Sette sapienziali
Posted by fabrizio centofanti on February 17, 2008
di Gianmario Lucini,
2008
«Ecco, sono ben piccino, che cosa posso replicare?
Mi porto la mano alla bocca.
Ho parlato una volta, non insisterò;
una seconda volta, non aggiungerò nulla»
Gb. 40, 4-5
Io sono Giobbe e parlo dal passato.
Icona e mito,
àfono
chiamo per nome la Giustizia.
Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani
e non abbiamo che baratri.
Sento lo sguardo
padrone scrutarmi animale
inerme lo fisso, gli lecco la mano.
Vorrei dire il mio corpo
le spalle ricurve, il rossore
ma non ha voce il dolore,
è pietra ogni parola,
si stacca da me come pietra e rovina.
Giaccio inerte pur vivo
il soffio dei giorni confondo col fiato
d’un terribile abisso;
mi percuote la giustizia
e grido
perché un ordine antico è sconvolto.
***
Non ho più forze per rincorrerlo
se guardo il alto il cielo mi deride
se guardo in basso il vuoto m’ingloba
a destra, a sinistra il vento leva polvere.
E’ avvenuto un terremoto e la terra
si è divisa dalla sua legge primordiale:
fra mondo e mondo l’abisso
e sul ciglio la folla dei dispersi.
Dove potremo trovare
i canti dell’inizio?
Dove trovare un altro centro
parole sapide, senso?
***
Nessun libro contiene la parola
ma la parola contiene tutti i libri
solo così può avere vita e carne
sarà il suo libro impeto e vento.
Nessuna parola contiene il silenzio
ma il silenzio tutte le contiene
l’uomo che sta in silenzio
è un magnifico oratore.
Lascia il mio silenzio giacere nella terra
come il chicco d’inverno
lascia che rimbombi nell’abisso
prima d’ogni giudizio.
Ma non sarà il silenzio a ridarmi
la vita che ho perduto
né il lamento a fermare la sventura
l’innocenza a proteggermi.
Io sono Giobbe e ho lottato col Silenzio
l’ho chiamato in giudizio per farmi giudicare
per questo parlo dal passato come il mare
che lambisce la terra e non la può possedere.
Allora mi chiameranno, ma non risponderò
mi cercheranno, ma non mi troveranno.
Pv. 1, 28
Io sono la Sapienza e abito nel vuoto
fra l’abisso e l’abisso, sono scintilla
che graffia l’orizzonte come stella
un lampo nelle notti d’estate.
Ho aperto la porta, ho acceso il focolare
ho chiamato i miei figli al capezzale
prima che ardesse un astro di sventura
e si levasse il vento a urlare e sradicare;
ho pianto nella notte, ho la gola infuocata
ancora nello spasmo, ho il cuore pesante
ma oggi per sempre ho richiuso i battenti;
cessate dunque di bussare alla mia porta:
resterà sempre chiusa, una soglia muta
arida come la tecnica e la scienza
che si commuove per ogni nuova formula
ma cercando gioia sparge dolore.
***
Io sono la Sapienza e non ho corpo, non ho voce;
non sono la parola che straripa dal suo tempo
non sono il silenzio che contiene ogni parola
sono l’orecchio che sente
vibrare nel vuoto altri mondi
gli occhi chiusi rapiti nell’abisso
dove ogni meta si confonde nell’unica origine
d’ogni spazio e d’ogni musica.
Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.
Io sono il grande invito - il grande tradimento,
è libertà dissipata in cacce spensierate
a briglia sciolta giù per le colline,
l’ultima acqua versata sulla sabbia.
***
Piega il tuo collo quando tenti la parola
neppure il fiato esca dalla bocca;
ti sei maledetto in un eccesso d’ira
in gioventù – eri ancora un dio –
ti sei macchiato del tuo sangue,
hai prosciugato fiumi d’amarezza
umiliato l’amore in un covile
fra briganti e fattucchiere;
piega il collo e taci; respira
se puoi l’ultimo fiotto
quando pare s’allenti il cappio
che stringi da te stesso nell’ultimo delirio
- ma è solo un singulto, inutile martirio.
