Quando la mimosa era un fiore rosso
Pubblicato da marsiglia su marzo 3, 2008
di Stefania Nardini
Era l’Italia appena liberata e la mimosa era ancora un fiore rosso.
Era l’Italia delle le macerie lasciate dal nazifascismo, un’Italia da ricostruire in fretta. La rivista “Noi Donne” , per molto tempo un foglio clandestino, era strumento di collegamento tra i “Gruppi di difesa della donna” nati in seno alla resistenza. Nella Roma del 1944 nasceva l’UDI (Unione Donne Italiane) e nel 1945 venne proclamata ufficialmente la “giornata”.
La mimosa era ancora un fiore rosso quando “Noi donne” scriveva: “L’8 marzo sarà giorno di lotta per salvarci dalla fame, per difendere il pane ai nostri figli, alle nostre famiglie, per difenderci dal freddo e dalla miseria…”.
Le comuniste e le socialiste dell’Udi, le rappresentanti del Cif (Centro italiano femminile, riferimento delle donne cattoliche), sindacaliste della Cgil, partigiane, vedove dei caduti si ritrovarono l’8 marzo 1945 a celebrare la Festa della Donna nella sala del liceo romano Visconti. “Tutte le donne – dice Elena Caporaso, socialista dell’Udi nel bellissimo libro dedicato all’8 marzo a cura di Tilde Capomazza e Marisa Ombra – hanno interessi comuni, la fine della guerra un nuovo ordine sociale”.
La mimosa non c’era ancora. “Eravamo nel ’46 e l’Udi preparava il primo 8 marzo…. Mentre si discuteva insieme sul da farsi, Rita Montagnani suggeri’ di trovare un fiore che potesse caratterizzare visibilmente la Giornata. Nei lunghi anni del fascismo mettersi all’occhiello un garofano rosso il primo maggio era stato, per molti, un atto non privo di rischi, di opposizione al regime di Mussolini. Nella Parigi del Fronte popolare, il primo maggio si distribuivano mughetti. Ci voleva, dunque, un fiore reperibile agli inizi di marzo, poiché le serre erano poche e non arrivavano fiori in aereo. A noi, giovani romane, vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli, quando ancora le altre piante sono spoglie, che crescevano rigogliosi in tanti giardini di Roma e dei Castelli: e pensammo che quel fiore era abbondante e , spesso, disponibile senza pagare. Ma non ci venne in mente che in tanta parte d’Italia non era cosi’….Nel corso degli anni successivi si è poi molto almanaccato sui motivi ‘reconditi’ della scelta…. La verità è più semplice e banale”.
A raccontare come nasce il simbolo dell’8 Marzo é Marisa Rodano in una delle sue preziose testimonianze raccolte da Ombra e Capomazza. Un fiore al quale si ispiro’ Sibilla Aleramo nella bellissima poesia “Mimosa d’Amalfi”, che divenne presto un omaggio alle donne.
Tanto tempo è passato da allora. Il clima di quell’Italia i cui protagonisti della politica si chiamavano De Gasperi, Togliatti, Nilde Iotti, Tina Anselmi, era di un paese che, sia pure nelle diverse posizioni ideologiche, rivendicava il suo orgoglio. Un 8 Marzo di festa, ma anche un grande momento di rivendicazione del popolo femminile che scendeva nelle piazze unito, superando le diversità politiche.
La mimosa era un fiore giallo…. Che le ragazze hanno messo tra i capelli gridando “io sono mia”, le donne tutte hanno esibito nel chiedere parità.
Era un fiore giallo. Che oggi si tinge di rosso. Rosso sangue.
Sangue di donne.
Donne violentate, uccise, discriminate nel mondo del lavoro, lasciate nella solitudine della malattia, aggredite nel momento in cui esercitano il diritto di essere persone.
A dirlo non sono solo i dati statistici. Il sangue delle donne è sui selciati delle strade, sul pavimento degli appartamenti. E’ il sangue di in una gigantesca ferita collettiva che segna una fase a dir poco preoccupante.
Mimosa macchiata di rosso. Un 8 Marzo, quello di questo 2008, in cui si spegne il desiderio della festa, in cui si deve ricominciare una battaglia che ha un senso culturale e politico che si chiama desiderio di civiltà.
A sessant’anni da quei giorni in cui circolavano i fogli clandestini e si inventava un simbolo, tanto si è fatto e tanto ora rischia di essere distrutto. Si è passati dall’approvazione di leggi moderne in nome dell’autodeterminazione e del rispetto della donna in quanto persona, allo stupro che è divenuto “pratica consueta”, una sorta di ciliegina sulla torta, quando viene compiuto un crimine. Si ruba e si stupra. Si rapina e si violenta. Si desidera una donna, la si sevizia.
Questo si legge nei tristi fatti di “ordinaria” cronaca quotidiana. Mentre un paese allo sbando affronta un problema serio e delicato come quello dell’aborto, a colpi di blitz in un ospedale dove una donna sceglie di ricorrere a una legge per interrompere una gravidanza nella prospettiva certa di un figlio disabile.
Si puo’ essere d’accordo o meno sull’aborto, ma qui è in gioco la civiltà, il metodo da “squadraccia” usato nei confronti di una persona appena uscita da una sala operatoria.
Non va bene. E temi cosi’ importanti vanno discussi in un clima politico più sereno.
Mimosa macchiata di sangue. Si, perché ad abortire oggi sono le donne delle classi più disagiate, le extracomunitarie per esempio, mentre il ricorso all’interruzione di gravidanza è complessivamente in calo.
“L’8 marzo sarà per noi giorno di lotta per salvarci dalla fame, per difendere il pane ai nostri figli, alle nostre famiglie, per difenderci dal freddo e dalla miseria…”, dicevano le donne di quell’Italia liberata. Perché rinunciare a una maternità o sottoporsi a una pratica come quella dell’aborto che, non dimentichiamolo, é stata molto diffusa clandestinamente e con grandi speculazioni economiche, non è un piacere.
“I nostri figli, la miseria…”. Si, la miseria. Perché le donne sono le prime a dover fare i conti con una povertà sempre più crescente, da lavoratrici, da madri, da disoccupate. Ricorrere all’aborto in un paese della vecchia Europa sta a significare che non esistono le condizioni per compiere quel salto verso una modernità vera. Indipendentemente dalle scelte individuali, che riguardano la coscienza e le condizioni oggettive.
Alla base di un’interruzione di gravidanza possono esserci mille motivazioni. Ma ad alcune dovrebbe essere lo Stato a rispondere. Quali sono e cosa offrono i servizi per la famiglia, per i figli, per la donna? Dove sono? E non si puo’ immaginare che la risposta venga dal volontariato come accade per i paesi del Terzo Mondo.
Come lo stupro non è questione di ordine pubblico da risolvere con “ronde” o leggi speciali. Intanto non sarebbe male applicare al meglio quelle in vigore, tenendo conto che il cuore del problema è la regressione culturale.
Al momento tre donne su dieci sono vittime di abusi, nel 95% dei casi maturati tra le mura domestiche. Sette milioni di donne in età lavorativa sono fuori dal mercato.
