Valerio Magrelli
Pubblicato da fabrizio centofanti su aprile 22, 2008
da Nature e venature
La forma della casa
I
In una camera
c’è la fontana
dove perpetuamente
scorre l’acqua.
Sorgente di clausura
abitacolo freddo
lacustre
sede settentrionale.
IV
Lampada fluorescente
lume pomeridiano che in campagna
precede il temporale
lo apparecchia il giorno nella rotazione
della controra
fermo sul filo
come un saltatore.
La sala da pranzo è deserta
fissata da uno sguardo.
V
Resuscita nel numero
perpendicolare
treno sospeso anima
che solamente sale
senza orizzonte.
VIII
Sembra quasi che tutta la natura
voglia dare le spalle alla luce
- si volge le oppone il suo corpo -
nell’abbraccio proteggere il pallore.
Gli oggetti nascondono il volto
coltivano curvi ciascuno la sua ombra
come se l’ombra fosse il loro nome.
La febbre
II
La febbre mi solleva verso il caldo
come una leva che per fulcro avesse
il mio polso sinistro.
Qui sta il numero
esatto di quei battiti
da cui sono infiammato
e che mi fanno alzare nella notte
come un drago cinese
di carta
incandescente ed istoriato.
III
In alto, ancora in alto.
Oppure assisto solo a questo ascendere
senza parteciparvi.
Ora sono la pietra refrattaria
messa al focolare
per trattenere il massimo calore,
inerte, silenziosa ed irraggiante
un castone di fuoco
che nel buio arde morto.
Amori
Ogni volto fotografato
è un immagine bellica,
il punto di tangenza
tra l’aereo nemico e la nave
nell’attimo che precede l’esplosione.
Fermo nell’istantanea,
nel contatto flagrante tra due sguardi
immolato, ripreso
mentre le fiamme covano già
nella fusoliera crescendo
dentro i suoi tratti, vive
soltanto il tempo necessario
a compiere la missione del ricordo.
*
Che cosa sono i gessi di Pompei,
calchi, prototipi o statue?
Forse piante,
le piente ruderali,
che sorgono dalla rovina di una forma
e scelgono una curva,
un invaso di pietra
come luogo della loro fioritura.
Fibonacci
Osservo il panorama della fronte
nella sua piena nudità,
nel numero, lo stesso, che produce
la crescita dei rami,
la facciata leggera di una chiesa,
le spire della chiocciola,
le foglie.
*
Ho spesso immaginato che gli sguardi
sopravvivano all’atto del vedere
come fossero aste,
tragitti misurati, lance
in una battaglia.
Allora penso che dentro una stanza
appena abbandonata
simili tratti debbano restare
qualche tempo sospesi ed incrociati
nell’equilibrio del loro disegno
intatti e sovrapposti come i legni
dello shangai.
*
“La terra fuori è bella, bianca, verde e rossa
ma dentro è di colore nero, più scura della morte”
(Walther von der Vogelweide)
Dalla notte anatomica sale
la nudità.
Férmati sulla soglia, guardala
luccicare, la moneta,
liscia, polita,
sopra cui distingui
il volto lavorato a sbalzo,
la lega morbida dell’incarnato.
Il profilo sta fermo, non supera
la linea che gli viene assegnata,
miracolosamente trattenuto
trattiene a sé sl’immagine,
la chiude nel cerchio del suo prezzo,
nella suprema decapitazione.
Clecsografie
“Una barca è una leva e niente
è più bello di una barca”
(S. Weil)
Una città volante, semovente,
in bilico su un bosco
di palafitte, mobile
nell’incanto del peso,
nella grazia della distribuzione,
inclinata,
oscillante in un leggero tremito, un attrito
che la consuma. Lungo i suoi canali
pieni di frutta, carichi di macedonia,
passano barche dalle chiglie deformi
come colonne vertebrali, tòrte
dall’acqua, oblique
equilibrate appena.
