La questione della lingua – Pontiggia docet
Posted by rferrazzi on March 12, 2008
Credo che rimonti ai tempi di Napoleone e al diluvio di retorica sulla Patria “una d’arme, di lingua, di altare”. Manzoni scriveva i suoi pessimi versi e intanto si domandava se a Napoli qualcuno avrebbe letto il suo romanzone. Cinquecento anni prima Dante, Petrarca e Boccaccio non si ponevano questo problema: scrivevano come gli pareva, adeguando la lingua alla circostanza, non ai lettori. Non venite a dirmi che loro potevano farlo perché scrivevano per un principe e non per un pubblico; per tanto così avrebbero avuto convenienza a scrivere solo in latino (e ve lo figurate il Decamerone in latino?).
Per tornare ai giorni nostri, la questione della lingua è diventata una greppia culturale alla quale si attaccano i critici e gli scrittori che non hanno niente da dire. Partono dalla morte del romanzo, con annessa analisi sociopolitica, e approdano alla questione della lingua. Pubblicano libri il cui contenuto è programmaticamente il nulla, ma nobilitato da una “originale ricerca sul linguaggio”. Con questo accorgimento (folle, ma non privo di metodo) riescono ad appuntarsi al petto medaglie che i contenuti dei loro scritti non meriterebbero. Non faccio nomi (ma potremmo fare fior di cognomi).
Se dipendesse da me, promulgherei una legge che commini multe salatissime agli editori che si prestano a pubblicare libri in cui non si dice niente. E qualche anno di prigione per gli autori di libri che non abbiano da proporre altro che una “originale ricerca sul linguaggio”.
So che anche la mia è follia e nessuno la condividerà, ma voglio dirvi ugualmente che, secondo me, James Joyce ha fatto tanti di quei danni che neanche se li immaginava. All’estero è il celebrato antesignano dello stream of consciousness, dell’antieroe, del romanzo senza trama e, naturalmente, della sperimentazione sul linguaggio (nonché della coprofilia in narrativa e di altre novità minori). In Italia, proprio nel momento in cui radio, cinema e televisione instauravano l’italica koiné, ha aperto la strada a una inenarrabile sequela di “ricerche sulla lingua”. E giù dialettismi di ogni genere e specie (ma prevalentemente siculi o romaneschi), facilonerie lessicali, ortografiche, grammaticali e sintattiche, giochetti tipografici e seghe mentali assortite. Tutto coperto dall’ipse Joyce dixit.
E a che scopo? Ma perbacco, perché bisogna fare ricerca, perché bisogna andare oltre il romanzo, perché bisogna parlare la lingua dei lettori (versione neocapitalista) o la lingua del popolo (versione marxista). Insomma, se vogliamo che la gente ci legga dobbiamo parlare la sua lingua. (Ma cosa credono i nostri provincialissimi intellettuali, che in inglese, in spagnolo, in tedesco, non esistano i dialetti? Che un impiegato del metro londinese non abbia problemi a leggere Pynchon o McCarthy? Non li sfiora il sospetto che la gente voglia innanzitutto cose interessanti e, nel caso, sia disposta a leggerle anche in una lingua diversa da quella di tutti i giorni?)
Ho promesso che non avrei fatto nomi, ma almeno per gli esempi in positivo si può fare un’eccezione: Giuseppe Pontiggia. Da quel gioiellino di tecnica che è L’arte della fuga fino a Nati due volte, la sua narrativa e la sua saggistica sono state connotate dall’affanno di dire cose intelligenti nel modo appropriato. E la scoperta di Pontiggia è che il modo appropriato è il più (apparentemente) semplice, diretto, depurato. La sua prosa, che era partita dallo sperimentalismo, è passata attraverso la sentenziosità ed è approdata alla chiara concretezza di un De bello gallico.
