La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Mi manchi

Posted by eziotarantino on March 8, 2008

un racconto (per l’8 marzo?) di Ezio Tarantino

1

“Piove. Non funziona niente”, disse Michela.
“Come dici?”
Michela chiuse le persiane, sporgendosi. Davide si aggiustò il maglione sulle spalle, davanti al portatile, poggiato sul tavolino di fronte al divano. Le chiese qualcosa da bere. “Di che tipo?”
Il rumore del liquido color del miele, viscoso e grasso, un blop con risacca e bolla d’aria, riempì il salone.
Davide riattizzò il fuoco del camino, inginocchiandosi. Guardò in direzione della moglie. Le chiese: “Vai a dormire?”
Lei rispose: “La senti la pioggia?”
Cadeva forte, a ondate.
“Vai a letto? La pioggia, sì, la sento.”
“Ora ci vado.”
Davide chiuse il portatile: “Avevi ragione.”
“Perché lampeggia quella spia?” domandò Michela.
Davide guardò la spia del ricevitore satellitare che in effetti lampeggiava.
“Non so”, rispose. Sorseggiarono simultaneamente. “Devo prendere il libretto.”
Rimasero lì a guardare. Lei gli si era avvicinata, con le braccia conserte. Guardarono finché la luce rossa non smise di lampeggiare.
“Fine”, disse lei. E aggiunse: “Strano, però.”
La luce andò poi via per circa dieci minuti durante i quali rimasero seduti sul divano davanti al camino acceso, all’inizio in silenzio.


L’allarme della macchina, fuori, non smetteva di suonare.
Michela disse, a bassa voce: “Va via la luce: è l’effetto che genera la causa.” “Come?”
“Piove talmente forte.” La pioggia veniva giù compatta.
“Versamene ancora. Non è tanto buono”, disse Davide, “però riscalda.”
“Ci deve essere un motivo. Però in effetti non esiste un motivo.”
Un ciocco di legna nel camino si sbriciolò sfavillando.
“L’effetto determina la causa”, riepilogò Davide, scettico. E pretese: “Esempio.”
“Esempio?” domandò Michela. La stanza si riempì di nuovo del blop-blop del liquore del color del miele che, oleoso, riempiva il fondo del bicchiere.
“Non ha retto. L’alta pressione”, la precedette lui. Lo disse come se la colla non avesse tenuto. E continuò: “Quando l’aria calda prende così velocemente il posto dell’aria fredda in inverno.”
“Il terremoto di Messina non fu pure a capodanno?”
“Il terremoto che c’entra? Mi devi un esempio.”
“La lampadina ha tremato. Ora va via la luce.”
“Allora?” Lui la guardò negli occhi tremanti della luce del camino.
“L’effetto: la luce va via. Ma la causa?”
“Attività paranormali o cose così?”
“Mettiamo.” Si strinse a lui. Lui cercò di adattarsi al suo corpo, per essere protettivo e allo stesso tempo mantenere una rigida equidistanza dal suo scetticismo, dal tono non sapeva ancora se ironico di lei, e dalla preoccupazione per una discussione futile che stava per andare in scena.
Davide ipotizzò: “Va via la luce perché se piove, e infatti piove, se è notte, ed è notte, se c’è il camino acceso, c’è un motivo che non ci sarebbe stato se non fosse poi andata via la luce.”
“C’è già. C’era già, ma è l’effetto a segnalare la sua presenza. Noi non lo percepivamo.”
“Teoria interessante.”
“Non mi prendere in giro.” Cercò di separarsi da lui, ma Davide la trattenne tirandola per i capelli.
“No, ho capito benissimo.” E tacque.
Davide sentì il palmo della mano farsi umido e solo allora notò che i capelli neri di Michela luccicavano di piccole gocce di pioggia raccolta quando si era sporta fuori per chiudere le persiane.
Stettero in silenzio qualche altro minuto, poi la luce tornò, allora Davide si alzò dal divano e andò a spegnerla. “Era meglio così”, e aggiunse: “Una cosa tipo: ora il camino manda a fuoco la casa ma meno male che c’è la pioggia che spegne l’incendio. La pioggia c’era già.”
“No.” Disse Michela.
“Perché no? Allora fai tu un esempio.”
“Ora ci penso.”
“La spia.” Disse Davide: tornata a lampeggiare. “E’ chiaro che vuole dirci qualcosa. Lì dentro succedono cose che noi non ci immaginiamo neanche.”
Sbottò, Michela, in un sorriso compiacente. “Ti sei segnato quello che c’è da comprare domani?”
“Quello che mi hai detto tu.”
“…” Michela si lamentò perché lui si sarebbe dimenticato sicuramente qualcosa.

