La strada
Posted by rferrazzi on February 6, 2008
Cormac McCarthy è l’autore di Meridiano di sangue, probabilmente il capolavoro della letteratura mondiale nella seconda metà del Novecento. I suoi altri esiti letterari sono stati altalenanti e vanno dallo stupendo manierismo di Cavalli selvaggi al barocchismo di Oltre il confine, passando per romanzi non altrettanto riusciti.
Qualcuno ha rilevato nella traiettoria di McCarthy un andamento simile a quello di Hemingway, rivelatosi con Fiesta (romanzo d’avanguardia, quasi senza trama, quasi sperimentale) e poi caduto in una narrativa compiacente, tesa al sentimentalismo e all’effetto come in Il vecchio e il mare. Nello sviluppo della narrativa di McCarthy La strada avrebbe la stessa funzione.
Le analogie stilistiche fra McCarthy da un lato e Hemingway e Faulkner dall’altro sono notevoli. Tutti e tre possiedono la tecnica che rende epici anche i gesti più ripetitivi e quotidiani. Possiamo leggere pagine e pagine senza stancarci, senza calo di interesse e perfino di suspence, mentre il protagonista non fa che cavalcare in un paesaggio squallido, oppure scambia battute insignificanti con uno sconosciuto, o si trova in contesti assolutamente privi di sviluppo. Hemingway, Faulkner e McCarthy hanno la capacità di individuare all’interno di situazioni narrativamente amorfe gesti che, anche se privi di rilevanza ai fini della storia, diventano affascinanti in se stessi attraverso la descrizione dei loro più minuti particolari.
Ma le analogie, credo, finiscono qui. In quasi tutta la sua opera (tranne in Addio alle armi e in alcuni dei suoi migliori racconti), un po’ per cultura, un po’ come reazione alla depressione che lo condurrà al suicidio, Hemingway esalta il combattente, colui che non si arrende di fronte alle difficoltà e continua a battersi (come, per esempio, Manuel Garcia Maera in Morte nel pomeriggio o Robert Jordan in Per chi suona la campana). Ne L’urlo e il furore e in Mentre morivo, Faulkner accompagna la decadenza di una famiglia, la vive e la fa vivere al lettore, ma non se ne compiace. Invece ho l’impressione che McCarthy, dopo l’esito straordinario di Meridiano di sangue in cui la descrizione del male, particolareggiata e asettica, conferisce al romanzo una efficacissima dimensione epica, non abbia più indovinato la giusta presa di distanze e cada spesso in un compiacimento morboso. Non so dare altra spiegazione a un racconto come Figlio di Dio e a un romanzo come Città della pianura. Non trovo altra ragione per la scelta di raccontare in La strada un viaggio senza speranza in mezzo a una umanità bestiale e antropofaga attraverso un paesaggio devastato come un Walhalla post-incendio. Si tratta una metafora della condizione umana? Indubbiamente. E anche se si tratta di una metafora sconfortante, da McCarthy non potevamo aspettarci qualcosa di consolatorio. Potevamo attenderci la solita, meravigliosa maestria nel narrare; e in questo McCarthy non ci delude. Ma nell’evidente ricerca di effettacci da grand guignol il romanzo mostra il suo limite. Che bisogno c’era di caricare le tinte fino a questo punto? Non riesco a rintracciare un vero motivo narrativo. Ci vedo invece una esigenza interiore dell’autore: McCarthy ha bisogno di raccontare il male perché ne è affascinato come chi è attratto dai ragni e dai serpenti. Non a caso, in una delle pochissime interviste che ha concesso, non ha quasi parlato di letteratura ma solo di certi serpenti velenosissimi che vivono nel deserto di Mojave: il suo senso estetico è deviato verso il deforme, l’innaturale, il malvagio.
Del resto, La strada non è un unicum nella produzione di McCarthy: la sua filosofia è la stessa di Meridiano di sangue. Non contiene niente di moralistico, non ha l’intento pedagogico di mostrare il male per insegnare a fuggirlo: padre e figlio in viaggio attraverso gli orrori finiscono per commetterne anche loro. Il concetto di fondo in tutte le opere di McCarthy è che il male esiste ed esercita un suo fascino. Il narratore lo sa, lo subisce, lo cerca. Finché lo ha descritto con la giusta distanza narrativa, ne ha tratto esiti di altissima qualità. In La strada l’adesione emotiva al male ha giocato al narratore un brutto scherzo: l’ha portato a rovistare nel robivecchi di Eugène Sue e Carolina Invernizio, del dottor Mabuse, di Lex Luthor. Un brutto scherzo dal punto di vista artistico, ma un’ottima scelta commerciale: McCarthy non ha mai venduto tanto come con La strada.
