La Strada, di Cormac McCarthy
Posted by mbaldrati on March 6, 2008
di Mauro Baldrati
La strada è un libro già scritto. Perché è dentro di noi. L’autore, Cormac McCarthy, ha fatto come Michelangelo, ha eliminato la materia superflua per estrarre quella originaria. L’opera. Un testo che parla di paura, amore, morte, fuga, ignoto. Forse non è consigliabile per chi si trova in bilico sulla depressione, perché il senso di vuoto, di minaccia potrebbe compromettere un già precario equilibrio; oppure sì, è addirittura terapeutico perché una teoria afferma che la rappresentazione di un sentimento negativo può contribuire al suo superamento. E noi lettori in questo romanzo vaghiamo coi due protagonisti, un uomo, un padre, e un bambino, il figlio, in un mondo distrutto, senza luce, senza colori, un mondo morto, lungo una strada asfaltata che attraversa pianure brulle e spoglie, montagne coperte di una neve sporca, sotto una pioggia gelida, sferzati da un vento che solleva nubi di cenere. Perché tutto è bruciato, cauterizzato. La vita, animale e vegetale, è estinta. Restano i sopravvissuti all’apocalisse, spettri vestiti di stracci, come gli antichi lebbrosi, che vagano senza sosta alla ricerca ossessiva di residui di cibo, qualunque avanzo commestibile, e sono dediti al cannibalismo.
L’uomo e il bambino camminano per la strada, l’unico punto fermo col suo asfalto liquefatto dagli incendi e risolidificato dal gelo, portando un carrello da supermercato con qualche coperta, un telo di nylon per ripararsi dalla pioggia e dalla neve, poche scatole di cibo trovate qua e là, una pistola con due pallottole e la volontà incrollabile di raggiungere l’oceano, verso sud, per sfuggire all’inverno che avanza e alle bande di predoni cannibali che, come loro, camminano, emigrano, cercano.
Il bambino è indifeso, debole, ha fame, freddo, paura. Chiede protezione, come tutti i cuccioli, ha diritto alla protezione. Ma porta anche “la luce”, perché è l’unico che riesce a provare pietà per i disgraziati che incontra, che offre aiuto, che soffre per gli altri. Nel bambino vi è l’ultimo residuo di umanità e di speranza, l’ultima luce di vita nel mondo morto.
L’uomo ha come missione la protezione del bambino, trovare il cibo, difenderlo dai pericoli, cercare di rassicurarlo, scaldarlo quando ha freddo, vegliare su di lui. Non si tira indietro, mai, pensa a se stesso perché dalla sua sopravvivenza dipende la sopravvivenza del bambino. E’ malato, sputa sangue quando tossisce, perché l’aria non è più respirabile, gli spettri hanno mascherine luride sulla bocca per proteggersi dagli aerosol di cenere. Il suo tempo è limitato, lo sappiamo fin dalle prime pagine. Ma continua ad andare avanti, senza cedimenti, perché sa, e noi sappiamo con lui, che deve farcela finché il bambino, a sua volta, potrà farcela da solo. Vanno avanti di giorno in giorno, di ora in ora, perché il futuro è distrutto come segmento temporale, lo spazio e il tempo non hanno più senso. Forse vi è un piccolissimo segnale di vita nel mondo morto, una manciata di minuscoli funghi che l’uomo trova sotto la cenere, funghi vivi, commestibili, ma non vi sono altre tracce di vita, solo rifiuti, vecchie scatole, sacchi di farina mummificata da raschiare col coltello, cadaveri rinsecchiti nelle case distrutte e razziate, abbandonati sui bordi delle strade, negli abitacoli delle auto carbonizzate .
Quando l’ansia sembra raggiungere il culmine, e non vi è più cibo, né acqua, né energia, e la morte appare inevitabile, arrivano momenti di pace, di ristoro. Trovano un bunker sotterraneo pieno di cibi conservati e combustibile che qualcuno ha allestito prima dell’apocalisse, nell’illusione di nascondersi e sopravvivere. “Possiamo restare qui papà?” chiede il bambino. Per poco, solo per poco risponde l’uomo in uno dei tanti dialoghi dalla veste grafica eccentrica, senza lineette, sciolti nel testo, perché prima o poi una banda di predoni-spettri arriverebbe e per loro sarebbe la fine. E noi viviamo la speranza del bambino, la sua voglia di riposo, di calore, che alterniamo col senso di responsabilità dell’uomo, la sua nozione del pericolo, la sua necessità di fare delle scelte. Siamo figli e siamo padri, deboli e forti, spaventati e determinati su quella strada che si perde nell’ignoto.

















