La visita del Papa a Pavia, di Roberto Plevano
Posted by fabrizio centofanti on April 11, 2008
Ci prendiamo tardi questa mattina e ci mettiamo in strada di gran fretta con l’agitazione delle cose da fare e già cominciate male. È mezzogiorno di un sole estivo e pesante, eppure questo sole non è alto, non sale nemmeno e pare quasi di toccarlo. C’è afa nella bassa, come se un qualsiasi limpido orizzonte fosse stato cancellato per mancanza di spazio. Non si vede di là di qualche chilometro. Uno strano aprile e già mi manca il fiato, fin da quando sono uscito. Duecentocinquanta chilometri di foschia ininterrotta. Il verde lungo la strada, gli alberi pieni di foglie, l’erba alta, fioriture passate dappertutto, ma di acqua ce n’è poca, anzi, non ce n’è più. Il Po dal ponte fa paura, è un fondo secco e l’acqua scorre con fatica. Siamo solo in aprile e non c’è nessuna gioia. I campi impallidiscono prima di perdersi nell’orizzonte che non c’è.
L’aria condizionata dell’auto, richiesta a gran voce, è al massimo entrando in città; per me è una scocciatura, si consuma più benzina, si aggiunge un altro ronzio ai rumori del traffico e della guida, ma non voglio discussioni.
Arriviamo così a Pavia con la macchina surriscaldata e i bambini sudati, irrequieti, affamati. Non c’è stato tempo per un spuntino. «Ah… ho dimenticato di prendere i grissini e le mele… state fermi!». I due dietro si danno pizzicotti, si urtano, protestano. «Allora papà, siano arrivati?» «Ho fame!».
«Siamo arrivati, state buoni, ora entriamo e siamo subito all’ospedale. Di qui si arriva direttamente…». No, non si arriva invece, la strada è transennata all’altezza della rotatoria, vigili dappertutto, si può solo girare a destra.
«Accidenti, c’è il Papa, hanno chiuso la città al traffico». Ma come? Anche le vie fuori dal centro? Sì, bisogna girarci attorno alla città, e io non sono mica tanto pratico, conosco meglio le vie interne. Guido per strade mai viste, tra anonime palazzine. No, non mi ricordo mica, è passato tanto tempo e siamo comunque lontani dal centro. Cerco di percorrere una circonferenza buttando l’occhio sull’apice della cupola del Duomo, che spunta oltre i tetti degli edifici della periferia in cui siamo rinchiusi. Aspetta… qui c’è il cimitero… proseguiamo, dovremmo arrivare da qualche parte». «Indicazioni per la stazione… vediamo… Ah ecco, questa rotatoria è nuova, di là dal ponte della ferrovia c’è l’ospedale.
«E noi cosa facciamo mentre sei dentro?». Nemmeno il tempo di trovare qualche ristorante, un posto in un parco, qualcosa per i miei, non avrei saputo come avvicinarmi al centro con l’auto, e non posso lasciare moglie e bambini tra il caldo e la polvere tra questi monoblocchi e i recinti dei cantieri. L’ospedale e l’università si espandono, finanziati da enti locali e banche, e occupano campi abbandonati. Polvere dappertutto. «Aspettatemi nell’atrio, oppure state in macchina, cerco di trovare un posto all’ombra. Non ci vorrà molto».
«Papà, quando muore la tua amica?». La voce dell’innocenza ha parlato. «Sei matto? Non si dicono queste cose. La mia amica è malata e qui la stanno curando, hai capito?». Avrà capito?
Entro da solo e mi indirizzano al secondo piano. È un reparto malattie infettive, ma la mia amica è qui con altri disturbi, di cui non sapevo nulla fino al pomeriggio del giorno prima.
Busso e spingo la porta. È una camera riservata, singola, un privilegio. È lei, certo che è lei, stesa sul letto e sui cuscini. È lei, e mentre cerco di nascondere il sussulto dell’improvviso vedere un volto familiare ma cambiato dal tempo e dalla malattia, e adatto le immagini del ricordo alla visione presente, penso: «Guarda che sei cambiato tanto anche tu, lei ti aveva visto con i capelli in testa e senza rughe». E così pensando mi avvicino al letto, sorrido come se fossi appena passato di lì, se non ieri il mese prima, cerco di muovermi con naturalezza, di atteggiare la faccia con espressioni familiari. Quali erano le mie espressioni familiari, vent’anni fa? Come parlavo?
