COSA RESTA DEL ‘68? Terza puntata: la borghesia dei reduci
Posted by vbinaghi on March 13, 2008
DI ALESSANDRO BERTANTE
(Da: “Contro il ‘68″, Agenzia X)

Il Partito socialista fu il traghettatore perfetto per tutti quegli studenti borghesi che, esaurita la carica contestataria, si preparavano a occupare i posti per i quali avevano studiato. Di fatto il Sessantotto studentesco fece da levatrice per la nascita di una nuova classe dirigente, più moderna e spregiudicata. (…)
La crisi culturale della borghesia italiana come ceto trainante delle trasformazioni sociali è l’autentica eredità del Sessantotto studentesco. Non poteva essere altrimenti. Contestando la propria classe di appartenenza senza la determinazione e la tenacia di una lotta veramente antagonista, i sessantottini hanno dato vita a un’estetica rivoluzionaria ingannevole, un insieme di comportamenti anticonformisti, pose e stereotipi politici ancora oggi piuttosto diffusi e riproposti con orgoglio.
Sul medio periodo il risultato è stata una rinnovata diffidenza popolare nei confronti della sinistra borghese intellettuale, vista come l’irritante espressione di una classe sociale annoiata e parolaia, capricciosamente affezionata a obiettivi politici che non le appartengono.
La crisi identitaria della borghesia si è fatta lampante con lo spensierato edonismo degli anni ottanta, quando gli ex contestatori perfezionarono il loro percorso professionale.
La corruzione diffusa, il malcostume sociale, la perdita del senso etico dello stato e il definitivo affermarsi della televisione commerciale monopolistica hanno aperto la strada al quel degrado civile e culturale che sta all’origine dell’anomalia Berlusconi. A sua volta, l’imprenditore di Arcore è stato uno dei primi a capire quanto sarebbero potuti diventare utili gli ex sessantottini in questa fase di riflusso politico ed esistenziale, sempre che fossero riusciti a emanciparsi dalle ingenue rivendicazioni politiche della giovinezza. Ma questa è storia attuale. (…)
Il 24 marzo del 2006, scorrendo le pagine di cronaca italiana del quotidiano “la Repubblica”, a un certo punto ci si imbatteva in una pagina quasi totalmente monopolizzata da un’inserzione a pagamento. Quest’inserto (…) ricordava la prematura scomparsa di Salvatore Toscano, il leader del Mls (Movimento lavoratori per il socialismo), morto in un incidente stradale nel 1976. Alle parole commosse di rimpianto e di amicizia per la figura umana e politica di Toscano seguivano diverse centinaia di firme di partecipazione, fra cui i nomi di molti protagonisti del Sessantotto milanese e italiano. Scorrendo la lista dei partecipanti non stupisce trovare nomi celebri o comunque conosciuti: l’editore Dalai, il manager socialista, poi inquisito, Sergio Cusani, Gad Lerner, il neoministro Paolo Gentiloni e l’onorevole Nando Dalla Chiesa, il sondaggista Renato Mannheimer, i compagni di militanza Mario Capanna e Luca Cafiero, l’avvocato Giuliano Spazzali, il capo del servizio d’ordine Katanga Mario Martucci, il filosofo Giulio Giorello, l’ex assessore di Forza Italia Roberto Caputo, il verde Carlo Monguzzi, la diessina Barbara Pollastrini, il deputato di rifondazione Ramon Mantovani, e poi ancora Gabriele Nissim, Alberto Martinelli, Gaetano Liguori, Claudio Risé, Gabriele Mazzotta, Fulvio Scaparro, Giuliana Sgrena e con lei almeno una cinquantina di giornalisti di ogni fede politica e caratura professionale. Ciò che subito stupisce in questo interminabile elenco di sessantenni in carriera è di vedere riunita una grande eterogeneità dei tipi umani, politici e professionali rappresentati, come se quegli anni di militanza in comune fossero stati più importanti e significativi di qualsiasi esperienza successiva.
A parte le ovvie considerazioni sull’opportunità di una chiamata alle armi di questa consistenza dopo trent’anni di storia, ancora una volta rimango stupefatto di fronte allo straordinario spirito identitario e generazionale degli ex sessantottini, i quali continuano a rivendicare con orgoglio l’unicità della propria esperienza.
