Notti attiche e orologi a cucù
Posted by rferrazzi on February 20, 2008
Ho letto le “Notti attiche” di Aulo Gellio e mi è tornata in mente la battuta di Orson Welles nel film “Il terzo uomo”. L’Italia del rinascimento era tutta guerre, congiure, sommosse, e ha prodotto Leonardo, Raffaello, Michelangelo. La Svizzera non fa una guerra da cinquecento anni e che cosa ha prodotto? L’orologio a cucù!
Non so bene come dirlo: da un lato non me la sento di raccomandare la lettura delle Notti attiche, dall’altro io le ho lette e mi ci sono divertito. Non ho il coraggio di raccomandare un libro di appunti, pensieri alla rinfusa, disquisizioni sulla quantità di una certa vocale, etimologie assurde e gossip su questo o quel personaggio storico. Però mi ha fatto entrare nello spirito del II secolo dopo Cristo e ci ho trovato un sacco di analogie con la Svizzera degli orologi a cucù (e con l’Italia di oggi).
Aulo Gellio è uno di quei cultori del passato che conoscono a memoria tutti i poeti latini e buona parte di quelli greci. Gira per i bouquinistes di Roma e di Atene alla ricerca di codici antichi e quando li trova di che si preoccupa? Di controllare se nel verso tale del libro tale Virgilio ha scritto propterea tutto attaccato oppure propter ea. Io leggo le sue sincere indignazioni nei confronti dei giovani ignoranti e saputelli, e penso che fanno il paio con quel che ho letto sul giornale qualche giorno fa: un ristoratore è stato denunciato per sevizie contro gli animali perché teneva le aragoste in ghiaccio. A un legionario schierato contro i Parti quanto gliene fregava se Virgilio scriveva così o cosà? Esattamente quanto gliene frega delle aragoste a un carabiniere di servizio in Afghanistan. Ma le aragoste restano sotto ghiaccio e i soldati restano in Afghanistan. Come mai? Bella domanda.
E dunque, eccomi daccapo con le Notti attiche e il problema che sottintendono. Il secondo secolo, il periodo d’oro dell’impero romano, non ha prodotto niente di paragonabile a Virgilio, Orazio, Tito Livio, che invece si trovarono a vivere in epoche ben più travagliate. Nel periodo più pacifico e opulento della storia romana Aulo Gellio, che pure non ha l’aria di essere del tutto cretino, non ha trovato di meglio che dilettarsi di filologia e scienze miscellanee. Possibile che davvero la cultura inaridisca se non ci sono contrasti violenti?
Io non ci credo. Nei secoli successivi l’impero fu dilaniato dalle guerre civili, poi arrivarono i barbari e il mondo fu tutta una guerra. Ma la cultura batté in ritirata fino a sprofondare nel medioevo. E, per tornare ai giorni nostri, lasciate che vi dica la mia sincera opinione: non sono convinto che l’ultimo dopoguerra ci abbia portato gran che. Chi non c’era esalta il neorealismo di Rossellini e i suoi ladri di biciclette, l’esistenzialismo boulevardier di Sartre e Juliette Gréco, il sesso cupo e disperato di Moravia e Pasolini, i mondi astrusi di Fellini e Antonioni: ma che palle! È un’opinione personale, naturalmente, ma io che c’ero ricordo più volentieri il sarchiapone di Walter Chiari.
Eppure l’idea è dura a morire: quando le cose si assestano e le guerre vengono relegate in zone lontane, la cultura inaridisce. Ma non sarà il contrario? Forse la cultura di tanto in tanto inaridisce per conto suo, i grandi scontri ideologici si smorzano e le guerre, se pure scoppiano, non si propagano.
In fin dei conti, come evolve la cultura? Come la politica, come la guerra. A poco a poco, con lotte sorde e coltellate alla schiena, si impone un certo stile; gli esponenti dello stile vincente, secondo la definizione di Arbasino, si impongono come “giovani promesse”, diventano quasi subito “venerati maestri” e rapidamente decadono a “soliti stronzi”; dopodiché, nuovo round di lotte sorde e coltellate alla schiena, a seguito delle quali subentra una nuova avanguardia. E via così.
