Incontro con Gianni Celati (terzo tempo)
Posted by paolocacciolati on March 17, 2008
La prima e la seconda parte dell’incontro qui e qui
Uomo che ha l’aria di saperla lunga, specie sulla letteratura, domanda: anche nelle società mercantili si sono prodotti capolavori, come nel caso del Decameron. Come si concilia con quello che lei ha detto prima? Io credo che sia possibile produrre letteratura anche nella società capitalistica. E’ dunque impossibile scrivere nella nostra epoca? E poi, a proposito dell’intenzionalità della scrittura, lei critica chi voleva costruire trame e inserire ingredienti e passioni costruite. La letteratura dell’Ottocento è piena di capolavori “costruiti” anche con simulazioni di passioni. Cosa pensa in proposito?
Celati: è cambiato qualcosa, dall’Ottocento. La nuova economia di mercato fa del profitto il valore massimo. Non si possono fare paragoni con Balzac e con gli altri grandi scrittori dell’Ottocento. Oggi c’è un sistema di catalogazione di qualunque cosa uno dica e scriva. Tutti devono rientrare in una categoria, stabilita da giornali ed editori. Dumas aveva il principio di fantasticazione. Ma questo oggi non può più esistere. Oggi nei giornali, come nel sistema editoriale, tutto è catalogato, tutto ha la sua casellina. Le case editrici classificano ogni tipo di libro. Il problema è come siamo arrivati ad essere quel che siamo. All’epoca di Dumas questo sistema non c’era, o perlomeno non era così potente.
Quanto ai capolavori, io non so cosa siano i capolavori, ma non mi piace il termine. E sull’intenzionalità, allora, nell’Ottocento, forse aveva un senso, ma oggi è un’altra cosa legata alla dottrina del profitto, oggi tutto è retto dal profitto, la dottrina dominate è quella della competizione. Quindi, come dicevo prima, io preferisco i libri che sono scritti senza intenzione. Quanto a me, io prendo un’altra strada, io preferisco non esistere più come scrittore.
Non ho niente da rivendicare, nessun progetto di passare all’eternità. Scrivere è stato qualcosa che mi ha occupato, che mi ha sollevato dalla noia di vivere, probabilmente anche dalla depressione
Ritorna l’Introduttore: hai mai avvertito la possibilità di riconoscerti in quelli della tua generazione, o in qualche autore?
Celati: la generazione, la questione della generazione l’ha tirata fuori Kerouac, ai suoi tempi forse aveva un senso, ma oggi anche questo è solo più target pubblicitario, io non so chi sono quelli della mia generazione, sì, ho degli amici con cui ci siamo fatti buona compagnia, forse potrei considerare loro la mia generazione. Però fatico ad associare questo con la letteratura e con la parola generazione. Bisogna introdurre il sospetto che la cosa che chiamiamo letteratura sia un’attività asociale. L’asocialità è il bene della letteratura
Ancora una donna con occhio adorante domanda: in un’intervista a Belpoliti lei parla di errore come metodo, può dirci qualcosa in merito a questo?
Celati: è la vita che è un errore, l’errore è una cosa importante, perchè nel nostro mondo tutto è soggetto al calcolo, invece tutto quello che amo nasce da un errore e questo va preservato, voglio difenderlo. L’errore è ciò che ti porta avanti nella notte. Poi ti risvegli e ti rendi conto di quel che hai fatto.
Nessuno di noi è un’unità, tutti siamo come tribù. Il sogno dell’uomo monolitico che non commette errori è assurdo, mi piace pensare che siamo come pezzi sparpagliati di un unico essere.
Leggete l’Ariosto, lì ci sono cavalieri che si sbagliano sempre. La vita va vista come un errore totale.
Uomo dall’aspetto colto sedente alla destra dell’introduttore incalza Celati: è per questo che hai dedicato all’Ariosto la prefazione al libro sull’Africa?
Celati: esatto, e poi perché Ariosto incarna lo spirito italiano e riflette la felicità di quel libro, che è una felicità che è venuta da sé, proprio perché, ripeto, io non volevo fare un libro. Le parole per funzionare hanno bisogno di essere impostate su forme di amicizia e questo è quello che mi è successo in Africa. Non si può decidere di fare un libro “contento”, ti può venir fuori solo senza volerlo.
