La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



La nube. dal romanzo I fuochi dell’86. di Mario Capello.

Posted by marinomagliani on March 17, 2008

Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.


Eppure scoprire quanto poco sapessi dei miei genitori mi sconvolse. Adesso, a pensarci, credo che sia stato salutare. Che sia quello che ha fatto di me ciò che sono – con tutto quello che avvenne quella primavera, del resto. Scoprire ciò che scoprii fu come immergersi una seconda volta nel liquido amniotico, sguazzare in quella poltiglia rosata, e riemergerne, con il fiato corto e gli occhi che bruciano. Fu come tornare indietro nel tempo e rivedere le immagini della propria vita in una sorta di strano film con una voce fuori campo. Una voce fuori campo che commenta ciò che accade sullo schermo e getta una luce inquietante sui fatti più banali.
Ma quella strana sensazione, che ci fosse qualcuno a leggere ciò che stavo vivendo, non la provai solo retrospettivamente. In quei mesi fu una presenza costante, così come fu costante la sensazione vagamente alienata di essere parte di un film. Un film dalla fotografia un po’ sgranata, sovraesposta.
La luce, la luce di quella tarda primavera e di quell’estate, è la cosa che avrei ricordato per molti anni a venire.
A quel tempo abitavamo nei palazzi dell’azienda. Li avevano costruiti al limite del paese, dove questo si trasformava insensibilmente in campagna. Erano grandi costruzioni sgraziate. Quattro grandi palazzi tutti uguali, come quattro gemelli piantati nella campagna per resistere al vento. Per anni furono le costruzioni più alte del paese, se si escludono le ciminiere e l’impianto di raffreddamento a fungo della fabbrica. Erano, della fabbrica, un corpo esterno, un organo cresciuto a distanza. Della fabbrica avevano gli orari. La gente usciva un’ora prima del turno e rientrava un’ora dopo. L’inverno, alle cinque, potevi vedere i loro fiati mischiarsi alla nebbia alla fermata dell’autobus. D’estate, all’uscita del secondo, li vedevi tornare e scherzare tranquilli camminando per strada, nell’azzurro cupo del tramonto prolungato.
Non era facile crescere lì. Solo più tardi mi convinsi che non è facile crescere da nessuna parte. Che, forse, non c’è nulla di più difficile.
C’erano troppe aspettative. Troppe richieste. Eravamo i figli dei figli del boom. I nostri genitori si godevano il punto d’arrivo, e a noi toccava ripartire per un’altra gara. La casa, la macchina, qualche hobby, la tv a colori. Già fatto. Tutto già fatto, ottenuto. C’era l’impressione che il lavoro duro, il sacrificio, avessero già dato tutto quello che potevano. Fossero stati spremuti.
Ma certo, a quel tempo non era quello, ciò che si percepiva. C’era una certa euforia. C’era l’ossessione delle marche e della moda. C’erano le ballerine in bikini in TV e gli spettacoli porno dopo una certa ora. C’erano i videogiochi nei bar, che andavano a monete da cinquecento lire e le canzoni di gruppi pop inglesi dove si sentivano solo la voce del frontman e le note sintetiche del basso.
Uno avrebbe potuto farsi ingannare.
Ma certo eravamo troppo giovani per capire certe cose. Ci limitavamo a respirarle nell’aria, propagate insieme ai semi di pioppo che arrivavano dalle piantagioni, verso sud e alle scorie della fusione della ghisa, che arrivavano da nord.
C’era un albero in mezzo al nostro cortile. Un grande tiglio sotto il quale avevano messo un panchina. Doveva essere un punto di ritrovo. Doveva anche essere il primo. Ma gli altri non li piantarono mai. Restò da solo. Verde monumento alle buone intenzioni.
D’estate la panchina si riempiva effettivamente di gente, vecchie signore attente a schivare la resina stillante dalle foglie, ragazzini con le prime sigarette in mano. Il cortile si riempiva di voci e risate e grida. Ma d’inverno quell’albero spoglio, senza nulla alle spalle, era desolante.
Ecco, nessuno, in quel periodo, pensava che sarebbe venuto l’inverno. E che non avremmo avuto nulla, alle spalle.
Il palazzo dove abitavamo era alto, con una facciata in mattoni e un piccolo cortile interno. Non era lontano dalla campagna e sembrava l’ultimo avamposto della città prima del verde dei prati. D’inverno potevi vedere la nebbia salire dai campi marroni pieni di fosfati e d’estate sentivi il rumore delle cicale agitarsi come una risacca alle tue spalle.
Lo spazio in mezzo ai palazzi era un cortile sempre pieno di bambini. Trecento famiglie, un cinquantina di bambini vocianti, di tutte le età. Non una grande percentuale. Il tasso di natalità andava scendendo già da qualche anno.
Passavo i miei pomeriggi tra quelle mura, in quell’orizzonte ristretto. Come tutti. Qualche volta mi allontanavo, a nord verso il centro del paese o a sud verso la campagna. Quelle fughe mi sembravano cariche di avventure. Mi limitavo a camminare godendo della mancanza di sponde e schermi, senza il peso della conoscenza sulle spalle.
Quella primavera la paura entrò nelle nostre vite. Dovettero passare anni perché ci accorgessimo che ospite invadente fosse. Che non ce lo saremmo più scrollato di dosso, come l’odore di tabacco dopo essere stati in un locale affollato o come l’odore di vecchio, in un ospizio. Qualcosa che condiziona la tua vita in maniera sottile, ma sostanziale.
C’erano venti di guerra nell’aria. E nemici pubblici. Facevano comodo entrambi. Comodi oggetti su cui proiettare il nostro odio e le nostre angosce. Oggetti intercambiabili, così che fosse chiaro il loro scopo, che nessuno potesse sbagliarsi. Gheddafi, Assad, i palestinesi. I giornali facevano a gara a definirli leader del terrore mondiale.
Ma la guerra, per quanto vicina, sembrava incapace di toccarci davvero, di scalfire il guscio trasparente in cui abitavamo le nostre vite come ospiti delle nostre esistenze.
Quando ero piccolo immaginavo di vivere sotto una cupola geodesica, fantascientifica. Un enorme diorama sovrastato da una cupola di cristallo. Solo adesso mi accorgo di come quell’immagine della mia fantasia fosse vera. Nulla poteva toccarci. La guerra era lì. Abbastanza vicina da darci un brivido, da darci l’illusione di essere dentro la realtà, ma niente di più.

Questo testo é l’incipit del primo capitolo tratto da “I fuochi dell’86″. Sul sito dell’editore Eumeswil potete leggere il prologo.

Mario Capello è editor free-lance. Insegna alla Scuola Holden di Torino ed è attivo nell’ambito della consulenza editoriale. “I fuochi dell’86 è il suo primo romanzo”, ed è un esordio importante, che speriamo possa lasciare un segno profondo, perché si tratta di talento vero.

Si ringrazia l’editore.

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