Etica della prosa (sulla responsabilità dello stile)
Posted by fabrizio centofanti on March 14, 2008
di Beppe Sebaste
Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco – poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, [[fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette – ignoti e famigliari.
Ho citato questo aneddoto per riprendere il tema trattato da Antonio Pascale nel suo Il responsabile dello stile (minimum fax), testo che sarà discusso oggi in un seminario collettivo a Roma, presso la casa editrice Laterza. In breve, Pascale prende le distanze, giustamente, da una parte dall’estetizzazione del dolore (nel suo senso più ampio), dall’altra dalla retorica di chi, per mimesi o malafede, cade nella rete di ciò che vuole denunciare (come un linguaggio mafioso o allusivo per disapprovare la camorra). Oggi la tradizione occidentale – il cui realismo nelle arti e nella letteratura, ci ricordava Auerbach, fu inaugurato dall’inaudita rappresentazione del dolore e del corpo della Passione di Cristo – sembra essersi impantanata in quello spettacolo neutro e anestetizzante della realtà che è la televisione. Letteralmente, essa fa vedere tutto (e contemporaneamente) da lontano, come se scorresse su un nastro scorrevole. E’ ovvio che l’anestesia che produce è anche un ottundimento morale. Qualcuno ha ribadito contro Pascale che l’estetica è insopprimibile da una narrazione. Ma l’estetizzazione – che sta all’estetica (cioè la capacità di sentire) come la politica-spettacolo sta all’esercizio della cittadinanza (l’antica politéia) – è tutt’uno con questa anestesia. Come esempio recente di estetizzazione (e di ottundimento morale), cito la differenza tra Romanzo criminale (ottimo romanzo balzacchiano e duro di Giancarlo De Cataldo) e il film omonimo, dove gli stessi personaggi, banditi sanguinari e cocainomani della Magliana, sono belli come eroi cari agli Dei (che li fa morire giovani).
Un evento tutto sommato recente, Auschwitz, che ripudia i commenti ma non le descrizioni, impone da qualche decennio di risvegliare la nostra attenzione allo stile etico di immagini e parole. Da “evento senza testimoni”, il lessico paradossale si è arricchito di formule come “rappresentazione impossibile” (Joseph Beuys), e “immagini malgrado tutto” (Georges Didi-Hubermann). Auschwitz (nome proprio per dire ogni sterminio programmato) fu una esecuzione, nei due sensi della parola, della rappresentazione. Il film Shoah di Claude Lanzmann, nove ore di testimonianze e di primi piani, è diverso di natura da ogni rappresentazione (e da ogni film di Steven Spielberg). Insegna che non tutte le immagini sono lecite, ma solo quelle che fanno identificare nei testimoni (NON nelle vittime o nei carnefici). Riflette sull’atto di testimoniare mentre offre testimonianze. Problematizza l’enunciazione mentre predica enunciati. E’ la definizione migliore di responsabilità dello stile.
Oggi nelle arti, nel cinema, nella letteratura, nozioni come testimonianza, documento, archivio, ecc. sono non solo centrali, ma foriere di un rinnovamento dei generi e delle forme. La loro riuscita sta nell’armonizzare storia e memoria, eventi e empatia personale, e la loro soggettività è condizione della loro universalità. Non ci sono facili ricette, né morali né stilistiche, per una tale riuscita. Eppure anni fa riportai in un mio libro sui maestri il “decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa” di Giorgio Messori, scrittore appartato e insegnante di lettere alle superiori. Il punto 2 diceva: “Non farti mai condizionare dai sensi di colpa o da ipotetiche minacce di ritorsione”. Il punto 4: “Cerca di essere sincero e preciso”. E il 5: “Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Tra l’altro fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate in discorsi fatti da altri”. Penso ancora oggi che questi consigli non siano utili solo per gli allievi delle scuole medie, ma per tutti noi.
(articolo pubblicato su l’Unità il 5 marzo 2008)















Giovanni Nuscis said
Grazie, Fabrizio.
Consigli effettivamente utili per tutti.
Giovanni
fabrizio centofanti said
grazie a te, Giovanni. e a Beppe, naturalmente.
mi sto chiedendo se, ad esempio, il Tibet sia una cosa concreta o no. se fosse una cosa concreta, sarebbe il caso di scriverci qualcosa.
olimpiadi permettendo.
Francesca said
Mi pare molto interessante l’apertura sull’episodio con Boltanski, un artista molto particolare che mi turbò parecchio con una sua installazione permanente alla Tate di Londra. Lavora sulla memoria e dunque sulla morte – e quindi tocca un punto cruciale dell’arte: qual è il confine legittimo dell’opera? Sto mostrando il dolore, sto dando testimonianza o sto solo esibendo, facendo della materia da cui prendo spunto solo ulteriore carne da macello?
La conclusione su Messori lo ribadisce – prima di tutto occorre saper essere lucidi ed onesti con ciò che c’è di concreto, cioè alla nostra portata, con ciò che tocca la nostra esperienza. La fame in Africa è concreta, tuttavia ad esempio se uno si mettesse a scriverne solo per questo, senza aver tratto dalla sua vita un senso profondo dell’umano, finirebbe con l’essere ridicolo, con l’usare chi vuole difendere ai fini di una propaganda personale. Dove non possiamo parlare, perché non sappiamo farlo, meglio ascoltare. Qui sta la differenza tra usare il mondo per i propri fini e farsi filtro di ciò che abbiamo intorno.
Idem per il Tibet (che ci riguarda tutti e che ci dovrebbe sconvolgere tutti) – se si iniziano a scrivere trattati sul Tibet dal nulla, ma con il proprio concreto si è i soliti ottusi e meschini di sempre, meglio darsi all’ippica.
Prima di dire si può imparare moltissimo ad ascoltare e ad osservare – con rispetto.
fabrizio centofanti said
c’è qualcosa che ci unisce irresistibilmente ai disperati del mondo. perché la disperazione è uno dei fatti più concreti, e ci obbliga a fare i conti con noi stessi e con gli altri. la lotta per la libertà ha segnato e segnerà chiunque di noi sia vivo.
beppe s. said
vi ringrazio (e soprattutto francesca) delle vostre letture e commenti. vi invito a venire a trovarmi sul mio sito e blog. un caro saluto, beppe s.