La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Daniele Picouly, Ed e Jones, una testa perduta, la traduzione e il nègre

Posted by rmorresi on February 25, 2008

di Renata Morresi

Tra “negro” e “moro” ce ne passa, mi diceva il traduttore, senza contare la differenza tra “la testa di” e la “testa di”, ch’è tutt’un’altra storia, convieni.

Io convengo, davvero, e m’interessano assai le dispute semantiche e lessicologiche, soprattutto in materia di “razza”. Tanto che a recensire il bel racconto di Daniel Picouly, Tête de nègre, da poco apparso in italiano per i tipi di Perrone, mi appassiono assai del rimuginio che ha lacerato il traduttore. Soprattutto quando lavora con una lingua che ha un’altra memoria della neritudine (senza g, già).

In un bel saggio apparso recentemente in inglese Giovanna Covi ricorda che in italiano certe parole, per mancanza di una storia e di una riflessione comparabili a quelle avvenute in area anglofona, non hanno seguito l’evoluzione che in inglese ha portato da “nigger” e “negro” a “Negro”, “black”, “Black”, fino a “Afro-American”. E aggiunge che “l’afasia post-fascista” per tutto ciò che riguarda il campo semantico della “razza” ci ha lasciato giusto qualche eco di canzonetta coloniale e nulla più. Così a tutt’oggi nel catalogo delle biblioteche italiane SBN si legge ancora tra i soggetti “poesia negra” (e, lì, senza sfumature di “black pride”, intendiamoci).

Solo recentemente si è acceso un (tenue) dibattito nostrano sul lessico delle identità, che, in certa misura, ricalca quello statunitense sulle ragioni del “politicamente corretto” e, d’altra parte, prende avvio dall’incontroscontro degli scrittori migranti con l’italiano. Come ricorda Ribka Sibathu dire “di colore” per riferirsi a una persona di pelle nera può risultare alla fin fine più sgradevole e sprezzante dell’usare il semplice “nera”. Che infatti l’autrice riprende giocosamente e fieramente in una poesia in romanesco intitolata – naturalmente! – “So’ bella nera”.

La testa del negro, alla fine così ha risolto Giampaolo Vincenzi per il racconto di Picouly, non senza patemi, visto che Testa di moro e Testa di negro erano pure in lizza con differenti motivazioni. E io dico che ci ha azzeccato, considerato che al centro della storia c’è proprio la ricerca, densa di agguati e colpi di scena, di una testa mozzata, e i due protagonisti sono Edmond Becchino e Cassamortaro Jones, due brutti ceffi neri dal cuore d’oro e la pistola facile.

Picouly è geniale nel far convergere i due grandi centri della negritudine (stavolta con la g), Parigi e New York, in un thriller grottesco che strizza l’occhio al polizziottesco afro-americano anni Settanta, accenna alla denuncia sociale del ghetto e del razzismo, e reinscrive il Nero al centro della storia occidentale moderna, pur se nascosto sotto il palco della ghigliottina, Il racconto inizia infatti nella Parigi del Terrore, e prosegue in uno dei suoi quartieri più malfamati, Haarlem, in un crescendo di anacronismi che coinvolgono Mac, “il re dell’amburghese rapido”, un general-santone con l’aria un po’ da Marcus Garvey, un Klan di KuKuzze incappucciate e altri improbabili personaggi alla ricerca di teste e fortuna.

Grazie alla leggiadra capacità d’affondo e sintesi di Picouly il racconto è diventato un fumetto di successo in Francia e Ed e Jones i protagonisti di una saga noir.

Qui di seguito un pagina intensa dal primo capitolo:

Rouquin tentò di dare un’occhiata tra le assi. Lo prese un eccesso di tosse. Risalì sui bronchi come un fuoco dal camino. Edmond comprese immediatamente che Rouquin non avrebbe potuto impedire al suo petto di esplodere e di farli scoprire. Il braccio si distese. La mano strinse la nuca di Rouquin e piazzò quella faccia congestionata in mezzo alla segatura.

* Zitto, buon Dio!

In alto il cielo grondava. Avevano preso il giovane, steso il corpo. Le mani macchiate di Rouqin s’aggrapparono al polso di Edmond per allentare la morsa. La testa fatta scivolare in avanti. Il collo stretto nello scavo del ceppo. La faccia rossa scavò la segatura. Si dibatteva. La mannaia precipitò dal cielo.

* Madre mia, padre mio, punite Delorme!

Edmond sentì le parole appena mormorate. La mani di Rouquin graffiavano il suolo. Il colpo scosse il cielo sopra di loro. La segatura riempì la bocca di Rouquin. La testa tagliata rotolò e fece fremere i vimini del cesto.

