Rondini
Posted by rosellapostorino on March 15, 2008
Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini.
In ogni aula le maestre avevano fatto incollare ai vetri quei ritagli di cartoncino nero. Era stata una gioia rumorosa, una concessione che i bambini avevano accolto con entusiasmo.
Il bambino spostò i gomiti dal banco, appoggiò le braccia sulle gambe e continuò a guardare fuori. Non è che gli interessasse davvero delle rondini, semplicemente era contento che ce ne fossero ventisette come ventisette erano gli alunni della classe: a ciascuno la sua rondine. Individuava la sua tra tutte quelle che decoravano il vetro, ma avrebbe anche potuto essere la rondine di qualcun altro, non avrebbe fatto differenza per lui. Forse, quelle rondini spiaccicate sul vetro gli sembravano persino il ridicolo risultato di una distrazione, di un errore di traiettoria. Un piccolo, innocuo cimitero di rondini: tra l’una e l’altra, spicchi di cielo, di strade, di persone.
Il bambino ascoltava il rumore che veniva dalla strada, del tutto indifferente a quello che accadeva in classe. Sentiva i passi delle mamme che la mattina vanno a fare la spesa, e immaginava sua madre, la gonna nera a metà polpaccio e la camminata svelta, il portafogli stretto sotto l’ascella, che ciabattava tra una bottega e l’altra su e giù per il paese, e a pranzo lo avrebbe accolto con un bacio sulla fronte e il suo sorriso di denti larghi. Solo quando il piatto del bambino sarebbe stato vuoto, pulito come se il cibo non lo avesse nemmeno toccato, la mamma gli avrebbe dato un secondo bacio sulla fronte, o magari sulla guancia, come premio.
Per strada le automobili continuavano ad andare. Le persone erano libere di uscire, passeggiare, fare compere, sedersi su una panchina, chiacchierare fuori dal bar, buttare le buste di spazzatura e magari incontrare per caso, proprio accanto al cassonetto, un condomino con cui conversare in modo disimpegnato, di portare i cani a fare la pipì, di decidere cosa mangiare per pranzo e di cucinarlo, di guardare la televisione, di guidare i motorini. Le persone erano libere, libere di sentire la luce del sole sugli occhi, la luce del sole che fa brillare l’asfalto e che riscalda le guance.
Tra la strada e il bambino c’erano le mura dell’aula seconda B, situata a pianterreno. Il bambino era chiuso tra le pareti verniciate di verde, seduto a occupare lo spazio di due o tre piastrelle al massimo. In fondo alla classe c’era l’armadietto con dentro l’alcool per pulire i banchi scarabocchiati coi pennarelli. Davanti, la cattedra della maestra. Sul lato sinistro della stanza, invece, c’erano le rondini, aggrappate alle finestre, proiettate verso il fuori e soggiogate dai vetri, incapaci di volare, di liberarsi dalla presa della colla, e di liberare a loro volta le finestre. Lasciare lo spazio aperto agli occhi del bambino.
Il bambino guardò le teste degli altri, che seguivano col dito la lettura ad alta voce di una compagna. Anziché chinarsi sulla pagina del sussidiario anche lui, si infilò un dito nel naso. Spesso gli usciva sangue da lì: forse era a causa di questo vizio di introdurre l’indice nella narice e grattare, o forse semplicemente accadeva, senza nessun motivo, come molte cose accadevano senza che lui ne conoscesse il motivo.
A un certo punto la maestra interruppe la compagna che stava leggendo. Il bambino non si accorse dell’attimo di silenzio che ne seguì, fu solo quando la maestra lo chiamò per nome che si voltò, e la guardò perplesso.
– Togli subito quel dito dal naso, non lo sai che non si fa?
Il bambino allontanò con uno scatto la mano dal viso. Riunì entrambe le mani sotto il banco, sulle gambe, e iniziò a intrecciare le dita tra loro.
– Continua a leggere tu.
Il bambino sospirò, poi si morse il labbro inferiore con gli incisivi nuovi, nati da poco, e continuò a giocherellare con le dita sotto il banco senza rispondere nulla. Non il minimo suono.
– Ho detto: continua a leggere. O non lo sai dove siamo arrivati?
Il bambino avrebbe dovuto rispondere che non lo sapeva, ma proprio non gli riusciva di parlare. Cercava di immaginare quello che avrebbe dovuto dire, ma gli tornava in mente soltanto una voglia irresistibile di guardare verso la finestra. Controllare se le rondini erano ancora tutte attaccate, se tutto era ancora al suo posto, niente era cambiato, ventisette rondini per ventisette bambini, non una di meno.
