Telemaco nella stanza del drago
Posted by sparzani on March 11, 2008
ovvero “la prosa custodisce la poesia come un frutto il suo nocciolo”
di Massimo Rizzante
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[pubblico questo testo contenuto nella sezione Il sonno di Telemaco del volume di poesia Nessuno, Manni 2007, del poeta Massimo Rizzante. Lo pubblico perché lo trovo particolarmente significativo di un modo di addentrarsi nel nodo inesplorabile della poesia. a.s. ]
«Una parte di me – disse – una parte profonda, la mia parte poetica ha residenza fissa nella stanza del drago. È prigioniera del drago e, a differenza del santo della tradizione cristiana, non può sconfiggerlo.
Sconfiggere il drago non porterebbe a nessuna liberazione dal male. Non solo perché il male è nel volersi liberare dal male, ma perché sconfiggere il drago significherebbe accettare un’altra sconfitta, la sconfitta della creazione poetica. La vita mi invita ogni giorno a uscire da questa stanza: la vita è questo vecchio usciere maligno.
Io, lo confesso, amo molto le sue lusinghe, le terre straniere, i viaggi, gli amici, le molte lingue, le donne, i bambini, le città, tutta la prosa del mondo, tutto il tesoro di esperienze con cui egli cerca ogni giorno di convincermi che nel chiuso della stanza del drago per me non c’è futuro.
Ed egli ha ragione: nella stanza del drago per me non c’è futuro, e neppure passato. Tutto è come sempre è stato.
La lotta dell’arte poetica contro la prosa del mondo sta infatti nel non raccogliere gli inviti di quel usciere maligno, ma nel raccogliersi dentro le pareti di Cronos, nella stanza del drago, e sperare, in silenzio, che il male non venga sconfitto dalla nostra quotidiana distrazione.
Ma il fatto è che l’altra parte di me è quel vecchio e distratto usciere maligno. È lui che si lascia governare dalle voci del mondo. In questo sta la sua originalità: nell’essere un devoto imitatore di voci.
Il fatto paradossale è che il custode della mia casa poetica è un uomo prosaico.
Quest’uomo è un uomo distratto, generoso, impaziente, pieno di vizi, perversioni, ossessioni, un uomo debole, di una debolezza che è il suo modo di respirare e di percepire tutto ciò che succede, un uomo pigro, di una pigrizia devastante, che è il solo salvacondotto che possiede per non uscire dai confini del tempo.
Egli farebbe entrare chiunque nella stanza del drago, perché chiunque è degno di essere conosciuto. La sua non è carità, e neppure pietà: egli vuole comprendere chi è. Non solo. Egli ha la pretesa diabolica di entrare dentro l’anima dell’altro e di immaginarsi il suo dolore. Egli pensa che ogni individuo può portare con sé una pepita d’oro, un miliardesimo di diversità intoccabile. Il suo sguardo è diabolico perché non è un punto di vista. Un punto di vista è sempre anche un punto di forza da cui giudicare, mentre la sua pretesa diabolica è quella di rendere la stanza del drago un luogo dove ogni giudizio è sospeso.
È chiaro che la debolezza e la devastante pigrizia sono i suoi punti di forza: senza di loro non potrebbe accogliere le voci del mondo. Ma sono anche la sua condanna. La condanna della sua arte poetica, del suo connivente che cerca di raccogliersi nella stanza del drago e si sforza di far fallire i diabolici progetti di quel maligno usciere che egli stesso è.
Se fosse per quell’usciere maligno la stanza del drago sarebbe un asilo di vecchi e bambini, un manicomio di folli veri e presunti, una comunità di fedeli e di vagabondi, un viavai di gente che entra e che esce senza neppure salutarsi, una strada di prostitute e misteriosi clienti, una metropoli di uomini di affari e senzatetto, un crocevia di senza patria, paria e provinciali.
Un luogo di compresenze: non è questo la prosa? Qualcuno che ci sta a cuore sta morendo nella stanza del drago e dalla finestra si sente salire il riso complice di una coppia di amanti.
Se fosse per lui la stanza del drago sarebbe sempre diversa, come il suo custode, devota al cambiamento. Sarebbe già stata ridipinta mille volte, i pochi mobili venduti, il vecchio materasso bruciato, il pavimento rifatto, sostituita quella vecchia porta, cambiata la serratura, gettata la chiave nel pozzo del tempo.
Ma la prosa custodisce la poesia come un frutto il suo nocciolo: senza la stanza del drago, oscura, invincibile e senza tempo neppure le altre stanze del mondo, agitate da migliaia di corpi e di anime, potrebbero essere immaginate con lo stesso dolore.
Per questo mentre il vecchio e distratto usciere fermo sulla soglia continua a domandare a chi entra: “scusi, che cos’è l’immaginazione senza il dolore?”, dall’interno della stanza si sente risuonare, nel silenzio, una risposta a forma di domanda, speculare: “e che cosa il dolore senza immaginazione?”.
Così alla fine una parte di me continua a domandare, mentre l’altra combatte contro il drago. La poesia è questa lotta contro il drago. Questa lotta non può finire. Io non posso sconfiggere il drago, pena la fine della mia creazione. Il drago non può morire. E con lui neppure io.»















robertorossitesta said
Cari Sparzani e Rizzante,
grazie a entrambi per questo intervento che apre orizzonti davvero suggestivi.
Mi permetto di trascrivere qui sotto pochi versi di un lavoro inedito:
“Nel sogno un drago e un monaco
dormivano vicini
sotto teli di sacco.
Con fatica e terrore
di risvegliare il drago
Erre uccideva il monaco.
Poi un vento leggero
scopriva il capo al drago:
in silenzio ed immobile
ma desto lo fissava,”
Si tratta del resoconto preciso di un sogno che ho veramente fatto, e mi pare che il testo di Rizzante lo spieghi meglio di tutte le interpretazioni che avevo cercato di trarne finora.
Un caro saluto,
Roberto