Tutto cio’ mentre assistiamo alle lacrime di lady Mastella, ascoltiamo i messaggi della signora Brambilla o, quando ci va bene, le parole della signora Palombelli che, da brava giornalista, non cede al bon ton di evitare la conduzione di trasmissioni sulla politica avendo un marito supercandidato.
Altri tempi quelli di Marisa Rodano e Tina Anselmi!
La mimosa è un bel fiore. Ma la festa è finita.














jolanda catalano detto
Splendido articolo,Stefania. La donna non ha mai avuto nulla gratis,ha dovuto sempre lottare con le unghie e con i denti e soprattutto con la sensibilità e l’intelligenza che la contraddistingue. Ma,come tu dici,la festa è finita e le mimose sono macchiate di rosso.E “festa” era la possibilità di muoversi all’interno di una società che non le voleva,relegate da sempre a un unico ruolo: fare figli.Il che non sarebbe stato poi così male se il perimetro entro cui si muoveva avesse fatto intuire orizzonti più vasti.Ma non mi dilungo su questo perchè son cose ormai ben conosciute e che tu hai riassunto in modo superbo. Sento comunque,al di là delle leggi e dei diritti acquisiti,al di là di ciò che ancora vogliono togliere,che molta ignoranza ancora impera proprio in qualche fascia specifica che riguarda donne che hanno frainteso,secondo me,il vero significato della festa e poco si curano di ciò che avviene fuori pensando che nella loro vita nulla potrà accadere purchè il loro uomo,la sera,torni comunque a casa. Io vivo al sud,Stefania,e ancora posso sentire parole così. Ed è proprio a queste donne che mi piacerebbe dire tante cose,l’uomo, si sa, è quello che è,difficile aspettarsi compartecipazione,ma ti assicuro che mi risulta ancora difficile.Avrei ancora molto da dire,forse in un altro commento,ma sappi che sono d’accordo con te su tutto.
jolanda
stefania nardini detto
Grazie Jolanda. E, speriamo bene…
stefania
Paola renzetti detto
Grazie per questo articolo. Non è facile parlare di questa regressione in atto, dopo aver vissuto tanti cambiamenti e coltivato tante speranze.
Pensavo ad esempio come è facile trovarsi (sia uomini che donne) a essere conniventi con un tipo di cultura che si credeva ormai superata. Uomini anche colti, troppo disinvoltamente ad esempio fanno ricorso ad immagini di nudo femminile
sul web(solo per fare un piccolo esempio), in contesti non rispettosi. Noi donne a volte nell’educazione delle bambine tendiamo sempre a trasmettere un modello di passività e di servizio. Ma quel fiore che si macchia di sangue, come ben avete detto, Stefania e Iolanda è sempre qui.
rs detto
la mimosa è bella come il fiore che colsi a vent’anni, in un prato, era rosa, profumato, aveva un nome e un cognome.
quello lo chiamai amore. mah.
e saluti.
rs
lambertibocconi detto
Caro RS, il fiore che cogliesti quel dì era sì “fiore” nei tuoi sentimenti, nel simbolismo romantico della tua psiche, e ok; ma in realtà con il suo nome e cognome era proprio una ragazza, tu la chiamasti amore, poi probabilmente non la chiamasti più, ma era una persona. Al bando le nostalgie! Che c’entra l’idea dell’amore perduto con la vera vita e con i veri fiori… Un bacio a te che almeno sei romantico, te lo meriti per questo, ovvia.
Per il resto: grande articolo, e chiedo a Stefania il permesso di postarlo da altre parti, citando l’autrice. Grazie!
rs detto
romantico io? bocconi, cortesemente, non mi offenda.
e saluti,
rs
nadia agustoni detto
Segnalato. Grazie
nadia
lambertibocconi detto
RS: “colsi”… “chiamai”… ed è subito Liala!
:-)
vbinaghi detto
Mentre un paese allo sbando affronta un problema serio e delicato come quello dell’aborto, a colpi di blitz in un ospedale dove una donna sceglie di ricorrere a una legge per interrompere una gravidanza nella prospettiva certa di un figlio disabile.
L’altra campana:
http://valterbinaghi.wordpress.com/2008/03/01/la-vera-storia-di-napoli-ucciso-bimbo-malato-di-giuliano-ferrara/
stefania nardini detto
Mi fa piacere che si sia aperta una riflessione. Per postarlo altrove io non ho problemi se Fabrizio é d’accordo .
Valter la questione non é di campane. Cio’che ha scritto e detto Ferrara l’ho seguito. Ma non voglio lasciarmi catturare da polemiche, tra l’altro il Giuliano Ferrara convertito,mi ricorda il Ferrara comunista.Su certi punti ha posizioni di un’universalità, ovviamente rispettabili, su altre francamente non cocordo, e sono improponibili in un contesto sociale come il nostro. Voglio solo dire che trovo disumano che le forze dell’ordine si presentino in un ospedale a rendere conto a una persona appena uscita da una sala operatoria . Ma stiamo scherzando? A Napoli la magistratura dilavoro ne ha abbastanza. Certo un blitz fa notizia, regala al magistrato le prime pagine.
Ecco perché non é questione di campane. E’ questione di regole, di rispetto. E affrontare temi delicati come l’aborto in questo scenario mi fa paura. Perché lo scenario é questo: Berlusconi che fa il gestaccio della serie “attaccati”, Veltroni che non disdegna la castrazione chimica,la Santacché che apre la sua campagna elettorale con un’intervista in cui esordisce: “Io non l’ho mai data a nessuno….”.
E con questa gente dovremmo parlare di rispetto della vita?
Buona giornata
lucy detto
con chi non ha alcun rispetto dei già civilmente vivi pare piuttosto dubbio poter parlare dei diritti dei non ancora nati.
Renata detto
mentre tante donne si trovano ad affrontare in solitudine e povertà i problemi dirompenti della sopravvivenza e dei diritti impoveriti, mentre tante donne offrono cifre, statistiche, denunce, e rifiuto degli atti di ordinario suprematismo che i redivivi veteromaschilisti (forti coi deboli e deboli coi forti) e il patriarcato interiorizzato (da uomini e donne, sia chiaro) qualificano come “normalità” (eh, che ce voi fa’? è così da quando mondo è mondo, ecc.), una normalità comodissima da dimenticare, i carrozzoni mediatici e lo zoo di politicanti che vi si affannano dietro si concentrano sui grandi temi di distrazione di massa, sulle grandi ovattate astrazioni da sventolare per una stagione, sulle stanche fazioni di “uomini e donne”, su rappresentazioni dell’umano, degli umani, che sono sull’orlo dell’estinzione, e non si parla mai, mi pare, della riorganizzazione della vita sociale (istituzionale, famigliare, culturale, ecc.) al fine di rispettare le PERSONE, nello spettro delle loro molteplici differenze, e farle partecipare (vivere) a partire dalla stessa base di diritti e doveri. Ma voi avete mai sentito parlare gli sbandieratori del “diritto alla vita” di condivisione della cura famigliare? di revisione dei tempi del lavoro? di possibilità di altre sessualità oltre quella subordinata all’ordine etero-riproduttivo? di riflessione sugli stereotipi abusivi del corpo femminile?
viviamo in tempi di reazione, ed è bene sottolinearlo, ma in realtà quello che scrivi, stefania, mi dà la speranza di una memoria comune e di un discorso vivo e potente, che continua nonostante tutto.
grazie,
re
sabrina detto
La “festa della donna” mai come quest’anno mi sembra una solenne presa in giro.
