Declini – di Marina Pizzi
Pubblicato da Marina Pizzi su febbraio 5, 2008
1.
zuppe e declini all’angolo dell’ultima strada
quando le conventicole dell’ombra
a tutta manna brevettano la cenere
lieto il morire finalmente!
2.
attori di soppiatto quasi una statua
così a far di remo per capire
indagini ecumeniche ed indizi
3.
appunti di sorpassi da questo indietro
da questo corriere dei piccoli permanenti
vedere il mondo da indici di fagotti
comunque la perdita senza la fronte querula
starsene d’angolo in gola alla forca
4.
un agguato e l’eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l’abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore
5.
la noia è la crosta del visibile
il grembiulino afono del gregge
apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette
per perdere un po’ di noia
per scardinare le pozze del sangue
per farne aureole vivaci
6.
una gerenza d’ascia questo boccone salso
in crudo dorso rispettare il vento
venuto su un livello di vendetta
7.
un lamento di assolo in tutta la ronda
un lamento assoluto senza inizio né fine
è questo petto in forse ormai da sempre
in era di ecatombe, in breve velo
la pendula vela del morente
quando anche l’alunno muore
e ben presto il maestro è solo
un chicco e la risaia è immensa
8.
coprimi con l’era in forse
con le stampelle vuote
e dimmi un atrio grande come una scossa
dentro la darsena l’ingombro della rotta
questa temibile pena in foggia da ecatombe
eco del lutto torto di fandonia
nella faccenda il rogo della malia
9.
un salottino di primi maghi quando si giocava
e il vandalo elevato alla potenza era ben lontano
e lo sfasciacarrozze del sangue era ben lontano
in un manipolo di cespugli si giocava
alla costanza del trenino all’acqua magica,
con la penuria del dopo l’avvento di costringere
frasette di commiato la stasi darsena
seguita dall’attesa in frode d’ascia.
10.
e poi svolò l’aureola nel pozzo
quale pianto di nenia a far di fato
questo percosso schema della casa
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia
l’autunno nodo che ti prende il fiato.
11.
distino da me il soqquadro e la radura
questa temperie di docilità arresa
appena ad imbucare il fato esatto
chissà qualora un’entità felice
io sia recessa panica violetta!
12.
avrò vent’anni ma il calice è nero
nerissimo l’urlo della specie sottratta
nella faccenduola gravida del pianto
dove la vena inchioda un sangue nero
bravura del commiato mare di scontro
da sotto il mento un sì che non ha valore
ma sisma di cometa l’erba panica
ridotta ad un cimelio di facciata
13.
quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda
una spada di fionda come ad intristire
senza dire ché rimanenze di senso
da abluzioni di scritture ed oralità
oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo
14.
nel lutto del malessere perpetuo
la ciotola riposta sotto le gambe del tavolo
quale pagliaccio illustrerà il morire?
15.
in una pozzanghera di cenere
l’inguine del futuro
questo amanuense stadio di cicale
credule perle di cespugli vuoti
16.
qui sul posto dove è mangiucchiato il giorno
la nullità dell’atrio e della cornucopia
17.
riduci di me il bavero in ossigeno
sequestra questa tanica di fuoco
dal fiumiciattolo del lutto ritornante
fammi viandante di un estro veramente!
18.
si appagò la grotta in un declino
(poi venne altro quale una donazione)
in un pavimento di smanie il primo amore
irruppe di sé le tavolozze della pittura libera
per declinarsi in tutte le sfumature
concesse all’alba degli amanti.
19.
quale un’aureola in tana di faccenda
si distanziò la vita.
da allora in poi un’etica di sfratto
consumò l’ardire in un veleno in atto.
20.
il commiato che ascrivere eredità e vendemmia
certo non patirà dacché la gioia
di certo la cometa del sorriso
apporrà ad un pomello della porta
lettere buone e conoscenti angeli
per pertinenze di scienziati frutti.
21.
ho il freddo di chi vive modesto
impresario del sale in uso all’acqua
docile enigma mano sul da farsi
incognita comunque dove il velo
dell’ora stenda cometa in libera uscita,
l’uscio aperto in una mole di luce
il fulcro scivola a non dar perimetro.
22.
con un foulard appeso appena al collo
la curva della notte e la fanghiglia
simulano bonomia brevettano soqquadri
nel poco eterno livido del petto.
con lo spessore tipico del basto
la schiavitù comanda a far di vizio
qualunque mossa di speranza accorta
il nulla della nuvola che passa.
23.
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva.
qui si perfeziona l’avanzo del superstite
l’acqua scaduta al centro della zattera
la musa in attonito che non dice più.
24.
in un gioco di squilibri ho visto l’ombra
anarchica votata per le scale e i precipizi
innamorata d’eco sposa al bacco nero
la luce del rovescio. invece qui l’agosto
impallidisce con i discoli del sangue
i bambinetti scalfiti dalle corse
chissà dove volerebbero contenti
e invece si stemperano le nocche
le mani verso il volatile che non c’è.
