“L’esperienza della pioggia” di Stefano LOREFICE.
Posted by Giovanni Nuscis on April 16, 2008
Prendi i pochi prezzi rimasti
dove il corpo subisce lo scatto rabbioso del sangue
con le vertebre dure
schiacciate
ma comunque lì, a sopportarne il peso
è un corpo che si rende conto
di chi siamo noi
indietreggia
ritira
s’accorge del disordine
e che si può morire
scorticati
scavati dal sole
come pochi pezzi di pane
è nella mancanza il nostro andare incerto
è alla fermata degl’autobus
ch’è un raduno di gente senza criterio
nello scompiglio
precipitata via
in un viaggio che non si sa per dove
mascherato da un ridere sotto, nel basso delle facce
e dalla cortesia
di chi il ritardo lo sconta addosso
con una dignità che difende, ch’espone
che preme e se ne sta lì
come noi
attaccati a quel che si può
*
essere pronti
davanti alle facce
davanti al sonno delle mani, chiuse per colpire
stare lì,al centro
con la nausea di chi ha mischiato troppo,
e s’è lasciato fare una vita
ritornare dentro
con le vene aperte
a sabotare il cuore
*
tutti compatti, vicini, schiacciati 17
in un pub che dà scampo solo ai più sorridenti
tra gli occhi di chi si conosce
e chi nuovo ha la voce più forte
che bisogna portare ciascuno un colore
e non pensare al freddo fuori
e chiedere d’altri
e lasciare fare ad altri ancora
non bisogna essere vecchi, sventolare certezze
ci si accontenta di stare
neanche troppo comodi
tra un sorriso e la musica che non interessa
che c’abbiamo grandi pianure dentro
e laghi
e abbracci
ma nascondiamo ancora le mani
per pudore
per proteggere l’interno più tenero
*
dovremmo sedere attorno alle cose
alla loro vera posizione
come dei messaggeri su un vecchio sentiero
che riposano
come gente che conosce ciò ch’è scritto
senza la finzione che muove la voce
dovremmo ristabilire la gravità che porta al centro
non questo fracasso di strade
che barcolla, con ancora il mattino incastrato fra i denti
e si raccoglie agli angoli,attende l’agguato
mentre il rumore di passi esita
intuisce l’errore
e la difesa ci costringe ad arretrare
che stiamo qui, adesso
che c’è poco spazio
e i corpi stanchi sfregano
consumano
dimenticano
*
ci sono queste persone che corrono
una fermata, poi l’altra
che non ti basta il fiato
un corpo contro un altro corpo
con tutte le lingue, tutti gli accenti
di un popolo in fuga
perché qui l’amore è sotterraneo
e di fretta
servono altri biglietti, metrò più veloci
per uscirne vivi
io apro la bocca e la tengo ferma, forte
coi denti lì
a consumare la lingua
e me la mangio tutta
senza scuse
questa voglia di correre
con le mani in tasca, immobili
come se aspettare avesse addosso un viaggio
che solo lo sguardo pare allontanato
*
quattro parole soltanto
fatte per me, senza bordi
quando alla fine si scrive delle dita spellate
attorno alla vita
questo chiedo
invece tutto attorno mi pare “sparire e masticare”
da gente che ha una frenesia di fame
manca il fiato per capire i nostri angeli muti
che c’è un momento di piena lungo le strade
steppe compatte di asfalto
di notte ci si alza per andare
con le mani che stanno
e ci sembra d’essere veri,
ma schiacciati come siamo perdiamo la forma
l’origine del movimento
e lontano uno scricchiolare di città
ancora ci nutre
di neon, di metropolitane, di tramonti assenti
perché l’orizzonte da qui non lo vediamo
è un rumore
come di labbra aperte per troppo caldo
*
ho bisogno di trattenere nell’acqua
la memoria dei passi
e la sete
viaggiare è conoscere al contrario
partire dal cuore, dove la gola non pensa
*
andare di corsa
trattenendo i colpi di tosse
con le unghie sporche
di chi gratta la vita senza alternative
di corsa
perché è di corsa che le scarpe finiscono
cedono
non arrivano
dove ancora la tosse tiene, le caviglie allungano
diventano l’unico pensiero possibile
non un riposo
sugli accumuli di passi
dalla voce esce un fiato necessario
e un ringhiare
che prende la vita da sotto
*
dici che tutto ha una sua logica
il verso, le parole
il significato che sta nell’accumulo
io ti rispondo che c’è bisogno di ogni scazzo
per scrivere una poesia
come quando si manda a quel paese
poi, che non ci metto zucchero
voglio sentire l’amaro
comincio dal caffè
e aggiungo che no, non c’è una logica,
c’è un sedimento
un tempo che deve passare
*
riconosco ch’è passato un anno
e degli stessi vetri, doppi per il freddo tenace,
non rimane che una tregua da fuoco incrociato
c’è tutta la tranquillità di un appartamento
chiuso una volta, dall’interno,
per amore
adesso che Settembre è un mese più freddo
dobbiamo tener salde le posizioni,
alle nostre frontiere troppo spesso confuse
c’è da affacciarsi poco,
c’è da rivoltare i sassi per cercare gli indizi
dobbiamo essere cacciatori
e strare sulle tracce
*
“L’esperienza della pioggia” di Stefano LOREFICE, Campanotto Editore, 2008
Stefano Lorefice è nato a Morbegno, in provincia di Sondrio nel 1977. Vive e lavora in Francia. Dopo l’esordio poetico di Prossima Fermata Nostalgiaplatz edito dalla Clinamen, ha pubblicato la seconda raccolta di poesie intitolata Budapest Swing Lovers e il romanzo Cosmo Blues Hotel, entrambi pubblicati da Edizioni Clandestine. Cura il diario di viaggio Cosmo Blues Hotel (www.cbh.splinder.com).
