HITLER di Giuseppe Genna – Mondadori 2008
Posted by vbinaghi on February 25, 2008

Recensione di Valter Binaghi
Pubblicata in forma ridotta sul Corriere Nazionale del 24-2-2008
Da un po’ ci si rende conto che il romanzo italiano è un oggetto mutante, e soprattutto che le categorie di genere che la critica tradizionale ha a disposizione sono consunte.
Quello che una volta si chiamava il romanzo “di formazione” è sempre più la biografia di un io-minimo: il diario tardo-adolescenziale del precario cronico o del bovarismo di sinistra, la cosmetica dell’anima new age, il “famolo strano” di scrittrici in guepière.
L’avventura, ma anche l’affresco sociale, sono catalizzati dal giallo e dal noir in cui invece sarebbe ingiusto non riconoscere, negli ultimi anni, scritture ben superiori alla tradizionale media del “genere”: esse si fanno carico non solo della rappresentazione dei caratteri della commedia umana, ma anche dell’indignazione sociale, e di quel tanto di politico che sempre contiene una rappresentazione del misfatto e dell’investigazione.
Poi c’è il romanzo che definirei tragico, quello che consapevolmente assume la “frattura ontologica”, la cronica insufficienza di un Senso puramente urbano alle vicende umane, e mette l’uomo in diretta comunicazione con le potenze del mito. Non sto parlando di un testo “superiore”, e nemmeno necessariamente “riuscito”, ma di una sorta di necessità che a un certo punto certi libri richiedono, forse anche certi scrittori. Genna è uno di questi. Lo si percepisce chiaramente con “Dies Irae”, e ancor più con questo ultimo “Hitler”, ma con esiti molto diversi.
L’autore di “Hitler” considera il personaggio come il coro della tragedia l’eroe, e si rivolge a lui con un tu che presuppone una distanza non storica o psicologica ma etica: l’eroe è colto nell’affanno di un agone di cui il coro conosce già l’esito fallimentare.
Come in “Dies irae”, la teo-logia che il coro di Genna presuppone è una teologia gnostica, dove ogni divinità che compare in questo mondo è sempre oscena mimesi dell’Arconte che del mondo dis-pone senza amore e senza particolare accortezza. Ma, a differenza dell’altro romanzo, “Hitler” (che pure rivela uno scrittore raffinato, più disciplinato e quindi più maturo che in precedenza) manca di autentico respiro tragico.
Il romanzo corre sui binari di una risaputa biografia che si limita a colorire enfaticamente, il simbolismo inquietante del mito è contratto nel grottesco e nell’emblematico, come la reiterata presenza del lupo Fenrir, mostruosità degl’Inferi Germani che incombe fin dalla nascita sul protagonista, incarnazione del Male che è il Nulla: e tanto insistentemente ribadita è l’identificazione tra Hitler e il Male da risultare stucchevole semplificazione per la storia e occasione perduta per la letteratura.
Eppure c’era nel romanzo la vena sotterranea, l’abissale faustiano che, ben lungi dal confinarsi nell’epoca nazista o nella personale follia di Hitler, è la libidine che divora l’Occidente che noi siamo: quando il despota, artista frustrato in devota ammirazione dell’architetto Speer, si lascia sfuggire che quello, proprio quello è il demone che lo possiede – trasformare la politica in arte, costruire più che governare la realtà. Genna ne è del tutto consapevole, e accende questa luce ma la fa sparire tra molte altre luminarie, di più sicuro e retorico effetto, che risultano dominanti nel profilo del Fuhrer: l’impermeabilità agli affetti, la perversione sessuale, la determinazione omicida.
Non solo manca nel romanzo un’autentica esplorazione dell’abisso interiore del tiranno, ma anche vero dinamismo nella rappresentazione del sociale: l’intera Germania dell’epoca è ridotta a folla esaltata e plaudente, senza un serio tentativo di analisi dell’angoscia collettiva che spinge ad aderire al folle progetto, e ad accettare l’orrendo pharmakon del capro espiatorio. E in tutto questo è proprio la vertigine del Male, la tentazione persistente del cuore umano, che resta inindagata, perchè si vuole a tutti costi identificarla in un episodio storico che, nel suo carattere irripetibile e conclusivo, finisce per darne una versione rassicurante.
Rispetto a “Dies irae”, “Hitler” è talmente poco ispirato da sembrare un romanzo scritto su commissione. Di chi? Magari di un Genna che studia da Ministro della Cultura per un futuro governo di sinistra, e chiede al Genna scrittore “maudit” di confezionare, oltre alla lettura in filigrana dell’orrore metafisico della cronaca di cui finora è stato maestro, una brossura di quelle certezze che il politicamente corretto esige (non posso non pensare a quell’”Ora e sempre Resistenza” con cui la nostra giovinezza è stata inutilmente armata per vincere la guerra precedente, mentre l’Italia veniva svenduta alla nuova morale della borsa-valori internazionale).
