Baffi di cacao, di Eva Carriego
Posted by fabrizio centofanti on February 18, 2008
di Giorgioflavio Pintus
Arbitrio e destino, amore e odio, passioni e ragioni, solitudine eappartenenza, convinzioni e convenzioni, lotta e rassegnazione, figli
e padri: a generare le grandi storie, quando ben narrate, sono sempre le antinomie che nutrono la vita e ne rappresentano l’essenza. E proprio questo è il materiale con il quale Lina Dettori, alla sua seconda prova di scrittrice dopo l’esordio dello scorso anno con La famiglia immaginaria, ha deciso ambiziosamente di misurarsi in Baffi di cacao, il suo nuovo libro, pubblicato come il precedente per i tipi della Iris Edizioni.
Baffi di cacao è molte cose insieme: bildungsroman, ma anche saga familiare; romanzo storico e borghese ma anche diario a un tempo ironico e sofferto della generazione – una “meglio gioventù” tirata su a pane carasau – che ha attraversato la violenza degli anni di piombo. Ed è, infine, anche una grande, palpitante e umanissima storia d’amore. A trasformare queste diverse anime in un unicum organico è il sapiente intreccio ordito dall’autrice, che fa cominciare la sua storia ai giorni nostri, in un micro-appartamento che è epitome, in qualche modo, delle esistenze nucleari e separate alle quali costringe il mondo moderno, anche in una terra per definizione arcaica qual è la Sardegna. È qui, nei pochi metri quadri di un monolocale in un anonimo palazzo senza ascensore che si incontrano la quindicenne Franci Melis e un ultratrentenne disoccupato, Cristhian, con la h tra la t e la i
e una vita sbagliata fin dalla nascita, proprio come il suo nome. Chi siano e che rapporti abbiano i due ragazzi e cosa li unisca al
cinquantenne che interviene a interrompere brutalmente le loro chiacchiere il lettore lo scoprirà poco a poco, seguendo un filo a
ritroso il cui capo iniziale è legato alla finestra della cucina di una casa borghese della Nuoro dei primi anni ‘60 È in quegli anni
lontani, infatti, che hanno inizio le vicende narrate in Baffi di cacao, anni in cui il futuro sembra incredibilmente a portata di mano
e finisce invece per eclissarsi, di lì a poco, nella cappa di piombo del terrorismo, bruciando sul nascere vite e destini ma soprattutto sogni e speranze.
Le tormentate vicende del Paese negli anni tumultuosi della contestazione globale e degli autunni caldi prima, in quelli feroci
degli scontri e delle esecuzioni sommarie sulle strade poi e, infine, in quelli di una controversa riconciliazione in realtà mai del tutto
avvenuta, sono ripercorse dall’autrice con la passione di chi vi ha preso parte e probabilmente si sta ancora interrogando sul loro senso e il loro lascito. Quegli avvenimenti – o meglio, la percezione di quegli avvenimenti filtrata dal prisma della diffidenza connaturata con il sentire sardo – è il brodo di coltura in cui la scrittrice nuorese immerge le esistenze di Antine, di sua sorella Valeria, della dolente e anelastica figura del padre, il giudice Bellu, e di sua moglie, abitatrice di un mondo altro e sospeso per l’impossibilità ad accettare quello in cui le è toccato vivere, un mondo in cui i suoi occhi bambini sono stati costretti a vedere il corpo di un giovane innocente appeso a un lampione dalla barbarie umana, e i suoi occhi di madre a misurarsi con lo strazio della drammatica morte della figlia.
Sono proprio queste quattro figure a comporre e rappresentare il nucleo centrale del ricco e vivido sistema dei personaggi di Baffi di cacao. Costretto dalle asperità di un carattere estraneo alle mediazioni a un rapporto difficile con suo padre e incapace di trovare consolazione e risposte nella svagatezza materna, Antine comincia la sua personale discesa negli inferi del deserto affettivo, che diventa intollerabilmente inospitale quando l’unica acqua che vi sgorga – l’affetto di Valeria, spesso rude ma autentico e diretto – viene prosciugata dalla tragica morte dell’incantevole ragazza.
Tutto quel che verrà dopo, compresi i dieci anni di carcere ai quali è costretto dalla pervicace fedeltà a scelte compiute più in ossequio all’imperativo etico alla coerenza che per intima convinzione, altro
non è che una conseguenza di quel panorama di desolazione affettiva che inaridisce il giovane, privandolo della linfa che gli è necessaria per affrontare la vita. Lo scoprirà molto più avanti, Antine, il sapore inebriante e vivificante dell’amore, imparando a conoscerne però anche l’altra faccia, quella oscura della fine e dell’abbandono, capace di procurare dolori ben più devastanti e definitivi della stessa solitudine.
Vite diverse, dunque, quelle di Antine e di Valeria, ma entrambe decise da precisi atti volitivi, a significare e sottolineare che non
è il destino a governare i destini delle nostre esistenze, nemmeno in un’isola che ne fa la divinità più importante del suo Pantheon.
Antine, irrisolto e meno attrezzato della sorella alla lotta per la sopravvivenza, brucia dieci anni interi della sua esistenza
sigillandola dentro le mura di un carcere, ma trova infine la forza di ritrovarsi e riconoscersi e, quindi, di porsi nella condizione di
essere finalmente ritrovato e riconosciuto dall’amore altrui.