Che senso ha dunque l’incontro finale con una famiglia di “buoni” che si prenderà cura del ragazzo? Nient’altro che il senso della continuità. Il padre muore e consegna al figlio un incomprensibile motivo per andare avanti: noi portiamo il fuoco. McCarthy riesuma qui l’epilogo di Meridiano di sangue, una delle sue pagine più enigmatiche, nella quale descrive un uomo che avanza in un paesaggio squallido. Tiene in mano uno strumento misterioso che, di tanto in tanto, infila fra le rocce, lo aziona e ne trae il fuoco. Il padre e il figlio che attraversano il continente desolato de La strada non sono buoni perché fanno il bene o perché combattono il male: sono buoni perché “portano il fuoco”.
Se si tratti del fuoco di Eraclito, o di quello di Prometeo, o di quello che l’homo erectus imparò a usare più di un milione di anni fa, McCarthy non lo dice e, penso, non lo dirà mai.












February 6, 2008 at 11:12 am
Non ho mai letto Mac Carthy ma questa recensione mi ha convinto a continuare a non leggerlo - che poi è uno de compiti più alti di una recensione.
Ciao Riccardo.
fk
February 6, 2008 at 11:32 am
Franz, “La strada” è uno dei romanzi più belli degli ultimi tempi, secondo me!
Grandissimo, Richard: bella recensione!
February 6, 2008 at 1:03 pm
Confermo Franz.
Per me è il miglior romanzo dell’anno, senza dubbio.
February 6, 2008 at 1:06 pm
Aggiungo.
Io che recensisco volentieri anche solo per amore di polemica, questo l’ho evitato. Sacro rispetto.
Ferrazzi, spesso le cose che scrivi mi trovano daccordo, ma questa è proprio una toppata. Le fonti di un capolavoro possono essere varie e discutibili, così cme gli echi che esso suscita, ma la genialità è nell’ispirazione, che è qualcosa di unitario e inafferrabile.
February 6, 2008 at 2:37 pm
Il bello dei libri è anche, o forse proprio, questo: io e Ferrazzi, pur avendo avuto in mano lo stesso romanzo, abbiamo letto due opere completamente diverse.
Sa va san dir.
fm
February 6, 2008 at 3:59 pm
Valter, non so cosa farci: è proprio l’unitarietà e inafferrabilità dell’ispirazione ciò che non ho trovato in “La strada” e che invece era evidente in “Meridiano di sangue”. Tutto sommato, siccome sono debitore a McCarthy della lettura di un capolavoro e mezzo, spero che abbia ragione Marotta e che “La strada” abbia una possibile lettura in positivo, che io non ho visto. Ma per me è stata una delusione, soprattutto perché mi è parso artificioso, granguignolesco e, rispetto ai precedenti romanzi, ripetitivo, se non addirittura un passo indietro.
February 6, 2008 at 4:15 pm
Caspita, non avevo capito un cavolo: la rece di richard mi pareva positiva a una prima lettura (rapidissima, effettivamente.. ehm…) CHIEDO SCUSAAAA!!!
Abbiate pietà di una povera redattrice che oggi sta più di là che di qua!
Confermo dunque che a mio parere La strada è un romanzo straordinario. Quello sì. Ci tengo a ribadirlo.
Abbracci, richard.
February 6, 2008 at 4:58 pm
Per me è un libro splendido. Scritto in modo magistrale in cui ciò che sembra apparentemente ripetitivo è in realtà un’ennesima sfumatura di buio da cui far emergere la luce delle piccole cose.
gran bel libro!
grazie
lisa
February 6, 2008 at 5:27 pm
Ciao, ho scoperto da poco questo sito e vi ritrovo alcune firme già conosciute in altri blog piuttosto noti. Almeno dal nome, il clima telematico appare meno tempestoso che da altre parti.
Non ho letto nulla di Mc Carthy, se non La strada. Straordinario, è uno dei romanzi più disperati che abbia mai letto. Forse è davvero il senso del male dell’autore, come evidenzia rferrazzi, che mi ha suggerito questo giudizio.
Non ricordo affatto né un aggettivo che possa aver illuminato la lettura con una luce di speranza, nè una parola fuori posto in questo racconto di pelle, ossa e poche parole sulla spina dorsale dell’amore reciproco tra padre e figlio.
Anche gli occhi hanno gradito la scelta degli spazi vuoti tra i paragrafi: istanti di riposo tra le pagine di un cammino posto sulla lama della sopravvivenza.
Quanto alla scena finale, davanti alla parola “continuità”, più che “senso di” aggiungerei (finalmente) “speranza di”.
Leggerò anche Meridiano di sangue.
Saluti, e grazie dell’ospitalità.
