La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Incontro con Gianni Celati (secondo tempo)

Posted by paolocacciolati on March 10, 2008

(la prima parte relativa all’incontro con Gianni Celati è stata pubblicata il 3 marzo)

Donna con sembianze di professoressa di liceo alza la mano e chiede: secondo lei, che senso ha la critica, dove va oggi la critica? E ancora: so che lei attualmente sta lavorando per Einaudi sui testi di Antonio Delfini, c’è vicinanza tra lei e Delfini?

Celati: E’ una bella domanda, adesso mi concentro per rispondere.
Dunque, ci sono questi che scrivono sul giornale che se la prendono ora con uno ora con l’altro, anch’io ho preso un sacco di legnate, specie da Goffredo Fofi, ora, spero, si sarà sfogato. Io non capisco chi scrive contro qualcuno o contro un libro, posso solo intuire che abbia bisogno di sfogarsi per un qualche suo problema.


Spesso il critico sembra porsi nei confronti del mondo come se fosse il Creatore, quando parla è come se parlasse Dio, che tutto sa e tutto regola. Comunque, la parola scrittore è sempre più pesante e personaggi come Delfini sono come dei santi. Parlare di Delfini è come parlare dell’amicizia con qualcuno. In lui ho ritrovato molte delle cose che mi interessavano, come l’attenzione per le piccole cose apparentemente di nessun senso. E poi il compendiarsi tra immaginazione e realtà.
Un tempo c’era la filosofia che era nata sul principio dell’amicizia. Io ho sempre scritto di altri autori come di amici, compagni di viaggio. Delfini lo è per tanti motivi, anche per la lingua e il tono che utilizzava nei suoi scritti.
Uno dei suoi racconti che più mi ha colpito è quello che parla di un uomo che si mette in testa di diventare scrittore-contrabbandiere. Forse è anche autobiografico.
Diventare uno scrittore vero e proprio richiede troppa ipocrisia e Delfini non ci è mai riuscito. Ha fatto varie cose, tra cui anche scrivere libri. Ma in vita non è mai stato riconosciuto come tale. Ecco che allora sorge la figura del contrabbandiere-scrittore, che è lì per fare vendetta. Per imbrogliare quegli ipocriti che pretendono che non ci sia nessun buco dentro di noi, nessun vuoto centrale, che tutto vada bene, quasi che costoro avessero dentro salda roccia e non un buco, come tutti.
Quindi, tornando alla prima domanda, la critica io la concepisco come un lavoro di affezione, vale solo se presuppone un rapporto di affetto con l’autore. Ha un senso se è un proporre ad altre persone la propria amicizia con quell’autore.

Altra donna con sembianze professorali domanda: cosa ne pensa delle passioni in rapporto alla scrittura, come entra il pathos nella letteratura? E lei? Che ne ha fatto delle sue passioni? (quest’ultima domanda accompagnata da un sorrisetto come malizioso, nda).

Celati: in passato ho seguito forti passioni carnali, e questo credo che filtri in alcuni libri. Io ho avuto una giovinezza di una foia carnale incontenibile.
Comunque, c’è la tendenza a pensare le passioni come una sorta di contenuto da mettere dentro un contenente. Io non so se è veramente così. Io non so se ho mai scritto di passioni. Però ho spesso discusso con Calvino a proposito del superamento dell’idea che io sono un uomo razionale, io non voglio essere un uomo razionale, ho sempre cercato di combattere questa idea. Non posso trasformare in un contenuto il vento che mi spinge. Per me l’autore che scrive volutamente di passioni non è sincero.
Passione deriva da una parola greca, che indica passività, mettersi in una condizione di ricevere. Ora invece la si usa come una sorta di contenuto che uno si porta dentro il cuore. Allora, io dico che è falsa tutta la retorica dell’essere appassionati, del perseguire le passioni in ciò che si scrive.
Prendiamo Moccia, tanto per non far nomi. Mi sembra un ottimo esempio del professionismo delle passioni. Poi c’è questa faccenda di sbandierare la gioia di vivere come una virtù. Dire di uno che ha la gioia di vivere è come ridurlo a una marionetta. Adesso funziona esibire che uno c’ha la gioia di vivere. C’è il consumo della gioia di vivere.
Mi stupisco anche dei ragazzi che in strada si danno dei grandi baci appassionati. Ho l’impressione che simulino quello che vedono nei film. Per me l’eros dovrebbe essere segreto, non esibito. Anche qui mi sembra che tutto si riduca a un processo di consumo. Siamo spinti continuamente a rinnovare i nostri consumi, anche nell’eros. Eppure è un ciclo ormai maturo, che è stato adottato intorno al ’20, naturalmente dagli americani. Forse siamo alla fine del ciclo, e in questa fase il sistema spinge sull’esteriorità, sulla spettacolarizzazione di tutto.
Consideriamo anche la progressiva perdita dell’intimità dei sentimenti. Ormai tutti, a partire dai giovani, sono esortati a mettere in piazza i propri sentimenti, come in queste volgari arene televisive. Anche qui c’è una progresssiva spettacolarizzazione che svuota il contenuto dei sentimenti.
Ma lo spettacolo non è solo alla televisione, al cinema, è una consuetudine che ormai è penetrata dentro di noi.
Quindi, tornando alla domanda sulle passioni, io credo che oggi ci sia una sola passione dominante, quella per il profitto. E’ la passione ufficiale, che sta dietro a ogni altra passione.

