Provocazione in forma d’apologo 51
Posted by robertorossitesta on March 5, 2008
Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore, Erre scrive all’editore la seguente lettera, che potrà pure fungere da pre-
o postfazione:
“Egregio Dottor ***,
da anni la possibilità che lei mi offriva di pubblicare un romanzo nella sua collana erotica mi sembrava, se non proprio un’offesa, almeno un violento e beffardo contrappasso a tutto ciò in cui credevo e che andavo gridando: mi sembrava il sale gettato sulla coda all’uccello che vuole troppo cantare e saltare, al fine di appesantirlo, di farlo voltare a leccarsi, di confonderlo nella schiera anonima di tutti gli altri pennuti.
Ma la lingua, dài oggi e dài domani, batte pur sempre dove il dente duole, sia che si parli d’altro, sia che, soprattutto, si rimanga in sdegnoso silenzio.
Persino quando il dente non duole nemmeno più, dando quella sensazione squisita che dava il dentino da latte che ciondolava, e che non si strappava con un gesto secco e preciso per prolungare di un poco il piacere, al termine del quale c’erano i complimenti del papà e della mamma, e il cinquecento lire d’argento portato dal topo in cambio del dente medesimo lasciato una notte sotto il cuscino.
Ora quei giochi sono finiti, non ci sono più denti da latte da perdere, la seconda dentizione è l’estrema, dopo quella arriva la morte; ma togliersi il dente talvolta equivale a vivere, non vivere meglio, ma nella verità, e forse ad entrare nella Realtà, secondo l’antica e grande preghiera; e allora comprendiamo con giusta gratitudine la necessità dell’occasione, aderiamo alla vecchia ambigua proposta e cerchiamo di mobilitare il sangue e la carne affinché dicano una buona volta la loro, prima che il fuoco li bruci. “.
Erre scrive le precedenti righe durante un trasloco, mentre i facchini vanno e vengono urtandolo; nella stanza alla fine c’è soltanto la sedia su cui egli siede, scrivendo con i fogli in precario equilibrio sulle ginocchia.
Quando smette di scrivere si tiene tutto in grembo, non avendo dove posarlo; e del resto il contatto con la carta e la penna è l’ultimo rimastogli, e non sa risolversi a lasciarlo.
Fa ruotare la penna tra il pollice e l’indice, in una specie di lenta carezza reciproca.












March 5, 2008 at 9:40 pm
“…cerchiamo di mobilitare il sangue e la carne affinché dicano una buona volta la loro, prima che il fuoco li bruci.“
Bel racconto, Roberto, e ben reso lo smobilitare e il ritrarsi della vita fino alla carezza estrema, tra quel che resta, e conta.
Giovanni
March 5, 2008 at 11:37 pm
Spesso mi chiedo se sia giusto raccogliere sfide soltanto come extrema ratio, come residua occasione di appiccarsi dentro l’incendio sempre evitato, ma infine ormai quasi desiderato. Forse sarebbe preferibile abbracciare in ogni momento la consunzione voluttuosa della miccia e la deflagrante libertà della dinamite…
Anche se il racconto non entusiasma, bella l’immagine dell’ultimo capoverso, sospesa e aperta al possibile.
March 6, 2008 at 8:11 am
Cari amici,
grazie per le vostre considerazioni.
A Marco: oggi sono d’accordo con te, quanto sopra rappresenta l’inizio e la fine di un lavoro scritto molti anni fa, in un momento la cui particolarità lo giustificava, se non altro ai miei occhi.
Certo, ora so che cercare per tutta la vita di evitare l’inevitabile non è detto che faccia vivere più a lungo, ma sicuramente fa vivere male, molto male.
Un caro saluto,
Roberto
March 6, 2008 at 12:39 pm
nell’ultimo paragrafo mi sembra di vederti….
ciao caro Roberto
carla
March 6, 2008 at 1:12 pm
“Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore…”
Caro Bob dica ad Erre da parte mia che (e non sono mai stata sicura di ciò come ora) deve un po’ rassegnarsi allo strano ed imbarazzante fatto che le cose ci scrivono molto più di quanto non siamo noi a scriverle. E che io quel suo libro lo leggerei volentieri con quella stessa davvero perturbante sensazione del dentino da latte che ciondola piacevolmente contro la punta della lingua che di proposito lo va a stuzzicare.
Sulle carezze fra pollici e indici e penne non mi pronuncio.
Erre in quanto braci sa il fatto suo.
March 6, 2008 at 1:42 pm
Care amiche,
la scrittura di quel libro da parte di Erre è stato, all’epoca, uno dei vari tentativi per non finire in manicomio: se la stava vedendo brutta davvero.
Poi in manicomio non ce l’hanno comunque voluto, dal momento che tanto, gli hanno detto, i matti veri stanno tutti fuori.
Quando gli sparsi lacerti delle carte e delle carni di Erre mi sono caduti fra le mani, tagliando e scegliendo, va da sé, ho messo di mio quel tanto di malizia che posseggo, e riguardo la quale non ho certo nulla da insegnarvi.
Un caro saluto,
Bob (magari, quello di Klee)