Questa è l’unica “ricerca sul linguaggio” da cui sia uscito qualcosa di valido, e per un motivo molto semplice: Pontiggia pensava prima a ciò che era il caso di dire e poi a come dirlo. Vedeva il lettore come un essere in carne e ossa che si dispone a far conversazione con te: puoi convincerlo, scandalizzarlo o sedurlo, ma certo non devi annoiarlo. E l’unico modo sicuro per non annoiare è dire cose intelligenti. Pontiggia, finché non gli veniva in mente qualcosa di penetrante, stava zitto. Solo quando aveva per le mani un’osservazione acuta cominciava a cercare il modo migliore per dirla, il modo più contundente (o, nel suo lessico, percussivo). Ecco: a paragone di Pontiggia e del suo procedere verso una meta bene individuata, i sedicenti sperimentatori sono giocatori del lotto che puntano i risparmi sui responsi della smorfia.
Per conto mio, credo che la letteratura consista nel coltivare lo spirito, apollineo o dionisiaco, e cioè nel mettere in tavola cose intelligenti e/o emozionanti. E se è così, che senso ha trascurare i contenuti e perder tempo a imitare le circonvoluzioni dei pensieri non espressi, a ricuperare i dialetti, a reinventare la pirotecnica verbale nella linea Marino-D’Annunzio-Gadda, oppure a individuare un linguaggio basso, il più basso possibile (magari quello dei talk-show o dei film di Boldi e De Sica) e usarlo per trattare qualunque argomento? Padronissimo lo scrittore di perdere il suo tempo, ma perché farlo perdere ai lettori?
Mi sbaglierò, ma se la narrativa contemporanea viene spesso tacciata di inconsistenza, di appiattimento sul genere, eccetera eccetera, è anche perché scrittori e critici si consumano nella placida follia della ricerca sul linguaggio, invece di pensare a scrivere cose serie.















Sparz said
Se mai s’è vista un’invettiva chiara e distinta, questa lo è. Molto bella. Tendo a concordare, con qualche distinguo, che provo a dire. La lingua scelta non è inessenziale al contenuto, come certo anche tu m’insegni, Riccardo, e quindi occorre ben guardare sotto le parole prima di esser certi che non vi sia contenuto, perché talvolta una chiara distinzione tra i due non è facilissima.
Gadda, a favore del quale spezzo *tutte* le lance possibili, ha espresso con una ricerca linguistica davvero unica, contenuti cospicui e sostanziosi, chiunque legga la Cognizione del dolore, o anche l’Adalgisa o gli Accoppiamenti giudiziosi lo può vedere. Su Manzoni non ho ben capito come la pensi, io quando l’ho riletto in età matura e non sui banchi di scuola, sono rimasto assai colpito dalla sua potenza narrativa e non rinuncerei ai Promessi sposi per nulla al mondo.
E infine, non so bene come dirlo, in alcuni casi — probabilmente assai soggettivi — c’è un puro divertissement linguistico, che rende allegri e dispone bene la mente. Perché no?
Fabrizio Corselli said
Mi piace questo articolo!
:)
Fabrizio
demetrio said
mi pare che ci sia una inesattenza nel bell’articolo e precisamente quando si parla di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Se uno legge il De vulgari eloquentia e il Convivio, ad esempio, capisce benissimo come la scelta di Dante di scrivere in volgare sia legata al pubblico, quello stesso pubblico che nel Decameron diviene protagonista delle novelle.
Cioé se parliamo della lingua parliamo sempre di un pubblico a cui ci rivolgiamo.
d.
rferrazzi said
Demetrio: formalmente hai ragione. In effetti, Dante fa capire che la sua giustificazione per scrivere in volgare sia quella di rivolgersi a una diversa platea. Ma, cosa vuoi che ti dica, a me questa cosa non mi ha mai convinto fino in fondo. Secondo me la ragione vera per cui si sceglie di scrivere in una lingua o in un’altra è essenzialmente artistica. In un canto del Purgatorio (credo il XVI, ma non sono sicuro) Arnaut Daniel parla in provenzale per qualche terzina. E il provenzale, all’epoca, era anche più diffuso del volgare fiorentino. Ma te la immagini l’intera Divina Commedia in provenzale?