Come baldanzosi ex combattenti non si preoccupano di apparire tremendamente nostalgici – e questo è un caso fin troppo evidente – purché gli venga concessa ancora una volta l’occasione di ricordare la propria appartenenza. Non ci sono convinzioni politiche, riflessioni personali e derive giudiziarie che possano dividerli di fronte alla semplice forza dei loro ricordi, alla luminosa bellezza della loro “meglio gioventù”.
Nel frattempo però l’Italia è diventata un paese molto diverso da quello che gli studenti dagli occhi cattivi immaginavano quando ancora erano capaci di sognare. Gli anni ottanta avevano già fatto piazza pulita di gran parte dei risultati concreti della stagione contestataria. Anche nel nostro paese, come nel resto d’Europa, si stava procedendo a tappe forzate verso un nuovo modello liberista, diventato egemonico soprattutto a livello culturale. Nelle metropoli erano nate, e godevano di ottima salute, le nuove professioni del terziario avanzato, che vedevano protagonisti molti leader e militanti dei gruppi extraparlamentari: pubblicitari, giornalisti, comunicatori, intermediari, creativi, impiegati, avvocati, che lavorano molto e pretendono che si lavori moltissimo, nell’ambito di una nuova etica professionale lontana mille miglia da quella del salariato nelle grandi fabbriche e già proiettata verso la concezione dell’impegno omnicomprensivo. Quasi senza resistenze, nelle grandi città si faceva strada un modello di impiego che si scopre privo di orari, apparentemente orizzontale, senza gerarchie chiare e soprattutto senza tutela sindacale.
Bisogna lavorare sempre e bisogna saper fare tutto. Lo slogan sessantottino “lavorare meno, lavorare tutti” si trasfigura nella vita quotidiana in un “lavorare male, lavorare sempre”, meglio se sottopagati. Gli anni ottanta aprono la strada al precariato diffuso, molto prima della legge Biagi e della diffusione delle agenzie di lavoro interinali. E mentre nell’ambito privato la borghesia urbana intellettuale officia platealmente e con malcelato sollievo l’abbandono della lotta politica, considerata pratica seriosa e inconcludente, in nome di un nuovo edonismo consumistico ottimista e idiota, si guarda al passato immortalandolo in icone buone per tutte le stagioni e tutti i palinsesti.
Non si fa storia, si fa spettacolo. Si costruisce una realtà consolatoria. Esaltando la forza rivoluzionaria di un percorso esistenziale formidabile, di fatto viene inventata una stagione aurorale che probabilmente non è mai esistita. Tutti possono diventare protagonisti di questa commovente recita: molti hanno ricordi freschi da proporre, altri, sentendoli raccontare centinaia di volte, li hanno fatti propri e altri ancora se li possono comunque inventare, senza troppo scandalo.
Cosa rimane dell’immaginazione al potere, se non la volgare stupidità delle televisioni private e dei giornalisti buffoni? Cosa rimane dell’esperienza lisergica e stupefacente, a parte le città soffocate dall’eroina? Cosa rimane della nuova spiritualità e della società aperta se non un ritorno al retrivo modello di famiglia cattolica, posticcio e ipocrita? E cosa rimane della condivisione e della partecipazione collettiva se non le discoteche alla moda con la selezione all’ingresso? Poco, a parte un’eccezionale memoria condivisa con la quale indottrinare i figli, già sedati prima di cominciare a porsi qualsiasi dubbio.
Questo percorso di scrittura storica attraverso la memoria personale che dà forma a un passato mitico ha due conseguenze principali. La prima è un simulacro di apertura mentale, ovvero il nuovo perbenismo democratico: guardando con simpatia e condiscendenza alle lotte dei nuovi contestatori – perché ogni epoca ha i suoi, sebbene con forme e obiettivi diversi – gli ex sessantottini si tutelano dal rischio di venire considerati come soggetto antagonista, bloccando in partenza la rivolta generazionale.
Il secondo è l’esperienza dello sconfitto: una falsa coscienza che, ponendo l’accento sulla sostanziale inutilità della lotta politica rivoluzionaria e le sue inevitabili derive, impedisce di fatto la nascita di un nuovo conflitto che poggi su reali bisogni sociali.