25.
è sonnolento il pane che ben grazioso si presta
al lunario da sbarcare alla garitta da lasciare
contaminata filastrocca di una notte
dolorosa vicissitudine d’inquietudine
innamorato anfratto in posa sentinella
un ragazzo qualunque col mal d’amore
26.
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva
qui si perfeziona l’avanzo del superstite
lo stipite duro della tana.
27.
pentimenti del seno averti accanto
bracconiere dei sensi limite del tempo
tempo tu stesso e sillabario panico
addentro alle urla di chi lascia scia di sé
le sciorinate scosse
28.
con la cautela dei poveri do retta
alla confisca del sole appena alzata
mi pare canuto il verbo di guardare
le aureole asprigne di favole ammucchiate
in ordine sparso ancora accanto al letto
29.
con un trillo di baci voglio andarmene
maretta nuova senza refettorio
in preda alle vacanze delle storie.
30.
così di schianto l’eredità del volo
questo tramezzo che non serve a niente
dacché l’eredità del volo è ben oltre
la sintassi di steccati che non servono
all’ordine del fato al destino del vero
all’intatto sconfiggere del tempo.
31.
amanuense il catrame scrive ancora
la chiarità dell’amo che si aggancia
al discolo imbuto dell’esperienza
per porre nel disprezzo della sabbia
le briciole nocchiere che salpano
verso scontenti in crisi in sonno e in veglia.
32.
con il coriandolo nero di essere infelice
tutta la povertà dei tarli s’insinua nei polsi
scappare è un’enfasi inutile
da qui a dovunque è così
33.
le case scavate in mille cimiteri
ogni casa una guerra di pianto
ogni pianto una guerra di schianto
con le valanghe che non arretrano mai
nel circondario un cortile dirotto
ricorda le infanzie le fantasie del bello
quando l’androne si apriva meraviglioso
una corsa di amore poter stringersi fidanzati
34.
l’infanzia l’ho trascorsa in sanatorio
con i finestroni e le terrazze per il sudario col sole
quando il tempo sembrava infinito
e soffocare nel male una perversione della bussola
quando i gatti mangiavano gli avanzi
e i fili di luce truccavano le morie senza salvezza
35.
con un lutto di acrobata so sopportare
l’angolo strenuo di un calvario vacuo
odore di tenebra le braccia che non trovano
abbracci alle cimase degli strazi
36.
l’orto crudele al passero infelice
ha messo le tagliole sugli alberi
un pizzico di piume è rimasto
non uccidendolo rendendolo guardingo.
lo spaventapasseri è una vecchia conoscenza
sistemata a veliero dell’aria:
il passero felice scappa l’orto
per zolle incolte beate beanti.
37.
oscùrati di per te sola
abbi pietà di te
pòrtati l’arcobaleno in gola!
38.
le ore occidue all’angolo della bocca
riparano ad un continente che fu il corpo
quando fu sano.
ora l’occaso tremulo del labbro
ha la stamberga della gara persa
in tutta la faccenda della sopravvivenza.
la goliardia dell’ebete non servirà la festa
questa arenata manciata di rena
promessa a contarsi granello per granello.
39.
i musicanti nel vano della porta
portano voci di una eredità
in tutto e per tutto vinta da penombra
il male enfiato e gli ossuti strazi.
40.
immagine viva questa scaturigine
d’ombre velate quali non curanze
d’angolo il credo della vedovanza
41.
in un gioco di combriccola la smania
di amare il fiore lirico papavero
per somiglianze alloggio. è per asilo
il verso di mirarlo di caducità
corso di fratello. sorso lo zelo
d’intonarselo senso del rosso
bavero la lotta dell’oggidì.
42.
in un rantolo di enigma ha preso il sorso
per le scoscese eredi dell’eclisse
43.
l’angolo occiduo del buio profilarsi
canta da una pianola infante
un richiamo acrobatico qualora
un indice d’ombre un breve baratro
qui in pianura all’apice del vento
le fughe delle nuvole non temono
momenti di arcobaleno pur finanche
dal comatoso greto d’ultimo segreto.
44.
crolli declini giorni simultanei
il muso della notte.
l’estro del respiro per non morire
in collo alla fantesca del ricordo.
45.
è qui che corre la libertà del sale
questo scompiglio in angolo di pece
dove il dolore si ammacca di dolore
restia la cicala a dar felice
questo spicchio di polso in nenia.
46.
sotto l’ora di farmi morente
l’immagine fioca della gioia
finalmente lo zero del reciproco
qui lì qua là la venia del sopruso
il fuoco del veleno.
immagine di artista non sarà la polvere
la bella chiosa di cantare il sogno
di non essere presa ma liberata.