Gaja said
Bellissima lettura la tua, Mauro, di un romanzo stupendo, apocalittico. Dove, a mio avviso, McCarthy si esprime al suo meglio.
Questa lunga marcia di padre e figlio mi ricorda un paio di romanzi di Stephen King (con le dovute riserve e i doverosi distinguo): “Le ultime notti di Salem” e “L’ombra dello scorpione”.
Anche lì l’atmosfera è apocalittica, da “day after”, anche lì l’aria è irrespirabile.
Ma quello che pone “La strada” di McCarthy più in alto – immensamente più in alto – dei libri kinghiani è, secondo me, ciò che non viene detto. Ciò che rimane a esplodere tra una parola scritta e l’altra, quello in cui – per l’appunto – il lettore sprofonda, da cui viene risucchiato.
Grazie per averne parlato, Mauro. Si percepisce nettamente l’enfasi, la partecipazione, la “passione” che ti ha suscitato questo romanzo.
Carla said
poi arrivo anche io, Mauro…
Valter Binaghi said
Bella recensione, essenziale e centrata, di un’autentico capolavoro.
Carla said
hai fatto una recensione concisa e precisa del contenuto essenziale del libro, condivido tutto, e soprattutto quella frase finale dove sottolinei: siamo figli e siamo padri, deboli e forti, spaventati e determinati su quella strada che si perde nell’ignoto.
Paolo Cacciolati said
Grande Mauro, in poche righe hai saputo cogliere l’essenza del libro.
nadia agustoni said
Confesso che non ho ancora letto il libro ma continuo a leggere recensioni entusiaste e quindi lo leggerò.
“Siamo figli e siamo padri, deboli e forti, spaventati e determinati su quella strada che si perde nell’ignoto.”
Sottoscrivo.
Massimo Maugeri said
Ottima recensione, Mauro. Complimenti! E ottimo libro.
Credo che vincerà questo gioco che ho proposto su Letteratitudine (sebbene io stia sostenendo “Everyman” di Philip Roth):
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/03/04/eleggiamo-il-libro-dellanno-2007/
cletus said
divorato in fra un sabato e una domenica di qualche mese fa. Mai il fascino della fascetta fu più perverso…la parola magica Pulitzer che campeggiava sulla stessa, mi ha incuriosito. Iniziato, non sono più stato in grado di interromperlo. E forse proprio perchè va a toccare in quel territorio che alberga in ognuno di noi, dove i retaggi ancestrali della paura si innervano con una versione attualizzata e disperata dell’impeto a vivere. Verrebbe da dire, un testo sulla poesia biologica, prim’ancora che la scarna cronaca di un day-after qualsiasi, prossimo venturo. Bella rece, Baldrus !
mauro baldrati said
Grazie a tutti. Sì, questo libro mi ha colpito come non mi accadeva da anni di letture.
stefania nardini said
Complimenti Mauro, sei riuscito ad esprimere cio’ che questo libro provoca a chi lo legge. Turbamento ma anche il desiderio della speranza.
rs said
se mac carthy riesce a mettere d’accordo anche baldrati e binaghi, c’è del genio.
saluti,
rs
Giorgio said
Bella lettura, Mauro. Sono grato anch’io all’essenzialità e profondità, alla pulizia della scrittura di questo libro, che mi fece interrompere un periodo di non-lettura.
lorpat said
Fuori piove, la gatta è sul termosifone, e adesso anche il vento, come si dice da queste parti, “ha smesso di tirare”.
Non avendo altro da fare, apro il libro a caso e scelgo una frase da leggere.
Vediamo cosa salta fuori.
Siamo a pagina 121.
“Si alzarono, misero via i bicchieri e il resto dei cracker. L’uomo ammucchiò le coperte sul carrello, assicurò bene il telo di plastica e rimase a guardare il bambino. Cosa c’è?, disse il bambino.
Lo so che pensavi che stessimo per morire.
Infatti.
E invece non siamo morti.
No.
Bene.
Ti posso chiedere una cosa?
Certo.
Se fossi un uccello, potrei volare abbastanza in alto da vedere il sole?
Sì.
Lo sapevo. Sarebbe uno sballo.
Eh sì. Sei pronto?
Sì.
L’uomo si fermò. Che fine ha fatto il flauto?
L’ho buttato via.
L’hai buttato via?
Sì.
Ok.
Ok.
