Microfilm di Andrea Zanzotto. Di Tonino Pintacuda.
Posted by fabrizio centofanti on February 8, 2008
Sono state date dozzine di diverse interpretazioni di Microfilm
(http://tinyurl.com/yrv6cu), che costituisce – non esitiamo a dirlo -
il precipitato dell’esperienza poetica zanzottiana.
Partiamo da un dato incontestabile: Microfilm costituisce il punto di raccordo tra le due parti di Pasque (i dodici MISTERI DELLA PEDAGOGIA e altrettante PASQUE).
Il poeta solighese la definisce “non invenzione (e tanto meno
«poesia»): ma semplice trascrizione (ammesso che sia possibile) di un sogno, in cui era compreso anche il commento e probabilmente molto di più della pochezza e casualità che qui ne appare”. E precisa che è stata aggiunta solo la data.
Graficamente colpisce il triangolo equilatero e la progressiva
sottrazione di significanti che da Iodio porta in quattro passi alla
semplice “o”: IODIO, ODIO, DIO, IO, O.
Lo iodio come recitano tutti i libri di chimica è coinvolto nel
metabolismo di molti esseri viventi, compreso l’uomo. Chimicamente, è il meno reattivo ed il meno elettronegativo degli alogeni. Viene principalmente impiegato in medicina, in fotografia e nella produzione di pigmenti. Medicina, fotografia: attività spiccatamente umane che da sempre sono state viste con diffidenza dalla chiesa. Sino ad arrivare a impedire lo studio e la dissezione dei cadaveri e a scomunicare chiunque fosse stato trovato, in Vaticano, in possesso di una macchina fotografica.
Le tracce di iodio vanno svaporando, perdono una I e diventano il
sentimento più umano e terribile: l’odio. Cade la O e otteniamo DIO
che ingloba e fagocita la parte più profonda dell’uomo: l’Io. Restano
solo false alternative, dicotomici furori. Tutto il commento,
autografo, confluisce nel significante Lacaniano che è il risultato
finale – secondo l’interpretazione datane da Agosti – del percorso
zanzottiano.
Microfilm è stato a lungo studiato anche dal semiologo Luigi Tassoni che è critico e semiologo. Leggiamo l’interpretazione che ne offre, a partire dalla data e dal luogo di composizione (”26 ottobre 1963,
sotto il Vajont”):
«Nel 1963 il poeta sta lavorando al suo quinto libro di poesia, La
Beltà, scritto appunto tra il 1961 e il 1967, ma Microfilm anziché
essere accolto in questa forse più legittima sede, slitta verso il
libro successivo, Pasque, scritto tra il 1968 e il 1973, quasi a
riproporre dopo qualche anno una memoria certamente minacciosa, che costituisce il referente storico di Microfilm, cioè il disastro della diga del Vajont avvenuto la notte nel 9 ottobre del 1963: “Avevo saputo della tragedia la mattina del 10 ottobre 1963, mio compleanno (così, sconvolto dalla festività a lutto), quando a noi ignari giunse la notizia, paurosa perché andava crescendo di ora in ora la sua malignità, sempre più fatale nel suo acquistare forza con le ore – dopo che all’alba si erano visti cadaveri e rottami d’ogni genere arrivare con le correnti del Piave ai nostri paesi pedemontani”».
Lo “strambo triangolo farcito di segni grossolani” (simbolo del
triangolo equilatero della tradizione ebraica?) ha – secondo Tassoni – sì un “riconoscibile e rudimentale iconismo” ma diventa altro, come s’evince dalle stesse parole di Zanzotto:
«Erompeva là evidentemente l’inghippo linguistico che sotto fermenta soprattutto quando si scrivono versi: nessuna lingua, e solo una lingua universale-edenica potrebbe essere sufficiente alle pretese dell’espressione poetica, ma di fatto in nessun altro momento colui che scrive è così creato dalla propria lingua storica, così sprofondato nel suo particolare codice».