La memorialistica del Sessantotto sortisce in questo modo un effetto soporifero, ottunde le coscienze e insinua il dubbio della futilità della lotta, che viene ricondotta sotto le rassicuranti consuetudini della pace borghese. In pratica: se non ci siamo riusciti noi che eravamo la “meglio gioventù”, voi poveri sprovveduti privi di ideologie cosa pensate di fare?

















Stella Maria said
Caro Valter,
che dire? Seguo queste riflessioni sul ‘68 da tempo, nell’ulitmo anno ne ho lette tante e non ti nego che più volte ho scritto commenti che ho poi cancellato e comunque grazie per questi post che fanno riflettere, o almeno dovrebbero.
Come già detto altrove per me il 1968 non è che il mio anno di nascita perciò non posso che dire: meraviglioso.
Io però ne ho ereditato il bene e il male senza avervi preso parte.
Di cose contro e a favore se ne possono dir tante e ci si potrebbero scrivere enciclopedie però, onestamente: basta.
Per dirla alla Rino Gaetano: nun te reggae più, per chi non sa o volesse risentire, di seguito.
http://it.youtube.com/watch?v=ebJJAICPVOE
…se non ci siamo riusciti noi che eravamo la “meglio gioventù”, voi poveri sprovveduti privi di ideologie cosa pensate di fare?…
Ecco questa è la frase che mi ha fatto venir voglia di scrivere. Ma siete sicuri che quella sia stata la “meglio gioventù”? Di ogni partecipante ad un evento “rivoluzionario” della storia si potrebbe dire la stessa cosa. E poi cara meglio gioventù, poi cosa avete fatto? Vi siete seduti e siete rimasti a guardare, vi siete imborghesiti e adeguati alle regole e di “quei 4 amici al bar che volevano cambiare il mondo” chi è rimasto?
Noi italiani abbiamo un gran difetto “genetico”, viviamo nel passato. Il ‘68 ha avuto il suo perchè al momento, come tanti altri movimenti della storia. Di ogni evento c’è il bene e il male ma perchè rimanere ancorati al passato? Tutto sembra il ‘68 e poi il nulla. Vuol dire che viviamo da morti? avete fatto e dato, e poi? se così è … resuscitate!svegliatevi abbiamo bisogno di voi.
A me non sembra che il mondo si sia fermato lì, magari! pensa sarei ancora una neonata e invece ho una bimba di 4 mesi. Perchè fermarci lì, incancrenirci lì, prendiamo il buono di ogni cosa e miglioriamolo, prendiamo il male che ha creato e trasformiamolo.
Facciamo qualcosa invece di continuare, nel bene e nel male, a criticare, mettiamo un punto e andiamo oltre e creiamo nuovi ideali, quella nuova ideologia che manca e che distrugge il presente dei nostri ragazzi e ancor peggio, il futuro di quelli di domani. Non dimentichiamo che loro sono figli dei sessantottini.
Smettiamola di parlare e guardiamo al futuro. Costruiamo, invece di guardare indietro e distruggere tutto ciò che era prima, durante o dopo il ‘68.
Se siamo sprovvisti di ideologie la colpa è solo nostra, sessantottini o no, e invece di lamentarci come mia nonna, mia madre “si stava meglio quando si stava peggio… ah quando c’era …” mettiamo un punto, voltiamo pagina e andiamo avanti. Sessantottini o no, io penso che tutti abbiamo molto da dare e molto possiamo fare per costruire un futuro migliore, basta solo rimboccarsi le maniche e guardare oltre, invece che vivere di ricordi, di foto ingiallite (e vorrei scrivervi una riflessione di Madre Teresa ma vi rimando qui per leggerla, se volete, http://www.santebernardi.wordpress.com)
Non sei d’accordo Valter? Non lo siete tutti?
Che Dio benedica tutti i sessantottini ma anche tutti gli altri e andiamo avanti con l’evoluzione della specie:-)
un abbraccio
Stella
COSA RESTA DEL 68? Terza puntata: la borghesia dei reduci « Doctor Blue and Sister Robinia said
[...] Postato su La poesia e lo spirito. [...]
vbinaghi said
I rivoluzionari di ieri sono il potere di oggi. Questo il senso del post. Ciò induce riflessioni sulla storia, sul concetto di rivoluzione, e anche sulla mimesi del potere.