***
Io sono la Sapienza e non sono mercimonio;
quello che è stato e che non può tornare
quello che viene e che non può tardare.
Dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza
se si aumenta la scienza, si aumenta il dolore
Qo, 1, 18
Qohélet, principe fantastico e vanità di Salomone
t’insinui nel suo sogno, calpesti la sua ombra,
come l’ossesso gli stessi sentieri, li intrappoli
nell’urlo del vento, li cancelli.
Te ne stai sul pinnacolo più alto e spingi
lo sguardo acuto sull’universo intero
scrivi i tuoi versi nel vento, li canti
a una diaspora di vivi per i deserti del nulla
e come un grande falco nero giri e giri
nella polvere e nel vento e mai riposi
riconti i tuoi giorni uno ad uno, li schianti,
li disperdi, in una risata li sconquassi.
Così ride il folle che se ne va tutto solo
per sentieri fuorimano senza meta,
lacero e senza bisaccia, senza nulla
da prendere e nulla da lasciare
***
Sono scagliato da un luogo senza tempo
dentro il calderone delle streghe,
la prima recita i versi di Parmenide
la seconda da viva faceva la puttana
la terza è un ragno che stende la sua bava
nelle case svuotate dalla pestilenza
la quarta ride mentre parlo e tesse
con lana di cane il suo manto da sposa.
Mi sono gettato da un monte a capofitto
dentro l’anima di un fiore e ho pianto
ho riso mi sono avviato nella sera
nel mattino, senza mai sostare
ho pregato che morisse quel canto
portato nella polvere dal vento.
***
Se stai coricato nella terra e ascolti il rombo degli abissi
scopri altri mondi rovesciati.
Quello che stava a destra ora sta a sinistra
il sopra è diventato sotto e ogni pensiero
cambia di segno
tutti i sogni vengono squarciati
ogni volto si confonde nel vento
e non rimane che un turbinio di parole
nell’eco sprazzi di vero senza nesso
capovolto nel mondo capovolto
se ne va l’uomo cercando direzioni
sprofonda nello zenith, ascende nel nadir
avanza indietreggiando e si ritira avanzando,
sguardo rovesciato, non senso
tutta la sapienza vanità di vanità
sotto il sole a inaridire.
Non rimane che terrore
tutto è giustizia e perfidia
tutto è sano e malato
la salvezza è uno sguardo finale
dove un Dio severo aspetta e tortura
ma disperare è il peggiore dei mali.
***
Levati Ecclesiaste, presentati
al cospetto dei sapienti
negli occhi ancora ti brilla la notte
il passo volge verso un’altra notte.
Recita un versetto o due
ed empi di suoni vani
la vanità del tutto:
ti ascolterà in silenzio l’assemblea
diranno”è preghiera” - “è bestemmia”
ma nessuno potrà mai sondare
la notte dell’Altissimo.
Parla il mio diletto e mi dice:
“Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni”
Cn, 2, 10
Alzati amore, nel pieno del vigore,
scendi dall’alto: la primavera ti circonda
come torre che splende sul colle.
Vieni amica, cresci un nido nel mio petto
ascolta il mio sangue parlare con ardore
la parola fluire come sangue imbizzarrito
lei che trasvola sopra l’orizzonte
della tua essenza e come te riappare
dopo ogni notte, oltre ogni domanda.
Ascoltami amore, io sono il tuo sangue
la tua voce il tuo pensiero del mattino,
ho spento io l’ultima stella dell’alba
quando il colombo tuba d’amore
quando ti ho visto dormire con la grazia
misteriosa di un torrente di pianura.
Il tuo labbro è un mistero disvelato
la luce del sole che dissolve la caligine
d’un sotterraneo murato da secoli
ti offro il mio cielo perché tu possa splendere
la mia voce per farti cantare e mani
e piedi per farti danzare
non dare ascolto al fragore dei tumulti
non dar credito ai ruffiani, ai folli
al suono d’orchestre che infliggono sventure.