“E la crepa nella tazza apre un sentiero alla terra dei morti” (W.H.Auden)
...come quando una crepa
attraversa una tazza
(R.M.Rilke)
Ricevo da te una tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compasione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo s’incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore
non avrà compiuto
l’oper dura e lenta del mosaico.
*
Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il passaggio sonoro,
di smalto.
Ghìgnomai
Nascono fiori
Viene l’inverno
Si leva il vento
Così sia
Mi avvicino
Ho cenato
E’ possibile
Che ciò non avvenga
Sono di questo parere
La cosa
Va bene per qualcuno
Tornò in sé
Ne ho bisogno
Sotto la legge
Sul fare del giorno
Prima che fossero passati sei mesi
Accadde di trovare
Il numero che ne risulta
Venne loro il desiderio
Nascere
Il male cominciò a manifestarsi
Morire
Che sarà di me?
Divenire traditore
Divenire uno dei giudici
Divenire padrone di sé
Concepire speranza
Essere solo
Strada svolgentesi su per
Sparire dalla vista
Noterelle archeologiche
*
Voglio poter un giorno
essere marmorizzato
senza più nervature
o fili o tendini o vene.
Soltanto malta aerea, nubilosa,
calce spenta, la tunica
striata da un vento
che non soffia.
*
Se basta appena
un soffio a sparpagliare
i giorni, è inutile
combattere il dissenso
del tempo. Il contrattempo
è grazia, è una forma
di vita in cui la vita va
incontro a se stessa
controcorrente
presa da una brezza
leggera. C’è un amore
nel dolo, una malizia
nella riluttanza che sospinge
le cose, le indocili, a ritroso.
*
Quando l’aria si illumina compare
sospesa
la natura della polvere,
la sua essenza volatile, la discesa
sul mondo. Il pulviscolo è l’ombra
della luce, non quella
data dalla sua mancanza, ma la sostanza
agente, il buio vivo,
l’alimento notturno del fulgore.
Fenomeni
Il piato dell’H
Ah the! calefazione di una bevanda
dove scorre la goccia della lettera h,
ambra, rame, tintura, hacqua
resa colore prima di restare fredda
lascia salire la sua hellisse,
un’elica, una treccia, la voluta
del fumo, una spirale, la piega,
un movimento floreale dell’haria,
la curvatura del respiro
*
S’aprono come foglie
i giorni, pallidi
come tendaggi
ad uno ad uno spinti
dal vento,
dalla luce
che cresce dietro ad essi
o al loro interno,
leggeri e curvi
solo per essere ammirati.
In giro
*
Queste note nei giorni
sono briciole
per ritrovare il sentiero
lungo il bosco degli anni.
Ma verranno i fringuelli
a cancellare le tracce,
a beccare molliche,
a seguire la pista,
a mangiare la strada,
a divorarti.
*
E se questi giri di serratura
non finissero più?
E se dovessi restare tutta la vita
qui fuori, a girare la chiave?
Faccio la copia delle mie chiavi
faccio la copia delle mie copie
quello che spendo per moltiplicarle
serve a togliere a ognuna il suo valore
il mio Valerio. Nel profilo dei versi
io riproduco la sagoma
dentellata delle chiavi.
*
Io sono un frutto appeso
all’albero del sonno,
alle travi,
alle volte del mio cuore,
il nutrimento,
il pezzo di candito
perso dentro la pasta
della notte.
Nel buio
*
L’ossame dei monti
sembra fatto di costole, mandibole,
vertebre, dentro uno spazio tortile,
ricurvo come in una colonna
o un capitello gremito di figure,
nodi, corpi. Ma l’interno,
l’interno è solo terra colma di sé,
massiccia, mole indistinta, massa
disarticolata, pura giacenza, pasta
dolce, buia, screziata
da pietre, da vene
lungo gli strati lenti, le famiglie
di rocce in movimento, miele
del midollo, mollica,
midolla dei pani.
*
Se la forza di gravità,
la verticale, è la memoria
della terra che chiama
a sé le cose per ricordarle,
l’ansia è la mia memoria,
forza che non è amore
ma vocazione all’assedio.