Nel lungo crepuscolo livido attraversarono un fiume, si fermarono e si sporsero dal parapetto di calcestruzzo a guardare l’acqua che scorreva lenta e senza vita sotto di loro. A valle, sopra la cappa di fuliggine, si disegnavano i contorni di una città bruciata, come un fondale di garza nera. La videro di nuovo appena fece buio, mentre spingevano il pesante carrello su per una lunga china e si fermarono a riposare e l’uomo girò il carrello di traverso per evitare che rotolasse giù. Avevano gli occhi cerchiati di nero, e in corrispondenza della bocca le mascherine erano già grigie. Si sedettero nella cenere sul bordo della strada e”.
Consiglio questo giochino a tutti. Ma, attenzione,funziona soltanto con i capolavori!
lisa said
Di sicuro il più bel libro che ho avuto fra le mani negli ultimi tempi. La scrittura di maccarthy è eccezionale in questo libro.
bella la lettura di baldrati.
grazie
lisa
lisa said
mcCarthy.. scusate mi è scappata una a
lisa
Plessus said
La copertina rigida fa “pof!” e La strada è chiusa. Tra le dita aperte della mano rimasta pensierosa sulla quarta di copertina scivola via e si esaurisce subito un sospirone nato sotto le coperte. La luce rimane accesa una manciata di secondi in più, deferenza necessaria al piccolo gesto di riporre il Libro sul comodino. Gli conquisto centimetri fra occhiali, orologio, mp3 e la foto di Chaltu. V.M.18 si fa più in là da solo, col segnalibro rigido infilato a metà testo che urta l’abat-jour provocando vibrazioni alla figura geometrica chiaroscura stampata sul soffitto.
Complimenti per il post, Mauro, appassionato e sentito, come dice Gaja.
Non credo neanch’io sia un libro per tutti. Certamente non per temperamenti fragili, né per chi ama una prosa raffinata, pretenziosa, depurata da sequenze shock. Mi domando poi se un credente riesce a trovare la luce di dio tra le pieghe vivide della lettura.
E’ infatti uno dei romanzi più disperati che abbia mai letto, non ricordo nella prosa un aggettivo che possa aver illuminato la lettura con una luce di speranza.
Tragico e Bellissimo.
Non sono d’accordo, invece e se permetti, solo quando ti riferisci alla necessità di fare delle scelte, da parte dell’uomo.
Quali? Non ne hanno, di scelte, né l’uomo, né il bambino. Tutte le opzioni sono bruciate da tempo, come il paesaggio, pieno di privazioni come il padre e il figlio, ossimori di ciò che sta loro intorno. Il sole, la più potente assicurazione della speranza stipulata dal pianeta per i suoi abitanti umani, animali, vegetali e minerali, è sparito. Il camminare piano e un dialogare secco come l’erba intorno sono le uniche due cose alle quali padre e figlio possono dedicarsi, le uniche forme di sopravvivenza riservate loro. L’alternativa è lasciarsi morire da fermi, di freddo e di inedia.
Ho già avuto modo e onore di esporre qualche modesta riflessione sul premio Pulitzer 2007 per la letteratura su altri siti, e, davvero, alcune scene del libro si sono annidate nella memoria e camminano con me, per la strada.
Gaja said
Aggiungo una cosa che il commento di Plessus mi ha fatto venire in mente: del tuo post, della visceralità che si percepisce nel tuo post, Mauro, io ho amato particolarmente l’incipit: “La strada è un libro già scritto. Perché è dentro di noi. L’autore, Cormac McCarthy, ha fatto come Michelangelo, ha eliminato la materia superflua per estrarre quella originaria. L’opera.”
Magnifico.
Vorrei prendermi un piccolissimo spazio per ricordare chi ha reso fruibile quest’opera immensa in italiano, e cioè la sua traduttrice Martina Testa.
Se tutti noi, che abbiamo letto e amato McCarthy, siamo qui a parlare della sua prosa, ci siamo cibati delle sue parole asciutte e delle sue atmosfere apocalittiche, il merito va a chi fa un lavoro oscuro ma preziosissimo come quello del traduttore letterario. Una professione sfiancante e prosciugante, ma creativa e necessaria per chi crede che il “food for thought” sia il nutrimento principale dell’essere umano.