Azzardiamo un’altra ipotesi: Microfilm sta a Zanzotto come l’autografo dell’Infinito sta a Leopardi. Due situazioni agli antipodi ma perfettamente collimanti. I due poeti sono soli e hanno un’esperienza estetica veemente, Leopardi si perde dietro la sua siepe, Zanzotto sotto un onirico Vajont, ad appena due settimane dalla tragedia. Ad entrambi “sovvien l’eterno”. Entrambi si lasciano naufragare in un sonno edenico, alla ricerca di una lingua che possa far testimonianza delle “morte stagioni” ma soprattutto dei loro rispettivi presenti. Zanzotto non ha una siepe e un ermo colle ma i cadaveri che gli arrivano insieme ai detriti fin sotto casa. Solo quel geroglifico può rendere il senso di quel dolore:
«”Io” “volevo” “tradurre” qualche cosa che andava al di là del suono e del segno stesso, che fosse quindi logos cifrato gero/glifo nel senso di trascrizione necessaria e immediata di un groppo di idee (?) ma tutto ciò attraverso elementi di una “stretta” e quasi ridicola
puerilità, come già accennai: trattini, aste, e cerchietti, la I e la
O che sono poi un piccolo segmento di retta (appunto l’asta infantile) e il cerchietto che qualsiasi bambino può tracciare, e la D, una loro intersezione o combinazione quanto mai significativa».
Le parole altisonanti e ricercate non offrono appigli, al poeta non
resta che rifugiarsi nel suo particolarissimo eden: i sette anni che
fa rivivere nel ricordo, Microfilm doveva necessariamente essere
incluso nel volume Pasque: prima di risorgere, il linguaggio poetico deve morire, precipitare nell’abisso della non comunicazione, dove solo con le aste e i cerchietti si può imparare nuovamente la lingua materna, l’unica in cui si può tentare di dire ancora qualcosa sulla scia di quell’ostinazione a sperare su cui Zanzotto ha spesso insistito, anche in occasione dei suoi ottantacinque anni:
«La poesia è profondamente immersa nella storia. Anche quando non ne parla direttamente. Nell’incontro con la storia essa fortifica la sua tendenza a un’autonomia totale.
Ma la poesia è anche la testimonianza di un’ostinazione a sperare, a
riaffermare le ragioni della speranza.Perfino quando questa sembra sia stata definitivamente bandita».

















Duceremultimodisvoce said
articolo molto interessante
mariapia said
Mi complimento con Tonino Pintacuda per la bellezza del testo, ed anche perché restituisce passaggi che volevamo conoscere, questi di “microfilm”, autografo e ponte di poesia dentro la sua opera, di A.Z. Appunti, ideogrammi, versi, poesia-poesia.
Maria Pia Q.
Giovanni Nuscis said
“La poesia è profondamente immersa nella storia. Anche quando non ne parla direttamente. Nell’incontro con la storia essa fortifica la sua tendenza a un’autonomia totale.
Ma la poesia è anche la testimonianza di un’ostinazione a sperare, a
riaffermare le ragioni della speranza.Perfino quando questa sembra sia stata definitivamente bandita».
Testo davvero interessante.
Giovanni
massimo said
sono solo un lettore, e non un esperto, di Zanzotto. quello che posso dire, così, dall’esterno – è che questa lettura è *sapienziale*. da annotare (anche per precisione di scrittura – la forma è *importante* quanto la vita):
«Azzardiamo un’altra ipotesi: Microfilm sta a Zanzotto come l’autografo dell’Infinito sta a Leopardi. Due situazioni agli antipodi ma perfettamente collimanti. I due poeti sono soli e hanno un’esperienza estetica veemente, Leopardi si perde dietro la sua siepe, Zanzotto sotto un onirico Vajont, ad appena due settimane dalla tragedia. Ad entrambi “sovvien l’eterno”. Entrambi si lasciano naufragare in un sonno edenico, alla ricerca di una lingua che possa far testimonianza delle “morte stagioni” ma soprattutto dei loro rispettivi presenti. Zanzotto non ha una siepe e un ermo colle ma i cadaveri che gli arrivano insieme ai detriti fin sotto casa. Solo quel geroglifico può rendere il senso di quel dolore»
e
«prima di risorgere, il linguaggio poetico deve morire, precipitare nell’abisso della non comunicazione, dove solo con le aste e i cerchietti si può imparare nuovamente la lingua materna».
***
non si poteva dirlo meglio.
lucy said
dopo un Gran Lombardo, un Grande Veneto, anzi due: l’altro è Luigi Meneghello, quasi coetaneo di Zanzotto, pedemontano di altre colline. entrambi votati alla “lingua salvata” perché “morendo una lingua non muoiono certe alternative per dire le cose, ma muoiono le cose”. per meneghello tutto cominciò nel ‘63, anno terribile.
grazie ai miei due grandissimi conterranei.
il curatore said
Grazie a tutti e soprattutto a Fabrizio per quello che ha fatto e che farà.
tonino