massimo said
in realtà quelle frasi in provenzale, da “Tan m’abellis” in poi sono citazioni. Dante copia e ricuce i frammenti che ha e che ricorda, come nell’episodio di Francesca. una Commedia provenzale avrebbe avuto una risonanza ‘europea’, forse – il fatto è che Dante *volle*, se non essere fiorentino, SCRIVERE in fiorentino. e questo non legittimava la città – Dante è “florentinus natione non moribus” – ma lo stesso Dante.
nemmeno Dante è facile e popolare. nemmeno Dante può fare a meno di commenti: nemmeno tra i suoi contemporanei. nemmeno Dante può fare a meno della prosa, come nella Vita Nova e nel Convivio (e probabilmente l’ep. a Cangrande è sua: dunque anche la Comedìa aveva la *sua* prosa-stampella-accessus). Dante può essere detto, ed è detto da 700 anni; ma sono 700 anni che deve essere commentato. Dante fa finta di credere che noi sappiamo cose impossibili: per esempio, se non avessimo un commento, come faremmo a sapere che l’anima che dice “Guido mio” è l’anima di Cavalcante Cavalcanti? come facciamo a sapere chi è Gentucca? come facciamo a sapere chi è Matelda? [secondo me è Mandetta, l'amica-amore di Cavalcanti a Tolosa: la giovane donna di Tolosa]. e perché Dante dà per scontate queste cose?
questo strano poema metafisico in lingua locale ha bisogno di commenti, fin dall’inizio: sia per spiegarne le asperità teologiche e filosofiche (chi è “in piccioletta barca” non può capirle) sia per arginare la nostra inevitabile ignoranza delle cose locali: per esempio, Belacqua. perché Belacqua? chi è Belacqua?
Boccaccio e Benigni devono spiegarlo. e ha bisogno di chiavi per capire i sublimi pettegolezzi locali che altrimenti *nessuno* capirebbe… niente è facile per statuto, tranne le cose banali; tutto può essere utile: la Comedia è utile. in più è di una bellezza *sovrumana*. dopo Dante, solo Tasso e Leopardi – se quello che ci interessa è l’oltreuomo oltrescrittore.
lucy said
mi pare si faccia un gran confusione in questo articolo deprecando sia l’uso banalizzato della lingua, la “opere” che pretendono e ottengono la pubblicazione sia l’impiego volutamente, consapevolmente distruttivo che si fece della lingua e delle strutture del romanzo in opere che ottennero, tra l’altro, l’approvazione degli addetti ai lavori e solo in minima parte della massa dei lettori.
l’adattarsi della lingua alle esigenze del pubblico è innegabile per dante: diversamente nessuno avrebbe letto e gustato la divina commedia e al Sommo premeva che la sua comunicazione arrivasse ai “molti e molte che sono in questa lingua volgari e non litterati”. e la sua opera strizza l’occhio ai mestieri, alla strada, per comprendere più cose possibili e farsi comprendere. dice merda e dice putta, nonchè “del cul fece trombetta”. coprolalico?
dire che joyce ha fatto danni mi pare un compiaciuto azzardo polemico. bisogna dirlo di gadda, di manganelli, di celati. il “màssacro” della lingua è stato un passaggio necessario soprattutto in italia perchè il dialetto qui va riportato non solo ad una nozione improponibile altrove con le stesse caratteristiche di estrema varietà, ma anche al secolare fossato che ha diviso la lingua letteraria dalla lingua parlata.
sostenere una sorta di “neoatticismo” dell’italiano come straordinariamente potente in termini di efficacia e interesse per il pubblico rispetto ad un “asianesimo” per pochi iniziati mi pare solo una questione di gusto. il purismo della lingua non ha mai aiutato l’italia e la cultura italiana. dobbiamo ringraziare pietro bembo dei ritardi rispetto agli altri paesi, e isaia g. ascoli ringrazieremmo di altri ritardi se fosse stato ascoltato. il cordone sanitario del fascismo attorno alla lingua ne ha fatto poi un oggetto risibile!