L’incontro è finito, applausi a scroscio, tutti si alzano, l’Introduttore dice ancora ah, prima ho dimenticato di presentarmi io sono Alessandro Perissinotto e insegno comunicazione alla facoltà di scienze della formazione di Torino, alla mia destra c’è…, e dice un nome che non ricordo, alla sinistra di Gianni Celati si presenta un altro vattelapesca.
Io me ne vado soddisfatto con la copia di Narratori delle pianure scribacchiata, tranne quella pagina dove Celati mi ha scritto una cosa prima di iniziare l’incontro.
Se ne stava in un angolo a chiacchierare con un tizio, ho capito che era Celati perchè l’ho visto in foto ed è uno che assomiglia molto alla sua foto, solo un pò più vecchio e con gli occhiali. Chiaro che come il tizio lo molla mi avvicino, mi presento, dico due stupidaggini e gli spalanco sotto il naso una pagina bianca dei Narratori, per la dedica di rito.
Comunque Celati a parte tutto il resto è pure un signore, mica si è scomposto di fronte alla mia intrusione, mi ha guardato con aria mite e sorridente e poi ha scritto questa bella cosa sulla pagina vuota, con una calligrafia sottile e involontaria.
Me la leggo per l’ennesima volta, prima di chiudere questo post.












March 17, 2008 at 3:47 pm
Ho spiegato in un articolo pubblicato su NI e su La poesia e lo spirito perché un libro narrativo, un romanzo non può e non deve essere generato con un’intenzione e dove invece risieda l’humus fertile dell’atto creativo. Dice bene Celati. Oggi, in epoca di progetti, quasi nessuno crede più in ciò e si becca solo insulti se riprova a riformulare tale verità.
March 17, 2008 at 4:15 pm
Parole sante, Lumina.
Ciao
paolo
March 17, 2008 at 7:25 pm
L’a-progettualismo come progetto è un po’ come l’antipsichiatria.
Si può praticare solo non praticandolo.
Da Celati mi aspetterei di meglio, questa cosa è un po’ naif, ma il pezzo tuo è molto bello, Paolo, quasi esemplare.
March 17, 2008 at 8:20 pm
è la vita che è un errore, l’errore è una cosa importante, perchè nel nostro mondo tutto è soggetto al calcolo, invece tutto quello che amo nasce da un errore e questo va preservato, voglio difenderlo. L’errore è ciò che ti porta avanti nella notte. Poi ti risvegli e ti rendi conto di quel che hai fatto.
Nessuno di noi è un’unità, tutti siamo come tribù. Il sogno dell’uomo monolitico che non commette errori è assurdo, mi piace pensare che siamo come pezzi sparpagliati di un unico essere.
Leggete l’Ariosto, lì ci sono cavalieri che si sbagliano sempre. La vita va vista come un errore totale.
L’elogio dell’imperfezione umana.
March 17, 2008 at 11:25 pm
Valter, grazie per le tue parole. Sai che adesso ho un dubbio: ho riportato quanto ha detto Celati o quanto mi è rimasto di quello che ha detto?
Ciao
paolo
March 17, 2008 at 11:36 pm
Grazie, Paolo. Dopo aver completato la lettura del resoconto, confermo la simpatia e l’apprezzamento per Celati, soprattutto per il suo sottrarsi quasi epidermico a luoghi comuni e borie autoriali.
March 17, 2008 at 11:43 pm
Sì, Giorgio.
p.
May 31, 2008 at 1:09 am
caro cacciolati, ho letto con attenzione il tuo resoconto sulla presentazione di Celati. Molto bella e vera. Lo dico perchè oggi a Bologna sono stato in una libreria ad in incontro con Celati presentato da un professore di Trento e devo dire che ne ho avuto un’impressione molto forte e suggestiva. Come dici tu è persona amabile, con aria falso stordita, lento nei movimenti e dalla voce lieve. Le sue idee sono originali ed è fuori dalla supponenza di altri scrittori. L’ho ritrovato molto nello scritto da te riportato e giacchè non ho mai letto nulla di Celati mi ripropongo di farlo. cari saluti da bologna, 30-5-08 gianpaolo rossetti ( è già il 31)