Fotografie in bianco e nero, di Lucia Marchitto.
Posted by fabrizio centofanti on February 7, 2008
(monologo nato dall’intervista che feci a Lorenzo Pinto, fratello di Luigi morto nella strage di piazza della Loggia a Brescia, una sera che piovigginava davanti alla stele col nome delle vittime).
Bianco
L’occupazione delle terre
Ho diciassette anni e tanti sogni.
Cambiare il mondo.
Una palla rotonda che gira.
Posso fermarla quando voglio.
Salire o scendere.
Farla girare di nuovo.
Ascolto la tesi sull’occupazione delle terre.
Questa terra.
Questa città.
Foggia.
Si può cambiare.
Cambierà.
Nero
“Lorenzoooo! Lorenzoooo! La pioggia! Lorenzo la pioggia!!!”
La sua voce dalla strada entra dentro. Dentro la sede. Dentro di me.
“Vai subito a casa, a Brescia è successo qualcosa, vai a casa, Lorenzo!”
A mio fratello non è successo niente.
Penso
I capelli neri, il sorriso aperto, mio fratello.
A mio fratello non è successo niente.
Mi dico
Arrivo a casa e mio padre non vuole che io parta.
Ho diciassette anni disubbidisco e parto.
Bianco
La macchina divora l’asfalto che divora i miei anni e macina ricordi e affetto e orgoglio, l’orgoglio di essere suo fratello, io il fratello di Luigi, Luigi Pinto e farò qualsiasi cosa, qualunque cosa per farlo stare meglio.
La macchina divora l’asfalto e io divoro gli anni che sono passati e sempre con me c’era lui mio fratello che adesso ha bisogno di me e io sto andando da lui e mio padre non è riuscito a impedirmelo. L’orgoglio cresce col passare delle ore. Cresce, cresce e si allarga, l’orgoglio.
Dentro di me, fuori di me. L’orgoglio di essere suo fratello.
Nero
E poi sono qui vicino a lui.
E penso che non è giusto, dovevo essere io al suo posto perché lui è sempre stato migliore di me. Sempre.
E così sono tornato a Foggia insieme al suo corpo.
E faccio di tutto per provocare e ci riesco e qualcuno mi picchia e sono passati due anni e non posso vivere al posto suo.
E mi dispiace oggi essere picchiato ma non per me, per mio padre.
Per lui.
Mi dispiace per lui.
Bianco
Devo capire, devo sapere.
In punta di piedi senza fare rumore con pudore mi avvicino a Manlio che mi tende la sua mano ferita.
Riprendo in mano i libri e dedico ad essi lo stesso amore che ho verso mio fratello. Il suo sorriso allegro, la sua intelligenza. Dentro di me insieme ai libri.
Bianco e Nero
E poi questa rabbia, lucida e consapevole che viene fuori dopo tanti anni che si alimenta attraverso il capire e lo studio.
La rabbia che viene fuori con i discorsi, le parole di commemorazione o la lettura dei testi.
La rabbia lucida e consapevole per la distanza tra te e le istituzioni, parole vuote prive di contenuto anche se non di senso ma dette perché bisogna farlo.
Ma poi ho paura.
Cosa sto facendo.
Sto usando mio fratello.
Mi servo di lui,
di ciò che è stato,
di quello che rappresenta,
è questo che faccio?
La contraddizione
sempre presente nella mia vita.
Ora non so più se lui è mio fratello
se queste fotografie in bianco e nero
appartengono a me
o se sono soltanto un tentativo per distaccarmene.
Questa contraddizione che pesa nella mia vita e
che porto dentro vestiti e fogge e misure diverse.
E non so più se le mie parole possono servire.
Non ho più parole per poter raccontare.
Solo fotografie in bianco e nero.

















francescomarotta said
Continuo a ritenere questo testo esemplarmente bello e dolente: proprio come quelle foto in bianco e nero nelle quali, al lento e inesorabile sfumare dei volti assorbiti dal tempo, corrisponde lo stagliarsi sempre più netto in noi, in tutta la sua umanissima problematicità, del profilo delle nostre radici, la presa d’atto del senso di cui siamo impastati.
Grazie ad entrambi.
fm
Giovanni Nuscis said
Un racconto toccante, che dalla teca d’oro e sacra della memoria personale, esce e si fa tassello di storia collettiva, tragica e insensata.
Grazie, Lucia.
Giovanni
nadia agustoni said
Aggiungo il mio grazie Lucia.
E conto di rileggere con calma in questi giorni.
lambertibocconi said
Molto bello e molto intelligente. Trascrivo una mia poesia che ha a che vedere.
“Io sono i morti.
Sapete, quelli del mio viso.
A fior di spada sull’acqua del secchio,
a filo dello specchio riflessivo.
Sapete, il funerale del vivo.
Dove si impara a star forti.”
orsola puecher said
detto altrove
e da ripetere qui
quanto sia importante il valore “civile” della poesia e della scrittura
grazie
Michele Ortore said
Un pezzo bellissimo, che avevo già apprezzato nella discussione lanciata da Seri. Non retorico ma molto sentito, denso di dubbi, ma senza mai un cenno di stasi, o d’illusione, di fuga. Uno sguardo fisso, un po’ tremante, ma consapevole.
Grazie anche da parte mia!
lucia said
Torno adesso dal lavoro, vi leggo e vi ringrazio per le vostre belle parole, e ringrazio Fabrizio che mi ha ospitato. Un abbraccio a tutti Lucia
jolanda catalano said
Un testo struggente,Lucia. Peccato che pagine intense come questa debbano,quasi sempre,scaturire da tragedie che spereremmo non vivere più.
grazie
jolanda