pontiggia scrive come pontiggia ritiene di scrivere. celati come celati.
lo spartiacque non è il cesarismo linguistico, o il tacitismo, o, perchè no? il petronismo.
la differenza delle opere dalle operette immorali (parlandone in termini di valore letterario) la fanno il tempo (e noi siamo oltre il tempo) e la capacità che esse hanno o non hanno di scavare dentro un’epoca, dentro il singolo lettore. non certo il fatto se interessano i lettori. ci sono un mucchio di lettori che sono interessati a *****, a ******, a…..: sono opere o prodotti di consumo?
lucy said
mi scuso per gli errori di battitura. tastiera infame.
chiara said
In generale mi piace quello che hai scritto. Però come ti hanno già fatto notare ci sono delle imprecisioni, che non sto a ripetere. D’accordo sull’esempio positivo di Pontiggia che è uno dei miei preferiti e che ha scritto dei romanzi veramente belli. Credo che il tutto si possa sintetizzare nell’ultima frase del tuo articolo: lo scrittore non può esimersi dalla questione della lingua, non può non pensare a come scrivere, ma è chiaro, e sono più che d’accordo, che ci debba essere qualcosa da scrivere. La lingua è un mezzo, si sa, non è il messaggio, quello è altrove che lo si trova.
Sergio Sozi said
Egregio Ferrazzi,
la Sua analisi – cosi’ impostata – mi sembra giusta e in larga parte condivisibile: infatti credo personalmente che sia una ricchezza da recuperare alla nostra lingua anche l’esprimersi con la forma di cortesia di fronte agli sconosciuti, essenzialmente per un rispetto generico che si deve al prossimo. Cosi’ appunto faccio sempre, soprattutto per iscritto, similmente ai miei genitori e avi. Il ”tu” mi sembra oltretutto una faciloneria propria della gente che non studia l’italiano, direi con franchezza, essendo il ”Lei” piu’ difficile da applicare correttamente alla scrittura (si vedono strafalcioni pazzeschi, ma e’ meglio questo della falsa confidenza).
Pero’, venendo al nocciolo del discorso, credo che sia possibile anche riuscire a coniugare ricerca linguistica con senso e struttura compiuta di una narrazione. Tre caratteristiche importanti delle quali non per forza almeno una debba essere assente dall’opera narrativa. Un uso creativo dell’italiano e dei suoi dialetti e’, per l’appunto, la strada che avrei intrapreso anch’io in veste di narratore, ben badando a – analogamente al conciliare strutture sintattiche letterariamente corrette a forme dialettali e idiotismi, neologismi, eccetera – ben badando dicevasi a dare uno o piu’ significati alle mie storie, inoltre rispettando i punti fissi: inizio, svolgimento e finale, il cui mancato esserci comporta delle pecche non indifferenti sull’esito del racconto.
In soldoni, credo che si possa (anzi si debba) lavorare creativamente sulla lingua, purche’ la struttura sintattica del testo narrativo abbia le peculiarita’ tradizionalmente note e prescritte dalle Grammatiche (quella di Umberto Panozzo mi sembra la migliore e piu’ esaustiva) e anche purche’ la fantasia, come nelle scelte lessicali, si estenda alla fabula, con degli inizi, degli sviluppi e dei finali altrettanto, appunto, fantasiosi e compiuti.
Quanto detto uno scrittore lo puo’ fare, a mio avviso, ESCLUSIVAMENTE se in possedendo di due cose:
1) La conoscenza della Grammatica, Sintassi, Grafia e Fonetica, della Lingua Italiana ed il suo continuo studio;
2) La conoscenza della Letteratura Italiana – sia nel senso della produzione vista storicamente che dei prodotti contemporanei non ancora storicizzati, ovvero non antologizzati;
3)Una conoscenza dei fenomeni dialettali trascritti.