Non è una difesa della categoria – io mi sono sempre considerata più scrittrice che traduttrice – eppure dopo circa trenta libri tradotti, e una quotidianità talora nauseante e dai ritmi disumani, mi sono accorta che questo lavoro di artigianato ti si appiccica addosso e quasi non ne puoi più fare a meno…
Complimenti a Martina Testa e un altro abbraccio a te, Mauro, che hai saputo raccontare la tua passione.
mauro baldrati said
@Plessus
L’uomo è costretto a fare delle scelte. Quando trovano il bunker il bambino vorrebbe fermarsi, hanno scorte di cibo, di combustibile, sono al riparo dalle intemperie, ma l’uomo decide che è troppo pericoloso; bisogna abbandonare il rifugio e tornare sulla strada. Oppure quando incontrano il bambino sperduto: il bambino prova pietà, forse solidarietà, vorrebbe portarlo con loro, ma l’uomo deve decidere che non è possibile; lo stesso col vecchio solitario e stremato, oppure col ladro che abbandona sulla strada nudo, moribondo, suscitando la disperazione del bambino. Sono scelte per la sopravvivenza, anche se vivono alla giornata.
Grazie a tutti.
Gaja, doverose le tue osservazioni sulla traduzione. Talvolta rimango basito confrontando diverse traduzioni di testi (per esempio i poeti, Rimbaud, Baudelaire), cambia tutto.
Gaja said
Mauro, avevo scritto un commento più bello e più lungo sulla traduzione, ma evidentemente wordpress se l’è mangiato… mannaggia. Ne farò un post, credo.
Sì, hai ragione: diversi i traduttori, diverse le sensibilità.
Un abbraccio a te.
Gaja said
Vorrei aggiungere un commento che la lettura delle considerazioni di Plessus mi ha fatto venire in mente. La visceralità che hai messo nella scrittura di questo post, la tua passione, la tua intima tragedia si percepisce nettamente nell’incipit del tuo articolo, che ho trovato deflagrante: “La strada è un libro già scritto. Perché è dentro di noi. L’autore, Cormac McCarthy, ha fatto come Michelangelo, ha eliminato la materia superflua per estrarre quella originaria. L’opera.” E non a caso la fisicità della tua scrittura trova una rispondenza nell’artista che hai citato.
Vorrei prendere un piccolo spazio per citare la persona che ha reso fruibile in italiano questo splendido libro. Se tutti noi siamo qui a cibarci delle parole di McCarthy, ad arricchirci della sua prosa, a respirare le sue atmosfere asfittiche e apocalittiche, a fremere (che bel verbo, fremere, non trovate?) con il padre e con il figlio, ad assaporare i toni e le sfumature dello stile di questo magnifico scrittore, il merito va a Martina Testa.
Quello del traduttore letterario è un lavoro oscuro, talvolta di una quotidianità nauseante, e prosciugante – a causa dei ritmi disumani che ci vengono imposti -, e di tanto in tanto anche odioso (non sempre, anzi, quasi mai si traducono capolavori): eppure necessario, prezioso, imprescindibile e creativo.
Non parlo per difendere la categoria: io mi sono sempre considerata più scrittrice che traduttrice, eppure ormai, dopo circa trenta libri tradotti, mi sono accorta che questo lavoro di artigianato, quest’opera di cesello mi si è in qualche modo appiccicata addosso, come un amore che tuo malgrado ti ha invaso il cuore, come se mi fossi resa conto d’un tratto che la traduzione porge a noi affamati di letteratura quel “food for thought” di cui abbiamo bisogno per nutrire la nostra umanità.
Complimenti a Martina Testa e di nuovo complimenti anche a te, Mauro, per la tua passione.
giulia said
Un libro molto bello che anch’io ho da poco recensito e che mi ha fatto molto pensare, Giulia
odradek said
Perfetto l’incipit, Mauro
La sensazione di un disvelamento attraverso la sottrazione e la scarnificazione sino al congiungimento con un grumo di indicibile realtà che ci anima(quante cose hai “sentito”, leggendolo, apparentemente assenti dalla pagina…) è fondamentale.
L’ho comperato appena è uscito,
Leggevo catturato dal testo, completamente immerso nel suo spazio, respirando al suo ritmo, come non m’accadeva da anni.
Non d’un futuro possibile ed apocalittico leggevo, ma del presente, delle assurde e inconciliabili distanze tra il quotidiano e la nostra natura più intima: la catastrofe misteriosa, che non viene mai descritta, non è lo scenario futuro nel quale si muovono i due personaggi.
La catastrofe è in atto: la strada è quella che percorriamo ogni giorno.
Ed è vero quel che ricorda Gaja:la traduzione è ottima.
elio said
Comperato sulla scorta delle iperboli lette in rete, mi ha leggermente deluso.
Alessandro Ansuini said
io lo sto leggendo, sono a metà, a me ha molto colpito la madre che si uccide, nelle prime pagine. la scelta della madre. in questa bella recensione non ho trovato cenni a quel gesto che a me appare simbolico di qualcosa, magari più avanti nella lettura. o forse no? E’ terribile come fa uscire di scena la madre, se è tutto lì.