Chi lavora tutto il santo giorno non ha voglia di fare la guerra e non ha tempo per pensare. Invece gli intellettuali saltano i pasti, pensano e sbraitano per farsi sentire. Avete presenti le monumentali cazzate che strillavano nei primi anni del Novecento? “Guerra, sola igiene del mondo!”. Poi, a conflitto concluso, quando i superstiti si leccano le ferite, arriva il Thomas Mann o il Günther Grass di turno a rimproverare i bottegai di essere stati ciechi, minchioni e autolesionisti per aver dato retta agli intellettuali (ma loro dove stavano? perché non l’hanno detto prima?).
Al contrario, quando la cultura non trova grandi motivi per litigare si adagia nei porti sicuri della filologia, del restauro, della conservazione dei beni culturali. Insomma, si rifugia nel culto del passato; e allora produce uomini sconfortati e delusi come l’imperatore Adriano, vecchie mummie come Breznev, emeriti fessi come Jimmy Carter, insigni mediocrità come Forlani e Mastella. Tutti bravissimi a gestire le decadenze e a procrastinare l’inevitabile.
Ciò che sembra mancare ad Aulo Gellio, alla Svizzera degli orologi a cucù e all’Italia di oggi, è un progetto per cui valga la pena di darsi da fare, un futuro desiderabile e possibile. Gli intellettuali farebbero meglio a darsi una mossa e guardare al futuro: non so perché, ma qualcosa mi dice che i barbari sono alle porte e, se nessuno si dà da fare, al nostro futuro ci penseranno loro.















elena f said
Nel periodo più pacifico e opulento della storia romana Aulo Gellio, che pure non ha l’aria di essere del tutto cretino, non ha trovato di meglio che dilettarsi di filologia e scienze miscellanee. Possibile che davvero la cultura inaridisca se non ci sono contrasti violenti?[...]
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Al contrario, quando la cultura non trova grandi motivi per litigare si adagia nei porti sicuri della filologia, del restauro, della conservazione dei beni culturali. Insomma, si rifugia nel culto del passato;
a me viene solo in mente che fra il 1330 e il 1374 nella travagliata epoca delle lotte fra papato e impero,nell’epoca della grande peste che devastò mezza europa, ci fu un uomo che grazie anche alla filologia (del cui studio è considerato uno dei padri) creò qualcosa che si chiama De rerum vulgarium fragmenta,opera che oggi chiamiamo Il Canzoniere, mi pare si chiamasse Francesco Petrarca padre di quell’umanesimo che fonda la sua grandezza proprio sul ricupero del passato: cicerone, virgilio, valerio massimo, orazio; uno che definiva le proprie liriche in volgare – che se non sbaglio, sono ancora oggi modello incontrastato di tutta la lirica seguente- Nugae in onore ad un certo catullo… forse non è la filologia la causa del decadimento,nè il decadimento a causare studi filologici. forse il decadimento sta nello smarrimento di valori, nel taglio delle radici, in un rifiuto del passato che porta solo all’incapacità di trovare linfa per l’oggi e quindi per il futuro.
ma è solo un altro punto di vista
Plessus said
“qualcosa mi dice che i barbari sono alle porte”
La metafora, senza andare troppo a ritroso nel tempo e interpretandola anche da punti di vista differenti, richiama alla memoria la guerra fredda, la presa del potere di Hitler, le cicliche inquietudini balcaniche dei primi del ‘900. Per rimanere in Italia, non dimentico i rischi di svolta autoritaria negli anni di piombo e chissà perché proprio ora mi viene da pensare che la chiesa cattolica ancora non è riuscita a smacchiarsi le mutande dalla presa di porta pia.
La nuova barbarie di questo pianeta risiede ormai nel saccheggiamento sfrenato delle risorse del pianeta. L’ecosostenibilità non è sostenuta (!), perlomeno non ancora a sufficienza, da interessi commerciali forti. L’avanzata dei deserti sarà inversamente proporzionale alla disponibilità delle risorse idriche e direttamente proporzionale alla crescita dei conflitti per accaparrarsi l’acqua.