Festa di cosa? Siamo ancora qui a discutere delle stesse cose di cent’anni fa, e, quel che è forse peggio, negli stessi toni. Si parla di “diritto all’aborto”, come se si parlasse di diritto a un trattamento estetico in spa, come se esistesse una donna al mondo che ci tenesse, ad avere il “diritto di abortire”, come se un aborto non fosse una delle esperienze più buie, tristi, dolenti e incancellabili, seconda forse alla morte di una persona cara, a uno stupro, a una violenza.
Nessuna donna vorrebbe mai trovarsi nella vita a esercitare il “diritto all’aborto”: mi chiedo se a questa cosa qui gli uomini (e anche qualche donna, purtroppo) che tanto se ne riempiono la bocca, di questo fantomatico diritto, ci abbiano mai pensato.
La legge serve solo a rendere meno traumatico, meno violento, meno crudele possibile, un momento che resterà comunque terribile per la donna che si trovi, suo malgrado, a doverci passare. E la discussione sulla 194 dovrebbe essere inserita in questo contesto, di presa di coscienza e di civiltà.
Sonia da Macerata detto
Sai cara Stefania,non ti conosco se non qui,ora;ora,che catturasti la mia attenzione,e sai perché.Perché hai trattato questo argomento. Perché, in verità, pochi lo sentono serio.E io l’aspettavo,da tanto,da anni.Perché è da molto tempo che le donne sono sul precipizio di una vita con una corda al collo.Comunque vada ,se tu,o donna ,cadi,non vi è salvezza:o ti strangola la corda,o ti sfracella il burrone.Solo,non ne sei cosciente.Perché la corda l’uomo furbo l’ha allungata,quel tanto che basta perché tu non la senta tirare mentre cammini…la corda è il completo maschile che ti ha concesso.Affinché tu,scimmiottandolo,adotti i suoi pensieri,li fai tuoi…il precipizio è il bieco arrivismo sul lavoro che ti ha contaminato e conglobato.Tu ,donna ,non ci sei più,se non sei come lui.Ma non ti accorgi che è proprio nel tentare di essere a lui uguale o simile, tu ti annulli.
Cara Stefania,nell’adolescenza il mio simbolo erano i pantaloni,quei Jeans(forse solo un po’ più ricamati nella versione femminile)che facevano tanto libertà.Poi crebbi ed imparai che libertà non è indossare ed uniformarsi al modello maschile,bensì
tenere alta e netta la distinzione di genere.Perché se il nostro genere é ben distinto dal loro,ci si riconosce tra donne,e si fa gruppo.E solo unendo le forze si può portare avanti un vessillo:identità, individualità(nel senso vero di unico,indiviso)autodeterminazione.Perché una donna lo sente , lo sa ,se una sua cellula deve dar frutti.Perchè se una donna ha sposato un uomo che ha scoperto violento,un bambino non ha da nascere in quella famiglia.Allo stesso modo non si può condannare un figlio ad una vita da inabile.In natura morrebbe comunque di fame.E’ solo un esempio.Ma intanto noi non crederemo,vero,che un uomo possa sentire le vere necessità di un tema così universale.L’uomo per cui la guerra si trasforma in momento ludico,purchè ci sia?Suvvia,vediamo bene che esso non sa quel che è bene..Grazie,Grazie ancora,Stefania.
Sonia da Macerata
fabry detto
complimenti a Stefania, citata anche dal blog di “Repubblica“.
stefania nardini detto
Intanto vorrei dire che sono commossa per i commenti di Renata, Sonia, Sabrina, Lucy e tutti voi. Perché l’idea di non sentirsi da sole, l’idea di condividere emozione, dolore, indignazione equivale a dire che esistiamo e che crediamo alla forza delle nostre idee. E questo vale per uomini e donne che con passione sonoimpegnati in quei progetti che puntano alla costruzione, nonostante le macerie che circondano le scene di questa fase della storia.
I complimenti di Fabrizio non vanno a me. Ma a questo spazio che ci consente di essere persone libere di scrivere e comunicare nel rispetto della civiltà.
Io credo che sulla questione dell’interruzione di gravidanza tante cose non sono state dette.
Condividendo cio’ che sottolinea Sabrina, aggiungerei che invece di esisbirsi in squallide crociate, dovremmo chiederci perché l’Italia é tra i paesi fanalino di coda per la natalità.
La prima battaglia per la vita andrebbe sostenuta incentivandola. Ma a differenza di Ferrara non ne faccio una questione di volontariato. E’ mai possibile che con tutte le tasse che paghiamo si finisce per pagare anche i servizi indispensabili per crescere un figlio? E la povertà in cui é ricacciato il ceto medio?
Insomma trovo veramente orribile l’uso strumentale di un tema come l’aborto. Se l’aborto é ancora una realtà sta a significare che c’é un degrado di carattere sociale ed economico. A parte le scelte che riguardano la coscienza individuale e le condizioni specifiche.
Grazie
S
mauro baldrati detto
Mi associo ai complimenti per questo pezzo anche perché, finalmente, una donna parla di aborto, mette in luce i problemi, invece di dovere continuamente sentire omacci di ogni specie che predicano addirittura contro gli anticoncezionali e, mentre baciano la mano al papa, pensiamo che è la terza o la quarta volta che voltano gabbana.
Però mettere insieme Berlusconi, Veltroni e la Santanché, come hai fatto nel commento n. 10, è assurdo. Qui parliamo di gente che cavalca le emozioni popolari mentre va a fare festa al “Billionaire”, mentre la proposta – anzi la possibilità – di introdurre in Italia quanto è vigente in quasi tutto il Nord Europa, cioè per chi usa il sesso per compiere crimini contro minori, contro persone deboli, di sottoporsi volontariamente a un trattamento chimico reversibile, può essere sicuramente discutibile ma non ascrivibile alla demagogia dei personaggi suddetti.
sabrina detto
Vorrei rispondere a Mauro Baldrati, sulla cosiddetta castrazione chimica.
Io credo che Stefania abbia citato il discorso come esempio di come si induca la regressione culturale. Io non sono una psicologa né un’addetta ai lavori, però credo di aver sentito centinaia di volte, in contesti serissimi ma persino nelle fiction, che chi compie violenza sessuale nella stragrande maggioranza dei casi non è mosso da libido, quanto dal desiderio di esercitare potere sull’altro.
Partendo da questo presupposto, senza voler fare psicologia da due soldi, ma usando solo la logica, io non credo che questo malsano, predatorio desiderio di schiacciare l’altro possa venire meno, solo perchè non è più possibile avere un’erezione soddisfacente. Anzi, io suppongo che la frustrazione per “lo sfogo” impossibile, non faccia che accrescere il desiderio di rivalsa, facendolo sfociare in atti violenti di diverso tipo, ma non meno gravi dello stupro.
