Antropologia del Mangiare 2

Come mai è così complicato progettare ipotesi su che cosa e quanto dovrebbero mangiare gli esseri umani e raggiungere un accordo unanime? I problemi sono principalmente due.

Il primo dipende dal fatto che gli esseri umani, grazie all’evoluzione culturale, mangiano di tutto, mangiano qualsiasi cosa. L’antropologia nel ventesimo secolo ha consentito di conoscere molto bene le abitudini alimentari di tribù eschimesi quasi esclusivamente ittiofaghe e pastori centroafricani quasi vegetariani, la cui principale fonte nutrizionale di proteine è il sangue dei propri zebù, che salassano senza ucciderli. Nel caso degli esseri umani interessa sapere non solo cosa mangiano ma quale sia l’alimentazione più idonea per un stato di salute ottimale. Sapere che ci sono popolazioni che in condizioni ambientali estreme si nutrono in un dato modo non è ragione sufficiente per estrapolarne conclusioni valide per tutti e in ogni luogo. L’altro problema, il secondo, è sapere se esiste di fatto una dieta che permetta di vivere meglio, ridurre le malattie cardiache, rinforzare il sistema immunitario e portare l’uomo a un invecchiamento in condizioni di buona salute, quindi autosufficienza fisica e psichica. Sono state condotte ricerche di questo tipo e altre se ne stanno facendo, ma l’uomo non è un facile modello da esperimento. Almeno non per tutti gli esperimenti.
Occorrerebbe nel caso specifico che a noi interessa approfondire, avere a disposizione un numero significativo, statisticamente, di persone, fare seguire loro la stessa dieta per tutta la vita, vivendo nello stesso modo, in condizioni il più possibili uniformi, e il gruppo stesso dovrebbe essere equivalente anche per altre molteplici caratteristiche e vivendo sempre nello stesso habitat e infine seguirle per tutto il ciclo di vita. Ci sono stati tentativi in questo senso, ma molto parziali, gli esseri umani vivono troppo a lungo e nel corso della loro vita ci sono molte variabili ambientali che possono influenzare la salute, perché sia possibile scinderle dagli effetti della dieta. Non si può ignorare l’ambiente in cui si vive, il fumo, la presenza o meno dell’esercizio fisico, le politiche sanitarie, tutti fattori che possono incidere sulle malattie e la longevità e che risulta difficile poter isolare e separare dallo studio di un gruppo del quale si vorrebbe sapere solo l’effetto dell’alimentazione. Naturalmente proverò in successivi articoli a mostrare i dati più felici in questo senso, mentre adesso mi preme verificare se guardando indietro nel tempo è possibile rispondere alla domanda fondamentale che ci siamo posti. Ciò è stato realizzato studiando l’alimentazione dei nostri cugini più prossimi, i Primati non umani. Dal punto di vista biochimico, il nostro organismo, è praticamente indistinguibile da quello degli uomini di CroMagnon che cacciavano nelle pianure glaciali europee. Questa non è una ragione per sostenere l’evoluzione in senso strettamente darwiniano, anzi rispetto a questa specificità ho molte perplessità e argomenti che però esulano dallo scopo di questo articolo. Riuscire a capire però che tipo di dieta seguano tuttora quelle popolazioni selvatiche di scimpanzè, scimpanzè pigmei, oranghi e gorilla, che sono tutti nostri parenti per caratteristiche genetiche e biochimiche, può servire molto per sfatare alcuni miti che circondano le scelte alimentari della nostra specie.
Il primo mito da smentire riguarda l’ossessione tipicamente umana di classificare la realtà in maniera rigida: si parla infatti nel gergo biologico di specie carnivore e vegetariane. Ecco che questa definizione è insoddisfacente, se si pensa che tra i vegetariani ci sono specie folivore (che si nutrono di foglie e germogli di piante), erbivori (che brucano a terra), frugivori (che si nutrono di frutta) e granivori che consumano semi e bacche.
Dall’altro lato ci sono i cosiddetti carnivori che in realtà includono insettivori, ittiofagi che amano il pesce, oofagi che si nutrono di uova e persino necrofagi e osteofaghi che ricavano le loro proteine da carcasse oppure dal midollo rimasto nelle ossa. Inoltre la maggior parte delle specie animali mostra comportamenti alimentari flessibili. E’ il caso delle grandi scimmie. Negli anni Sessanta, sulla scia di una certa corrente filosofica che aveva nel vegetarianesimo e nel veganismo i suoi punti di forza del movimento ambientalista, gli scimpanzè e i gorilla erano descritti come animali gentili che vivevano in pace con tutti gli abitanti della foresta pluviale e si diceva che consumavano solo frutta e foglie. Ma, scimpanzè e gorilla non sono quei pacifici animali che venivano descritti. Si sa oggi benissimo di come essi organizzino battute di caccia in cui braccano altre scimmie e piccoli mammiferi. Le ricerche già effettuate negli anni 70 indicavano già come lo scimpanzè della foresta di Gombe in Tanzania, era responsabile della morte dell’8% dei babbuini e del 13% dei colobi della zona. Le prede vengono divorate per intero e le ossa vengono spezzate per ottenere il midollo.
