa.
e forse ha ragione Gabriele, che ha l’età di chi ricorda meglio. un’idea sulle colpe è possibile, ma è indimostrabile. torno al ‘mio’ Pasolini: fino ad oggi, credo di aver raccolto 7 ipotesi sulla sua morte [a Roma, basta chiedere e ne vengono fuori ogni giorno]. eppure è accaduta di fronte a testimoni; in un giro ispezionabile; ecc. Ma – ecc.
caro Alessandro, una lettera ai poeti come questa è segno di stanchezza e di vitalità della poesia [non tue o mie vitalità e stanchezza, ma proprio della POESIA]. il gesto umanistico-scritto si sta smorzando, il gesto pubblico chiede di uscire. siamo alla vigilia. poi, probabilmente, con l’esaurirsi del vecchio mondo si esaurirà anche *questo* Palazzo, e chi vi abita.
jolanda catalano said
Caro Alessandro,mi sarei aspettata qualcosa in più dalle tue risposte. di solito chi pone quesiti come quelli che tu hai posto,in qualche modo ha già in sè soluzioni e vie da percorrere. Mi spieghi come fa il poeta,OGGi, a riappropriarsi del suo ruolo? e qual’è il suo ruolo? a me sembra che tra le righe,anzi con molta convinzione,io ti avevo pur parlato dell’indignazine del poeta di fronte a eventi che non lasciano tregua,ma,mi ripeto,chi lo ascolta il poeta? e chi è il poeta OGGi? non sono d’accordo con te quando dici che i poeti sono rivolti su se stessi e non attraversano il dolore della vita. potrei farti esempi,ma a che servirebbe,potrei,e parlo soo per me,dirti dei fiumi d’inchiostro sprecati o forse no per dire di altre stragi e delitti che mi hanno lasciata spezzata in due,con la voglia di fare e l’impotenza,potrei darti versi scritti e parole spese in altri contesti,su delitti che purtroppo tutti conosciamo,ma a che servirebbe? avrò mai risposte certe sul perchè sono cadute le torri gemelle,sul perchè non vedo all’orizzonte Uomini retti? il sangue dei corpi tagliati a pezzi nel ruanda ancora scorre a fiumi e arriva sino a noi per ricordarci che un massacro è solo,purtroppo,un tragico evento fra i tanti perpretrati dalla razza umana.Dimmi,se puoi,chi dovrebbe darci risposte, quale consolazione ha mai potuto avere la madre di peppino impastato nel sapere.
E ancora se vuoi,spiegami,perchè io ancora non l’ho capito,come si dovrebbero muovere i poeti in seno a una società come la nostra quando tra di loro,di solito,non corre buon sangue,e soprattutto quando l’invidia che serpeggia tra loro,per me non è certo garanzia di buoni intendimenti.
Non credo che bastino meno film porno o altro perchè il poeta si assuma responsabilita.Altre strade da guardare,dici,bene,indicamene almeno una,senza dimenticare il gioco allo sfascio delle grandi case editrici.
un caro saluto
jolanda
Alessandro Seri said
Per Stella Maria – Baglioni può anche essere ascoltato ma non può essere punto di riferimento (anche se l’album Oltre è il suo meglio riuscito). La verità spirituale, quella sul dopo, appartiene a Dio ma quella terrena appartiene a noi e abbiamo il dovere di chiederla, esigerla. Troppo facile affidarsi a un volere supremo, persino troppo facile abdicare alla nostra presenza nella stanza dei bottoni. Scusa ma anche il testo di Trilussa è stato musicato da Baglioni. Forse spostare le nostre letture su Noam Chomsky, Susan Sontag o Gore Vidal sarebbe meglio.
Per Gabriele – Sì, è questo che accade! abbiamo smesso persino di sperare, e quindi cinicamente accettiamo tutto, assuefatti anche alle più palesi ingiustizie, anche verso di noi. Per favore, per quei morti ammazzati dell’80, italiani e innocenti e bambini, ricominciamo a parlare. Non possiamo essere rappresentati da chi siede in parlamento con queste colpe, dobbiamo tornare noi a rappresentare, ovunque, chi chiede “verità e amore”
per Lucia Marchitto – Le steli col nome dei morti sono lì a ricordarci cosa è accaduto ma tra cento anni le guarderanno come noi ora osserviamo quelle dei caduti nella prima guerra mondiale, con superficialità, più per curiosità linguistica che altro. Sotto le steli dovrebbero esservene poste altrettante con i nomi dei colpevoli. Esecutori materiale e mandanti
per Fabrizio Centofanti – Io non ci stò a lasciare il compito che ci spetta alla coscienza di Lui che travolgerà Lui, perchè spesso capita che Lui, se ha fatto e continua a fare quello che ha fatto, la coscienza proprio non ce l’ha o se ce l’ha non lo sfiora nemmeno. Anche l’urlo di Wojtyla che intimava ai mafiosi di convertirsi sarebbe stato vano se alcuni di loro non fossero in galera ora; perchè tanto Lui era già convertito o aveva la certezza di esserlo e quindi di essere nel giusto
Gabriele said
Chiedo scusa se forse potrò sembrare un presuntuoso ma nel mo miserrimo tentativo di poesia credo che un po’ di quelle domande, di quel dolore, di quella vergogna e anche un po’ di ricerca di verità, di cambiamento interiore, di risveglio della coscienza civile e umana, ripeto nel mio piccolo cerco di portarlo avanti. Non faccio nomi, non parlo esplicitamente dei fatti avvenuti ma tentando di fare poesia attenta a quello che succede dentro e fuori e azzardare una mia ipotesi se non di uscita almeno di consapevolezza.
Non sono un intellettuale però, non scriverò mai invettive sul corriere della sera, non sarò mai intervistato da Enzo Biagi ma farò quel che posso come poeta piccolo piccolo di uscire da questa narcosi collettiva.
pepe
Michele Ortore said
Ho letto il commento di Jolanda Catalano, e vorrei risponderle che, se dovessimo rinunciare a tutto ciò che non ci porterà ad una risposta sicura, allora dovremmo tagliarci le gambe e non uscire più di casa…
Adorno, nella Dialettica dell’Illuminismo, scriveva della necessità di combattere nel presente, senza rifugiarsi in un tempo personale ed autoconsolatorio: pur sapendo che si verrà sconfitti, non si dovrebbe rinunciare al tentativo utopico, perché è il solo grazie a cui possiamo sperare di migliorarci. Credo poi che la deriva intimistica della poesia italiana sia innegabile. Evtushenko in Russia ha riempito gli stadi, recitando i suoi versi, parlando di politica, ricordando nomi e cognomi di vittime o amici; in Nicaragua Ernesto Cardenal, teologo della liberazione, è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura. In Italia, anche fra i poeti affermati, chi si prende quest’impegno, oggi? Rondoni? Cucchi? La Spaziani? Scarabicchi? Gli unici a salvarsi mi sembrano essere Sanguineti e Zavoli.