Tali prospettive di bisogni sfrenati non lasciano molto spazio al Pensiero. Esso c’è, ma diventerà più grande dopo il passaggio dei temuti barbari, e dopo la nascita del primo bambino marziano. Che non si chiamerà di certo Sarchiapone. Augh.
rferrazzi said
Toro Seduto, non ho capito una mazza di dove vuoi andare a parare, ma mi piace il tuo stile. Perché non metti giù un discorso più ampio, in modo che si possa capire quali sono i tuoi orizzonti culturali di riferimento? Qui facciamo dibattito e tutte le idee sono ugualmente rispettabili. Anzi, più sono eccentriche (nel senso di: lontane dal centro) più ci interessano.
Elena, non sarò certo io a sminuire il valore del passato e la necessità di conservarlo. Ma non si può metterlo su un altare e limitarsi ad adorarlo. Bisogna invece usarlo come uno sgabello e guardare al futuro.
Sparz said
post godibilissimo, Riccardo, a me fa venir voglia di andare a leggere Gellio; forse un po’ eccessivo nel giudizio negativo sul dopoguerra, che ci ha dato anche Calvino e Gadda, senza dimenticare Manganelli, meno di cassetta, ma grandissimo; e anche qualche film di livello non mancava (ladri di biciclette era di De Sica). Insomma, così, però condivido lo spirito e la ecoconclusione.
lucy said
a me pare che le cose non siano andate sempre così, che le guerre non siano state fatte solo in fase di crescita di una società, ma anche in fase calante. che siano nate anche dall’illanguidire della cultura, dalle sonore stronzate, culturalmente parlando, tipo “guerra, sola igiene del mondo”. quella era una società che tramontava, anzi, quel tramonto dura ancora, con accanimento terapeutico stiamo prolungando gli spasmi di una società vetusta.
le fasi filologiche, antiquarie e “razionali” si sono sempre manifestate al chiudersi di un’epoca irrazionale: l’umanesimo chiude l’età medievale all’insegna del recupero di un passato ritenuto magistrale, l’illuminismo, inorridendo di fronte agli obbrobri barocchi, recupera e rivitalizza valori umanistici, il positivismo valori illuministici. ma tutti questi momenti non sono stati privi di guerre. le guerre si sono succedute seguendo un loro misterioso progetto, lontane dalla cultura e dall’umanesimo. quando la cultura era favorevole ad una concezione militare, bellicosa, aggressiva della società ecco che a trionfo si aggiungeva trionfo (anche virgilio, in qualche modo, è un cantore di quei trionfi); quando la cultura si interessava ad altro e non sottolineava in alcun modo, se non in direzione contraria, l’esistenza della guerra, abbiamo qualche battuta d’arresto. le guerre del ‘500 le hanno fatte i francesi, gli austriaci, gli spagnoli: l’italia le ha subite (a qualcuno facevano anche comodo) mentre la sua cultura lottava disperata per raccontare al mondo un’altra versione dei fatti.
rferrazzi said
Sparz, hai ragione e cospargo il capo di cenere: ho confuso Rossellini e De Sica. Spero che la sostanza del ragionamento resti intatta. Per il Gadda della “Cognizione” giù il cappello. Per il resto è anche un po’ questione di gusti (sui quali, ovviamente, non est sputandum).
Lucy, prendo nota del fatto che abbiamo due impostazioni piuttosto lontane: l’unica cosa sulla quale potremmo concordare è che “le guerre si sono succedute secondo un loro misterioso progetto”, il che potrebbe corrispondere alla mia idea che la Storia “si fa da sé”. Per tutto il resto la pensiamo in modo diverso, e posso solo prenderne atto (avviare una discussione punto per punto sarebbe una roba da scriverci un libro, e io non ho più l’età per certe performances [in tutti i sensi]).
lucy said
“Al contrario, quando la cultura non trova grandi motivi per litigare si adagia nei porti sicuri della filologia, del restauro, della conservazione dei beni culturali. Insomma, si rifugia nel culto del passato; e allora produce uomini sconfortati e delusi…”
io sono di formazione filologica (ma anche antropologica) e sono moooooooolto “litigiosa”: restituire un testo alla sua (probabile) verità, indagarlo nella storia del suo farsi non ti allontana dalle beghe del tuo o di altri tempi. indaghi un testo per interrogarlo e vedere cosa ha ancora da dire, soprattutto quando nel-del tuo tempo non c’è molto da dire.