Per quanto mi riguarda, nel 68 avevo 11 anni e non sapevo ancora cos’è una pippa (dopo ho imparato, neh! anche grazie ai miei professori sessantottini).
Stella Maria said
te la sei presa Valter?
in fondo ti ho ringraziato per lo spunto di riflessione.
in quanto all’altra cosa l’avresti imparata o saputa comunque senza il ‘68.
e poi quanto scritto lo hai solo riportato per farci riflettere.
pace!
Stella
lucy said
binaghi, questo dei tre è il più gradito pezzo. mi piacerebbe capire però perché, anche in questo, siamo (sono!) usciti a tarallucci e vino, nell’ipotesi meno dannosa, e col sedere ben piazzato sulla poltrona e in mano le leve del potere, nell’esito fatale per la politica, e non solo, che è sotto gli occhi di tutti: ohibò, di tutti quelli che vogliono vedere.
i miei primi studenti furono i paninari: i figli dei sessantottini. ero giovane e non capivo chi avesse fatto loro così tanto male da vendersi l’anima per un certo giubbotto o un jeans. speravo in colloqui con genitori fricchettoni,almeno, io che ero borghese e tranquilla e severa. niente. professionisti, mamme in carriera. preoccupati a parole della “cultura”, della “formazione”, dei “valori”, di fatto attaccati al voto, esibivano i figli come trofei, compiaciuti delle marachelle
anche quando erano proprio grosse.
ecco: credo che, con sfumature di demenzialità più o meno accese, gli effetti dell’eredità sessantottina si riscontrino, ad esempio, nell’attitudine alla chiaccchiera sulle “regole” destinate ad essere tali solo per i meno fortunati nella scala sociale. cominciando da un microcosmo scolastico: le regole approvate da tutti sul conto di serietà, studio, puntualità, rispetto delle persone e delle cose, sono validisssssssssssime (birignao della signora) finché non viene preso in castagna il suo figliolo. in quel caso c’è sempre qualcuno che non ha capito le motivazioni, che non ha coinvolto il ragazzo, che non lo sa mettere a suo agio. anche quando allaga la scuola per vedere di nascosto l’effetto che fa.
rferrazzi said
Questo pezzo l’ho scritto tre anni fa. Non mi rimangio neanche una parola.
Nostalgie
Sarà perché piove, è Pasqua, io me ne sto qui a guardare fuori dalla finestra il grigiore di Milano e ascolto il Parsifal (e cosa se no?). Sarà per questo e altri motivi, ma non ho potuto fare a meno di ripensare al ‘68.
Gente, chi non c’era non può neanche immaginare che razza di casino è stato. Non sono stati “anni formidabili”, credete a me, non date retta alle bugie di chi ne ha fatto una professione. A rivederli con gli occhi di allora mi viene quasi da piangere: quelli sono stati gli anni in cui ero giovane e volevo far saltare il banco della vita. A rivederli col senno di poi sono stati soltanto una penosa illusione ottica.
Basta vedere cosa ne è stato di protagonisti e comprimari. Quel trombone di Capanna (era trombone già allora) ci ha costruito sopra una carriera così così: tutto quel che può dire di aver combinato nella vita è di essere riuscito a campare bene senza mai timbrare un cartellino. Questo non è qualunquismo: è la realtà delle cose. Non c’è un operaio, non c’è un povero, un debole, un indifeso, che abbia mai ricavato il minimo giovamento dalle iniziative di Capanna.
Alle assemblee si vedeva spesso Mannheimer. Ricordo che anche allora nessuno è mai riuscito a capire veramente da che parte stesse. Stava dalla sua. Nel senso che tutto faceva brodo pur di prendere in mano il microfono, così come oggi tutto fa brodo per comparire in televisione o sul Corriere.