A conferma di tutto ciò, i soloni di Mondadori hanno pensato bene di far uscire in libreria il romanzo esattamente il Giorno della Memoria, operazione questa che si commenta da sola.
Che dire? Lo preferivamo Miserabile: qui sentiamo la ricerca di un autorevolezza che non è più quella del poeta, ma dello scrittore “ufficiale” che s’incarica dell’amplificazione storica, forma d’arte monumentale, pericolosamente vicina all’ideologia. Con tutta la stima e l’affetto per uno scrittore che amiamo: Genna, questo è un passo indietro.















Giuseppe Iannozzi said
Mi trovo quasi del tutto pienamente d’accordo con Valter Binaghi.
Io Hitler non l’ho letto. Solo i risvolti di copertina e un capitolo che ho trovato on line, forse era l’incipit del romanzo, comunque abbastanza per farmene un’idea. Ma, che dire?, mi sembra proprio che Valter abbia detto bene: è un passo indietro, che comunque è inziato tanto tempo fa: Genna non ha la taglia né doti naturali per una scrittura diversa da quella del thriller. “Costantino…”, “L’anno luce”, “Dies Irae”: Genna è per me finito con “Grande Madre Rossa”.
nabanassar said
Io riesco a leggere solo “Assalto a un tempo devastato e vile”; ma non credo ci sia da tirargli la croce addosso, al Genna: e’ diventato un lavoro e il lavoro (anche quello dello scrittore) deve dare da mangiare, possibilmente.
Giocatore Fiorentina anni 80 said
Ho lettHo la frase di iaHnnozzi:
“Mi trovo quasi del tutto pienamente d’accordo con Valter Binaghi.”
e mmè venHuta in mente la frase che dissi io tant’anni fa alla domeniHa sportiva:
“sono completamente d’accordo a metà col mister”.
grazie iaHnnozzi, anche la critiHa letteraria ha n’animaH.
Giuseppe Iannozzi said
@ GIOCATORE
Quel quasi del tutto pienamente d’accordo —> trattasi di pleonasmo rafforzativo. E quando voglio sottolineare un concetto a me mi piace proprio tanto usarli i pleonasmi.
@ Nabanassar
Sì, ma i lavoratori dovrebbero lavorare. Imbrattare carta e venderla sotto l’egida del grande unico padrone Cavaliere Berlusconi non ha proprio niente di nobile. Nemmeno un’unghia incarnita.
Giocatore Fiorentina anni 80 said
lei iannozzi caro l’è un pleonasma vivente.
che rafforza a fare?
guardi, il mio svarione l’è staHo più grave, ma io sono un ex pallonaro, lei l’è un pallonaro in servizio attivHo!
lambertibocconi said
Chi troppo in alto sal cade sovente / precipitevolissimevolmente.
:-PPP
Giuseppe Iannozzi said
@ GIOCATORE
Dica pure quel che vuole, nella maniera e posizione che più preferisce, e vada pure per campi e buie fratte a raccoglier l’erba voglio. A me sinceramente me ne frega una sega. :-D
Ciò non cambia d’una virgola il mio giudizio sugli ultimi lavori di Genna. Se ne faccia una ragione, o no. Non m’interessa.
Be’, non ho altro da aggiungere: non mi pare intelligente star (ancora) qui per amor d’una trita retorica e tener bordone a una divisa fintamente fiorentina. :-)
Ciao a tutti. Et à la prochain…
mario pandiani said
Giuseppe, recensire (stroncare) un libro avendo letto i risvolti di copertina e poche righe, è, di fatto, una sega.
Neanche di quelle venute meglio.
Senza fare adesso un’esegesi dell’onanismo letterario, non avendo letto il libro non posso esprimermi nel merito tecnico artistico, ma una cosa mi viene da dire.
L’argomento in se, è di quelli da cui non può venire mai, MAI, nulla di buono, questo lo affermo per esperienza e in base a un ragionamento.
Il male di cui è fatta l’esistenza di quell’individuo è tale che corrompe ogni cosa lo tocchi, ricordo ancora le discussioni sul film “La caduta”, buona regia, eccellente attore, cinematograficamente, artisticamente, politicamente e storicamente un fiasco completo.
Io credo che accostandosi ai fatti tedeschi della seconda guerra mondiale e al loro ispiratore e nume non si possa esprimere un giudizio che non sia pallido e inadeguato a confronto di ciò che è stato, per rafforzare questo giudizio è necessario usare dei trucchi, dell’arte, drammatizzarlo, e questo è immorale in quanto elevare dal basso infinito in cui si trova quell’essere per farne un personaggio è sbagliato, non si deve fare.