Io sono desiderio, la mia essenza è fragile
soccombo a un alito di vento
da vita a morte in un battito di ciglia
potrei essere oasi o miraggio
il punto nero nell’abbaglio, la fonte
che secca mentre bevi il primo sorso.
Ecco, ti cerco e subito svanisci
vorrei cantare ma sfuggi come il vento
fra le mani, ti mostri e ti nascondi
sei pioggia nel sogno ed io l’assetato
che si contorce e geme nel deserto
canto a pietre infuocate, al cielo vuoto.
Hai bussato a notte fonda e ti ho aperto
ma tu già volavi oltre le colline
ho sofferto per te molti viaggi e battiture
per un tuo bacio per una carezza
ma tu non puoi fermarti, sei rapita
da Dio stesso che ti vuole amante.
Io sono una piccola sorella, guance rosse
e non ho ancora i seni;
sopra me costruirai bastioni e merlature
saranno bastioni i miei fianchi
torri d’avorio i miei seni, nessun varco
troveranno i nemici, nessuna danza
potranno mai danzare
senza conoscere il canto.
Perciò, quanti vissero ingiustamente nella stoltezza della vita,
li hai tormentati con le loro stesse abominazioni
Sp. 12, 23
Parole per il tempo, parole per i luoghi
sono il verbo quotidiano: nello specchio
ammicca ridendo il ghigno del boia
ed ha il nostro volto, i nostri occhi.
Seppellisci parole come un cane il suo osso
le rivuoi per salvarti dalla morte
vivi fra i porci e ti nutri di rose
allegramente sciali il tuo tempo.
Intanto salgono i barbari come un sole nero
invadono le vie da qui al mare;
chi cerca scampo trova muri e burroni
chi non lo cerca fa orge sulle torri
accende luci, ammazza i difensori
scolando l’ultimo vino pregiato.
Ho camminato per queste vie per molti anni
dietro ogni pietra un cadavere
dietro ogni cadavere un grido
il volto cupo dell’angelo che spia
ho camminato spedito assorto nel paesaggio
senza volgere gli occhi a destra o a sinistra
nell’incoscienza del mattino ero un punto
ignudo su una retta immaginaria.
***
Sarà un urlo la sentenza
senza un lamento cadremo
sotto i colpi delle nostre pietre.
***
Poi sarà il silenzio del gelo
il ritorno dell’inverno
a spaccare le pietre.
***
Su un tavoliere metafisico avanza l’ombra lunga
la marcia dei superstiti
verso il luogo dove muore la storia
per consunzione.
Non pronunciano parola da qui all’infinito
ma solo i passi
da qui all’infinito segnino il ritmo
per terre desolate
- è sempre inchiodato il sole all’orizzonte
da qui all’infinito
sulla via del trionfo cosparsa di macerie
omofonie di vento e di pensieri abbandonati
amori abortiti come frutto della colpa
da qui all’infinito
degli inutili rimpianti.
***
Su un tavoliere metafisico avanza l’ombra lunga
di una sera finale
e poi verrà la notte e di nuovo l’aurora;
ma si leverà domani dal suo lettino una bambina senza lacrime
canterà una melodia perfetta
trastullandosi sulla bocca dell’aspide
intonerà una corale da sempre conosciuta
e le risponderanno le ceneri dei morti
da ogni casa cancellata
da ogni fiume, dal mare
dai campi di battaglia dove il grano
è di nuovo maturo.
Non c’è più tempo è ora di partire
i giorni sono davvero finiti
è ora di avviarci da qui all’infinito
senza ascoltare il coro degli ubriachi
che si addormentano nel sole
nel suo lettino si sveglia una bambina senza lacrime
e canterà una melodia perfetta
prima di avviarsi nel sole del mattino;
risorgeranno le macerie a quel canto
risorgeranno parole sepolte
ritorneranno i feti il grembo alle madri.
***
Vieni mia bella e canta col belato dell’agnello
e a quel canto ogni cosa può rinascere
dal sonno degli orrori
vieni mia bella, canta la parola
che addolcisce il cuore di Dio.