***
I titoli delle sezioni del libro (“Corpo/città” e “Corpo/frontiere”) ci avevano avvertito, e la sua lettura, adesso, ce ne da conferma della presa di distanze dalla letterarietà e astrattezza di molta poesia. Si avverte qui, invece, fin dai primi versi, la volontà di immergere il “corpo” nella vita, nel fluire dei giorni; di questi che viviamo, in particolare. Le quaranta poesie della terza raccolta di Stefano Lorefice, “L’esperienza della pioggia”, compongono così un quadro compiuto e testimoniale di questa esperienza, vale a dire, del piovere lieve, violento o intermittente direttamente sulla pelle. La pelle delicata e sensibile di un poeta.
Il corpo, la luce che lo veglia, dentro, e il mondo che lo attornia vivono una contiguità speciale, di tatto lieve e sguardo attento, acuto, da entomologo. Di questo bagno ininterrotto, della fisicità del contatto qui si parla: avvolgente e che trapassa la carne, non senza lasciare il segno: “prendi i pochi pezzi rimasti/dove il corpo subisce lo scatto rabbioso del sangue/con le vertebre dure/schiacciate/ma comunque lì, a sopportare il peso”; “…mi faccio la strada/ nell’intreccio dello scrivere, coi polmoni/di corsa/col cuore rovesciato dentro…”; oppure, “…con tutto un bisogno che strema/che divarica/che apre e sradica/alza la pelle e comincia a cercare nel dentro/esplora il vivo che pulsa…”
Una poesia di rigore, questa di Stefano Lorefice, che sembra volere esprimere un equilibrio, un assetto esistenziale di autotutela, quasi programmatico (vedi alcuni incipit: “essere pronti/davanti alle facce…”; “dovremmo sedere attorno alle cose…”; “grattare lo sporco/l’incrosto del dolore..”), rispetto all’assalto o al susseguirsi quotidiano degli eventi, spesso frenetico (“…ci sono queste persone che corrono/una fermata, poi l’altra…”; “…perché è di corsa che le scarpe finiscono/cedono/non arrivano”; “…con te si vive di rincorsa/che dei giorni per far festa non sai ancora che farne…”).
Al generale si perviene, dunque, solo attraverso l’esatta e sempre autentica espressione del particolare: pena, la falsità e vanità della parola, e della vita stessa. Il “corpo esposto”, dell’uomo e del poeta, fa inevitabilmente risaltare, nella pagina, una vena intima dal tono vagamente diaristico, che rende compatto e compiuto e, da ultimo, persuasivo, il discorso dell’intera raccolta, grazie anche ad una scrittura essenziale, soppesata.
Giovanni Nuscis


















Luca Salvatore said
Solita prassi a cui hanno liberato il verso, affare d’inventario, carta straccia. L’Io umano detestabile, l’Io lirico trascurabile guardò se stesso nell’ipocrita sua finzione, nel rimirare il Getto. Il silenzio impone e resta. Il silenzio fa d’Essenziale nient’altro, che questo.
gena said
Sono belle, trasportano qualcosa di vissuto, che ti porti addosso.
Grazie Giovanni e Stefano.
Michele Ortore said
L’assonanza con “L’esperienza della neve” di Scarabicchi è voluta?
Stefano Lorefice said
ho letto l’anno passato il libro di Scarabicchi: stupendo, da avere.
il titolo non nasce da un’assonanza, comunque.
Stefano Lorefice said
e grazie a Giovanni per le belle parole
Giovanni Nuscis said
Ringrazio e saluto gli intervenuti e, in particolare, Stefano.
Giovanni
giacomo cerrai said
saluto stefano, del cui libro ho parlato su Imperfetta ellisse nel post del 24 settembre 2007, e giovanni, che non ho il piacere di conoscere ma del quale condivido quanto ha scritto qui, a cominciare dal concetto di “immersione” del corpo, anzi direi del soma, con le implicazioni, anche poetiche, che possiamo immaginare…
G.Cerrai
Giovanni Nuscis said
Ciao, Giacomo, lieto di leggerti. A presto.
Giovanni
Carla said
arrivo in ritardo, ma resto incantata…
‘dovremmo sedere attorno alle cose
alla loro vera posizione
come dei messaggeri su un vecchio sentiero
che riposano…