Questo non vuol dire che i poeti debbano cambiare il mondo, o che abbiano le capacità per farlo. La mia idea di arte non è scindibile dalla storia: l’emozione e la ricerca della bellezza dovrebbero essere armi da brandire per coinvolgere il lettore ed intaccare il reale. Se la poesia è vita, e qui dovremmo esserne tutti convinti, come pensare che possa ridursi al palliativo che è diventata oggi? Proviamo a scrivere versi che INFORMINO, che abbiano il coraggio di trasformare condoni ed emendamenti in metafore e metonimie, che siano l’adito ad un’attività intellettuale e organica, invece che esaurirsi nelle cadenze del ritmo o nelle scelte lessicali.
Conquistarsi una voce che sappia superare la coercizione e il disinteresse delle case editrici è, secondo me, un problema secondario. Bisognerebbe prima imparare ad urlare, e poi cercare un megafono…
Lo so, sarò stato retorico e ridondante, ma anche questa, a volte, è una scelta. Meglio farlo ora, che ho la scusa dell’età!!!
Ciao,
Michele
Stella Maria said
Caro Alessandro,
colgo i tuoi suggerimenti e leggerò questi autori anche se Trilussa l’ho letto e lo leggo senza baglioni. Era solo per dire che il problema che sollevi esiste dai tempi della cacciata dal paradiso terrestre. inoltre di cantanti più impegnati ce ne sono tanti come di scrittori e io non sono una scrittrice se non per il mio piacere ma la mia verità te l’ho detta perchè è anche quella più accreditata, però ho scritto male e non è il risiko quello di quel giorno ma battaglia navale. per il resto se fai una ricerca fra giornali e libri di storia ne tiri fuori anche i nomi.
io la cerco la verità e ne trovo tante poi ne deduco la mia, se vuoi posso raccontarti anche quella sulla più grossa fregatura mai rifilata agli investitori o sullo tzunami.
comunque continuo a concordare con te sul bisogno di pretenderla ma riceverla è un’utopia.
di recente ho scritto per vari motivi al blog di Grillo e qui finisco il commento, mi piacerebbe aprire un blog per cercare e dire verità e invitare tutti a dire la propria e poichè sono un perfetto nessuno questo è il mio unico scopo.
purtroppo ho poco tempo ma se decido vuoi aiutarmi? credimi cercare verità relative è molto facile e poi bisogna assumersene le responsabilità e dimostrarle, forse il vero problema è proprio l’assunzione delle proprie responsabilità per chi fa e chi dice.
un abbraccio
Stella
lucia said
per Alessandro: forse non hai letto bene o forse mi sono espressa male, non intendevo dire di certo che basta una stele con i nomi, ciò che si chiede è giustizia. Questo era ed è lo scopo, insieme alla trasmissione della memoria, dei miei monologhi. Certo qui ne ho messo solo uno che mi sembrava significativo rispetto alla tua domanda, ma è solo uno di un’intera raccolta. Ciao Lucia
jolanda catalano said
@ Michele
Caro Michele,chi ha parlato di rinunciare? se vai al mio primo intervento leggerai ciò che ho scritto a proposito di una società immaginata civile.
Ma leggerai anche in tutte e due i commenti alcune domande a cui ancora Alessandro non ha dato risposte.Ed io non credo che ci possano essere sempre risposte.Fammi un paio di nomi di uomini retti che potrebbero darci le risposte che cerchiamo. Il mio è solo realismo,forse dettato dall’età,forse dettato dal fatto che non so ben dare una connotazione precisa al termine intellettuale,forse dettato dal fatto che vedo la vita scorrere in un marciume di cui non si conosce il fondo,forse,forse.E vedo persone,popoli,azzannarsi per quel vil denaro che tutti mettono sotto accusa ma che tutti vorrebbero in quantità sempre maggiore.E vedo persone che hanno smarrito il senso della vita,certo in base al mio senso della vita,e sento ancora parlare di intellettuali,e questo termine continua ad avere un suono strano di fronte ai bisogni immediati dei coimquilini di questo mondo,dei diseredati,dei senza voce,dell’infanzia violata,del sangue che ancora scorre,scorre,scorre.
Vedi caro Michele,domande ce ne sarebbero a migliaia,risposte non so,e soprsttutto non so da chi. Ma Alessandro si rivolgeva ai poeti che negli anni 80 erano pressocchè bambini,vedi,io in quegli anni ero già madre e forse non sarei dovuta intervenire in questo post.
un caro saluto Michele
jolanda
Serena Granatelli said
Sono nata nel 1985; nel 1980 non esistevo ancora e quando è esplosa la bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna avrò avuto al massimo qualche mese, ma questo non conta! Rispondo perché nel post di Alessandro non ho riscontrato la nota malinconia che alcuni a quanto pare (leggendo i commenti) vi hanno trovato; mi è sembrata più una “chiamata alle armi” e a questa chiamata la risposta deve essere corale e coraggiosa. Si è detto che i poeti hanno perso in universalità, che non hanno più un orizzonte di riferimenti comuni grazie ai quali poter comunicare e intendersi e che questo ha portato ad una deriva intimistica della poesia; sono pienamente d’accordo. I poeti, sempre più soli e ripiegati su se stessi, sono indeboliti, annoiati e i circoli (quando ci sono) sono quasi sempre chiusi e auto-referenziali; manca una rete di condivisione e di impegno seri e determinati, o forse mancano le passioni, gli ideali. Mi preme ricordare che da sempre la poesia è stata un importante strumento di lotta e di affermazione, il mezzo attraverso il quale si poteva accedere ai grandi temi sociali ed esistenziali; nella Grecia antica la poesia era il solo linguaggio con cui si potevano interrogare le divinità e la lettura pubblica dei versi era un rituale a cui partecipava l’intera comunità. Solo nei nostri tempi la poesia è diventata un piccolo e insignificante strumento terapeutico e individuale. La cosa fa sorridere (e il sorriso è amaro) se si pensa che questo accade proprio oggi, nell’epoca della comunicazione di massa, in cui la tecnologia ha praticamente azzerato le distanze e reso possibili contatti e scambi a livello globale. Ci troviamo così in un “non-luogo” in cui l’annullamento spazio-temporale ha costruito barrire ancor più insormontabili di quelle naturali e fisiche. Si è parlato di una deviazione della poesia dal reale e questo è terribile perché la poesia è vertigine, è” lo stilita”, ma è anche terra e aderenza al suolo. Questa perversione dal reale, oltre ad essere terribile, è anche estremamente pericolosa in quanto ho il sentore che non riguardi solo la poesia e i poeti, ma anche gran parte degli uomini (cosiddetti comuni) che conducono una vita stereotipata e come automi (quasi autistici) vanno dritti per la loro strada, con gli occhi bassi, senza mai alzare lo sguardo per guardarsi intorno, abbagliati e sedotti da falsi miti. Tutto ciò cozza (o forse è la naturale conseguenza) con un apparato informativo ossessionato dalla messa in scena della realtà; i nostri canali televisivi sono ormai invasi da “reality” che si preoccupano (a loro dire) di proporci una realtà senza mediazioni, in cui forme e sovrastrutture sono state demolite, una realtà che però ha ben poco di reale. Forse si avvicina di più a un sistema di verità che pretende di costruirci una realtà falsata (più utile o più semplice.. non so dirlo),ma che comunque vuole impedirci di pensare. Tutto questo amplia la questione, aumenta la rabbia e la esaspera. Serena
Michele Ortore said
@ Jolanda Catalano: Quel “caro Michele” ripetuto più volte, l’ho immaginato detto con il tono sarcastico e acidognolo che voi donne sapete usare tanto bene, ma il resto del tuo commento, per fortuna, non mi fa propendere per quest’ipotesi… In ogni caso, internet sembra l’unico posto in cui i “più grandi” offrono di fare spazio ai giovani! Credo che il tuo contributo, proprio per la sua disillusione, sia molto importante per la discussione.