– Allora? A cos’è che pensavi?
Pensava che sarebbe stato meglio se gli fosse uscito sangue dal naso, proprio in quel momento. Sarebbe stato un modo per far tacere la maestra, senza doversi affidare alle parole, che erano fuggite tutte via. Neanche una sillaba nella testa del bambino, tutte già fuori, scappate senza portarsi dietro nemmeno una rondine.
– Non va proprio bene così, lo sai? Sei distratto, ti fai sempre i fatti tuoi mentre noi facciamo lezione. Lo dirò ai tuoi genitori. Ieri non sei venuto a scuola e oggi non stai nemmeno attento per recuperare. Ti sembra un bel comportamento?
Non gli sembrava né bello né brutto, in realtà non ci pensava e basta. Non se l’era mai posta questa domanda sul comportamento, e anche adesso che qualcuno gliela poneva credeva sinceramente che non lo riguardasse.
– Allora? Non rispondi?
Neanche una goccia di sangue dal naso. Avrebbe potuto tossire, starnutire, grattarsi la testa, e rovinare così la riga precisa che la mamma gli aveva disegnato al mattino con il pettine bagnato. Avrebbe potuto fare una qualsiasi cosa che lo riscattasse da quell’immobilità.
– Sto perdendo la pazienza.
– Mi scusi, maestra.
Sillabe che si uniscono. Parole che appaiono, incerte, e diventano suono.
– Perché ieri non sei venuto a scuola?
– Ho portato la giustificazione.
– Sì, ma ti ho chiesto perché non sei venuto.
– Non c’ero.
– L’ho visto che non c’eri. E dov’eri?
– Ero- Fuori città.
– Ah! E mentre noi stiamo qui a spiegare e a studiare, tu te ne vai a fare una bella gita fuori città?
– Ma io sono andato a trovare mio padre-
– Ah sì?
– In carcere.
Il bambino forse non si accorse dell’improvviso pallore sul volto della maestra. Fu sollevato che lei non gli rivolgesse più non solo la parola, ma nemmeno lo sguardo, e che avesse in fretta deciso di far leggere un altro al posto suo. Non si accorse, forse, del silenzio che ricoprì la stanza verde, perché era di nuovo concentrato sul rumore che proveniva dalla strada, dalle persone libere di parlare o di tacere, libere di guardare o di distogliere lo sguardo, libere di muoversi o di stare ferme, libere di attraversare la strada.
Nella stanza era caduto un silenzio afoso, trattenuto dalle pareti e ingigantito dal calore dei corpi neri appena sfracellati sui vetri. Una strage di rondini, un olocausto muto.
Il bambino sentì qualcosa scricchiolare dentro, proprio allora, un ramo calpestato, una cosa così, lui che non avrebbe davvero saputo trovare le parole per dirla, nemmeno la sapeva riconoscere quella cosa che sentiva spezzarsi, d’un tratto, ora che la maestra non ce l’aveva più con lui, che l’aveva lasciato perdere, da solo seduto al suo banco coi suoi pensieri incolore, le sue immagini sbiadite. Il bambino sentì una specie di fischio, come un pianto. Pensò che non fosse nulla, nient’altro che un pianto di rondini.
Sciolse le dita, appoggiò le mani sul banco. Forse si era già dimenticato del sangue che a volte, senza spiegazione, cola dal naso, ed era così svogliato da non desiderare nemmeno di ficcare un dito nella narice. Nessun desiderio che riuscisse a ricordare. Restava immobile, convinto di guardare fuori dalla finestra.
(Questo racconto è apparso sul numero due della rivista Satisfiction).

















Paolo Cacciolati said
bello, lieve e incrinato come un pianto di rondini, brava Rosella.
Paolo.
Francesca said
Bello questo racconto – si mostra il pensiero del bambino (questo grande sconosciuto), indecifrabile e familiare come le rondini. Stranamente su ciò che c’è di più affascinante, delicato e misterioso al mondo (l’infanzia), tutti hanno sempre un po’ troppo da dire o interpretare, molto prima di ascoltare… come questa maestra.
lapoesiaelospirito said
E’ vero, il racconto è delicato e “succoso” proprio perchè mostra con sensibilità il bambino, così com’è. L’infanzia ancora ci affascina, nel suo essere momento della scoperta e dell’incanto, della sensibilità acutissima.
Brava.
fk
rosella said
grazie amici, torno adesso da 2 gg a sabaudia (che bello!)
adesso mi leggo tutto quanto.
ciao
Michela said
un racconto realistico dove le parole liberano una psicologia delicata. complimenti per lo stile descrittivo.