“Significati ce ne sono molti, di tutti i tipi.” Disse lui.
“Non causa-effetto, voglio dire.”
“Allora cosa.”
“Prova a pensare al contrario”, disse Michela, “effetto-causa.”
“Piove – mi bagno: causa – effetto. Nuvole – vapore – piove: causa – effetto. Io la vedo così.”
“Perché, a te non sembra eccessiva tutta questa pioggia?”
Davide ci pensò e si concentrò sul rumore della pioggia. Qualcosa che avveniva fuori, ma era come se avesse qualche conseguenza dentro. Michela insistette: “Quando fuori piove così forte e noi qui dentro, non ti sembra che è come se ci voglia dire qualcosa? Come ci fosse qualcuno che ci stia domandando aiuto?”
“Chi?”
“Là fuori. Qualcuno o qualcosa. Non cambia niente, non lo so, la situazione. Qualcuno che non può parlare, che non ha modo di comunicare con noi. Altrimenti perché l’allarme è scattato?”
“Un tuono.”
“Io non l’ho sentito.”
“Tu non lo hai sentito. I sensori dell’allarme della macchina sì.”
“Versa da bere anche a me”, disse Michela.
“Insomma”, disse lui, “deve succedere qualcosa. Intendevi dire questo? Qualcosa che deve succedere perché piove, ma che spiega la funzione della pioggia: dal momento che qualcosa è successo la pioggia e il silenzio e tutto quanto ha un significato che è proprio quello che ha favorito – nessuno sa perché – quello che è successo. Perché l’allarme suona a sproposito, perché …”
“Perché noi ci dobbiamo stare attenti.”

Qualche minuto dopo Davide si alzò senza una ragione. Si trovò nel mezzo del salotto, al buio, davanti alle scale che portavano al piano superiore con una mano appoggiata alla ringhiera. Si sentiva come una traccia di un cd the best of, riascoltata tre o quattro volte di seguito: pieno di forze derivanti dalla grande conoscenza del mondo circostante e di Michela soprattutto. Michela era incinta, al nono mese, e faceva spesso quei discorsi. Specie di notte, specie nella casa in montagna, specie se fuori pioveva. Era di cattivo umore quando lì in montagna pioveva e non nevicava. La neve la faceva sentire protetta da qualsiasi minaccia. Come un germoglio che dormiva il lungo letargo invernale dei germogli.

La mattina successiva Michela ebbe delle contrazioni molto forti. Lui la osservava in piedi, di fronte al letto, immobile, come se qualcosa gli sfuggisse. Andò ad aprire la finestra. Entrò l’aria gelida e umida che lasciava sperare che la pioggia potesse trasformarsi presto in neve. Aspettò che passasse e le si avvicinò. “Non è ancora tempo”, disse e le citò quello che le aveva detto la ginecologa prima di partire da Roma.
Lei si accorse che aveva le mani arrossate. Vere e proprie bolle sui polsi fin quasi al gomito.
“Allergia. Ho lavato i piatti senza i guanti”, disse Davide.
“Hai bevuto troppo.”
“Quando?”
“Non devi bere.”
“Allergia.”
“Ci devi stare attento.” Si alzò dal letto. Si informò delle condizioni del tempo. “Ho dormito male”, disse.
“Vado a fare la spesa”, disse lui.
Scese le scale. Faceva freddo. Devo accendere il riscaldamento, si disse, ho fatto male a non lasciarlo acceso stanotte. Michela avrà avuto freddo, per questo ha dormito male. Stasera non lo spegnerò. Sentì il calore potenziale della sua generosità.

La sera cominciò a nevicare. Era il ventotto dicembre.

La notte di capodanno Michela chiese a Davide di essere portata a Roma, all’ospedale. Alle nove e quindici del primo gennaio nacque Mattia. In buona salute, malgrado l’anticipo.
Davide si trovò a casa da solo. Michela in clinica con il bambino e lui da solo a casa. Michela, senza di lui, lontana dal suo controllo, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Strano: riponeva una fiducia limitata in lei, ultimamente.
Lui, solo a casa, la mattina del due gennaio cercò di collegarsi ad internet senza riuscirci. Ma doveva essere colpa del portatile. Linea occupata. Non era occupata. Perché continuava a dirgli che la linea era occupata? Da chi? Pensò a quello che era successo nella casa di Ovindoli, qualche giorno prima. Quando aveva aperto con il cacciavite la scatola del decoder satellitare per capire perché la spia lampeggiasse e come avesse fatto impaurire Michela che aveva lanciato un urlo di orrore: “Gli omini del satellite: tutti morti.” Aveva detto. L’aveva richiusa, e si era dimenticato di stringere le viti. Quando poi Michela l’aveva presa in mano la scatola era caduta in terra: a Michela era rimasta in mano la calotta superiore. Sul pavimento il resto.
“Vediamo”, aveva detto lui, minimizzando il suo sbaglio. “Funziona?” aveva chiesto lei dopo qualche minuto. “Non lo so.” Ma lo sapeva: no.