Condivido l’intervento di Serena Granatelli, ma credo che gli “automi” siano molto meno di quanto si pensi. La maggior parte delle persone sono consapevoli della propria passività: siamo di fronte ad una pazzia latente, ad una vacuità rumorosa, una farragine psichica, un mare di noia e di dolore che tutti sentono, ma fanno finta di ignorare, perché il messaggio dei media, quello secondo cui viviamo nel miglior mondo possibile, secondo cui il tentativo di migliorarlo sarebbe inutile, perché altri hanno tentato e hanno fallito, ha purtroppo attecchito. Proprio tramite l’arte e la poesia, allora, dobbiamo far emergere il rimosso, quest’ombra di dolore, renderla un’iperbole, trasformarla in rabbia e partecipazione. E’ una svolta che non può avvenire solo tramite i poeti, ma dobbiamo fare la nostra parte.
Michele
nabanassar said
Mah, non sono d’accordo con la “chiamata” di Seri; sono del ‘73, nato, vissuto e pasciuto in situazione medio-basso borghese, la mia morale e’ sempre stata fare bene il mio lavoro, non parlare con la bocca piena ed essere gentile col resto del creato. Credo sia gia’ un contributo sufficiente o quantomeno misurabile ed effettivamente realizzabile, anche come poeta.
Cristina said
Ora ho capito perché la mia risposta non andava bene: non avevo capito che si trattava di una “chiamata alle armi”, l’avevo presa semplicemente per una riflessione sulla storia che entra nella vita personale… e in questo senso anche i poeti che hanno l’etichetta di “intimisti” attaccata addosso, hanno ascoltato una notizia alla radio o al telegiornale, sono rimasti colpiti ed hanno scritto una poesia impegnata, “civile”… d’altra parte ognuno ha il suo “evento”: io posso aver scritto una poesia sui bombardamenti in Kossovo del 1999 ed un altro può aver scritto una poesia contro la guerra in Iraq o in Afghanistan… una chiamata alle armi generale mi pare difficile da proporre, anche se c’è stato un periodo, tra il 2002 e il 2003, in cui sono state pubblicate alcune antologie che raccoglievano poesie contro la guerra… erano indubbiamente antologie che raccoglievano poesie impegnate, sentite, civili, però, purtoppo non sono servite a cambiare la realtà…
cristinababino said
Io chiamate alle armi qua non ne vedo. Semmai vedo un uomo e un poeta che si fa delle domande, e le cerca in altri. Sapere di non essere il solo a porsele, e a cercare risposte che forse non arriveranno, sarebbe già qualcosa, nel quadro generale di un Paese che ormai è in completa, assoluta deriva.
Giovanni Nuscis said
“chi è stato che m’ha rubato il sonno quell’estate e che ha condizionato i passi del mio andare? Chi è stato ad ammazzare?”
Difficile dare una risposta, Alessandro, come ha osservato Massimo. Non facile, ugualmente, ma, forse, più opportuno ed urgente, pensare invece a cosa potrebbe -adesso ed in futuro- restituirci il sonno. La farsa, continua, credo abbiate appreso tutti, stasera, al telegiornale.
Interverrò a breve anch’io, sul tema.
Giovanni
Alessandro Seri said
A Cristina Contilli – Ovvaiamente la lettera indirizzata ai poeti è un espediente per parlare e scrivere di un vuoto, di un silenzio che dura da tanto tempo. Il riferimento anagrafico è invece un appello generazionale e non a colmare questo vuoto. Tutte le risposte vanno bene, le tue forse sono solo decentrate.
A Massimo Sannelli – Caro Massimo, come sempre ti sento vicino e sento vicine le tue parole. In fondo l’esperienza è pane per poesia e noi non eravamo su quell’aereo e nemmno a Bologna anche se ci passiamo davanti spesso a quel cratere. Però eravamo bambini ed innocenti quell’estate e come noi lo erano quelli morti. Penso sia chiaro, altrimenti sarebbe preoccupante, che non cerco risposte assolute; Corto Maltese si limita ad issare bandiera, lanciare un sengale.
A Jolanda Catalano – Non ho le soluzioni ai quesiti, però non voglio usare quell’oggi maisucolo che sembra un muro di gomma inquietante e privo di speranza. Comunque sottoscrivo tutto il tuo intervento *16* In due parole provo a dire che i poeti dovrebbero condividere e condividersi così come, per certi versi, avviene in questo e in altri spazi. Grazie di avermi ascoltato
A Gabriele – Nel nostro piccolo possiamo fare e fare equivale ad esserci. Grazie del tuo esserci e di fare
Alessandro Seri said
Per Michele Ortore – hai ricevuto il messaggio e te ne ringrazio di cuore, era un messaggio difficile da inoltrare ma più difficile da cogliere (serve coraggio). Sui poeti che citi sono daccordo ma faccio notare che Francesco Scarabicchi, se interpellato, se coinvolto risponde. Per gli altri condivido i tuoi dubbi. Ora se vuoi cominciamo a condividerci.