Lotta per la verità sino alla morte
e il Signore Dio combatterà al tuo fianco
Sir. 4, 28
Non seminare nei solchi dell’ingiustizia
perché non la raccolga per sette volte
Sir 7, 3
Non abita più con noi la Sapienza
anche gli anziani la detestano
il suo volto è tramontato nel crepuscolo
il suo canto è il garrito della nottola
ma sono delusi i suoi detrattori, i folli
che confondono ragione e desiderio
in un solo inconsulto conato
e poi lo chiamano ragione.
Non abita più con noi, la Sapienza
idoli orrendi occupano le sue stanze
s’affacciano ai balconi, chiedono tributi
mangiano carne, si dissetano col sangue.
Chiedono a Lei di tornare, i folli, levano
canti e braccia nel mezzo delle orge
strillano come maiali prima del macello:
“termini il supplizio ma non la Grande Festa”.
***
Non ti curar di loro, figlia, guarda e passa
indossa il tuo zaino, allaccialo alla cintola
e segui l’indizio delle stelle:
non ci saranno scorciatoie in questo viaggio
né strade né sentieri,
devi seguire l’indizio delle stelle
il firmamento del tuo cuore
là dove parla il silenzio in profonda solitudine
e la voce dei torrenti si fa inno
nell’orchestra del vento,
devi camminare con prudenza e non fermarti, mai;
lontano dall’abbaglio delle fiaccole
aguzza in tuo sguardo nella notte, chiamala
a te, accoglila come amica
tua sola confidente
quando il dolore si farà insopportabile
e il tradimento ti farà guaire di vergogna
e diranno i folli ghignando. “ecco
ha cercato la Sapienza ed ha perduto la vita,
suo padre l’ha rinnegata, il suo amore è volato
via come un aquilone
sfuggito dalle mani a un ragazzino”. Cammina
e non fermarti mai, non indugiare, non voltarti indietro
o sarai tramutata in colonna di sale.
***
Sceglierò un amico silenzioso
troverò un tesoro incorruttibile
ne troverò un altro e ancora un altro
saremo un esercito, un’altra
alleanza
ci scrolleremo di dosso la cenere dei ruderi
non varcheremo mai più
confini insanguinati.
***
Indossa il tuo zaino, allaccialo alla cintola
non indugiare, non voltarti indietro
l’intrigo ammicca da radure seducenti
e conversari importuni potrebbero deviare
l’astrolabio dei cuore truccare il firmamento
rubarti i diamanti delle stelle
per barattarle con il Grande Rigattiere
che da mille anni ci promette una sicura
felicità, il paradiso in terra.
Vai senza fretta, con passo regolare,
saluta con lo sguardo la piazza, la fontana
quel che delle case rimane, il tradimento
dell’amore
non portarti altro peso
che il tuo dolore che non trova più parole:
lo seminerai come mollica di pane
che i corvi beccheranno di lontano.
Epilogo
Si curvano davanti all’opera delle loro mani
davanti a ciò che fabbricano con le loro dita
Is 2, 8
perirà la sapienza dei suoi sapienti
e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti»
Is 29, 13-14
A che il tuo sapere se sei ancora in vita?
Guardati intorno, pullulano piaghe
da ogni direzione i disperati assalgono
ed hanno fame, da secoli non mangiano
vedi i bagliori dell’inferno il fumo
che sale dal tuo cortile
la pianura tutta è cosparsa di cadaveri
rantoli di feste e fuochi immondi
tutto vedi e l’ingiustizia, la rapina
vedi e continui a frugare l’orizzonte
dove il grande libro brucia
divorato da un fuoco di giustizia.
Ti accompagna un’orchestra di ladroni
di serpi viscide che pregano al mattino
e di notte insidiano le culle
di notte nell’orgia e di giorno sugli altari.
Un fallo sconcio invece del capo
un suono di bottino nella loro voce,
questi i tuoi alleati, i tuoi santi
che pregano Dio bestemmiando.
A che il tuo sapere se sei ancora in vita?
Il mondo è morto e tu sei rivestito
di panni preziosi, esci fiacco dall’orgia
e te ne vai nel deserto a pregare.