Ma anche questo è un ragionamento già sentito, mi pare. Lo stesso Veltroni mi pare abbia detto “se funzionasse, perchè no”, e io penso che lui sapesse benissimo, dicendolo, che non funziona.
Se non è stato meglio spiegato, nè da lui nè dai suoi oppositori, è probabilmente perchè un po’ di sangue che scorre è da sempre un ottimo lubrificante per la macchina elettorale. Minacciare castrazioni, decapitazioni e autodafè è sempre stato di moda (e utile!) nei momenti bui della storia. Se non altro, a creare polverone, che non guasta mai.
(sul fatto di non mettere sullo stesso piano Veltroni, Berlusconi e la Santanchè invece non mi sento di darti torto. Non penso nemmeno fosse negli intenti di Stefania. Gli ultimi due sono decisamente inarrivabili, quanto a volgarità e demagogia, imprendibili.)
lucy detto
pur comprendendo che lo scippo subito dalle donne in ogni campo, da parte degli uomini, particolarmente bruciante in tema di aborto, può far dire cose molto dure, mi preme esprimere una nota di dissenso su ciò che dice sonia a proposito di chi, inabile, “in natura morrebbe comunque di fame”. grazie a dio, gli uomini hanno prodotto anche cultura nella loro storia: con il che non si sono salvati sempre dalla barbarie, anzi! la cultura ha sorretto e giustificato genocidi ripetuti e il conoscerli non ha liberato l’umanità dal rischio di rinnovarne la ferocia. tuttavia cultura è anche, sebbene meno appariscente e professorale, saper stare insieme, mettere in comune le esperienze di vita e, soprattutto, il coraggio di ammettere la fatica e il dolore che ci vogliono per vivere. questa cultura dell’accoglienza saprebbe come “nutrire” l’essere che in natura sarebbe condannato alla morte per fame.
dico ciò da una posizione di laicità totale, ma anche di ammirazione per chi, con umiltà, senza offendere e sfruttare in modo reazionario una conquista di civiltà quale è la 194, propone letture alternative.
stefania nardini detto
Mauro, non mi piace miscelare idee per poi dire “ammazza ammazza son tutti una razza!”.
Certe patologie psichiatriche, perché di questo si tratta, sono il risultato di contesti sociali. Il Nord Europa non é necessariamente un modello.
Poi se una persona sceglie la castrazione, o la pillola della felicità é una questione di scelte individuali. Ma é il principio punitivo che ha il sapore di tecniche medievali. Focault quando sostiene che la sfera del sesso muta in base a quello che noi chiamiamo potere, fa riferimento all’esigenza di approfondire cio’che viene facilmente relegato nell’ambito della follia. Quindi liquidato con forme di repressione, come accadeva fino a 30 anni fa nei manicomi. Io credo non ci voglia poi tanto a rendersi conto del come oggi l’individuo venga nutrito di messaggi sessuofobici.
E in questa nostra Italia, che adifferenza di tutti paesi europei, diede vita a una grande rivoluzione psichiatrica, ricorrere a pratiche del genere penso sia quanto meno regressivo.
Ma sai com’é si dimentica!
Grazie
s
Sonia da Macerata detto
Lucy cara,
comprendo come le mie parole possano in te suscitare spavento, ma io ti chiedo:se tu fossi madre che ha messo al mondo un figlio con”gravi”
disagi,e psichici e fisici.Fai un ulteriore sforzo e immedesimati in una situazione di tal genere:se questa madre che ipotizziamo sapesse con certezza di dover morire di lì a poco;se questa stessa madre non avesse al mondo nessuno a cui affidare questo figlio,per lei così fragile eppur così prezioso (prezioso).Se questo figlio dopo la di lei dipartita dovesse perire,lentamente,fra stenti indicibili(non è tanto lontano dalla realtà:mai sentito di madri e padri che s’ammazzano coi loro figli fragili?),allora,cosa penseresti di uno scenario simile?
Certo,io,lo ammetto ,esaspero un po’ le situazioni.ma leggeresti per me tutto il mio scritto?ad esempio, quel passo dove parlo del figlio di una coppia abitata dalla violenza?parlare del figlio di una donna stuprata può aiutare?come pensiamo che accolga nel suo grembo un tal seme.Lo nutrirà di odio, di dolore.Poi, quando vedrà la luce,dove saranno le carezze,i gesti di attaccamento che tal John Bowlby definì così essenziali per la salute psichica?certo,una società che non si dica barbara,dovrebbe poter tamponare e contenere tali eventualità.Ma,vedi mia cara amica,mi premeva con ciò sottolineare come ,mentre noi discettiamo sulla vita in potenza ,spesso dimentichiamo la vita già in essere…i due bambini di Gravina,tanto per citare l’attuale.Ma avremmo mille e più esempi.E in generale,credimi,avremmo io e te lo stesso sentire.solo non si può non vedere come la vita ogni tanto ci ponga di fronte ad un crocicchio .E non é detto che le scelte più difficili(qui prego leggasi :IVG) e più sofferte siano le peggiori.Poi noi potremo anche fingere che il mondo attuale è il migliore tra quelli possibili.Ma così non è.E mentre noi parliamo di chi non c’è,un altro bambino(questo già nato)sta già patendo sofferenze inenarrabili.Ma ,come ti prego di andare a leggere,una donna lo sa,lo sente(quasi sempre)se vita ha da essere.E ,credimi,la risposta è a tutt’oggi più positiva che negativa.In maniera esponenziale.
Grazie,comunque,Lucy,poichè mi hai dato la possibilità di spiegare un po’ meglio il mio pensiero.
Sonia da macerata
lucy detto
vedi, sonia, non mi costa alcuno sforzo vedere le cose dal tuo punto di vista: lo sforzo semmai lo devo fare per immaginare un diverso approccio, un altro orizzonte a cui tendere quando si parla di vita e di qualità della vita. anch’io ho brevemente detto qualcosa che forse ti è sfuggito: che temo che non ci sia possibilità di confronto con chi ha in disprezzo i già vivi sul tema dei non ancora nati.
la legge va difesa soprattutto da chi la impugna come una clava per i suoi scopi elettorali. poi però le va ri-costruito attorno un tessuto più solido di strutture di conforto sanitario e psicologico che spesso sono rimaste lettera morta, quando non sono state totalmente disattese.
la donna non può essere lasciata sola: il più delle volte arriva ad una decisione simile proprio perchè è sola. è sola anche quando la stuprano e poi quando indagano sulla violenza subita come se ne avesse parte.
purtroppo l’8 marzo è una festa per i fiorai, per le discoteche, per le pizzerie. e anche le donne, in questo, ci hanno la loro colpa.
stefania nardini detto
Sonia e Lucy. Esistono momenti della vita di una donna in cui il sostegno, l’aiuto, la solidarietà sono indispensabili.E sono un diritto.
Questo diritto non viene rispettato. In nome di un teatrino che si beffa di tutto cio’ che é il sociale, dunque di cio’ che é umano.