Per Stella Maria – se decidi di fare ciò che dici, con i miei tempi stretti, sarò al tuo fianco. Vedi forse sarebbe bene dire che oltre a scrivere ho lavorato per anni in una associazione di consumatori e negli ultimi anelli (quelli poveri) di un sindacato. Mi chiedevano come fai a conciliare la poesia con questo lavoro. La risposta era si nutrono l’uno dell’altra.
Per Lucia Marchitto – Scusa Lucia, mi rendo conto che a non farmi capire sono stato io nella mia risposta. Ciò che fai e che scrivi è quella risposta che cercavo con il mio articolo. Ce ne fossero di autori che scelgono la tua via. Mi scuso con te ancora per non essere stato capace di farti comprendere che non bisogna smettere di ricordare, e bisogna farlo con tutti i sensi.
Per Serena Granatelli – Forse più che una chiamata a raccolta si tratta di un bussare alla porta per vedere chi risponde. Condivido gran parte del tuo commento.
alessandroseri said
Per Nabanassar (o Gianluca D’Andrea?) – Può essere che nella morale di chi cresce pasciuto in un contesto medio basso borghese le mie domande non fanno breccia. Però due sono le cose che m’inquietano: la prima è che io pure sono cresciuto in un contesto medio basso borghese però non ero e non sono pasciuto, anzi pur non essendo mai sazio resto piuttosto secco, incarognito, affamato; la seconda è quella letteratura del terzo millennio occidentale che sembra più un recinto che una definizione.
per Cristina Babino – u know basta e avanza in questa Pangea pronta per essere fratturata.
per Giovanni Nuscis – la farsa continua forse possiamo cominciare e/o continuare a dirlo, ora con più cognizione di causa, ora condividendo di più e confrontandoci. Grazie dell’ascolto
Stella Maria said
Caro Alessandro,
io mi occupo di finanza oltre che dei miei figli, uno dei quali porta il tuo nome, e di tutto il resto della famiglia di origine e non, e di milioni di altre cose, troppe. combatto battaglie ogni giorno per i diritti dei miei clienti a cui devo risultati e spiegazioni, oltre che aiuto. mi batto per tante cose ma non è questo il luogo, cerco sempre la verità e nel mio piccolo cerco di fare e di dire basta all’indifferenza che regna sovrana. ti ho fatto un cenno ad un blog e a tante cose ma non è questo il luogo e scusa se mi ripeto.
quel blog forse un giorno di questi lo metto in piedi se non altro per sfogarmi, dire le mie verità e cercare di svegliare un po’ di coscienze dal torpore generale. sono un’illusa? l’ultimo dei romantici? forse e molti ridono di me però io i miei diritti li conosco e li faccio valere anche se bisogna combattere, in automatico nessuno riconosce nulla e impera sempre la legge del più forte.
tronco qui però io sono quella il cui indirizzo mail è sopra le magliette, se ti va possiamo andare oltre.
un abbraccio
Stella
nabanassar said
Caro Seri, Nabanassar – Giuseppe Cornacchia le aveva lasciato il primo commento e le sta lasciando questo; per il resto, s’inquieti pure: pasciuto e’ un aggettivo un po’ lontano da una certa afflittiva retorica poetica, ma non occorre molto per potercisi identificare: bastano una cultura da scuola superiore o universitaria, un pc da un paio di centinaia di euro e una buona connessione internet, che sono molto piu’ di quanto tre quarti del mondo puo’ sognare. Il “terzo millennio occidentale” e’ quindi un ottimo recinto nel quale operiamo volentieri, consapevoli di essere appunto pasciuti e disposti a restituire almeno parte dei vantaggi. La memoria storica e civile italiana alla quale lei fa appello, non mi sembrano componenti essenziali del nostro operare quotidiano anche poetico, non piu’ del “be nice to people and don’t talk with mouth open”. Probabilmente perche’ da piccolo guardavo “giochi senza frontiere”, invece di Ustica, Bologna e Vermicino. Saluti cordiali. —GiusCo—
Cristina said
Forse io in questo momento sono già “decentrata” rispetto alla poesia, perché sto scrivendo altro, per cui, in un certo senso, hai ragione a definire così le mie possibili risposte… comunque all’inizio ti ho risposto da cittadina che vorrebbe sapere cause, esecutori e mandanti di fatti gravi che sono accaduti nel proprio paese, poi, ti ho risposto da studiosa di storia che sa bene come la verità sia difficile da far emergere e come spesso venga fuori a distanza di tanti anni da un fatto, quando archivi che prima erano inaccessibili vengono aperti e i documenti, in essi contenuti, vengono messi a disposizione degli studiosi ed, infine, ho cercato di risponderti da poetessa che ha scritto principalmente poesie personali, autobiografiche, intimiste, ma che non vive in una “campana di vetro” e che, quindi, ogni tanto si sente coinvolta dai fatti di attualità in modo così forte da potergli dedicare dei versi… poi, in conclusione, penso come ho già scritto altrove, che la narrativa o la saggistica riescano, in questo momento, meglio della poesia ad esprimere la funzione “civile” della scrittura.
Cristina
Alessandro Seri said
Ciò che m’inquieta ancora è vedere associare due eventi dichiaratamente terroristici (Ustica e Bologna) con un fatto di cronaca (Vermicino). Probabilmente caro GiusCo (m’inquieta anche questo diminutivo con suffisso simile ad un altro ben più inquietante) la scelta che lei ha fatto di inserire la vicenda del povero Alfredino Rampi è tutta legata a eventuali rimandi e assonanze riferiti al nome del luogo. Non vedo, a parte il periodo, altre attinenze. Per quanto riguarda il popolare gioco televisivo da lei citato e prodotto dalla EBU mi permetto di consigliarle una visione associata al brano di Peter Gabriel Games without frontiers. Lo può trovare sull’album III, guarda caso anch’esso pubblicato nel 1980. – Attention, trois, deux, un, e poi il fischio di Gennaroo o Guido -
Marco Simonelli said
Io avevo solo due anni. Il televisore, in quel caso, è servito per conservare una memoria che non avrei potuto vivere in presa diretta.
La prima volta che chiesi in giro cosa voleva dire “Ustica” avvenne poco dopo la lettura del libro, “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano”, una raccolta di aforismi, freddure etc di Gino & Michele. Diceva così: “Ustica, 1980. CARABINIERE: “Maresciallo, maresciallo, guardi, un aereo che cade” MARESCIALLO: “Esprima un desiderio”.
Avrei voluto capirla, quella battuta sui carabinieri, ma non sapevo dove fosse Ustica nè cosa vi fosse successo.
Più di vent’anni dopo ripenso a quel senso di inferiorità: non conoscere, non sapere, non arrivare a capire il collegamento, ignorare e non per colpa tua.