«Cara, carissima, non potevi farti viva prima? Se avessi saputo…». In realtà non mi aveva chiamato lei il giorno prima, aveva fatto chiamare, e adesso ne capisco anche la ragione. Parte del volto non si muove, è gonfio. La mia amica parla a fatica.
Amica, amica, non è che ci si sia frequentati molto da giovani, e dopo ci si è persi di vista immediatamente. Mettici un ambiente di giovani ambiziosi, attenti alle mosse degli altri. Amici sì, ma tutti pronti a prendere il volo. «Ci teniamo in contatto, no?» Sì, certo. Ho un figlio americano, nato al mio settimo anno di permesso di soggiorno. Qui pochi l’hanno saputo, non l’ho detto a nessuno di voi. E tu?
«Ho una figlia che fa il liceo, aspetta… ecco la foto sul telefonino. È brava sai, tutti sette e otto a scuola». E poi col telefonino in mano dal letto mi fa delle foto. Che cosa ne vorrà fare? Abbozzo un sorriso. Niente, non riesco a sorridere.
«Dimmi come è cominciato». Ecco le stazioni. Mastectomia, dieci anni prima. Poi cicli di chemio. Non posso evitare di alzare gli occhi. Franca persona, non nascondi niente, si vede l’inizio della cicatrice appena sotto la vestaglia, e sotto un vuoto di fantasma. Sei proprio tu, vera. Poi ha ceduto la testa del femore. «È stato durante una seduta di radioterapia. Sono andata a lavorare con la gamba rotta!». Altra botta di chemio. «Il mese scorso ho avuto problemi alla cervicale, non riesco a sollevare la testa, è il nervo che non risponde più… Dovrò riprendere la chemio. Stavolta mi cadranno i capelli».
Sorrido, le prendo la mano. «Che cosa dicono i medici che ti hanno in cura?». «Bisogna aspettare, vedere le reazioni. Non si può dire niente. Ci vuole tempo». Aspettare, non dire niente. Mi piacerebbe incontrare un giorno qualcuno che abbia qualcosa da dire.
«Sai, finora ho tenuto duro. Vorrei solo avere due o tre anni ancora, mi basterebbe. Vedere mia figlia uscire da scuola. Sono una coccolona con lei».
Vedo adesso che tutto il suo volto è gonfio, è come se l’eccesso di liquidi le avesse spianato le linee e il suo viso di bambina fosse tornato a vedere il mondo dal letto di una camera d’ospedale.
«Scommettiamo che la vedrai uscire dall’Università?».
«Spiritoso! Se vinco io non dovrai pagare!».
Ho paura di affaticarla, ma in realtà il tempo vola e non me ne accorgo. Si parla di cose comuni e correnti, si fanno brevi rapporti di fatti passati. Ricapitolare vent’anni in un’oretta di chiacchiera. Vorrei tanto avere il dono di parole di conforto, vorrei avere il tocco dei taumaturghi, ma so a malapena badare ai fatti miei, e l’ho imparato solo di recente. Lei ha una pelle molto più dura della mia, è lei quella che dovrebbe visitare e tenere compagnia. Mi informa su persone quasi dimenticate.
«La Tale non si è sposata, si è dedicata alla ricerca…» Moderna vestale.
«La Talaltra ha divorziato dopo un anno di matrimonio». «Ha sempre avuto un carattere difficile».
«Sai, vengono parecchi a trovarmi. Alla festa del Patrono è arrivato Bernardo con le matricole e le ha fatte cantare in coro in corsia». È ancora lui, penso, bravo come allora. Lei intanto continua a parlare, contenta di nominare le veccchie conoscenze.
«Ho cercato di avvisare Robinson… cioè, l’ho fatto chiamare da Leda. Forse non avrei dovuto. Erano anni che non si sentivano, non sapevano nulla l’uno dell’altra. Leda se l’è anche presa con lui, pensa!». Robinson e Leda, sempre insieme o quasi, una delle coppiette che si vedeva ogni tanto, per tutti gli altri materia di pettegolezzo e poco più. E quale mai sarà stata la loro vita, finiti gli anni pavesi?
«Non sapevo che tu e Robinson foste amici. Si è fatto vivo?».
«Mi ha mandato un messaggio di saluti». Poca roba, penso.
Ti ricordi? Sapevamo tutto di tutti, ad ogni rientro la domenica sera, ognuno dal suo treno, ognuno in attesa degli altri. Ogni domenica: «È arrivato X, è arrivata Y? Ah, ci sono i panzerotti in camera di… – come si chiamava? Adesso lavora a Trento, così mi hanno detto –. La Talaltra ha portato due bottiglie, è il vino di suo padre, te lo ricordi? Si gioca a carte in camera di Tizio».