February 6, 2008 at 8:04 pm
Può un libro disperato essere anche un inno alla vita e al domani? LA STRADA ci riesce benissimo. Io l’ho trovato raggelante ed emozionante, esaltante ed imbarazzante. Secondo Saul Bellow, “McCarthy usa il linguaggio in modo assolutamente strepitoso. Le sue frasi possono dare la vita o impartire la morte”. Frasi? Direi piuttosto rasoiate alla U2 o, se si preferisce, alla Jagger/Richards. Io questo libro l’ho divorato con tutte le lentezze di questo mondo, e adesso che è finito, cosa volete che vi dica, mi sento un po’ “like a motherless child, a long, log way from home”. Strano, molto strano, visto che questo è proprio il romanzo giusto per incominciare a riportare tutto a casa. “Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti”, dice a pagina 129. Ecco, appunto. Questo è il vero libro di Natale, il libro per tutti quelli che vogliono diventare più buoni e più bravi. Tenetelo presente per la prossima festa del papà. Secondo me, un regalo del genere potrebbe farvi guadagnare l’eterna riconoscenza di parecchi.
February 7, 2008 at 11:04 pm
E’ il tipo di libro di cui sei portato a dire…”l’ho iniziato e non sono stato capace di staccarmi senza averlo finito”. Il fascicolatore (colui che pensa e e promuove la bandella) non poteva usare argomenti migliori: “Vincitore del premio Pulitzer 2007. Un milione di copie vendute in America”.
Ora, che i giurati del Pulitzer siano persone baciate dalla fortuna, ho smesso di crederlo da un pezzo. La strada non poteva non vincerlo, un premio cosi. Quanto al milione di copie, sono del tutto a digiuno circa le chart dei libri a quelle latitudini. Un milione, se da noi fa rumore, comprendo che per una popolazione come quella che vive negli united, sia una cifra del tutto relativa (sebbene, esemplificativa sia la battuta, attribuita ad un incredulo Donald Regan, il quale, vistosi donare un libro, pare abbia risposto “No, grazie, non posso accettare: a casa ne possiedo già uno”.
La strada, è un incubo. Un incubo ben scritto. L’autore è cosi bravo nel renderci l’odissea di un padre e il suo bambino, che vagano fra le macerie di un day after qualsiasi, dal non aver bisogno di rivelare quale. E non incede in dettagli che appesantiscono. La sua prosa è secca, veloce, e come detto, ha il pregio di scorrere sebbene non si tratti di nulla di divertente. Anzi, un senso di disagio ti prende via via che questo peregrinare si sviluppa, fino a farti credere di stare realmente lì, anche tu, con delle buste da supermercato ai piedi, delle coperte addosso, a piedi, spingendo un anacronistico (ma utile) carrello da supermercato, nella fanghiglia fuligginosa della STRADA, per chilometri e chilometri, per giorni e giorni.
Il romanzo è la cronaca di questo viaggio, in giorni senza sole, grigi, come tutto ciò su cui si posa lo sguardo. Un moto a luogo, un on the road apocalittico tanto surreale quanto credibile. L’assenza di qualsiasi coordinata spazio temporale, regala dei lampi di consapevolezza inaspettati. E’ zen, in un certo senso. Tutto e’ sospeso. Non importa che anno sia, da quanto tempo i protagonisti siano in viaggio (giusto alcuni dettagli ci dicono di una figura assente, la moglie-madre di costoro), non sappiamo dove si trovino (e spesso, poveracci, non lo sanno nemmeno loro, nonostante dei brandelli di carte stradali miracolosamente sopravvissute alla distruzione). La strada è la metafora del nostro vivere malato. E’ insieme, attraverso il rapporto fra padre-figlio, uno dei topos più sfruttati in letteratura, una storia di amore e sopravvivenza. E anche McCarthy, non sfugge all’archetipo, pur lavorando di cesello, il nucleo base è la gestione della speranza incarnata nel frutto del proprio seme, che, ci auguriamo, ci sopravviva, come una sfida alla morte, che potrà si strapparci da questa avventura terrena, ma non potrà dirci “finiti”, proprio in forza della nostra capacità di costruirci degli eredi.
Fa male, La strada, è un pugno nello stomaco alle nostre convenzioni. Un racconto cosi vivido da gettare un colpo d’occhio diverso sui nostri surrogati della felicità. Prendere un supermercato, o un cartellone pubblicitario. Una città, un negozio di ferramenta. Poi, per favore, fate finta un attimo di trovare tutti questi luoghi svuotati, de-contestualizzati, spostati di peso in un altrove tanto desolato quanto effimero. Allora, l’abbandono di qualsiasi certezza fittizia si trasforma nella ricerca affannosa, disperata, della soddisfazione dei bisogni più elementari, come il cibo, e l’acqua e l’arte di saper accendere il fuoco.
“Noi portiamo il fuoco” è la frase rassicurante con la quale il figlio, soprattutto nei momenti peggiori del viaggio, cerca di rassicurare se stesso e il proprio padre. E lo portano davvero, se alla fine di 217 pagine, termini il libro con una vaga sensazione di speranza, retaggio di influenze religiose, senz’altro, ma intesa qui nel senso più irriducibilmente biologico, come innegabile Credo della scintilla dell’uomo, della sua ragione (e fede, quando c’è) . Un libro che non esito a definire un buon lavoro.