Le donne sono sempre sole. Sole quando affrontano la malattia, il cancro ad esempio. Grandi medici, grandi affermazioni, campagne di informazione. E poi? In ospedale senza un aiuto (perché é inutile sbandierare le isole felici che non sono lamaggioranza), la gestione del dopo sulla quale non mi va di soffermarmi. Sole quando vanno a farsi medicare dalle percosse rucevute da un uomo. Sole ad aspettare il “soccorso sanitario”. Sole quando si mette al mondo un figlio, oggi una scelta di grande coraggio che richiede anche certe disponibilità economiche.
Allora le leggi esistono. E magari non sono pessime. Vedete quelle sui Consultori ad esempio. Ma é l’organizzazione istituzionale che non funziona, che non risponde,vuoi perché tagliano i fondi, vuoi perché c’é un clima arreso. Il problema é ritrovare una tensione culturale e politica intorno a temi come questi. E’ riappropriarci tutti dei nostri diritti. Fare lo spot televisivo é una presa per i fondelli. Come lo sono le campagne di prevenzione. “Scusi dovrei fare il controllo al seno” dall’altra parte ” E’ urgente?”.
Era l’8 marzo. Dell’anno scorso. Non era urgente ma avevo un cancro!:-)
baci
stefania
Sonia da Macerata detto
Per i testi 22 e 23:
Lucy,hai centrato in pieno e risolto ciò che non mi riusciva di sciogliere!vedi,abbiamo lo stesso sentire,perché donne nel fondo del nostro essere..ed io lo sapevo,seppur inconsapevolmente..e sono perfettamente in sintonia con te proprio quando parli di scelte fatte dove si ha per compagna sempre e solo la solitudine.E il senso di ciò che ho scritto è tutto lì,nella “clava”,quella brandita
da chi non dovrebbe avere voce alcuna in capitolo..io scomodai la selezione naturale,esasperandola si,solo per dire che,mentre in altre specie la norma è che il maschio si accapigli con altri individui pari genere per avere diritto all’accoppiamento e poi ,una volta ottenuto,la femmina lo congedi,per la femmina umana ciò non vale.Anzi è l’opposto!!Ho avuto tanti cani femmine,sai,e ricordo che a tutte quante il maschio non gradito non avrebbe avuto mai accesso.Mai!
Potremmo dire altrettanto per noi donne?No..ma perchè?perchè ci autoisoliamo.Perchè deleghiamo a difesa delle nostre istanze proprio coloro che per natura son deputati a disattenderle.E Stefania ha proprio ragione di dire che la solitudine isola e paralizza la grandissima forza delle donne.Brava Stefania!hai detto in 3 parole quel che non mi è riuscito in 30 righe.E comunque la cosa di più vero conforto di questa corrispondenza è scoprire che esistono le donne ,quelle come voi,che non hanno bisogno di dirsi femministe per aver diritto di parlare di donne.
Ma vorrei ricordarmene giusto nella cabina elettorale,e ritrovarmi insieme a tante,donne come me e voi, donne pronte a punire tutti coloro che, da destra al centro sino a sinistra ,abbiano usato armi improprie(leggi ad es.:Ivg) per i loro fini abbietti.Tutti,indistintamente.Un abbraccio e ancora Grazie ragazze.
Sonia da macerata
nadia agustoni detto
Sottoscrivo le parole di Renata, lucida come sempre e vorrei ricordare qui l’appena avvenuta morte di Tina Lagostena Bassi , ecco il link
http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_04/lagostena_bassi_4b11d720-ea2e-11dc-b9a0-0003ba99c667.shtml
vbinaghi detto
@Sonia
“mentre in altre specie la norma è che il maschio si accapigli con altri individui pari genere per avere diritto all’accoppiamento e poi ,una volta ottenuto,la femmina lo congedi,per la femmina umana ciò non vale”
Questo perchè, dopo la conquista della posizione eretta, la prolificazione è un fatto culturale, e la cultura la garantisce, nella forma della famiglia. Ma forse la religione femminarda di Cibele, che fa capolino qua e là in questo thread, vuole rimetterci a quattro zampe.
Sarebbe bello se qualcuno/a si rendesse conto a quali deliri conduce questa usurpazione del sociale da parte dell’identità di genere. Ma, nel caso ciò non accadesse e questo è ciò che ci attende, meglio prepararsi alla bisogna.
Wilmaaa, dammi la clava!
vbinaghi detto
@Stefania
“Le donne sono sempre sole. Sole quando affrontano la malattia, il cancro ad esempio. Grandi medici, grandi affermazioni, campagne di informazione. E poi? In ospedale senza un aiuto.”
Sicura che questo accade alle donne in quanto donne e non all’utente in generale del sistema sanitario nazionale? Pensi che un maschio col cancro alla prostata si troverebbe meglio nella situazione? Se no, a che giova vittimizzare l’identità femminile in quanto tale, anche quando non è il caso?
Sonia da macerata detto
Caro Walter,
penso sia inutile dirti che,se leggi bene troverai scritto da qualche parte del mio testo “la femmina donna è all’estremo opposto”.E ho già spiegato alla Lucy il mio parlare iperbolico.stop
Deliri?Può essere comodo,per un lettore uomo che ti legga,può esser di conforto.Vedi ,caro Walter ,purtroppo il tuo approccio alla mia
è da uomo spaventato, ma di che ?di cosa si dibatte? di un utero,dei sentimenti di una donna in uno dei momenti più bui della propria vita,forse? di donne stuprate(oggi è morta,come qualcuno ha annunciato più indietro ,la grande TINA LAGOSTENA BASSI.ed io piango una vera donna,la piango sapendo che un pezzo di emancipazione la devo a lei.)
Ma se per delirio tu intendi la rabbia frustrante ed inespressa verso i signori giornalisti e politici uomini,beh..hai centrato il bersaglio.per il resto ,tranquillizziamoci.non è che si voglia tornare a una vita da quadrupedi:ciò mi serviva per far cogliere la differenza troppo estrema di condizione tra l’animale femmina e la femmina donna.Eccheunaviadimezzononsipuò?perchè dovremmo aver orrore dell’uomo a quattrozampe e non della donna- prona,scusa-se-insisto.Senza scomodare cibele.Semmai potremmo pensare piuttosto al prometeo il quale ruba il fuoco agli dei,ben consapevole della punizione che gli spetta.ed io ,,ahimè ne sono consapevole.ma tutto ciò è già più sterile di un utero senza tube.
A te la clava,a me (sic!e pensare che ho molti amici uomini e li amo tutti,e tutti mi amano..)l’utero.Senza velleità da neo femminista.ma da sola femmina.Un saluto e un abbraccio
Sonia da Macerata
Sonia da Macerata detto
Riprendo(a te ,caro Walter):
la posizione eretta è conquista ormai stabile ed indiscutile.ma la libertà ,l’ autonomia(vedi:etimo),l’individualità,essi subiscono e subiranno sempre attentati ed affronti.E non nei paesi meno sviluppati,o non solo.Accade in ogni paese che si dice civile di sentire discorsi raccapriccianti(ricordate il leghista ed il suo exploit-non ricordo bene il nome ,la memoria l’ha dovuto rimuovere per poter amare ancora la Lombardia..ma ricordo che c’entrava un calderon..carderol calderròcardellon,mah..-sull’immigrazione).