Cordialmente
Sergio Sozi
Sergio Sozi said
Errata corrige:
‘’se in possedendo”: ‘’se in possesso”.
Sozi
luminamenti said
Pensavo di essere rimasto ormai solo a pensare che “James Joyce ha fatto tanti di quei danni che neanche se li immaginava”. Secondo me Zolla, a a suo tempo, ha spiegato in maniera impeccabile, di come un uomo certamente molto intelligente, molto colto, molto dotato si sia perso per strada. Vallo a scrivere su Nazione Indiana quello che hai detto di Joyce e vedrai arrivare come i funghi tutti coloro che difendono il niente.
Chiara Daino said
La lingua è causa di molti mali.
[Menandro]
Io non parlo l’Italiano. Non lo scrivo. E la sintassi piana [con le DOVUTE eccezioni] mi scatena rush cutanei. Detto questo – condivido larga parte dell’invettiva. Il *fine a se stesso* [per quanto godibile e godurioso] rimane – rinchiuso, inesploso. Credo alla Parola come suono segno tempra – e agisce. Per *dettatti* [del proprio io] per contrasti, per…
E’ la somma dei dettagli a dare il tutto. Le singole scelte – l’insieme. L’artifico *vuoto* è rumore senza luci, ma una mela senza polpa – è solo buccia. Il VALORE di un testo prescinde e trascende – tutte le *questioni*. E di questo – sono convinta.
Steve Vai è *meno musica* di Bach? Guernica è *meno arte* dell’Ultima Cena? E’la diversità selvaggia con cui si dona – a rendere unici. L’emozione non ha codici: purché arrivi.
Un abbraccio a Riccardo e a tutti
Chiara
rferrazzi said
Ringrazio tutti gli intervenuti. Vorrei sottolineare che ciò che mi premeva nello scrivere il post non era tanto criticare lo stile di Tizio o di Caio quanto insistere sul concetto di “ricerca della forma”. La forma non è lo stile. Forma è perfetta aderenza di contenuto ed espressione. Per questo non è possibile precisare uno stile indipendente dai contenuti. Per ottenere la forma bisogna che esista un contenuto e che lo stile (il modo di esprimere il contenuto) sia l’unico adatto per quello specifico contenuto. Siccome i contenuti possibili sono infiniti, infiniti sono gli stili. La mia preferenza per la retorica attica deriva probabilmente dalla mia preferenza personale per contenuti che richiedono di essere espressi in modo sintetico. Niente vieta di ottenere la forma anche con una retorica asiana, se il contenuto lo richiede. Ma ciò che sostengo, e di cui sono profondamente convinto, è che lo stile non può mai prescindere dal contenuto.
Fabrizio Corselli said
Senza contenuti avremo solo esercizi di stile.
:)
fabrizio centofanti said
inserisco il commento di Andrea Tullio Canobbio:
L’idea di fondo è condivisibile, ma i punti dell’argomentazione sono
discutibili.
Dante, Petrarca e Boccaccio non si ponevano questo problema:
scrivevano come gli pareva
Non è che i padri della lingua non si ponessero problemi linguistici.
Dante è un linguista, ha scritto un trattato altamente prescrittivo
sulla lingua italiana, si chiama De Vulgari Eloquentia. Il Petrarca dei
RVF ha una lingua controllatissima, calibrata sulla tradizione
precedente, dai siciliani agli stilnovisti. Boccaccio sperimenta una
sintassi latineggiante che l’italiano in precedenza non aveva.
Ho promesso che non avrei fatto nomi, ma almeno per gli esempi in
positivo si può fare un’eccezione: Giuseppe Pontiggia. Da quel
gioiellino di tecnica che è L’arte della fuga fino a Nati due volte, la
sua narrativa e la sua saggistica sono state connotate dall’affanno di
dire cose intelligenti nel modo appropriato.