Adesso posso saperne di più ma quella sensazione non è andata via per niente.
alessandra paganardi said
Il tuo splendido pezzo, ale, mi conforta in quella che per me è ormai una certezza: i nostri primi ricordi “traumatici” – quelli che, per vie misteriose, contribuiscono a nutrire una futura vocazione poetica – non sono semplicemente memorie private: sono invece sempre legati a una percezione traumatica della storia, degli altri. Così fu anche per me a proposito del delitto Moro, data nella quale avevo poco più di quattordici anni, e che mi ha suscitato, molti anni dopo, il desiderio di scrivere un poemetto, ora di prossima pubblicazione all’interno della mia nuova raccolta: non avevo mai scritto poemetti prima di allora, ma ricordare quell’evento e i suoi parallelismi fra la “grande storia” e la “mia piccola storia” mi ha reso necessario un passo diverso, uno spazio e un respiro più ampi. In cui poter accogliere, e sempre più, l’altro da me. Perchè la poesia è questo: partire da sè, ma per accogliere l’altro che abbiamo interiorizzato, e che non mai è storia solo nostra. Grazie, ale: sono certa che questo bellissimo flusso di coscienza segnerà un’ulteriore crescita nella tua poesia, già sin d’ora seria e matura. Alessandra Paganardi
rosaria lo russo said
Caro Ale,
negli Anni di piombo si è consumato il passaggio dalla mia infanzia infelicemente ingenua ad una adolescenza micdiale: ribellione alla famiglia, alla politica di centro destra, alla mia educazione borghese, che avrebbe fatto di me una casalinga disperata. Diventai pseudo adulta molto rapidamente e fra contraddizioni atroci. Da cui malattie nervose gravi. Però, se non ci fosseri stati Gli Anni di piombo, le stragi di Stato e tutto il resto, non avrei scritto un verso, non ne avrei recitato uno. Il dolore e la sconfitta di quesgli Anni Orrendi hanno determinato tutta la mia vita di donna, di poetessa, di attrice. Eppure ancora si sta nella stessa merda. E chi fa arte si sente impotente. Dunque il motto resta: resistere. Resistere uniti, in quanto poeti, o artisti in generale, al degrado sociale italiano. Dico banalità. lo so. Ma è la verità circa quello che abbiamo vissuto credo in molti, anzi in moltissimi. Dare risposte risolutive non è compito della poesia, ma dei magistrati. Denunciare è compito dell’arte. E chi denuncia in Italia fa gà tanto!
francescomarotta said
Non dici affatto banalità, Rosaria: nel caso lo fossero, siamo già in due a pensarle.
fm
Francesco Accattoli said
Ciao Ale,
ho letto e riletto il tuo post. Mi trovi in un momento particolare, in questi mesi ho iniziato anch’io una riflessione sull’impegno civile dell’arte, e soprattutto della poesia.
Io ci credo, credo che la poesia debba parlare, scuotere, denunciare. Penso spesso a Fortini.
Quando tu hai vissuto, seppure dalla televisione, le tragedie di Ustica e di Bologna, io avevo tre anni.
Noi ora trentenni, tuttavia, abbiamo visto altre porcherie (io le chiamo così, perchè è da porci fare certe cose).
Io sono un passionale, sputo sopra la diplomazia, che altri dicono sia educazione, io credo solo ipocrisia. Basta con i sorrisi “politicamente corretti”, basta con i salamelecchi, i modi affettati, basta con i gruppetti. Il richiamo che fai è forte, e lo condivido tutto: è ora di tirare fuori gli artigli. Poi ognuno si scelga i suoi. Ma come si fa a rimanere insensibili quando ogni giorno 13.000 bambini muoiono di fame? Io ricordo il G8 a Genova e la scuola Diaz, ricordo le morti alla Stazione di Atocha, la scuola crollata a San Giuliano. Ma non è tanto il conto delle “figurine” che ci spetta. E’ lo schifo per la società neocapitalista occidentale, per un Paese che è alla frutta, per un governo che ha sempre la stessa faccia, gli stessi personaggi, la nostra inazione dinanzi a questo teatro dei burattini assomiglia ormai ad un gigantesco ematoma lungo tutto il corpo che non duole più tanto è sedimentato, se ci picchiano ormai non sentiamo più dolore. Però se alzi la voce, allora sei comunista, sei un attaccabrighe, sei un guastafeste.
Quello che ci chiedi Alessandro è giusto, iustum, legittimo, la poesia è legittimata a compiere imprese, scuotere, ridestare: a Sparta Tirteo recitava versi prima che le truppe si muovessero alla guerra. Il nido, il “fanciullino”, l’esaltazione del mondo interiore, il microcosmo, vanno bene, ma non devono costituire l’unica occasione dello scrivere, altrimenti, ma questo è un mio pensiero proprio personale, si finirebbe per assomigliare a tanti Pilato.
Grazie per le tue parole.
A presto
Francesco
Michele Ortore said
“Il nido, il “fanciullino”, l’esaltazione del mondo interiore, il microcosmo, vanno bene, ma non devono costituire l’unica occasione dello scrivere”
Fra l’altro, sono convinto che Pascoli fu molto più impegnato di quanto si pensi. Non solo per l’impegno socialista della giovinezza: nella lotta uterina che caratterizza il resto dei suoi scritti, ho sempre intravisto una tenacia, quasi “politica”, che non avrebbe nulla da invidiare a Majakovskij. Non voglio andare fuori argomento, ma era per dire che anche il nido può essere un buon “avamposto”, quando non si è autoreferenziali(e Pascoli non l’è mai stato).
Michele
Francesco Accattoli said
Hai ragione Michele, Pascoli non l’è mai stato. Ho usato quei termini per essere comprensibile, forse perchè quei termini indicano proprio un’autoreferenzialità che sa di dolcezza. Credo che tu abbia capito il senso delle mie parole. Non mi riferivo a Pascoli in particolare, ma alla sua distorsione, a quel senso di “orticello” che ognuno si coltiva disinteressandosi del vicino di casa.
Hai fatto bene a puntualizzare, mi scuso per la leggerezza.
A presto
Francesco
Irene Diprè said
Ciao Ale,
molto toccante ciò che hai scritto…ma…non ci sono, e forse non ci saranno mai risposte…ci sono solo dolori e ingiustizie che ci portiamo dentro…dico ‘portiamo’ perchè mi riferisco a quei pochi che ancora ’sentono’ nel senso del sentire le emozioni…io nell’80 avevo tre anni e non guardavo neppure i cartoni animati, perchè a casa mia la tv è sempre stata vista con disgusto…ma qualche strana sensazione in riferimento a quie fatti di cronaca, la percepivo, anche se il ricordo è ‘appannato’…per concludere con una nota ironica: forse era meglio se ti guardavi anche tu il Festivalbar, con i tuoi genitori…a volte la coscienza civile è troppo pesante da portare dentro.