E non dimentichiamo che la stessa America,da cui noi mutuiamo gran parte degli usi e consuetudini,è la più grande contraddizione vivente:il paese dove si parla dei diritti di questa o quell’altra parte è il paese dove a tutt’oggi esiste ancora la pena capitale.
No, Walter,non me la sento di abbassare la guardia sui diritti femminili.Ma io non me la sento di abbassare la guardia sui diritti in generale..Putroppo l’ignoranza(come la cattiva politica e il cattivo giornalismo)è trasversale.non obbedisce a generi,appartenenze o altro.E’ l’idiozia,che spaventa.ma il più grande peccato in assoluto sarà,come ai tempi di Dante -l’ignavia- perché è un peccato ai danni dell’umanità.la libertà ha bisogno di una sentinella che monti guardia, senza turni.Ancora un saluto sincero.E rinnovasi l’abbraccio
Sonia da Macerata
Giovanni Nuscis detto
“…il cuore del problema è la regressione culturale…”
…che crea spesso anche vittime/carnefici, pure tra donne e bambini. Una spirale emulativa verso il basso, perché subire, talvolta, può portare a controbattere.
Vale per le donne ciò che dovrebbe valere per chiunque: evitare o ritrarsi decisamente dai contesti a rischio di violenza, anche se questo è difficile se non impossibile, specie nel contesto familiare e di lavoro. Ma la violenza va isolata. La vicinanza, le relazioni, i matrimoni coi violenti non s’hanno da fare, e se fatti, che si sciolgano, prima della metastasi. Ma chi si prende cura dei singoli, dei più fagili? Le famiglie, esse stesse, a volte, delle polveriere? Mancano, e lo sappiamo, strutture di sostegno a livello preventivo, per singoli e famiglie; ma soprattutto per i più fragili, ascoltandone la sofferenza e il disagio, dando poi assistenza, consigli, supporto concreto.
Grazie a Stefania, per il suo intervento.
Giovanni
Sonia da Macerata detto
A Nuscis:
Tu credi sia così facile svincolarsi da una unione cosiddetta violenta?
Vedi, mi è caro fare il paragone cogli animali.Essi difficilmente sono in grado di dissimulare la loro carica aggressiva. Se essa è alta,la si vede.L’uomo può fingere.E una donna può accorgersene magari proprio col concepimento,il quale può a volte divenire la causa scatenante di un primo episodio di violenza. Ed è una spirale che da lì può diventare un punto di non ritorno.Ma ,dico,avete qualche notizia sul grado di prostrazione psicologica a cui può giungere una donna sottoposta ad uno o più episodi di violenza?E secondo voi essa sarà in grado di chiedere aiuto al mondo esterno?Suvvia,é il paese di utopia,questo.
Ma qui,nella nostra realtà(quella dove dei bambini caduti da tempo in un pozzo vengono ritrovati solo per mezzo della caduta di un altro bambino..vermicino non insegna,niente),fatta di civiltà,vera,frammista a nova barbarie,dobbiamo avere dei principi di solidarietà molto più aderenti alla realtà.E spiace constatarlo.
Ma così è,anche se non vorremmo.UN saluto
Sonia da Macerata
stefania nardini detto
Intanto un pensiero a Tina, mia carissima amica. Tra l’altro non era malata,come hanno detto alcuni giornali. Domani i funerali alle 14,30 presso la chiesa di Piazza Ungheria a Roma.
Ho la sensazione che ci sia qualcosa da chiarire. Intanto quando Sonia dice che non bisogna essere femministe… Io femminista lo sono stata e lo sono cara Sonia. Diciamo che vorrei non esserlo più, ma questo é un’altra storia. Secondo me bisogna fare attenzione a relegare il femminismo nell’immagine a volte estrema che ha dato di sé. Negli anni ’70 l’estremismo era un modo per stare ancora di più fuori dal coro, una forma di trasgressione che ha avuto anche qualche merito.
Essere femminista significa dire tutto cio’ che é stato detto fin qui da molte donne. E non é una vergogna. Poi ci sono pure femministe che dicono stupidaggini.
La questione,senza andare troppo lontani, é la specificità femminile. Le donne sono diverse dagli uomini. E la nostra relazione con il corpo passa attraverso la storia,la cultura, il bello, il brutto,il male ,la gioia. Ma alla fine resta il nostro corpo dotato di alchimie inspiegabili, raccontato dal respiro, da una spiritualità ancestrale. Un corpo che, proprio perché é tutto questo diventa bersaglio, diventa preda, diventa esaltazione.
Ecco gli anni in cui le donne hanno preso politicamente coscienza di tutto questo sono stati gli anni in cui hanno preteso il diritto al rispetto, alla parità. Ma il fatto che questo messaggio sia stato esternalizzato dunque diventato politico, non sta a significare che la coscienza prima non c’era. Anzi. La coscienza delle donne é nella storia delle sante,delle streghe, nella pratica quotidiana, nelle culture di altre religioni, nelle donne che si sono guadagnate lo strumento della scrittura ed hanno finalmente comunicato il loro pensiero.
Sarebbe lungo citare, fare esempi. Ma un fatto é certo: le donne, nel terzo millennio, sono la grande scommessa. Al di là di quelle che propongono nei loro attegiamentimodelli maschili, o che fanno un uso del corpo come fosse merce da supermercato. E sono le donne pronte a scommetere, a deisderare di rimettersi in gioco, che devono riprendersi la parola. Per dare un contributo ai destini dell’umanità tutta, per dire che la parola potere non é da cancellare,ma da reinventare eliminando quelle componenti intrise di bieco maschilismo che non fanno bene a nessuno né a uomini né a donne.
Non éun caso se in una società in crisi come la nostra lo stupro si ripropone prepotentemente. L’annientamento culturale e politico crea mille impedimenti a chi vuole ribellarsi da condizioni di sottomissione. Paradossalmente era “piu’” facile vent’anni fa denunciare una violenza. Perché c’era meno solitudine.
E dico a Valter, é vero che siamo tutti soli, uomini e donne, nella malattia. Ma prova a immaginare per un istante, solo un istante, se quella malattia colpisce una parte di te che é in te, perché parte di te. E non mi dilungo sul significato del seno. Chi vi parla é tra le fortunate, ma in questa mia vicenda ho visto ragazze di trent’anni amputate e sole. Scusa Valter, altro che prostata! Comunque non é una gara sul dolore e sulla solitudine. Ma il tentativo di ribadire il concetto della specificità. Forse quel vecchio slogan che diceva “il nostro privato e’ politico” merita ancora qualche riflessione.