Una testa di moro con due grandi occhi azzurri aperti.

Le mani si allentarono dal polso di Edmond e tutto il corpo di Rouquin cedette d’un colpo.

“Madre mia, padre mio, punite Delorme!…” Edmond recitò tra sé le ultime parole del giovane per registrarle nella memoria. Un filo di sangue malva luminoso s’insinuò nella giuntura delle assi. Lo raccolse nella piccola fiala appesa al collo con un laccio di cuoio. Riempita, assomigliava ad un’ametista oblunga.

Rouquin non avrebbe mai più tossito. Edmond lo coprì di segatura. Per la prima volta quel corpo prese spessore. Era morto contemporaneamente a qualcun’altro.

Ecco che significa esistere.

Riferimenti

Daniel Picouly, La testa del negro, Perrone, Roma, 2007.

Giovanna Covi, “Playing in the Dark Heart of Italy: Translation and Racism”, in I Am BlackWhiteYellow: An Introduction to the Black Body in Europe, Joan Anim-Addo and Suzanne Scafe, eds., Mango, London, 2007, pp. 139-148.

6 Responses to “Daniele Picouly, Ed e Jones, una testa perduta, la traduzione e il nègre”

  1. nadia agustoni said

    Cara Renata stamattina alle tre avevo in mano le tue “note su Seierstad e Cunard” in cui dici cose che vorrei aver detto io e adesso questa segnalazione/recensione che tocca il tema scottante delle definizioni e autodefinizioni delle indentità … e anche altro. Sì è bene si parli di queste “dispute semantiche …” e non dare nulla per scontato.
    Grazie quindi.

  2. marcodipasquale said

    Essendo anch’io interessato alle problematiche del confronto anche terminologico tra pallore e ne(g)ritudine, ho trovato molto interessanti gli spunti e le coordinate critiche che hai intavolato.
    Inoltre, non avendo ancora letto il libro di Picouly, mi hai incuriosito con quel breve stralcio: cercherò quanto prima di rimediare al tempo perduto!
    COMPLIMENTI, RENA!!!

  3. Renata said

    Ciao cari tutti, grazie per i commenti e scusate la formattazione un po’ stentata del testo, sono ancora debuttante imbranata e devo perfezionarmi.
    Marco, tu usi “pallore” da opporre a “ne(g)ritudine)”, e dimostri che in effetti l’italiano ha dei problemini quando si tratta di parlare di “whiteness” (che è ancora, ‘chiaramente’, considerata la posizione soggettiva di default). Mentre il “pallore” appartiene più alla sfera dell’estetica (e viene da taluni più o meno ‘denigrato’), la “negritudine” ha una valenza tutta ideologico-politica e la “neritudine” allude a una condizione identitaria e culturale. Esse però, nell’uso comune, non fanno il paio con “bianchitudine” (che, se pur di rado, si usa in certe sedi accademiche), ma con – mi pare – “cultura dominante”.
    Detto questo, non mi pare che qui si sia nell’ordine della mera disputa terminologica, quanto nel come riflettere il mondo in modi meno esclusivi. I traduttori in questo hanno sempre delle belle gatte da pelare.
    (Ciao Nadia, poi mi dirai meglio delle “note”.)
    re

  4. merisi said

    “la luce della follia” di picoluly è un romanzo breve strepitoso, spero che questo “la testa del negro” sia all’altezza. lo cercherò immediatamente, grazie della dritta e saluti da un lettore di passaggio.

  5. Renata said

    Picouly è in effetti vulcanico, funabolico, senza però, aggiungerei, farsi mancare quello sguardo incisivo, corrosivo, sul reale che lo rende anche “sociale”.
    Figlio (undicesimo di tredici) di un operaio martinicano e di madre francese, Picouly si è a lungo interrogato su una certa terribile cecità tutta europea. In giro per la rete rintraccio questo suo bel commento ai primi romanzi: “I miei genitori sono morti molto giovani, a cinquant’anni, usurati dal lavoro e dalla povertà, vittime di quei valori popolari — l’onestà, l’amore per il lavoro ben fatto — che sono sì magnifici, ma non proteggono. Per molto tempo, ho voluto vendicarli. Mi sentivo dalla parte della rivolta. Per affrontare la loro storia, che malgrado tutto è una bella storia, dovevo prima purgarmi di tutto questo”.

  6. GV said

    Grazie Re, è un’ottima lettura come sempre densa degli agganci extratestuali che spesso regali a chi ti segue. Ci sarebbe ancora molto da dire sul racconto, come spesso accade arrivato in Italia troppo tardi; seguirò i pareri dei poesispiritisti. Ancora abbracci. GV immerso in atmosfere fosche e foscoliane.

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