Comunque è bene portare alla luce, quelle tante cose che ancora navigano sommerse tra politica e mala-umanità…
ciao Ire.
Michele Ortore said
Certo Francesco, ho parlato di Pascoli per associazione mentale, non perché credessi “leggera” la tua affermazione, o tanto meno per correggerti. Era per precisare che la poetica del “nido” e del “fanciullino”, in sé, potrebbe avere una gran forza, ed è un peccato che spesso sia ridotta a quello che tu hai chiamato “orticello”. In totale sintonia con le tue parole, insomma.
Ciao!
Antonio Porta said
prima della televisione a colori nel 1976 fabry avevi 5 anni
mi dici che hanno pubblicato la foto della ragazza
sprangata soffocata annegata e prima violentata
coi cazzi coi manici delle scope che ora giace
ai piedi dell’auto dove è stata rinchiusa
appena abbassato sotto le ginocchia il sacco
di plastica trasparente dove è stata confezionata
dicono che allora fosse già morta nella vasca annegata
che ora giace ancora una volta denudata contro la sua volontà
se lo hai voluto dire che c’è questa foto vuoi chiedere
e (io) dico che è come ripeterla questa violenza
moltiplicata in quattrocentomila copie e in due
milioni di occhi e in più ogni volta che si prende in mano
il giornale per riguardarla…
21.7.1976
Antonio Porta, da L’Aria della Fine
Giorgio said
Domande senza risposta, vuoti e dolori che ci portiamo dentro…
.. ma io direi anche che ogni giorno che passa il malessere fisico nel vivere in questa Italia di oggi è sempre più forte, dagli anni 80 ad oggi non è diminuito anzi è andato crescendo, e di questo anche bisogna parlare
pare che i bambini di oggi vedano il futuro molto nero, questo lo scrivono nei compiti a scuola, mi dicono, e lo scrivono anche gli adolescenti, questo lo so per esperienza diretta, hanno tutti paura di qualcosa, mai vista una cosa così come in questi ultimi anni, e hanno paura di avere paura, e i traumi non sono minori, pensate che già da piccoli sentono dire che la vita nel pianeta non è assicurata, ci fanno anche le ricerche, e tutti i giorni vivono le incertezze delle famiglie e dei fratelli maggiori, e dall’impossibilità di progettare e realizzare dei fratelli maggiori, che sentono più vicini a loro, ma un po’ come dei modelli a cui guardare, rimangono segnati, inerti, confusi e senza speranze, molti stanno male, anche fisicamente, malattie psicosomatiche, insomma, e succedono cose che non si spiegano e che è vergognoso spiegargli anche se bisogna farlo comunque… le cose che succedono in Italia in questi giorni.
Insomma, senza dimenticare lo ieri, anche di oggi c’è tanto da dire.
alessandroseri said
A questo punto dopo 5 giorni dalla pubblicazione della lettera ai poeti sento di dover trarre delle momentanee conclusioni (per me le conclusioni non sono mai definitive).
Sembra che qualcosa sia accaduto, sembra che qualcosa si sia mosso. Ne vado fiero. Avevo un certo timore legato all’autoreferenzialità e al nichilismo. Sono stato abbastanza smentito.
I lati positivi:
1) Il confronto che è nato su La poesia e lo spirito e che poi si è inoltrato e spostato anche su altri siti e, come normale, sulla mia email.
2) Il numero di contatti registrati in questi 5 giorni da questo pezzo.
I lati negativi:
1) Nonostante i commenti siano stati molti fa un certo effetto notare che la differenza tra i lettori e i commentatori sia notevole più o meno 1 commento ogni 15/20 lettori e se pensiamo che a commentare sono state soltanto 20 persone allora la proporzione è 1 su 40. E questa è la conferma palese, chiara, evidente e dimostrata che la poesia italiana (fatte alcune eccezioni) non vuole prendersi la responsabilità di essere ciò che dovrebbe essere: coscienza critica, avanguardia sociale e spirito guida di un paese.
Ascoltavo ieri alla radio quel pazzo e simpaticissimo e lontanissimo da me Giordano Bruno Guerri che proponeva e commentava Withman e Carducci e poneva lo stesso problema sul ruolo della poesia in italia e aveva gli stessi timori. Il problema principale dei poeti italiani sembra essere come arrivare alla fine del mese cioè come riuscire a pubblicare senza pagare, come strappre 1000 euro per organizzare 4 serate di poesia decente; il tutto condito da competizione per un trono che non esiste e una certa dose di autocommiserazione.
Sarà ora di cambiare registro? Se tutti coloro che visitano in un mese La poesia e lo spirito acquistassero 5 libri di poesia l’anno (di autori italiani e viventi) la poesia italiana potrebbe avere uno spessore diverso. Ma si sà, tutti noi pensiamo di essere da Nobel e se non ce lo danno abbiamo la scusa del poeta maledetto quindi incompreso. Rifetteteci.
Cristina said
Io ti ho messo tre commenti, perciò ho fatto la mia parte… più seriamente il mio guaio è che i libri me li regalano oppure me li mandano dalla rivista, per cui scrivo, per cui una volta li compravo, poi ho smesso di farlo e penso che a tutti gli scrittori, che collaborano con qualche rivista, accada lo stesso… gli mandano il libro, per avere una recensione… mettendo, comunque, da parte l’esperienza personale che può essere sempre parziale e in un certo senso limitata, il problema che tu ponevi meritava di essere preso in considerazione e mi pare che ti abbiano risposto sia i poeti che credono in una funzione civile della poesia, per sostenere la tua proposta, o “chiamata alle armi”, o “bussata alle porte” (definiscila, come preferisci, il senso, a me sembra sostanzialmente lo stesso)sia i poeti intimisti o perché qualche poesia impegnata nel corso degli anni l’hanno scritta anche loro oppure per la ragione opposta, perché non ritengono utile scriverne e sono convinti della scelta fatta… perciò, da una parte può ritenerti soddisfatto, dall’altra io mi chiedo: cosa accadrà domani?
Il poeta “impegnato”, civile continuerà a scrivere testi sull’attualità, sperando che siano letti e recepiti da un pubblico non solo di nicchia, il poeta intimista continuerà a parlare di se stesso e delle proprie esperienze, anche lui contando sui suoi 25 lettori di manzoniana memoria oppure cambierà davvero qualcosa?