Inoltre i gorilla si cibano di termiti e integrano la quota di proteine della dieta consumando rettili e altri piccoli vertebrati. Altre ricerche molto più recenti hanno mostrato che i nostri cugini più prossimi, gli scimpanzè hanno una dieta composta dal 70% di frutta, dal 18% di foglie, germogli e fiori, dall’8% di proteine animali e da un 3% di miele, linfa e corteccia (Lope Forest in Gabon).
Quello che emerge e che contraddice drasticamente le ragioni e la genesi dei movimenti vegani, che fondavano le loro spinte alimentari sulle osservazioni dei presunti pacifici cugini, è che le scelte alimentari di queste specie antropomorfe sono caratterizzate dal rifiuto della monotonia che viene accuratamente evitata e sostituita da regimi alimentari vari e anche di tipo stagionale, con spostamento verso fonti alimentari completamente diverse e diversificate. Inoltre, si nota che se c’è un elemento che non mostra flessione, quello è proprio la caccia e la ricerca delle prede avviene durante tutto l’anno. In maniera analoga all’Uomo, anche scimpanzè e gorilla non sono in grado di costruire riserve di proteine e l’apporto plastico deve essere continuo. Per capire infine la tendenza verso un certo tipo di alimentazione il GDC (Gut Differentiation Coefficient) è stato verificato da due ricercatori: Chivers and Hladik. Questo parametro si basa sulla formula che stabilisce e misura il rapporto tra area superficiale espressa in cm quadrati, di quattro distretti salienti del tratto gastrointestinale: stomaco, intestino cieco, colon e intestino tenue e permette di ottenere un coefficiente numerico per ogni specie sottoposta ad analisi. Il rapporto è Area Stomaco più intestino cieco più colon diviso Intestino tenue. Ne viene fuori un grafico a due dimensione. Ora, se si tiene conto che poche specie mostrano una specializzazione alimentare univoca, i risultati ottenuti con il GDC non meravigliano. Le varie specie di primati si collocano in zone intermedie tra dieta folivora ed insettivora, con babbuini decisamente spostati verso una dieta costituita da proteine animali e le due specie di scimpanzè collocate a metà strada tra i frugivori e i carnivori. È da tempo noto che gli animali carnivori, la cui dieta è più ricca, hanno il tratto gastrointestinale più corto di quello degli animali che si nutrono di piante, che hanno bisogno di una digestione più elaborata. Nello studio compiuto da Henneberg et al. [1998] confrontando il rapporto tra lunghezza intestinale e lunghezza corporea e tra superficie gastrointestinale e superficie corporea di diverse specie il risultato è che l’uomo si trova in posizione intermedia tra carnivori e animali che si nutrono di piante per quanto riguarda la superficie gastrointestinale, e addirittura tra i carnivori per la lunghezza intestinale. Secondo Chivers & Hladik [1980, 1984] calcolando per diverse specie coefficienti di differenziamento dell’intestino, consistenti in rapporti tra le superfici di stomaco+cieco+colon e dell’intestino tenue, essi hanno argomentato che l’intestino tenue, essendo principalmente deputato all’assorbimento, è più sviluppato nei carnivori, mentre stomaco e cieco formano potenziali camere di fermentazione, necessarie ai folivori. I valori di tali coefficienti inferiori a 0.2 denotano carnivoria esclusiva, e quelli al di sopra di 3.0 folivoria esclusiva. I frugivori hanno valori intorno a 1.0. In particolare il siamango (per il quale pure, essendo folivoro, avremmo atteso un valore più alto!) ha un valore del coefficiente intorno a 0.8, il gibbone col berretto intorno a 1.0, l’orang-utan intorno a 1.1, lo scimpanzé intorno a 1.2, il gibbone dalle mani bianche intorno a 1.5 e il gorilla intorno a 1.6. L’anomalia mostrata dal siamango può essere dovuta al fatto che gli esemplari utilizzati di questa specie e del gibbone col berretto erano tenuti in cattività: Raemaekers [1979] osserva in proposito che secondo Kohlbrugger [1890-91] l’intestino posteriore del siamango, rapportato alla lunghezza di capo e corpo, è più lungo di quello del gibbone dalle mani bianche! Sussman [1987] osserva che gli umani attuali, studiati con lo stesso metodo, mostrano un coefficiente da 0.37 a 1.15, con la media di 0.62, pertanto andrebbero considerati come frugivori, leggermente spostati verso i carnivori.  Vedremo in un prossimo articolo, come la riduzione dell’intestino (in senso quindi meno efficace per l’assimilazione di nutrienti da vegetali e più efficace per la digestione di un’alta concentrazione di nutrienti da cibo animale) ha determinato le condizioni per un circolo virtuoso fra dieta di qualità superiore perché arricchita di risorse carnee, intestino più piccolo che fornisce più energia disponibile per lo sviluppo di un cervello più grande, che a sua volta determina, e ne è anche un prodotto, un comportamento più complesso per procacciarsi, conservare e condividere quelle nuove risorse alimentari necessarie a mantenere questo circolo virtuoso fra alimentazione ed encefalizzazione. 

