La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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L’UOMO E I SUOI RITI di Valter Binaghi

Posted by vbinaghi on February 7, 2008

focolare

Dedico questo testo a Mario Pandiani, perchè nasce come riflessione a margine di un suo precedente intervento su LPELS

In un thread precedente, (una polemica sulla realtà storica di Gesù Cristo e le eventuali manipolazioni fattene dalla tradizione ecclesiastica), Mario Pandiani ha scritto:
“Io penso che la vera ricerca storica, effettuata con criteri di rigore filologico e antropologico che potrebbe dare dei risultati realmente interessanti oltre a ristabilire alcuni punti fermi sulla natura stessa della chiesa e delle sue espressioni dogmatiche, sarebbe lo studio approfondito della liturgia. Perchè? perchè nella forma liturgica trovano posto i fondamenti e l’economia della vita cristiana. E soprattutto è con le riforme liturgiche che si sono operate le modificazioni più profonde e anche più dolorose all’interno della chiesa, perchè è dalla vita liturgica che la chiesa trae la sua stessa vita e non dall’esegesi dei testi, non è infatti con la Bibbia che si fa una chiesa.”
Vorrei provare a dare a queste parole un senso più esteso, mostrando come ciò che Pandiani dice del cristianesimo vale per l’insieme delle culture umane, a prescindere dalla fede religiosa o dagli ideali civili che le dominano.

Ieri sono stato a una commemorazione. Due vecchi partigiani, morti quest’anno, frequentatori di un circolo operaio in cui anch’io ho molto battuto, da giovane. C’erano parenti, sindacalisti, amici di età diverse, e qualche strimpellatore improvvisato compreso il sottoscritto. Malinconico, direte. Ma anche no, dico io. Certo, non è come festeggiare un battesimo, ma mentre il mio amico Balzani intonava “Sei minuti all’alba” il brivido lungo la schiena mi ha precipitato in un momento sottratto alla polvere dei giorni. Sei lì, e sai che non potevi non esserci, questo momento raccoglie il senso di una parte importante della tua vita: fai parte di una generazione che ha provato a saldare le speranze civili della Resistenza con quelle epocali dell’Utopia, e adesso subisce la pace armata di un mondo in cui oppressi e sfruttati languono più di prima. E tutto questo non si rappresenta astrattamente in una teoria dello storico e del sociale, ma in una canzone cantata su un feretro. Quando l’ultimo partigiano sarà morto, tutto questo diventerà forse un film di Nanni Moretti, prima di finire sotto la teca di un Museo. Perchè non basta un altare nè un racconto mitico per fare un rito, occorre che la vita vera vi si raccolga, quando ognuno nel gesto comune sente riepilogata ed esaltata in quanto ha di più nobile la propria esistenza. Ed è il sacrificio degli eroi della Resistenza, che ha dato alla politica italiana d’opposizione il suo calore (anche rischiando l’equivoco di credersi in una guerra mai finita), ed è il fatto di dover consegnare quell’epoca alla storia, che rende la politica odierna così maledettamente sciatta e irrituale, ridotta a tattiche da Basso Impero e popolata da satrapi in sedicesimo e dai loro insulsi galoppini.
Non è perchè si decide che qualcosa diventa un rito, ma perchè un gesto, ripetutamente compiuto, è diventato essenziale per tutti. Cenare insieme ogni sera per una famiglia, o una volta alla settimana per un gruppo di amici, diventa un rito perchè è il tempo migliore, ognuno è impaziente di giungervi e condividere, e il vino è schietto. Se non c’è più sentimento, ogni riunione è un obbligo tedioso, sbrigato di malavoglia, la mensa dura sempre troppo e il vino è mutato in aceto. Eppure, una vita senza il rito è pura ripetizione dell’insulso.
La vita non consiste in una serie di istanti, ognuno dei quali sarebbe “un quanto” di significato: un’intera stagione può essere solo la lenta preparazione di un frutto. L’uomo di un tempo, ad esempio, comprendeva bene cosa vuol dire affidare la propria identità all’Atto significativo, esemplare; questo può consistere in una svolta morale, in un’espressione illuminante, in un’opera che rende il mondo più umano. Proprio perchè il tempo della vita è disomogeneo e dispersivo ma vi sono istanti capaci di risignificare tutta una durata, nasce il Rito.
Dalla stessa radice del Rito, ma senza pretendere per sè il carattere sacro della Forma liturgica, si sviluppano il sentimento e la morale dell’Opera, quali si riscontrano nella vita contadina e nella pratica artigianale del mondo precapitalistico. Si può dire che la proliferazione tecnologica dell’età industriale (che rende immediatamente obsoleti saperi e pratiche), la mobilità sociale, l’individualismo crescente, sono tutti fattori importanti a spiegare il declino del rito nel mondo contemporaneo. Le poetiche decadenti fecero l’ultimo, estremo tentativo di ridare vita al senso qualitativo dell’istante (il frammento, l’immagine pura o, nella versione più deteriore, il gesto eclatante dell’esteta). Dopo questo si piomba definitivamente nel tempo dell’indifferenza, in cui rimane solo la mera novità a segnare il confine tra valore e non valore: qui il cumulo delle esperienze si affanna a prendere il posto della qualità senza poterla sostituire. Ne risulta un’esistenza estenuata, deprivata e però convulsa.
Riti collettivi continuano a celebrarsi, ma ormai carichi di una passione annebbiata e furente, che la vita sociale non riesce più a comporre. Il significato è sempre il medesimo: assuefarsi all’idea di esplosioni periodiche (e quindi rituali) di violenza, ineliminabile scotto da pagare in una società priva di forma e sostanza etica, dove tutti sono in concorrenza con tutti su tutto.
Tre esempi soli: la violenza negli stadi, lo stupro da branco e il talk show a margine della cronaca nera. In tutti e tre, mentre risuona la condanna manifesta del colpevole, è in gioco in realtà una potente rappresentazione di auto-assoluzione collettiva.
Nel primo caso, le forme del calcio sono apparentemente quelle del passato, ma chi non coglie la differenza tra gli sfottò di campanile delle tifoserie calcistiche di un tempo, e la guerriglia urbana che si è vista ultimamente? Qui l’invidia sociale, il puro teppismo distruttivo, il razzismo delirante compongono una miscela micidiale dando la stura al risentimento represso che tutti sanno serpeggiare nel corpo sociale ma che ci si affretta ad esorcizzare nella condanna dei vandali: la pronta e ferma riprovazione, che automaticamente assolve i borghesi indignati e permette loro di continuare a perpetrare ciò che Mounier chiamava “il disordine stabilito”.
Nel secondo caso, la riprovazione e la punizione dei colpevoli (mai troppa, però) assolve il pornografismo dei media e il voyeurismo del pubblico, che chiedono alla donna d’incarnare il mito della seduzione e del piacere facilmente accessibile, fingendo d’ignorare ch’esso innesca libidini furenti in chi è escluso dai riti del consumismo sociale e sessuale.
Infine, Porta a Porta o del raccapriccio teleguidato: invece che intorno al feretro dell’eroe, l’elaborazione collettiva del lutto avviene intorno alla vittima di un omicidio efferato e inspiegabile – novi ligure, cogne, garlasco, erba, perugia – dove la banalità del crimine è nelle facce d’improbabili carnefici studenti, fidanzatini e casalinghe, e gli psichiatri recitano il monologo della nuova imbelle teologia: niente più Bene e Male sotto il sole, solo Integrazione o Follia. E’ “il male stanco”, come dice il mio amico Luigi Bernardi(1). Nessuno uccide per autentica malvagità o per calcolo, solo un accesso d’ira, un fusibile bruciato nel circuito, un blackout psicologico: nessuno è veramente colpevole, nessuno è innocente, il mondo va come deve andare e ogni tanto nasce un vitello con due teste.
L’errore di copiatura del DNA, il clinamen di Epicuro.
La monarchia barbarica del Fato.