Quale dittatore non hai conosciuto?
Di quale potente non hai gradito i banchetti?
Come un cane da caccia punti i suoi palazzi
grondano sangue e tu ne sei complice.
Mia sposa adultera che male ti ho fatto?
In qual cosa ti ho mai contrariato?
***
Hai conosciuto la sapienza e ne hai provato vergogna
ti ha dato la vita e l’hai cacciata di casa
al suo affetto hai risposto con disprezzo
il ruggito del leone al belato dell’agnello;
ti sei piantato a gambe larghe all’imbocco d’ogni valle
e hai gridato “tutto questo è mio
ogni acqua ogni chicco di grano
ogni frullo d’ali o cucciolo di cerva.
La mia tecnica controlla ogni evento
prevede l’orbita degli astri la mia scienza,
il furore degli atomi di qui all’eternità:
non ho bisogno di santi e di poeti
per vincere la morte”.
Hai rinchiuso l’arte in fortezze, hai abraso
i simboli da ogni architrave
hai tolto alle parole ogni senso
le hai disperse come ceneri
per concimare i tuoi giardini effimeri.
Ma ora l’inverno ti tormenta
e non hai più parole; tutte le opere
sono già concluse e non hai più ali,
le ha bruciate il sole e precipiti
verso l’istante dell’impatto;
in questo tragitto i secolo ti vengono incontro
con antiche domande e non sai rispondere:
cinquecento generazioni bruciate
in un istante solo dalla tua superbia
un solo grido levano
e tu non sai rispondere.
***
C’è un tempo per il giorno
c’è un tempo per la notte
c’è un tempo per forzare gli occhi attraverso la caligine
tastare il sentiero col bastone, fidarsi delle stelle
procedere adagio nel silenzio, fermarsi nell’estasi
del firmamento a cercare una luce
nuova
l’aurora dalle guance rosate
che ogni cosa discerne
il lupo che giace con l’agnello
e la pantera col capretto
c’è un tempo per il dolore e uno per la speranza
e fra di loro il tempo dell’attesa e dei fantasmi
che necessita di prudenza e di calma
curando la fiamma che non si spenga,
non ci sorprenda l’alba
falene rinsecchite nella brina.
***
E brilleranno ancora i merli delle torri
in un tempo nuovo senza idoli
verrai a me e ti farò rivivere
sentirai sulla nuca lunghi brividi
e chiuderai gli occhi nel silenzio.
Ricorderai le mani ferite, la pazzia
quando si fermò il corso degli astri
e il mio respiro
mi curerai come un giardino dopo il temporale;
ritorneranno i giusti e il loro sapore
fragranza di un cibo inaudito
sorreggerà i sorrisi d’ogni popolo
muterai le tue spade in zappe, in falci le lance,
nessuno più muoverà guerra a un altro.
Non oggi, non domani, forse in un tempo
che non ci appartiene
- siamo soltanto la ciurma testarda
a traghettare nel futuro la speranza.












February 18, 2008 at 12:03 am
Da Giobbe a Qohelét a Isaia…una selezione di versetti sapienziali che Gianmario Lucini interroga ostinatamente, per tutti noi, come fosse un delegato di quella ‘ciurma testarda’ che traghetta ‘nel futuro la speranza’. Le citazioni bibliche sono avvolte da un verso tutto immerso nella contemporaneità, eppure teso a ricercare una sua propria, nuova sapienzialità. La poesia qui è ponte fra l’assolutezza delle profezie e l’incertezza del presente, fra l’essenzialità del testo antico e il disorientamento odierno. Ne risulta, mi pare, un generoso e grande contributo, reso sia alla poesia che alla meditazione filosofica.
Antonio
February 18, 2008 at 9:18 pm
Una tensione etica rigorosa e fortissima con l’icasticità e l’ *urgenza* della salmodia - dichiaratamente scelta da Lucini - che sottende trasparente lo sgomento di Giobbe ma nel contempo l’irriducibile tenacia di amore per la giustizia e per gli uomini,realmente testi di grande efficacia, Viola