2

Si versò da bere, ma nella casa di Roma versarsi da bere non assicurava lo stesso suono grasso. Da fuori arrivava il rumore del traffico attutito dai doppi vetri. Bevve un Havana club trovato nel frigorifero. Pensò che sarebbe dovuto andare dal meccanico a far riparare l’allarme della macchina. Da quella notte non aveva più funzionato. Si metteva a suonare senza alcuna ragione a qualunque ora del giorno e della notte.
La casa era pronta per accogliere Michela e Mattia. Controllava la stanza del bambino ogni due tre ore, come se nel tempo trascorso potesse essere intervenuto qualche cambiamento. Trovava le cose invece stranamente sempre al loro posto.
Dalla cucina c’erano quattordici passi fino alla camera di Mattia. Li avrebbe percorsi con il cuore gonfio di ansia, di gioia, di curiosità. Faceva le prove. Tredici era ancora possibile. Dodici, o meno, solo accelerando parecchio: avrebbe tradito la paura che qualcosa potesse essere successo, Michela lo avrebbe preso in giro.
La cameretta lievitava la propria disponibilità ad accogliere un nuovo esserino sudato e piangente con disciplinata accondiscendenza. Il calorifero riverniciato rilasciava ancora un gusto pungente che sapeva di buono, di nuovo. A lui non sarebbe dispiaciuto. A Mattia.

Michela e Mattia trattenute da una forza oscura lontano da lui concordavano un’alleanza. La vedeva così. Finché Mattia se ne stava a mollo nella oscenità liquida della placenta Davide non aveva avuto mai motivo di sentirsi estraneo. Anche perché Michela subiva la gravidanza e la neutralizzava. Nella divisione dei compiti familiari lui andava a fare la spesa, lui apriva il portatile e si collegava ad internet, lei portava il loro figlio nella pancia.
Ora era diverso. Mattia esisteva per entrambi. Per Michela non era più un peso, ma un alleato. Quei due stavano diventando pericolosi. La prova? La casa vuota, scivolata da giorni in un silenzio sporco, e una cameretta vuota e solo lui a guardarla, sentendosi estraneo ed inutile, mentre tutto avveniva da un’altra parte.
Michela per fortuna voleva tornare a lavorare il più presto possibile. Sapeva che un’assenza troppo lunga, in Telecom, avrebbe significato una sicura retrocessione nelle mansioni: proprio l’ultima cosa che desiderava. Anche per il bene del bambino, diceva. Non avrebbe potuto permettersi il minimo errore. Tutto ciò che ora aveva importanza era mantenere una posizione dominante, rifletté.

La mattina del quattro gennaio Michela e Mattia tornarono a casa.

La notte Davide si alzava per andare a controllare il respiro di Mattia. Non voleva che gli capitasse quello che era successo al decoder satellitare o all’allarme della macchina. Doveva stare attento.