Ciao, Cristina
Marco Di Pasquale said
Io nel 1980 ero appena capace di stare in piedi in maniera accettabile, assaggiavo i primi giorni di asilo e già mi ero innamorato una volta. Ma questo non riesco a ricordarlo, forse perché si rimuove quel che succede nei primi tre anni di vita. Ma ricordo bene, avevo qualche centimetro in più, i missili di Gheddafi, le parole dure ed i proclami, il fremito glaciale nella voce rassicurante di mia madre che mi diceva di stare tranquillo, tanto a noi la guerra non poteva toccarci. Erano già finiti i tempi del terrore nascosto sotto ogni pietra, dentro ogni auto, in un borsone abbandonato nella sala d’aspetto. Si era più sicuri, si era ubriachi dell’invulnerabilità che gli anni ‘80 ci promettevano. Forse chi oggi vive da trentenne o quarantenne l’esperienza della poesia subisce ancora i postumi di quell’ubriacatura e stenta a percepire l’incrinatura che sfregia il paesaggio intorno a loro. Per chi invece si è bevuto, cosciente e beato, quella promessa di inviolabilità, resta la responsabilità di aver chiuso le persiane ed essersi precluso il paesaggio, tanto non c’era più niente di nuovo da vedere.
Chi si è trincerato in casa non può dare risposte, può soltanto concentrarsi sulle proprie radiografie. Tuttavia, spesso si deve accettare di non avere le risposte adeguate: ma in questi casi, si deve lo stesso accendere un fiammifero e tentare di illuminare il buio circostante… indicare una via da percorrere insieme e schiarire l’oscurità…
Francesco Accattoli said
“Il problema principale dei poeti italiani sembra essere come arrivare alla fine del mese cioè come riuscire a pubblicare senza pagare, come strappre 1000 euro per organizzare 4 serate di poesia decente; il tutto condito da competizione per un trono che non esiste e una certa dose di autocommiserazione.
Sarà ora di cambiare registro? Se tutti coloro che visitano in un mese La poesia e lo spirito acquistassero 5 libri di poesia l’anno (di autori italiani e viventi) la poesia italiana potrebbe avere uno spessore diverso. Ma si sà, tutti noi pensiamo di essere da Nobel e se non ce lo danno abbiamo la scusa del poeta maledetto quindi incompreso.”
Alessandro caro, mai parole furono più saggie! Oddio, mi hai letto nel pensiero, e lo dico con orgoglio e sfrontatezza.
Ti lascio un aneddoto, non so se faccia al caso, ma mi è venuto in mente or ora:
Frequentavo la SSIS, assieme ad altri laureati in lettere, ed in quanto tali, si giocava a prendere per i fondelli i “poveracci arricchiti”, quelli per intenderci col Cayenne e la griglia nel bagagliaio, quelli tutti abbronzati e fashion, li si canzonava per la loro mancanza di maturità, presi come sono a spendere ed accumulare i soldi, basando tutto sulla “roba”, più che riflettere sul senso della vita e sui veri valori.
Poi un pomeriggio, becco un gruppetto di compagni di classe che col naso all’aria facevano a gara, anzi se ne dicevano di belle, basandosi su quanti libri ciascuno avesse letto.
Irruppi dicendo che quello che facevano era la stessa cosa delle loro odiate nemesi arricchite, solo che loro i soldi ce li hanno davvero, gli altri, quegli intellettualucoli, si dovevano accontentare di ostentare solamente la quantità di righe lette nel corso della loro breve vita.
Non so se voglia dire qualcosa, comunque sia, sono sempre più d’accordo con te. La tendenza alla pontificazione è alta, ma poi ci si perde, ed io mi ci metto in prima fila, davvero in 2 centimetri d’acqua.
Buona vita Ale
Ciao
Valerio said
Il poeta ha perso da un bel pezzo l’aureola nel fango della modernità sferragliante: lo so, ci manca, ma tant’è.
E’ vero che la poesia non si legge in Italia e fai bene a invocare l’acquisto (ancor più la lettura, aggiungerei) di versi, Alessandro, specie in luoghi come questo blog. Se si leggesse, si soprirebbe che di voci della coscienza ce ne sono, di ogni tipo, in Italia, da Sanguineti Voce e D’Elia al Nove di Fuoco su Babilonia e tanti tanti altri, tante tante altre. Per non parlare poi dei grandi poeti musicanti (o musicanti poetici), che per anni sono stati coscienza tonante per tanti, penso a De Andrè, a Guccini, a certo De Gregori, che alri stanno rimpiazzando, Francesco Accattoli saprà elencarne di pregievoli.
Io credo però che tirare per la giacchetta i poeti sposti il problema su un piano sbagliato: sono d’accordo con Rosaria Lo Russo, bisogna denunciare, e con Francesco, bisogna riscoprire l’impegno anche nell’arte, ANCHE nell’arte però, perché prima di tutto l’impegno per migliorare il mondo va riscoperto nel luogo deputato a ciò, ovvero il foro, la piazza, il circolo e qualsiasi altro spazio della politica. Gli uomini occidentali devo staccarsi dagli schermi, su cui come nella caverna platonica sono proiettate le ombre della Realtà, e tornare a fissarla negli occhi questa palla di fuoco, come la definiva Paolo Volponi, vivendo da cittadini, praticando la democrazia, esercitando il proprio potere politico così faticosamente conquistato dai nostri padri. Che la politica sia poetica, dunque, benissima, che la si renda creativa, divertente, comunicativa ed espressiva, ma che si ritorni a fare politica: leggiamo più poesia, ma cominciamo anche a frequentare le sezioni dei partiti o dei movimenti che si occupano di gestione della Cosa pubblica, di politica, andiamoci con le poesie sottobraccio, facciamo suonae come un flauto le nostre vertebre, raddriziamo la schiena. E tu lo sai bene, Alessandro, che in politica ci sei da anto. Via quella spocchia, poeti, abbassatevi a parlae con la gente che di versi ne fa soltanto con il culo. E’ nelle circoscrizioni, nei consigli comunali, provinciali, regionali, in Parlamento che si cambiano le cose: entriamoci dentro con le nostre coscienze poetiche, ma entriamo lì, solleviamoci dalle nostre sudate carte, stacchiamo le dita dalla tastiera, via, aria, parola, dialogo a voce, azione. Battiamo il tempo del nostro poema con le suole delle nostre scarpe: basta essere comparse. O avatar della realtà virtuale.
Ora me ne vo: per la prima volta parteciperò attivamente a una riunione in una sezione di partito. Ho aspettato anche troppo.
jolanda catalano said
@ Valerio
Ma esistono ancora i partiti?