Si vedeva anche Meomartini, che ormai fa il semidirettore galattico con scrivania di pelle umana all’Eni, dopo aver fatto parte per decenni della corte dell’ex ministro Reviglio. C’era Pedol (quello del Tonno Nostromo, che, se non sbaglio, ha passato qualche guaio ai tempi di Mani pulite), militante PSI o sedicente tale. C’era Kostoris, che sembrava già avviato a incarichi di prestigio. Chissà dov’è. Sarà finito probabilmente in qualche ufficio studi e non avrà indovinato la strada giusta per farsi largo. E dove sarà adesso Papaleo, che proponeva collette per acquistare dinamite e benzina per far saltare gli uffici amministrativi dell’Università? Cazzo, mi sembra di rifare la poesia di Villon: che fine hanno fatto les belles dames du temps jadis?
Vorrei sapere che fine ha fatto il mio amico Gigi Luini, forse il cervello più brillante di tutti. Capace di essere intristito dietro a una scrivania in qualche ente parastatale oppure di essere entrato in clandestinità. Era un tipo così straordinario che avrebbe potuto fare l’una o l’altra cosa.
A quei tempi era imprescindibile avere un background a base di Sartre e Marcuse. Noi di Economia ci torturavamo la testa su Baran & Sweezy, due illusi che pretendevano di giustificare le teorie economiche di Marx alla luce delle scoperte postkeynesiane (un po’ come cercare di giustificare Tolomeo alla luce di Copernico). Eravamo tutti così inebriati di noi stessi da non capire il significato dell’invasione della Cecoslovacchia, da non accorgerci degli scricchiolii dell’Urss. Eppure mancavano solo vent’anni al crollo del muro di Berlino.
Il fatto è che allora vent’anni erano la durata della nostra vita. Nessuno se ne rendeva conto, ma avevamo davvero la vista corta. C’era chi parlava di “terza via” e di “eurocomunismo” come se fossero state cose serie. C’erano quelli che gridavano “la Cina è vicina” e si salutavano tra loro augurando “lunga vita al glorioso presidente Mao”. C’era chi credeva che si potesse riformare (pensate un po’: riformare!) una rivoluzione che si era evoluta in un regime così marcio da implodere su se stesso.
C’erano anche i missini, ed è stato guardando loro che ho cominciato a capire quanto è stupida la posizione dei nostalgici. Credevano di essere chissà quale baluardo per i valori nazionali, ma la loro unica funzione era quella di fornire agli intransigenti dell’una e dell’altra parte un motivo per diventare estremisti. E così nei ricordi della mia vita devo metterci anche gli anni di piombo, che mi hanno fatto passare ogni simpatia per la politica.
Ma non ho il diritto di lamentarmi: anche la nostalgia, la pretesa di rifondare ciò che è morto e sepolto, è qualcosa di umano (troppo umano!). Non c’è teoria condannata dalla storia che non lasci alle spalle una coda di nostalgia, di rimpianti per un’intransigenza che, spesso, è più favoleggiata che reale.
So che ciò che sto per dire farà incazzare molti, ma dalle nostalgie, dall’intransigenza e dalle indignazioni non ho mai visto uscire niente di buono. La realtà non funziona come la matematica e chi pretende che due più due faccia sempre quattro è destinato a parecchie delusioni. Dopodiché o tira fuori la P38 (e fa la fine che si merita), o si rassegna ad ammettere di non aver capito un cazzo.
Ecco. Pasqua 2005. Il disco è finito, continua a piovere e, porca puttana, sono più incazzato di prima. Vita di merda.
Livermore said
Bertante coglie nel segno. Da una parte i giovani sessantottini contestatari estremi dei poteri costituiti non saranno altro che i futuri efficienti gestori mediatici e burocratici di quegli stessi poteri. L’intuito profetico di Pasolini cercò di aprire gli occhi ai più svegli quando, rivolgendosi agli studenti, li stimolava a chiedersi come mai “Newsweek”, “Le Monde” e il “Corriere” li leccassero il culo: perché “siete i loro figli ed il loro futuro”, diceva.