Si intromette l’Introduttore: e, sempre in tema di passioni, come la mettiamo con Le Comiche?

Celati. Il mio primo libro è nato in modo casuale. Quando si comincia a raccontare una storia non si sa da che parte iniziare.
Allora, io comincio da mio papà che era un lettore formidabile e ci teneva a trasmettermi questa sua passione solo che io da ragazzo non ne volevo sapere dei libri, avevo tutt’altro per la testa, così spesso lui si arrabbiava con me e volava tutto per aria.
Poi capitò che un amico di Pesaro, che faceva lo psichiatra e lavorava al manicomio, mi portasse le cose che scrivevano i matti . Bene, devo dire che io sento i matti come miei fratelli . Scrivevano delle cose bellissime. Uno componeva sonetti, un altro aveva fondato un giornale per il manicomio, insomma erano molto meglio di tanti scrittori. Quella fu la prima letteratura ad appassionarmi.
In seguito partii per il servizio militare e in caserma mi ammalai di epatite. Iniziai a scrivere durante la convalescenza, feci degli esperimenti di scrittura ancora pensando a quel materiale dei matti.
Comunque scrissi più che altro delle specie di poesie, che finirono in mano a Adriano Spatola, un poeta d’avanguardia. Adriano mi pubblicò le poesie, o meglio gli esperimenti di poesia, su una rivista letteraria di Napoli, “Uomini e libri”. Quelle pagine piacquero a Italo Calvino e a Giorgio Manganelli. Loro furono i miei mentori e dopo pochi anni, nel ’71, grazie a Calvino uscì il libro.
In breve, era successo che Calvino tutto entusiasta mi aveva chiamato a Torino confidandomi che alla Einaudi erano interessati  pubblicare quello che avevo scritto. Ma a una condizione: dovevo levare tutte le porcherie pornografiche di cui dicevano esser pieno il libro.
In un primo momento ho accettato, ho riscritto il libro tirando via le porcherie e in effetti il libro è stato pubblicato. Solo che non mi piaceva più. Così in un secondo tempo l’ho riscritto, rimettendoci dentro le porcherie.
Lo so, questa cosa può anche sembrare infantile, ma ogni tanto occorre anche accettare l’infantilismo che è in noi, come uno sfogo, del resto anche Robert Walser, che mi piace molto, aveva questa sorta di infantilismo, e Walser ha ispirato gente come Kafka, Musil.
Io credo che l’infantilismo non dovremmo mai perderlo per strada.

4 Responses to “Incontro con Gianni Celati (secondo tempo)”

  1. Giorgio Says:

    Grazie, Paolo, continuo a trovare simpatico Celati.

    Condivido questo:

    “la critica io la concepisco come un lavoro di affezione, vale solo se presuppone un rapporto di affetto con l’autore. Ha un senso se è un proporre ad altre persone la propria amicizia con quell’autore”.

    E il discorso sulle passioni e la scrittura dei matti.

  2. mbaldrati Says:

    Forte com’è scritto (”donna con sembianze di professoressa…”).

  3. paolocacciolati Says:

    Grazie a Giorgio e Mauro.
    Ho corretto un simpatico refuso alla penultima riga, dove risultava che Walser ha ispirato gente come Kaka.
    A ripensarci potevo lasciarlo, almeno come auspicio, se Kakà (come altri suoi colleghi) si dedicasse alla lettura di Walser certamente la sua mente ne trarrebbe beneficio, magari un pò meno il suo gioco, che potrebbe diventare più confusionario e improduttivo, ma anche questo sarebbe positivo, tanto per tenere il Diavolo indietro…

  4. luminamenti Says:

    Sì, l’uomo non è razionale. Piuttosto un animale che razionalizza.

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