7 pensieri su “Antropologia del Mangiare 2

  1. Ad argomentazioni di tal fatta parrebbe finanche pleonastico replicare, stante l’inesistenza di qualsivoglia antispecista razionale (l’alimentazione strettamente vegetariana né è la diretta conseguenza) che sostenga la fondatezza del proprio pensiero sulla pretesa pacificità degli animali e, in specie, degli animali antropomorfi. Già in virtù di ciò, l’assunto dell’articolista si commenta da sé in tutta la sua patente falsità. Per mero tuziorismo, si significa che la questione rilevante, in punto filosofia morale, è se i diritti morali fondamentali (alla vita, alla libertà, ad un trattamento rispettoso in chiave etologica) siano una prerogativa strettamente umana, ovvero se appartengano anche ad altre specie; chi sostenga la prima tesi, ovviamente, posti gli interessi in gioco, ha l’indefettibile onere di fornire la prova rigorosa di quanto sostiene. In merito, infine, alla questione della salubrità o meno della dieta strettamente vegetariana, basti il riferimento alla posizione ufficiale dell’ADA e dei Dietitians of Canada: il resto, francamente, è banale e putativa propaganda.

  2. questo commento di Pamela Canali era andato perso:

    Scrive Umberto Veronesi nel forum del Corriere della Sera:
    [...] la mia scelta di essere vegetariano è nata proprio per motivi
    etici, per il rispetto per la vita di altri esseri viventi. Sono
    vegetariano da sempre per ragioni filosofiche, ho il massimo rispetto
    per la vita in tutte le sue forme, specie quando non può far valere le
    proprie ragioni: non mi piace festeggiare i piaceri della tavola a
    spese di altri esseri. Gli animali da allevamento sono sottoposti a un
    trattamento crudele. Sono ormai considerati “macchine di
    trasformazione” di una merce a costo noto (i mangimi) in un’altra (la
    carne) il cui prezzo deve essere remunerativo al massimo, detratte le
    spese di allevamento che devono essere contratte al minimo. Anche la
    pratica della macellazione risveglia un senso di ripugnanza nel vedere
    come l’animale viene inizialmente solo stordito per poi essere
    sgozzato in modo che la morte avvenga per dissanguamento (questo è
    quanto impone la legge sulla macellazione), affinché la sua carne
    prenda un colorito più chiaro. Rinunciare alla carne dunque può
    contribuire ad alleviare le sofferenze degli animali, tra l’altro
    senza danneggiare in alcun modo la nostra salute.
    (vedere qui)

  3. beh! non s’era perso granché…
    comunque, visto che queste parole: “ho il massimo rispetto
    per la vita in tutte le sue forme, specie quando non può far valere le
    proprie ragioni” stanno in bocca ad uno dei paladini di ben altre battaglie “etiche?!” (sic!)come sostenitore strenuo di aborto, eutanasia, liberalizzazione delle droghe che dire se non stendiamo un velo pietoso?!

  4. Cara Elena F., una notevole percentuale degli italiani considera le posizioni di Veronesi rispetto ad aborto ed eutanasia perfettamente etiche. Al momento non sono al corrente di statistiche, ma sono sicura che anche la posizione di Veronesi rispetto alla liberalizzazione delle droghe leggere è condivisa da una buona percentuale di italiani.Anch’io, pur essendo personalmente contraria ad ogni tipo di droga, compreso l’alcol e lo zucchero, penso che la liberalizzazione delle droghe leggere potrebbe avere risvolti positivi.

  5. Signora canali, lei continui pure a difendere la vita dei vitelli, degli agnelli e dei polli, per quello che mi riguarda ho già scelto: la vita anche di un solo bambino(nato o non nato non fa differenza), per me, vale più dell’universo intero

    buonanotte

  6. La signora canali è una persona molto disinformata. Nei miei prossimi articoli ne vedremo delle belle

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