47.
in una gioia di fiordo resti lo stemma
di perdere la sete. se finalmente il tono della lacrima
sferzi il crimine mitighi la nebbia. in breve la verità del sangue
salpi all’altare del coma più felice
la sapienza della fine il fine della strettoia verso il far canestro!
48.
mantice di ortiche l’ultimo respiro
questa filastrocca della preghiera
d’ingorgo d’ascia di chiamare dio.
49.
con un percorso d’àncora votiva
vorrò arenarmi al musico votivo
alla località del lutto della cenere felice
50.
chiamami dal soqquadro della luce!
scoiattolo di te torna a farti
sì da scontare le madri
se finalmente insieme con le ceneri
la foce del silenzio abbia a chiamarsi
felicità di arrivo volo le nuche vive!
51.
al giorno d’oggi mi dà panico l’ora
correre al soldo delle mani vuote
con la nomea del sole in solo scarto.
al giorno d’oggi mi dà genio perdere
questo blasfemo indice di accolita
forse traguardo di baciare il vento.
al giorno d’oggi mi dà salto l’ombra
brava maretta di lasciare l’ascia
sotto il ventaglio del morente fato.
al giorno d’oggi mi dà pena l’erta
dell’imbrunire nell’età braccata
dal segno meno in apice d’asprigno.
52.
in un mannello di foglie rosse se non secche
le disparenze continue.
le ghiande perpetue fermentano pazienza.
dove l’autunno è il vespro la mente una vespa che spazia
l’usato e l’intonso.
di ruggine e fuliggine la bozza del giorno.
53.
con la coda dell’occhio vado a piangere
le verità sconnesse, il sale nero
54.
feritoie di amplessi queste sfere che ne risultano
di nessuna felicità. neve cutanea in tutto il corpo
con il fuoco di sciogliere la gavetta di latta.
c’è chi ride e chi è contento di questo spettro che cola.
le unghie viola invernano senza speranza.
i polsi duri si spezzano sotto il peso del petto.
le lanterne dei credenti hanno il perno marcio.
il subitaneo intralcio della marea ingoia molti stagni.
55.
con un occaso al calvario della fune
sta la maretta atavica del vento
la voglia di buttare, gettare.
56.
è morto l’alfabeto
è morto l’angoletto
è morto l’angioletto
è morto lo scoiattolo
è morto il giocattolo
è morto l’attore della giostra
è morto l’attacchino che attaccava i manifesti dei film
è morto l’ortolano
è morto il bibliotecario virtualdigitale
è morta la gloria immaginaria
57.
con il lutto sull’iride ti guardo
erba baciata da uno sguardo appena
58.
è un dolore che s’intoppa
nel lavorio di un’icona
lestissima a sparire
per spartire un avvio tra luce e buio
qui sotto il gomito del sillabario nero
la ridanciana trottola del fato
a turno a turno non ricorda il viso
59.
permetti di me non offeso orgoglio
la foce nuda il lavorio del seme
sul far d’intemperie le balconate
conserte sul bastione di prigione.
60.
par triste dover permettere l’ombra
barricare le case al nero pece
solo perché la sponda si rintana
in un crocicchio salso e bruciacchiato.
ma la paura è panico di sforzo
sotto il verdetto della lena d’erta
guerreggiata la fronte il petto a scudo
per rifocillare abaco il segreto.
61.














lapoesiaelospirito detto
sono parti di un grande romanzo, penso. un romanzo-non-romanzo. o un poema a “scatti”, fotografie non visibili se non tramite la scossa della parola.
potrebbe essere la seconda parte delle “afasie” – di cui altre due parti saranno pubblicate su NI. io ci vedo una grande opera, qualcosa che si spinge sempre più verso il basso – intendendo la morte.
marina vive la parola poetica come la goccia dell’olio dell’estrema unzione; un olio beffardamente di semi vari, quelli della sua fantasia anche un pò perversa, inesauribile. questi brevissimi canti-snapshots sono bussolotti dall’inferno. brava marina, continua così.
franz
robertorossitesta detto
Dice giusto e dice bene Franz, a proposito della direzione e del metodo di quest’opera. Ma sovente la via che scende e quella che sale sono la stessa via. Sempre che, ovviamente, il cuore ci regga, insieme a tutto il resto.
Un caro saluto a tutti,
e a Marina un saluto particolarmente partecipe,
Roberto
asmar moosavinia detto
infinite grazie a Marina Pizzi per gli splendidi versi.
un caro saluto
a.m
56.
è morto l’alfabeto
è morto l’angoletto
è morto l’angioletto
è morto lo scoiattolo
è morto il giocattolo
è morto l’attore della giostra
è morto l’attacchino che attaccava i manifesti dei film
è morto l’ortolano
è morto il bibliotecario virtualdigitale
è morta la gloria immaginaria