” che la politica sia poetica…”
” via quella spocchia poeti,abbassatevi a parlare con la gente…”
Di quali poeti parli?
La gente comune,oltre che di poesia,ha bisogni primari improrogabili che nessuna politica fino ad ora ha tentato di sbrogliare.
@ Alessandro
Non ho ben compreso il discorso sui poeti che aspettano solo di arrivare alla fine del mese…..
Chiediamo ( a chi? ) di fare entrare in parlamento anziani,bambini,operai e casalinghe e qualche poeta,se c’è bene motivato alla cosa pubblica,e vediamo
se poi cambia qualcosa. Tu lo vedresti un quadro così?
Io non credo che tutti i poeti aspirino al nobel,ma è solo un mio parere.
jolanda 1952
Gabriele said
Accidenti ho lasciato il pc per due giorni e noto, con piacere, che la discussione si è di molto allargata!
Condivido l’intervento di Rosaria quasi in toto, sarà per il fatto che quegli anni, nel bene e nel male, hanno fatto di me la persona che sono.
E’ ANCHE compito dell’arte farsi pensiero critico e mezzo di ricerca di cambiamento ma certo da sola non basta specie per la poesia che è l’ultima delle arti e nello stesso tempo la più inflazionata, visto l’enorme numero di libri di poesia che ogni anno escono in italia.
Io nel mio piccolo compro e leggo moltissimi libri di poesia anche se devo confessare che per il 90% resto deluso da quel che leggo ma questo è un problema mio.
Ci vorrebbero, per come la vedo io, milioni e milioni di Gino Strada per cambiare, nel concreto, molte cose specie in questo paese in putrefazione.
pepe
nabanassar said
Accattoli (saggie), Cuccaroni (pregievoli) ma cribbio… chi v’ha dato la laurea in lettere? La minima morale del pasciuto occidentale prescrive il check for typos prima del SUBMIT COMMENT. E dandoli per typos, sono anche eccezionalmente buono e un po’ disimpegnato. Mah.
Francesco Accattoli said
Ops Nabanassar! Ai pienamente ragione! Sarà un refuso? Un errore di battitura? Sinceramente l’o scritto di fretta e l’o spedito. Diamine, con queste tastiere di nuova generazione, ogni minima pressione diventa lettera…
E poi, dai, siamo poeti, lasciaci qualche licenza ogni tanto…
AHAHAHAHHAHA!
sonia trippetta said
Caro Alessandro, cari produttori e condivisori d’interiori sussulti,ecco il mio ingresso nella coscienza civile.1978,marzo(9 anni):sequestro e uccisione(dopo 55 giorni di detenzione!)di Aldo Moro ad opera delle BR.A seguire,senza ordine cronologico,morte di Bachelet,sequestro Dozier,morte di Tobagi,e ancora:strage di Ustica,del rapido 904, di Fiumicino,di Bologna.LI ho vissuti tutti.Il tutto condito da paterne rimembranze sui primi anni di piombo(piazza Fontana,Italicus,piazza della Loggia).Ma una stella
rossa abiterà per sempre la mia memoria,il sito delle paure ancestrali.Quella stella sfondo dell’immagine di un Moro che,abbandonato l’indagar risposte verso il mondo esterno,volge l’indagine sulla natura umana al suo interiore.Quel Moro che,capo reclinato,bocca obliqua,occhi a fessura per non farsi distrarre da una effimera parvenza di luce benefica,accoglie maturo dentro di sè una verità:homo homini lupus.L’uomo che si raggruppa con altri uomini non per solidarietà,ma per timore(Hobbes).E ciò “legittima” la formazione e l’operato di gruppi come le BR.Quando io vidi Moro,ci fu tra i miei occhi e i suoi un punto di contatto con la parte più nascosta della mente,quella la cui emersione alla coscienza deve,per motivi di sopravvivenza,esser preclusa.In quell’immagine deflagrai la consapevolezza della doppia valenza di un raggruppamento d’individui:vi può essere un’anima nera in alcune cause portate avanti a nome dell’umanità,o di 5 individui.Ampie dimostrazioni ne hanno date il nazismo,il comunismo,persino l’odierna America con le sue smanie d’importare la democrazia.Ma,direte voi,allora a che giova il messaggio dei poeti,dei letterati,se tutto è vano?Non è così.L’umano perennemente diviso in due,due anime in eterno conflitto, ha bisogno continuo che qualcosa ,qualcuno,liberi la parte nobile di esso.E di qualcosa che sia in grado ,nel magma caotico e indistinto delle cause cosiddette”giuste”,di scremare ed indicare ad esso quale la più vera, la più aderente ai bisogni sociali.Niente come una parola di un libro,il quale ancor oggi riesce ad andar dritto nella pancia.La parola, staffile che sferza una società cavallina,la quale da sola non scorge faro e spesso va ramengo. A questo compito,consentitemi, assolvono egregiamente entrambe le forme d’arte,quella intimista e quella civile,poiché l’umano ha necessità di esser sollecitato costantemente sui due versanti,l’uno imprescindibile dall’altro.
Questo compito non può esser demandato alle parti sociali e politiche,le quali sono pienamente immerse nel fare.Altra prospettiva, altra angolatura ,sono necessari.C’è nella scrittura,nella poesia.La parola scritta si deposita,e sedimenta.E un poeta-sentinella della società e dei moti umani.Così,se vi pare,è.Saluti
Valerio said
I partiti esistono ancora e sono l’unica forma di esercizio istituzionale della democrazia che influisca concretamente (bene o male) sulla vita quotidiana dei cittadini. Non ho mai condiviso l’esaltazione per il movimentismo antipartitico né l’ideologia della fine dei partiti, sebbene sia sempre stato vicino al mondo dell’associazionismo, dei movimenti e lontano dai partiti. I partiti sono costituiti da persone: più giovani e operai e casalinghe entreranno, più saranno partiti vicini ai bisogni primari. I poeti a cui mi rivolgo sono quelli che amano ancora rifugiarsi nella turris eburnea (correttore automatico Nabanassaar, ho scritto bene? Mi faresti un grande favore se controllassi eventuali refusi nella versione elettronica della mia tesi di laurea: http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=sommario.php . Grazie).
Il processo di disgregazione dei vecchi partiti e di costituzione di nuovi soggetti, a mio avviso, ha aperto uno spazio di partecipazione che fino a qualche anno fa era impensabile.
Concordo con le parole di Sonia: bella l’immagine del poeta-sentinella.
nabanassar said
Ragazzi non scherziamo, saggie e pregievoli non hanno nulla a che vedere con i typos da tastiera… dilettantismo, piuttosto. O anche belle esprit all’amatriciana. Buon appetito! —GiusCo—