Dopo la prima edizione de L’arte della fuga, in debito con
l’avanguardia e quindi particolarmente incomprensibile, Pontiggia
effettivamente iniziò a curarsi dei suoi lettori, però non è che la sia
lingua sia solo semplice e diretta, è anche enigmatica. Lo dice lui
stesso – cito da V. Della Valle (a c. di), Parola di scrittore, La
lingua della narrativa italiana dagli anni Settanta a oggi, Minimum
fax, pp. 52-53:
Io volevo conservare le stesse ambizioni e al tempo stesso farle
passare attraverso un filtro di collaudo, il filtro molto sottile,
molto impegnativo, di una lingua accessibile, chiara. Una lingua che
fosse anche enigmatica. Pensavo, e lo penso tuttora, che l’enigmaticità
possa passare attraverso un linguaggio chiaro. Naturalmente la
chiarezza è spesso banalità, ma io parlo di una chiarezza complessa, di
una semplicità complessa, di una chiarezza enigmatica. […] Mi chiedevo
che cosa ci fosse di straordinario in Dickens, nella complessità e
nella ricchezza del suo linguaggio chiaro. Pickwick è l’incarnazione
della cultura o meglio di quella idea morta della cultura, a cui faceva
cenno Francesca Bernardini. Morta e al tempo stesso non priva di una
sua vitalità patetica, provinciale, neanche disprezzabile, però
irresistibilmente comica. A Pickwick piace una ragazza di un college,
cerca di scavalcare un muro per raggiungerla, e Dickens scrive
“L’immortale Pickwick volò al di là del muro”. Per me una frase come
questa appartiene a un linguaggio sapienziale: è un grande narratore
che scrive “L’immortale Pickwick volò al di là del muro”. Quello che mi
interessava, attraverso un linguaggio il più possibile semplice, era
ottenere effetti anche sapienziali.
Insomma, quello che Pontiggia perde in plurilinguismo lo riacquista a
livello metaforico.
Mi sbaglierò, ma se la narrativa contemporanea viene spesso
tacciata di inconsistenza, di appiattimento sul genere, eccetera
eccetera, è anche perché scrittori e critici si consumano nella placida
follia della ricerca sul linguaggio, invece di pensare a scrivere cose
serie.
Quindi, Ammaniti è inconsistente perché fa troppa ricerca sul
linguaggio?
Forse, dopotutto, era meglio fare anche qualche nome in negativo :-)
rferrazzi said
Mi pareva di aver già letto il commento che qui ricompare come n15. Con il commento n13 credevo di aver già risposto un po’ a tutti. Comunque, in breve: sulle innovazioni tecnico-linguistiche di dante, Petrarca e Boccaccio potremmo discutere per tre semestri. Ciò che mi interessava rilevare, ai fini del discorso, era che tutti e tre avevano raggiunto la forma perché avevano usato la lingua, lo stile e i mezzi espressivi perfetti per esprimere i CONTENUTI. Se avessero usato un’altra lingua o un altro stile, non avrebbero ottenuto risultati così eccezionali. Se avessero usato quella lingua e quello stile per parlare del nulla, avrebbero fatto delle boiate.
Per Pontiggia, io non mi soffermerei troppo sull’aggettivo “enigmatico”. Credo che P. l’abbia usato per riferirsi all’enigmaticità della realtà, quella che gli dava modo di elaborare le sue penetranti osservazioni. La mia impressione è che P. abbia sempre preferito l’osservazione piena di contenuto, che trova un senso nelle apparenti contraddizioni della realtà; e che nella sua opera la metafora non sia l’aspetto principale, ma piuttosto un contesto, uno scenario inevitabile. Come l’assenza del protagonista in “La grande sera”.
Su Ammaniti non so che dire: ho cercato di leggere soltanto “Io non ho paura”. L’ho lasciato lì dopo venti pagine e non l’ho più ripreso in mano. Non so dire perché. Mi ha annoiato, probabilmente.
Quindi non lo conosco, e non posso dare giudizi.