Un saluto affettuoso
Stefania
Stefania
Sonia da Macerata detto
A Stefania:
io concordo con te su tutto il punto 32.Solo ,quando io dico-da femmina,non femminista-intendo con ciò non farmi catalogare in uno spazio che,come tu dici per l’appunto,appartiene ad una determinata epoca ,a donne che hanno fatto un pezzo di storia nostra importante,donne che si sono esposte anche contro il parere di altre donne dell’epoca.Sarebbe facile dirsi oggi femminista.Io ho quasi 40 anni(classe ’69)ed ero piccina ,curiosa e attenta,ma pur sempre piccola.Oggi dirmi femminista sarebbe facile,ma poco credibile.E presterebbe il fianco a coloro che non vedono l’ora di definirci vetuste e nostalgiche.Io dico -sono femmina-femmina figlia e derivato di quel movimento,di donne che hanno partecipato,che erano in prima fila,che hanno provato sulla loro pelle la riprovazione sociale.Ma non mi arrocco, e non mi faccio scudo di un movimento.Oggi si deve portar con sè il bagaglio del femminismo,ma il sentire femminile ha da esser strisciante,pervasivo,incontrollabile proprio In quanto incatalogabile.Oggi ogni donna,anche senza dichiararsi femminista ,ha da sentirsi parte di una identità femminile colletiva,preservando comunque la propria individualità,le convinzioni politiche,quelle religiose.Essere femmina è una accezione più ampia.E oggi credo sia una scelta vincente.Senza dimenticare coloro che ci hanno consentito tale evoluzione,anzi serbandole gelosamente nel cuore,lì dove nessuno possa strumentalizzarne il loro sacrifizio per piegarlo a questo o quell’altro uso.Vuol essere quindi questo mia una dichiarazione d’amore filiale,di gratitudine infinita per le donne di quegli anni(e quindi anche verso te ,Stefania, che vi hai militato,grazie davvero!).Voglio dire:non relegarsi in un solo movimento farà si che il femminile non sia contenibile,arginabile,controllabile .Tutto qui.E la scelta del futuro sarà chiedere ,o pretendere all’uomo di camminare insieme verso il domani,scegliendo volta per volta , di comune accordo i vari percorsi.Purtroppo gli odierni accadimenti ci costringono a pensare che ancora molto c’é da fare,da costruire,perchè l’uomo diventi uno “straordinario compagno di viaggio”.Ma ce la faremo.Grazie
Sonia da macerata
Paolina detto
Credo cher tutti sappiano quel dato statistico secondo il quale il crimine più commesso nel mondo,sotto ogni latitudine ,è la violenza sulle donneChiediamoci perchè,diamone tutte le spiegazioni possibili e immaginabili,ma non cambia niente. Quel dato terribile rimane e la lotta contro i narcisisti perversi ( leggete Marie France Hirigoyen) è ancora lunga e difficile.
stefania nardini detto
Sonia avrai capito che il mio chiarimento non era affatto polemico. Tu, le donne della generazione successiva alla mia, non devono dire grazie a nessuno. Siamo noi. Donne. Ieri,oggi, domani.
Paolina la tua coniderazione é amara.
C’é un paese nel Messico, Ciudad Juarez, al confine, dove le donne vengono uccise dopo le sevizie. Si contano centinaia di omicidi.
E ogni giorno le vittime scampate, o donne che vivono nel terrore, portano avanti, anche in rete, la loro battaglia.
E’ inutile?
Vrindavan, in India, é la città dove le vedove ripudiate senza diritti né famiglia trovano rifugio. In india le vedove sono circa 40 milioni e non hanno più diritto a vivere.A Vrindavan aspettano la morte. Un gruppo si é organizzato. Chiede aiuto.
Che facciamo? Stiamo in silenzio?
Cambiare si puo’. Si deve.
Ciao
S
Sonia da Macerata detto
A Paolina:
l’unica cosa che ci può dar certezza che le cose per le donne non cambino(ma ciò è applicabile a tante altre condizioni esistenziali,non solo al femminile,come giustamente fece notare Valter Binaghi)è l’approccio rinunciatario al problema.sempre.
la storia c’insegna che una piccola breccia aperta su un muro è in grado di abbattere un fortilizio..la democrazia odierna(forse non il migliore dei mondi ,ma il più accettabile,guardando a ritroso) non è certo frutto del-tanto non cambia niente-.e mi piace comunque pensare che, ove anche le possibilità siano ridotte al lumicino,esse comunque esistono.
Il vero nemico del cambiamento non è colui che vi è avverso,ma l’agente del cambiamento stesso.I diritti non si acquisiscono alla nascita.Si conquistano;da donna ,da figlio,da studente, da lavoratore,ecc.
A Stefania:
non ho assolutamente ravvisato nella tua un intento polemico(ma se anche fosse stato?l’importante è parlarne,la parola è ancora oggi il punto di contatto),quanto io piuttosto ho sentito l’esigenza di spiegarmi meglio..e comunque ,l’intento era aprire un dibattito.ed è bello aver visto in questa sede l’intervento di diversi uomini.
Dissento da te dove tu dici che il mio grazie non è dovuto:il grazie tiene vivo il ricordo, il grazie sospinge via l’ignavia,l’inerzia.ci scrolla .un abbraccio
Sonia da macerata
masbar detto
Intervengo per la prima volta in questo blog sollecitata dall’argomento e dalla discussione che si è svilupata. Merito senza dubbio del bellissimo articolo di Stefania che ha detto cose molto vere e molto profonde.
Non avrei mai pensato di dovermi dichiarare femminista. Sono nata qualche anno dopo Stefania, e ho potuto godere dei frutti delle battaglie del femminismo, aiutata anche dal contesto sociale e culturale in cui ho vissuto: prima di tre sorelle, cresciuta in una famiglia dove mia madre faceva quello che nelle altre famiglie facevano i papà, educata da suore e maestre capaci, intelligenti e forti, in classi solo femminili fino alla terza media, non ho mai avuto la percezione di dover lottare per affermare i miei diritti: ho potuto studiare fino ai massimi livelli, viaggiare da sola sin da quando avevo sedici anni, fare liberamente le mie scelte di vita, senza essere condizionata dal fatto di essere donna e sentendomi sempre alla pari dei maschi. Avendo amiche nella stessa condizione, non mi rendevo probabilmente conto che le cose non stavano così per tutte o meglio pensavo che le conquiste ottenute grazie all’impegno delle donne dei decenni precedenti sarebbero durate per sempre e la loro estensione a tutte le altre donne era solo una questione di tempo e di crescita culturale. Inoltre, non essendo cresciuta in competizione con i maschi, li ho sempre considerati degli alleati e dei compagni di strada con i quali avremmo potuto costruire insieme una vita migliore per tutti.
Mi sbagliavo e come me credo si siano sbagliate molte donne della mia generazione, capaci, indipendenti, “realizzate”, come si dice, nella famiglia e nel lavoro. E forse proprio perché molte donne ce l’hanno fatta, proprio nel momento in cui hanno dimostrato di saperci fare e di poter contare qualcosa ecco che i loro diritti vengono messi in discussione.
Così ho cominciato a riflettere anche sulla mia storia personale e mi sono resa conto che quello che ho potuto fare, lo devo solamente alle mie forze e ad altre donne che mi hanno aiutata, oltre che a tutte le donne che hanno lottato per noi e per i nostri diritti. E sono diventata “femminista”, mi sono iscritta a una storica associazione di donne impegnate nel sostegno dell’educazione femminile e sono impegnata in mumerosi progetti per far conoscere la condizione delle donne nel mondo (nella mia professione mi occupo soprattutto di Africa e mondo arabo) e per far sentire le loro voci.
Scusatemi se ho parlato della mia esperienza personale, ma credo che il mio percorso sia comune a molte donne della mia generazione.