Più tardi porto la famiglia a passeggiare in centro. Incrociamo il percorso della visita del Papa. Ancora vie transennate, non si passa da un lato all’altro della strada, palchi, gruppi di persone ben vestite, carte per terra. L’Università piace molto al più grande, credo che gli sia venuta una certa curiosità di sapere com’è la vita degli studenti universitari. E già, com’è la vita al tempo degli studi, delle aspettative e dei progetti? Ci sediamo nel chiostro del cortile delle magnolie. Non c’è nessun altro. «È bello questo posto», dice mia moglie. «I nostri figli potranno studiare qui».
I bambini vogliono un gelato, ma è quasi ora di cena e dobbiamo tornare. In Piazza Castello ci fermano barriere e camion della TV: passa in quel momento il corteo papale. Grande eccitazione dei bambini, saluti tiepidi, composti, dalla folla. Questa è gente che sta un po’ sulle sue. Arriva Benedetto benedicente in una teca montata sopra una specie di camionetta. È seduto in trono. Mio figlio osserva la marca sotto la teca, Mercedes. Mi piace però Benedetto, prende molto sul serio il lavoro intellettuale.
Più in là, in S. Pietro in Ciel d’Oro un’altra teca mostra ai fedeli in folla le ossa rinsecchite di Agostino di Ippona. Atto di fede: è proprio suo il mucchietto raccolto in un fascio. Mi viene in mente della legna pronta da ardere. Spiego alla più piccola chi è S. Agostino. «Lui ha scoperto la coscienza, e ha provato a comprendere la distanza tra noi donnette e ometti e Lui creatore. Hai capito?» «No». «Chi sei, come ti chiami?» «Caterina!» «E come sai che sei Caterina?» «Ah…».
Poi la coscienza di Caterina e quelle di tutti gli altri si sono infilate nella Honda. Gelato a Borgo Ticino, a Casteggio via a sinistra verso est sull’autostrada. Sono già le nove, cribbio, domani… domani… bimbi a scuola, a scuola anch’io alle sette e quaranta, accidenti. È tardi. Il più grande non ha fatto i compiti. Io non li ho mai più fatti da quando avevo otto anni. Domani, domani, lascio al domani il conto degli anni.
E guido infine sull’autostrada. Casteggio, Stradella (chissà dov’è casa tua, tu che sei di queste terre), Piacenza, i chilometri si srotolano nel buio, penso al tuo coraggio.
L’ho anche detto. Se mi fosse capitato quello che è successo a te, cercherei solo un buco nella terra e mi ci ficcherei dentro, nascosto da ogni sguardo. Devo avere in me qualcosa della natura del sorcio.
Fermata al grill, i bambini hanno proprio fame. Io penso. Quale sarà il momento migliore per chiamarti, domani?
24 aprile 2007

















Paolo Cacciolati said
Mi è piaciuto, per come innesta le due situazioni, la malattia dell’amica e il calore della famiglia.
P.
sparz said
intorno al cortile delle magnolie ho passato i primi due anni di università, è bello riconoscere i luoghi di un racconto, sembra di esserci dentro. E poi questo è proprio bello, è come raccolto e discreto. Grazie. a.
Roberto Plevano said
E’ un raccontino, che vuole anche essere il ricordo di una persona cara. Non credevo che ci fossero molti studenti sul tragitto Vicenza-Pavia, caro Sparz.
alessandra paganardi said
Questo racconto mi ha commosso e mi ha riportato agli anni del nostro Collegio pavese, che tu evochi appena con pochi tocchi veristici, quasi impersonali, eppure proprio per questo carichi di pathos e di realtà. Non ho potuto conoscere la protagonista della vicenda, essendo io di alcuni anni più giovane. Ma la conoscevo di nome, anche attraverso i racconti di altri studenti, e la notizia della sua morte (ricevuta attraverso il Notiziario annuale) mi ha profondamente colpito. Questo racconto di uno “strano aprile” è un modo discreto e non desolato di ricordarla, quasi un “pianissimo”. Spero che seguano molti altri scritti e, avendoti conosciuto soprattutto come studioso di logica e di pensiero medioevale, ti faccio i miei complimenti per questo tuo intenso lato creativo, che tanti anni fa non avrei “sospettato”. Un caro saluto anche alla tua famiglia; spero sia possibile un giorno rivedersi e salutarsi, insieme con i nostri figli. alessandra paganardi