Farlo significa attribuirgli qualcosa di umano, di interessante, di attraente, anche se solo per suscitare l’emozione del disgusto.
Il termine biblico per indicarlo è: “sia cancellato dal libro dei viventi”, non posso pensare a quel coso se non nella prospettiva della cancellazione.
Quindi trasversalmente questa è una difesa di Genna, non avrebbe comunque potuto scrivere un buon libro, solo l’esposizione anatomopatologica dei fatti è lecita a riguardo di quell’abisso di oscurità, ogni altro tentativo di nutrirne una letteratura la avvelena irrimediabilmente, Genna non lo sapeva ancora, forse adesso se n’è accorto.
Non lo leggerò a dispetto della pubblicità negativa di teleiannozzi che ormai sembra segnalarmi i migliori talenti con le sue stroncature.
Giuseppe Iannozzi said
@ MARIO
Hai ragione. La sega non è venuta bene, per il semplice fatto che non sono un segaiolo incallito, anche se qualche volta la mano scappa da sola. :-D
Non ho fatto alcuna stroncatura, non nelle vesti di critico, ma solo ho fornito una mia impressione, anzi delle riflessioni, cosa ben diversa da un giudizio. Posso dire dell’”Anno Luce”, del “Dies Irae”, di “Costantino…”, perché, ahimé li ho letti, trovandoli brutti, pacchiani e vergognosi anche, come per “Costantino…”.
E in ogni caso proprio l’autore di Hitler s’inventò la genialata di recensire (per provocazione?!) dai risvolti di copertina alcuni libri. Io mi sono limitato ad imitarlo, leggendo persino un capitolo on line. Leggici la provocazione o la mia coglionaggine, Mauro.
Allora se ho detto di questo Hitler l’ho fatto solo in veste di semplice lettore, di un lettore molto umano che per capire si rivolge ai risvolti di copertina e a quelle critiche che trova sui mass media. Come semplice lettore – che deve decidere per l’acquisto o meno – sì, ho portato un giudizio. Puoi impiccarmi per i coglioni, se ti va, Mauro. Ma lega forte. :-D
Bene, la discussione mi pare sterile, troppo persino per un coglionazzo come me. Però mi sono rotto lo stesso gli zebedei, ed allora basta, che già questo ulteriore intervento è uno schizzetto di troppo. ;-)
Ciao. E non stuzzicatemi, tanto ho detto tutto quel niente che m’era possibile dire in questo thread.
Che il Re Cremisi possa sempre ssser con voi. :-D
Ciao e buone cose
Marco Merlin said
Non ho letto e non leggerò Hitler, ma non concordo sul giudizio complessivo espresso per Dies Irae. Capisco che a Valter piaccia (il suo I tre giorni all’Inferno è un libro che tenta qualcosa di analogo, sostituendo il Complotto Universale con una visione Teologica della Storia), ma anche quel libro è in definitiva un fallimento. Lo spiego in una lettera aperta a Genna (che anch’io stimo, appunto per quei presupposti che però non riesce a portare ad effetto) sul prossimo numero di “Atelier”. Qui rincaro anche: le visioni storiche complottarde di Genna sono immorali, giustificato l’autore (e il lettore) tramite il compiacimento della lettura. Lettore e scrittore si giustificano davanti alla storia, ben protetti dall’ovatta della finzione (spesso maliziosamente nata dalla realtà, come dalla vicenda di Hitler – o la trasformazione in personaggio della persona Genna), col solito, banale sbotto: “è tutto un complotto”.
Il moralismo di Genna è immorale.
ALESSANDRO said
Ma cosa avete? Capito per caso su questo sito e leggo un lungo sfogo di carogneria,battute velenose, dispettucci…beato chi ha tanta energia. Sul libro di Genna: io lo sto leggendo senza aver letto niente di precedente dell’autore. Impressione (dopo un centinaio di pagine): concordo con l’idea che quando la storia, la documentazione, l’analisi, la ricerca sui fatti non possono più dire niente,forse l’arte ha unasua verità da dire. Mailer, che ha fatto un tentativo analogo proprio su Hitler nel suo ultimo romanzo, ci aveva provato anche con l’assassinio di Kennedy, ma…è difficile! L’impressione è che Genna abbia incontrato almeno altrettanta difficoltà e il romanzo non riesca che a ripeterci l’inconoscibilità di ciò di cui stiamo parlando, senza però superarla… Il romanzo finisce per parafrasare la biografia senza penetrarla, ed è per questo che molto sa di retorica. Ma devo prima finire di leggere!