Barbara
CINZIA PIERANGELINI detto
p.s. Stefania:Tina Lagostena Bassi mi mancherà molto… anche se, purtroppo, non era amica mia…
Cristina detto
Rispondo in ritardo e forse non riuscirò ad essere del tutta “dentro il tema”, ma sono d’accordo, al di là dei singoli casi, sul fatto che i diritti delle donne spesso oggi vengano rimessi in discussione… per es. non è un diritto anche il lavoro, con la garanzia che possa essere pari, in grado e retribuzione, a quello degli uomini?
O bisogna non solo lavorare il doppio, ma restare sempre in seconda fila o se preferite “dietro le quinte”, perché la prima fila, quella più visibile, tocca già ad altri?!
Cristina
Maria Tiziana Lemme detto
La mimosa era un fiore rosso, e oggi si tinge di porpora. Cinque marzo 2008, sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Demetrio Altobelli, medico anestesista di Rieti che dopo aver narcotizzato cinque donne, nell’ospedale dove lavora, le fotografava in posizioni oscene, parti intime in primo piano. Denunciato, il processo in primo grado lo condanna a otto anni, diventano cinque per le attenuanti generiche. In appello patteggia col procuratore generale, come se si trattasse di un reato amministrativo: condanna a quattro anni. La sentenza gli offre l’ardire per ricorrere in Cassazione. Motivazione: dal momento che il secondo grado di giudizio ha non solo riconosciuto il patteggiamento, e finanche uno sconto di pena, mi proclamo innocente. Alle 19,30 del 5 marzo 2008 la Cassazione delibera: rigetto del ricorso, pagamento delle spese per la parte civile sia per il grado di appello che per la Cassazione. La vittoria ha breve esultanza. E’ probabile che il condannato sconti meno di tre anni, e che questi possano essere scontati usufruendo dell’affidamento del soggetto ai Servizi Sociali.
Porpora è quindi il colore della mimosa. Per me. Si rapprende ancora più di nero. Quale servizio nel sociale può apportare il condannato Demetrio Altobelli?
Tremano le vene nei polsi.
Sonia da Macerata detto
La Mimosa assume il colore di sangue rappreso..su una ferita che si prepara per l’avvento di mosche cadaverine …di magistrati come quelli del caso reatino..essi,proprio come le mosche,godono sulla vittima l’ultima parola..e l’ultima possibilità di cibarsi ispezionando la piaga- ferita-vagina di una donna,pensate,amici miei,è privilegio e possibilità riservata a loro!e mentre in una città come la mia o tante altre,un uomo che ruba un bracciale e collier si prende S-E-I
anni di detenzione..che tristezza..ma ora non più per le donne..è un dolore rivolto all’uomo..ad un maschio che non riesce ad emarginare,sanzionare,contenere i suoi pari genere,quelli che scambiano il saper essere col potere-avere (è fascino che richiede meno investimento a livello di energia mentale..).
Cosicché la parte sana del maschile non si rende cosciente che la parte malata sta metastatizzando e prima o poi fagociterà tutto.E l’epilogo..una lenta necrosi finale.La filosofia del “tutto scorre” deve farci pensare che nel suo scorrere un fiume porta via cose brutte e cose belle.E lo stupro, il bello di una donna se lo porta via per sempre.Una donna figlia-moglie-madre che cullerà il suo bimbo(un maschio,perchè no?) in un liquido amniotico grigio,folle,acido..uomini,realizzeranno mai che è in pericolo proprio il loro futuro..perchè il loro futuro lo lasciano nelle mani di folli e di stolti?E tu ,Tina cara ,la educatrice,quella che riusci a trarre fuori maieuticamente dall’uomo-maschio(suo malgrado)il bello,perché non ci sei più..spero tu abbia lasciato una qualche eredità tra le tue donne.Un saluto.Con la tua partenza anche un uomo è più solo,nel suo caos lavico-magmatico.Ma per me,e per voi e con voi,io non desisto,mai.
Un saluto
Sonia da Macerata
Renata detto
“Forse non tutti sanno che” la percentuale di coloro che muoiono di infarto una volta arrivati al pronto soccorso è maggiore tra le donne che tra gli uomini. I sintomi dell’infarto femminile sono infatti diversi da quelli dell’infarto maschile ma il protocollo di intervento è “tarato” su questi ultimi, e quindi a volte capita che l’infarto di una donna venga semplicemente non riconosciuto in quanto tale, in quanto non contemplato da una procedura che è pensata come se i corpi fossero solo maschili. Eh sì, si è tutti soli davanti la malattia. E a volte persino invisibili.
Detto tra noi: sarò post-femminista nel post-patriarcato.
besos, re
lucy detto
non solo ogni lettura al maschile rende un cattivo servizio alle donne, ma anche la tanto celebrata etica del sacrificio produce non meno danni. chissà quante donne sono indotte, e si autoinducono, a pensare che un dato malessere “non è niente”: magari da quegli stessi uomini che sono k.o. per un raffreddore!
Sonia da Macerata detto
E allora,cara Lucy,il malessere non gridato è un malessere inesistente..non c’è.finché noi saremo portate a credere che
tale condizione ci si legga in viso..non è possibile.troppo diversi i codici linguistici,troppo lo sono gli strumenti di
decodifica,tra maschile e femminile.Ma semplicemente e in generale ogni persona(e qui nessun genere specifico)ha dei canali di ricezione aperti a captar messaggi,non necessariamente in quel momento coincidono con quelli a cui il messaggio si dirige.e allora ,voglio dire:non è detto che il mio disagio sia realmente percepito (o percepito nella sua reale entità),in quel momento.Anche ove io ottenesssi conferma .Ed è per questo che bisognerà esperire
più e più tentativi,e in differenti maniere.o con differenti mezzi.E nell’avvento di una data che si carica ogni giorno in più di significati,auguro a tutte una condizione femminile piena da vivere,finalmente spesa nella consapevolezza.Auguri
Sonia da Macerata
stefania nardini detto
Ringrazio tutti per questa discussione che, spero vivamente, sia l’inizio di un dibattito più ampio.
Ancora una volta scrivere significa comunicare e per me l’occasione di imparare tante cose.
Ciao
Stefania
Sabina Corsaro detto
“L’8 marzo sarà giorno di lotta per salvarci dalla fame, per difendere il pane ai nostri figli, alle nostre famiglie, per difenderci dal freddo e dalla miseria…”.
Credo che non ci siano parole più significative per spiegare cosa significhi realmente ’8 marzo’. Bellissimo articolo, dove l’essere donne è scrutato con acuta intelligenza e profonda sensibilità, oltre che con lucida ricognizione storica.
Complimenti Stefania Nardini e grazie.
lucy detto
“adoperate la vostra libertà per promuovere la nostra”
aung san suu kyi
8 marzo 2008. Auguri, donne :-) | Ibrid@menti detto
[...] con BlogAction di Bologna, con L’Angolo Nero, con Buona Festa di eiochemipensavo, con Quando la mimosa era un fiore rosso su LaPoesiaeLoSpirito, con Donne non smettete di lottare di Bestio, Mimose di [...]
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