Maurizio Spinali, da “Un anno la luna”.
Posted by fabrizio centofanti on March 6, 2008
Prefazione di Davide Rondoni
Una radicale urgenza di poesia, come se fosse lei l’unica a rendere possibile, vivibile uno sguardo stupito e tremendo, dolce e feroce. Come se fosse lei, e solo lei, la poesia, a far sopravvivere guardando.
Il lavoro di Spinali sta andando in una direzione che sarà al tempo stesso di conferma e di smentita. Sta portando la sua poesia ai confini, ai propri termini ultimi.
Quando la poesia, per intenderci, tende a somigliare al resoconto di un videoclip, e lì, in quelle luci di cielo e di città, di angoli intimi e di panorami urbani che mozzano il respiro, sembra lei infine esaltarsi e perdersi. Insomma sta portando la poesia dove deve andare, al momento in cui per così dire non gliene frega più niente di essere poesia, ma vive solo per la sua fame, per la sua brama di reale. Così come nei bellissimi saggi di C.S. Lewis si parla genialmente di Omero come di un cane che fiuta e ha fame della realtà.
Dunque tende là, la voce di Spinali, dove la poesia potrebbe cessare di essere se stessa e mescolarsi confondersi e sparire in una canzone alla Bruce Springsteen o in un quadro metropolitano di Recalcati. E in questo va incontro a una specie di riuscita. Non solo per i molti momenti convincenti di questo esordio, come vedo in certi stacchi, ad esempio in un bel testo come “Corone”, o certe cadenze di “Pensieri, notte, muratori”. Ma riuscita di vocazione, intendo. Poiché lei, la poesia, si avvera quando non ha più niente da perdere, da difendere, quando non rivendica più nulla per sé.
Eppure Spinali sta andando – per sua fortuna – anche verso una smentita. Verso una contraddizione che gli arriverà, presento e spero, molto presto nei versi e prima ancora nel sangue e in mente. La smentita della poesia che su quel limite del proprio sperdimento sfolgora nella propria irriducibilità. Nella sua poverissima e magnifica regalità. Convocando tutti i suoi materiali, bruciando i suoi fienili, tirando dai suoi pozzi e dagli scavi, la materia che la fa essere se stessa e non altro.
In hac verbi copula stupet omnis regula, dicevano gli antichi inni. In quella stupefazione delle regole – che non è una mancanza delle stesse, della loro tradizione – si consuma la gloria della poesia, e la possibilità di diventare non l’unica lingua per guardare il mondo, ma opera, lavoro e memoria che dona uno speciale ultrasuono a tutte le lingue veramente vive di un uomo e del mondo. Felicemente e pensosamente proteso a tale riuscita e smentita, Spinali sta lavorando al livello giusto.
***
Ubriachi
Giro per la notte
le parole portate via. Mi scopro
a sognare con gli occhi di un ubriaco
senza lingua
non vede
tra la strada di notte
e il buio del cielo
distanza.
La luna spalancata nella bocca,
rimangono le stelle ad applaudire
a mezz’aria la sua danza notturna.
***
Fuori casa
Spegnere le parole come quando
hai spento tutte le luci e rimani
tu solo nel silenzio della casa.
Non senti che i ronzii del sottofondo
non sai se sei
nel corridoio o nel
buio
che fa pulsare a una
a una tutte
le stelle.
***
Bar della stazione
Se arrivi, non lo danno a vedere,
ma il loro fiutarti va via lontano
tu non sei più
quello che eri.
Allora il caffè lo butti giù
come non ci sia nulla
ma il collo te lo prende sconfinata
un’attrazione per l’aria del bar
che tutti quegli occhi intorno
mettono.
Ci sono, eccoli.
E respiri, respiri
come un cane davanti a casa,
annusi che sia tutto
quello che è.
Insieme, insieme o mai più
ti scende questa preghiera nella gola.
***
Luna
È notte,
le voci bianche e piene della luna
scendono sulle teste nelle bocche:
allora si fa mano il suo chiarore
scende a stringerci i polsi come una
perduta corda.
La guardiamo per chiederle la parola
l’unica che sentiamo
e che non sappiamo
neppure nella notte così nostra
chiara
pronunciare.
***
Corone
Alzati sulla terrazza,
come le due braccia
di chi ha vinto
e non è solo
e la sente sua
azzurra la corona
del cielo intorno.
Tra poco
come un invito sarà notte
e noi:
abbagliati dal ridere insieme
dal saluto serale della piazza
prima del rientro
prima della camera
del mondo perdiamo
il nodo.
***
Città del Carlì
L’acqua che sbatte
ad ondate
lasciando le barche
aggrapparsi
ad un filo
«è una cosa che non ha mai avuto nome
come la storia di chi ora la guarda»
la strana guida che esce
dalla porta sul porto non dice altro
in basso il piccolo riparo il ristorante tipico all’angolo
non cerca niente poi volta
lo sguardo chiamato da una donna
affondata tanti anni fa nella città del Carlì
o battito dopo battito nel suo petto
«là sotto c’è un campanile nell’acqua
in questi schietti giorni batte e ribatte
ad ore sconosciute
si prende qualche vita nel buio
più buio, giù»
poi arriva qualcuno, emerge dal ricordo di un’auto
straniera cerca il sole di agosto finito
chissà dove. Si ferma,
si aggrappa dove riesce
alle braccia del bambino che ha portato fin
qui. Alla luce
che scivola sull’acqua
sbatte le ciglia lui
è quella cosa che ad ondate chiama
«e resta senza nome»
***
Via Crucis
Apriti costato
apriti lago.
Inginocchiàti gli occhi curva dopo
curva ti vedono, ti fanno loro.
Ecco le vele
la morte allontanata ad ogni colpo
di vento. Ma è ancora questo il tempo
di un vangelo che crocefigge e sfugge
il risorto il nascosto appena
un tornante più in là.
Tu, lago, offriti ancora su questa via crucis
presa al contrario trovata per caso,
fatti costato e ricordo
spalancate le braccia al cielo chiama
a versare gli occhi nell’onda aperta
chi dall’alto si fa prossimo a te.

















Marco Guzzi said
Bei testi, carissimo Maurizio.
In questo silenzio di tutte le parole, in questo punto estremo dell’anima, in cui cresce la voglia di andare via, altre visioni, altre stelle sorgono da orizzonti inceneriti.
Auguri
Marco Guzzi
Carlo Susa said
Più leggo le tue poesie, più mi stupisco di quanto mistero ci sia nei luoghi, nei volti, negli oggetti che si crede di conoscere. Talvolta, quando si va in giro senza assilli particolari, capita di venire rapiti, attraverso lo sguardo, da ciò che ci si trova davanti e intorno. Si è rapiti per qualche istante; qualche istante fuori dalla storia, in cui – prima e dopo – non si capisce se non si vive, oppure si vive solo lì…
Carlo