3

Entrata in casa sentì il profumo caldo della colazione recente. Caffè, latte, pane tostato, burro.
Il ronzio intermittente delle pale della lavastoviglie in cucina era l’unico rumore. Fuori pioveva, e lei lasciò l’ombrello gocciolante fuori della porta, appoggiato al muro, si sfilò le scarpe e le lasciò nell’ingresso. Scalza, raggiunse il soggiorno, lasciò la posta e i giornali sul tavolo. Si sfilò il giaccone, che abbandonò sul divano. Il cielo grigio riempiva le finestre e si scioglieva in un chiarore che a lei non piaceva. La stanza, con il letto da rifare, emanava gli odori della notte. I vestiti del giorno prima ammonticchiati sulla sedia, o sopra il letto, spiegazzati, esitavano a chiudere un capitolo.
Calzò le pantofole, lasciate sotto il letto e sistemò alla meno peggio i pigiami e i giornali. Spalancò le finestre, inondando dei rumori del traffico lento l’appartamento. Faceva freddo.
Andò in bagno. Asciugamani in terra e spazzolini da denti sul bordo del lavandino. Il dopobarba di Davide aperto, la biancheria in terra, davanti alla lavatrice. Accese la radio. Finita la musica cominciarono a discutere di immigrazione.
Squillò il telefono, lasciò che scattasse la segreteria. Tornò in salotto, da un cassetto tirò fuori le sigarette di Davide, che non fumava più, e se ne accese una. Aspirò con gusto. Non avrebbe dovuto, ma una ogni tanto. Si sedette sul divano, con grazia, le gambe unite e discrete e lì rimase a fumare la sigaretta, guardando lo schermo scuro della televisione spenta.
Sul tappeto c’erano briciole, bucce di mandarino, le cartine delle caramelle e due giochini di Mattia. Avvicinò a sé tutto con la punta del piede limitandosi a raccogliere i giochi chinandosi con una certa difficoltà. Erano un sonaglio di un materiale morbido da mordere, che non avrebbe potuto escludere essere altamente cancerogeno, e una mela rossa di stoffa, con un paio di occhi azzurri e una bocca sdentata. Finita la sigaretta si alzò, con la stessa grazia di prima, sospirando. Squillò di nuovo il telefono. Dopo quindici secondi il cellulare. Con una corsetta raggiunse la borsa, lo tirò fuori, lesse chi la stava chiamando, pulì l’orecchio dai capelli e disse: “Mamma.” E dopo qualche secondo: “Ho capito.”
Dopo dieci minuti era di nuovo per strada, sotto la pioggia battente.

Salì nel palazzo di sua madre, la trovò già sul pianerottolo con Mattia pronto, infagottato, con le gote arrossate. “Scusa, devo proprio andarci”. “Figurati.” Prese in braccio il bambino, le voltò le spalle e scese le scale, senza aggiungere altro per sottolineare il senso di colpa di sua madre. O almeno se lo augurava.
Tornata a casa lasciò l’ombrello gocciolante fuori della porta, appoggiato al muro, si sfilò le scarpe e le lasciò nell’ingresso. Scalza, raggiunse il soggiorno, mise Mattia sul tappeto, andò a svuotare in cucina il posacenere, e disse a voce alta: “Per una volta che ti chiedo un favore.” Aveva lasciato la radio accesa, andò in bagno e la spense. Si guardò allo specchio, Mattia già piangeva, da solo nel salotto.
Lo raggiunse, si chinò sui talloni, lo carezzò, “mettiamoci al lavoro”, disse. Prima guardò fuori, per controllare la pioggia. L’inquilino del piano di sopra aveva cominciato a suonare il pianoforte, quello dell’appartamento accanto aveva acceso la televisione.
La pioggia veniva giù forte. Pensò all’amore di Davide, che la nascita di Mattia aveva reso generoso ed esatto.
La pioggia insistente però la infastidiva, la deconcentrava. Restava intatta la percezione avuta la sera di Natale, nella casa di montagna. Come se ci fossero significati che le venivano nascosti, ma solo fino a un certo punto. Qualcosa sarebbe dovuto accadere e la pioggia, assurda, esagerata, violenta, stava lì a significarlo prima che accadesse. Guardò Mattia calmarsi riluttante, come se piangere fosse stata di gran lunga l’occupazione più divertente. Si domandò se qualcosa in verità non fosse già successo, ma a lei fosse sfuggito. La nascita di Mattia per esempio: qualcosa avvenuta da sola. Mattia era fuoriuscito dalla pancia per sua iniziativa, se n’era andato come fosse una delle cose da farsi, non necessariamente quella indispensabile. Al dunque lei non si era fatta trovare pronta. Ora che aveva cinque mesi, non riusciva a convincersi di avere già dei ricordi da condividere con lui. Si lasciava trascinare da Mattia come se fosse lui a sapere cosa lei stessa avrebbe dovuto far diventare la sua vita.
Non avrebbe potuto lamentarsi di niente; le loro giornate si svolgevano senza errori o dimenticanze. Ogni scadenza veniva rispettata, ma senza un eccessivo controllo. Come se un mouse la spostasse di qua e di là sullo schermo delle sue giornate a lei non restava che lasciarsi trasportare dal flusso degli eventi, rispettoso per suo conto della griglia di obblighi e necessità di cui il bambino aveva bisogno.
Mattia aveva smesso di piangere. Se ne stava con gli occhi aperti a fissare il soffitto, imparando esattamente quella porzione di mondo.
A lei non restava che continuare a contemplare la sua crescita, a farsi assorbire dalla sua innata capacità di sentirsi un bersaglio mancato.
“Mi manchi”, infatti pensò.
Mi manchi.

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