Valeria, solare, forte, determinata e animata da una irriducibile vitalità, la sua vita finisce invece per perderla prima ancora che
cominci davvero, nel momento in cui decide di liberarsi clandestinamente della creatura concepita con l’indolente ma fascinoso
Michele, lo studente universitario con il quale ha intrecciato una relazione solo per soddisfare, lei adolescente fresca e sicura di sé,
il desiderio insopprimibile di sperimentare la vita e il mondo.
L’autrice, in ogni caso, evita di ridurre le storie dei due fratelli Bellu a casi tutto sommato ordinari di dissipazione esistenziale,
secondo uno schema comune e ricorrente in tanta letteratura contemporanea. Al contrario, la Dettori scava nelle ragioni e nelle pulsioni di vita che muovono i due ragazzi, senza riuscire del tutto a impedirsi di guardare con occhio partecipe e comprensivo a questi due figli della borghesia che stentano a galleggiare nella Storia, finendo talvolta per annegarvi, ognuno con le proprie risposte, a volte pavide, a volte coraggiose fino al sacrificio, a volte inaspettate e senza incertezze, ma in un modo o nell’altro risolutive. È il modo, per la scrittrice, di raccontare come e con quanta sovradimensionata intensità la sua generazione abbia vissuto la politica, negli anni in cui si urlava persino nelle piazze che il personale era, doveva essere
anche politico.
Non è però che, con questo, Baffi di cacao ambisca ad essere anche un libro in qualche modo “politico”: esso è piuttosto il racconto – tutt’altro che compiaciuto e talvolta anzi spietato – di come le storie di ognuno siano costrette a misurarsi con gli eventi della Storia, che, grandi o piccoli che siano, sono i massi erratici che attraversano ogni esistenza e finiscono per rappresentarne in qualche modo l’inelusibile strumento di misura.
L’autrice è abilissima a dipanare e condurre le vicende di Antine Bellu fino ai giorni nostri, portandole al capolinea di quel
monolocale dove, alla presenza di Cristhian dal nome e dalla vita sbagliata e di Franci che a soli quindici anni la vita già la guarda
con occhi pieni di leggerezza sfrontata eppure consapevole, il cerchio si chiude, in una reconductio ad unum dietro la quale non è difficile scorgere anche una soluzione di continuità tra le vicissitudini dei padri e quelle di figli che si troveranno ad affrontare esistenze diverse ma in fondo simili, nella irriducibile sostanza umana, a quelle dei genitori. Perché – sembra suggerire l’autrice – per quanto diverse siano le vicende di ciascuno, a non cambiare è la natura delle aspettative, sempre in bilico sul sottilissimo crinale che separa il sogno e la speranza dalla sconfitta irrimediabile e definitiva.
In Baffi di cacao però non sono solo apprezzabili l’intensa storia di Antine e quelle non meno appassionanti inestricabilmente intrecciate ad essa, nel ricco affresco capace di restituire la coralità dell’esistere, voluta o subita che sia. Merita infatti un doverosa segnalazione anche la qualità delle invenzioni letterarie che la Dettori trasfonde all’interno della narrazione, aprendola talvolta a sviluppi impensati con veri e propri colpi d’ala sospesi tra il surreale e il fantastico, capaci in qualche caso di sfiorare il lirismo. Sono inserti impossibili da anticipare senza sottrarre al lettore il piacere della sorpresa. Una cosa almeno, tuttavia, si può
dire: si tratta di invenzioni di grande forza espressiva ed impressiva, capaci non solo di lasciare un segno forte nel corpus
dell’opera ma, cosa che più conta, anche nel cuore di chi legge. Proprio come fa il ricordo che, in una notte di neve, migra
magicamente da un uomo a un altro, senza che i due possano in alcun modo scambiarselo, e finisce per radicarsi clandestinamente nell’anima di chi non lo ha vissuto ma lo accoglie con gratitudine, perché in qualche modo salda un debito antico.
Rimarchevole e interessante è anche la lingua dell’autrice Il linguaggio della Dettori sostanzia una sorta di “nuovo barocco
sardo”: Uno stile, dunque, lontano anni luce dal minimalismo tanto di moda nelle scuole di scrittura creativa ma anche dalla sobrietà – spinta in qualche caso fino alla scabrezza – che caratterizza il carattere isolano e che spesso si riflette nei libri dei suoi
scrittori. Una personalissima e atipica cifra stilistica che va precisandosi e sulla quale l’autrice dà l’impressione di aver lavorato
con impegno: va infatti detto che, rispetto a La famiglia immaginaria, la Dettori ha temperato alcuni eccessi, costringendosi a governare e indirizzare meglio il gusto e la vocazione a stendere senza risparmio
i suoi rutilanti tappeti di parole. I risultati sono evidenti: la scrittrice nuorese sembra infatti aver raggiunto una maggiore e più
posseduta consapevolezza espressiva. È auspicabile però un ulteriore sforzo per continuare a lavorare in sottrazione, mantenendo certamente la ricchezza di colori e umori ma senza indulgenze né compiacimenti
nella ricerca di effetti, in particolare quelli umoristici, che in Baffi di cacao sono qui e là ancora presenti.
Quest’ultima notazione, però, niente leva alla qualità del nuovo e ben riuscito romanzo di Lina Dettori. Un’autrice destinata a occupare – e la previsione è tutto fuorché un azzardo – un posto di rilievo nella narrativa isolana, e forse non solo in quella.
