Inoltre le pagine di Bertante rinforzano la mia persuasione. Forse Binaghi è tra coloro che attribuiscono al ’68 tutti i mali di cui soffriamo (estremizzo). Per me, invece, il ’68 è come l’Illuminismo habermasiano: ‘progetto incompiuto’. Il momento conclusivo di un ciclo storico che aveva alle spalle un lungo processo di liberazione da vecchi vincoli in direzione di maggiore libertà e maggiori diritti; un ponte verso una nuova epoca che prometteva l’emancipazione di un’umanità più aperta al dialogo e alla differenza. Ma quegli anni avevano anche alle spalle l’onda lunga del “miracolo economico” della fine degli anni Cinquanta, i cui effetti, nel ’68, si stanno già attenuando, e davanti a quell’anno c’è uno sviluppo futuro destinato a sfociare nella società del lavoro precario e delle aspettative decrescenti. E ponte il Sessantotto lo è stato anche verso gli esiti socialmente e idealmente destrutturanti del capitalismo assoluto, verso la promozione dei valori neo-liberisti dell’estensione del mercato e la massimizzazione del profitto individuale.
Da una prospettiva storica, pertanto, il Sessantotto ha due lati: uno che ha raccolto una densa eredità storica di istanze definite in senso emancipatorio, ma concludendola e non proiettandola verso il futuro; un altro che ha spezzato architravi già corrose della vita sociale, sospingendola verso il dominio integrale del mercato.
Paola renzetti said
Nell’articolo ci sono molti riferimenti a persone, di cui si cita il nome e qualche informazione parziale che possa da sola influenzare negativamente chi legge. Si esprimono giudizi già confezionati e definitivi, individuando una presupposta classe al potere di degenerati, responsabili del declino di una società. E’ la scelta di chi punta su aspetti essenzialmente emozionali e non si discosta poi molto dal modo di fare informazione di certa televisione o di certi leader politici, che mirano sostanzialmente a denigrare gli “avversari” e a negare disperatamente e con aggressività i valori di cui gli altri sono portatori.
lucy said
l’articolo ha un teorema e teleologicamente si svolge nella direzione della sua dimostrazione. quello che dice è purtroppo vero, basta avere il coraggio di guardare la COSA: e non è un bello spettacolo. è tuttavia UN’analisi, non esaurisce l’evento e, soprattutto, non può operare una riduzione così serrata per cui TUTTI “i” sessantottini sono di quella risma e niente più.
c’è un’idealità che resta, la formulazione di ideali che ha avuto, è vero, un seguito paradossale. ma non è la prima volta che ciò si manifesta. anche l’illuminismo ha fatto quella fine. anche la stessa rivoluzione francese. di quei fatti ci resta tuttavia il grande regalo della libertà e dell’uguaglianza: ben lontane, dopo oltre duecento anni, dall’essere realizzate, ma, almeno, l’occidente ne mastica un po’ da un paio di secoli, pur tra mille contraddizioni. per il momento del ‘68 vediamo i cascami. dobbiamo toccare il fondo e, forse, risaliremo.
o forse, come disse un mio ex-alunno, non sappiamo che il fondo lo stiamo già grattando, e da sotto: e ci cadono frammenti dell’intonaco negli occhi.
Felix Dottor Peyote said
Io la prossima Pasqua proverei col Rigoletto…
Paola Scacciavillani said
Con il libro di Aldo D’Ambrosi:
“Bussavamo alle porte del cielo”
Il ‘68 oggetto di grandissima discussione quest’anno, 40mo anniversario, si discute, si fa il bilancio di questo lasso di tempo, forse abbastanza lungo per poter cercare di dare un giudizio più obiettivo.