Note

1) Luigi Bernardi – Il male stanco – Editrice Zona

4 Responses to “L’UOMO E I SUOI RITI di Valter Binaghi”

  1. luminamenti said

    Il rito, la liturgia hanno sicuramente un ruolo importante.
    Nella cultura cristiana, come tra gli ortodossi, negli ebrei come negli induisti il rito è centrale.
    Mi viene però il dubbio sul fatto che non ci sia abbastanza ricerca storica e filologica sulla liturgia cristiana. Se prendiamo, ad esempio la preghiera del Padre Nostro che si recita durante la liturgia cristiana, c’è un’ampia ricerca storica e filologica. Probabilmente, anzi sicuramente, sconosciuta al grande pubblico dei fedeli.

  2. Giovannina said

    L’idea che Dio nella sua infinita bontà lasciasse l’Inferno tutto vuoto non mi piaceva.

  3. Ma se il Padre nostro è nei Vangeli, di che ricerca filologica c’è bisogno? se c’è una preghiera di cui si conosce perfettamente l’origine è proprio quella.
    La ricerca filologica e storica non sono garanzia di nulla, a volte danno delle conferme, anche importanti o svelano qualche magagna, ma confidare nella ricerca significa perdere di vista la natura propria del rito.
    Visto che Valter mi ha preso a prestito per un discorso drammaticamente attuale e lo ringrazio, ma che spazia su questioni anche diverse, vorrei ancora precisare quello che intendevo.
    La materia liturgica è delicata, e c’è una ragione profonda in questo; il rito ha la funzione di sostituire qualcosa, un fatto, con un’espressione e un’applicazione ripetute che ne trattengono non solo il ricordo, ma la presenza stessa, infatti al di fuori di questa presenza non c’è propriamente chiesa.
    Si offre un “sacrificio incruento” che ha la medesima realtà, drammaticità e sofferenza, insieme alla speranza e salvezza, del sacrificio cruento in cui è stato versato il sangue innocente.
    Non si può prescindere da questo fatto senza interrompere il legame invisibile che unisce in una sola queste due realtà.
    Banalizzando si può dire che se costruisco l’antenna di una televisione con tutti i pezzi necessari e la forma corretta, la metto sul tetto e la collego all’apparecchio, se per farla ho utilizzato, magari, del legno, l’antenna sarà bella, anche più di una in alluminio, ma inutile.

    Giovannina, per esempio, ha capito benissimo la cosa e infatti rigetta un’innovazione teologica che non corrisponde a nulla di fondato, anche perchè solo un ministero italiano potrebbe fare una cazzata così, fare un palazzo, riscaldarlo come si deve, per non farci stare dentro nessuno.

  4. francescomarotta said

    Valter, entro nel merito del corpo centrale del tuo testo, i.e. nella carne viva di questa stupenda riflessione/ricordo che ci hai regalato.

    E solo per dirti che hai scritto una grandissima pagina, con almeno quindici righe di poesia pura, senza tempo, di devastante, salutare, concreta, fraterna bellezza.

    Ti ringrazio e ti abbraccio.

    fm

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