D’Ambrosi tratta l’argomento alla maniera di un romanziere, di un narratore, con il suo libro “Bussavamo alla porte del cielo” titolo ispirato dal verso di una canzone di Bob Dilan e lo fa raccontando la storia di quattro personaggi, due coppie, che dagli anni attuali si spostano continuamente indietro verso gli anni della loro giovinezza che li ha visti protagonisti della rivoluzione del ‘68, vissuti in una terra al centro della rivoluzione sessantottina: Milano, l’Università Statale, con gli ideali che nel ‘68 avevano la maggior parte dei giovani, la libertà, la comunità, il sogno di poter cambiare la società, di poter intervenire nella realtà per cambiare il corso degli eventi, la grande voglia di cambiamento alimentata quotidianamente dalla forza della gioventù. Ora che sono maturi, si sono sposati, una serie di eventi sono accaduti, una coppia si è divisa l’altra, invece, è rimasta unita nel matrimonio, hanno avuto anche dei figli, è inevitabile per loro andare indietro con la mentre e scoprirsi molto, molto diversi da quelli di un tempo. Scoprire che un conto è avere sogni, idee di cambiamento, e un conto, invece, è fermare gli eventi che non si possono fermare nella storia e nella realtà. Nel libro ci sono frequenti riferimenti al fattore “tempo”, se c’è una cosa sulla quale non si può intervenire, anche se si è animati da grandi sogni, è proprio il cambiamento degli eventi. Flash back continui, andirivieni nel tempo dei ricordi, delle memorie, memorie che passano anche sui corpi dei protagonisti perché così come sono cambiate le loro storie così sono cambiati i loro corpi, dove ormai i segni della perdita della giovinezza sono evidenti, visibili. Sono cambiate tante cose ed è cambiato anche il loro modo di intendere l’amore, perchè nel ‘68 circolava l’idea della liberazione sessuale, della coppia aperta ora, invece, una delle due coppie registra quanto sia stata deleteria questa esperienza di coppia aperta per chi l’ha voluta veramente realizzare, veramente intendere in questo modo. Si analizza il tempo attuale ed il tempo passato. Il tempo è la dimensione attraverso la quale i sogni si sono smaterializzati, si sono sgretolati, per cui, alla fine, il risultato che ne deriva è negativo, non tanto per i giorni vissuti in quella atmosfera piena di sogni, di voglia di fare, di fervore, quanto per quello che è accaduto dopo. Come dice l’Autore, qualcuno dopo aver vissuto gli anni della contestazione come una eccitante vacanza, rientrava nei ranghi senza troppi rimpianti, qualcuno si defilava dopo un viaggio in India e si trasferiva a vivere in uno di quei paesini medievali dell’Italia centrale dove illudendosi di poter vivere una vita dedicata al minimalismo si ritrovava, invece, a vivere una vita piena di dubbi e di ripensamenti. Altri, non riuscendo ad integrarsi, si rifugiarono nella droga, altri diventavano clandestini e violenti, i primi a scegliere questa strada furono quelli che contestavano, che, da primi della classe, amavano molto essere ascoltati, seguiti, riveriti, ammirati e che, soprattutto, a tutti i costi, non volevano perdere! Nel libro si fa un interessantissimo bilancio non tanto del ‘68 quanto degli anni ‘70 quando è cominciato a diventare sempre più incombente il pericolo del terrorismo e delle conseguenti stragi. Il giudizio che, tutto sommato, i protagonisti pronunciano sulle loro vite e sull’epoca che hanno vissuto, è negativo, è un giudizio contaminato soprattutto da un senso profondo di amarezza, di tristezza, di perdita dei valori. Molto spesso, in questo romanzo, i personaggi usano un termine per parlare di loro stessi: si sentono ingrigiti, in realtà questo grigiore non è riferito tanto alla loro anzianità, all’avanzare degli anni, quanto alla perdita dei sogni, alla perdita degli ideali non più sostituiti da altri ideali. Però alla fine del romanzo i conti tornano, le due generazioni i sessantottini e i loro figli, pur nella sofferenza che la vita offre loro, ritrovano un contatto, i figli che in alcune pagine di questo libro definiscono i genitori “persone al chiodo ammuffite”, trovano un contatto, ognuna di queste generazioni fa i conti con il proprio tempo, con le responsabilità che ognuno, in base al momento in cui hanno vissuto, ha avuto e in base alle quali hanno agito. La parte finale del libro non è più ambientata a Milano ma in un luogo mitico quale è Creta, quest’isola mitologica dove l’Autore torna a parlare del tempo, di “crono” che sgretola tutto così come si sgretolano tutti i tempi.
La lettura di alcuni brani e la presentazione del libro effettuata a cura della Presidente de “Il Leggio del Mare” Prof.ssa Anna Maria Vanalesti e dal Prof. Francesco Facciolo è stata seguita da un interessante e vivace dibattito tra i molti ex sessantottini presenti in sala. L’interesse che ancora suscita l’argomento fa ben perare in un prossimo ulteriore incontro sul tema.
Se volete esprimere la vostra opinione scrivetemi all’indirizzo e.mail scacciavillani@yahoo.com