Ne sento la pressione
incombere mentre la stretta
mi serra in una morsa
dove colpo su colpo sto
martellato ferro
battuto. Ecco l’urto
del tempo attratto su di me,
precipitante
nel battito del polso
nero, incudine
calamita.
I mestieri
Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.
*
Qual’è la sinistra della parola,
come si muove nello spazio,
dove proietta la sua ombra
(ma può una parola fare ombra?),
come osservarne il retro
o poggiarla di scorcio?
Mi piacerebbe rendere in poesia
l’equivalente della prospettiva pittorica.
Dare ad un verso la profondità del coniglio
che scappa tra i campi e renderlo distante
mentre già si allontana da chi osserva
dirigendosi verso la cornice
sempre più piccolo
ma fermo tuttavia.
La campagna lo osserva.
e si dispone intorno all’animale,
al punto che la fugge.
Disamori
Questa grafia si logora,
saltano gli angoli, le “erre”,
le “emme”, tornano tonde,
rotolano limate, levigate
pietre nella corrente.
I volti anche,
i volti si consumano
a forza d’essere guardati.
Diventano paesaggi
di rovine.
*
Mi accarezzavo il viso
pensando fosse il suo
e ne sentivo i tratti,
i segni, i punti che guardavo
ogni momento quando la guardavo.
Per un attimo appena io
ero lei e mi sognavo mentre
pensavo a me. Dov’ero
adesso? In Tibet
i sacerdoti essiccano i cadaveri
e con le ossa fabbricano
flauti. Ma ora le mie ossa
erano sue. Con chi
dovrei suonare la mia nenia
funebre?
*
Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.
(Valerio Magrelli, Nature e venature, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1987)
Biobibliografia
Roma 1957.
Poeta, collabora a numerose riviste, tra cui “Periodico ipotetico” e “Nuovi argomenti” (dove sono apparse nel ’77 le sue prime prove in versi); è anche traduttore di autori francesi e critico letterario (si veda il suo saggio Il profilo del dadà, Lucarini, Roma, 1990; varie introduzioni, come quella a A.Gide, Viaggio al Congo, Einaudi, Torino,1988; l’antologia da lui curata Poeti francesi del Novecento, 2 voll., Lucarini, Roma 1989). Lontana dalla ricerca di facili effetti, la sua poesia si distingue per il nitore razionale, la linearità, l’eleganza formale. Si ricordano qui i volumi Ora serrata retinae (Feltrinelli, Milano,1987; Nature e venature (Mondadori, Milano, 1987); Esercizi di tipologia (ibid.,1992); Nel condominio di carne (Einaudi, Torino, 2003); E’ inoltre autore di reportage, Il viaggetto (L’Obliquo, Brescia, 1991). Collabora al quotidiano L’Unità e al settimanale Diario.
(da Letteratura Italiana. Dizionario degli autori, Asor Rosa dir., Giulio Einaudi Editore, Torino, 2008 )
Selezione a cura di Elena F. Ricciardi















Giovanni Nuscis detto
Se basta appena
un soffio a sparpagliare
i giorni, è inutile
combattere il dissenso
del tempo. Il contrattempo
è grazia, è una forma
di vita in cui la vita va
incontro a se stessa
controcorrente
presa da una brezza
leggera. C’è un amore
nel dolo, una malizia
nella riluttanza che sospinge
le cose, le indocili, a ritroso.
Grazie, Fabrizio.
Giovanni
fabrizio centofanti detto
grazie a te, Giovanni. e a Elena, naturalmente.
di Valerio Magrelli vorrei ricordare anche un’opera molto semplice, ma benemerita: Che cos’è la poesia, con CD audio, Luca Sossella Editore.
di una chiarezza abbacinante.
fabry
elena f detto
Grazie, Giovanni.
a te, Fabry, un grazie speciale per avere ideato e sostenuto questo viaggio nella Poesia
elena f.
Enzo Galastri detto
“Mi accarezzavo il viso
pensando fosse il suo…”
Solo un grande poeta può dare tali illuminazioni. Non sono esercizi di scrittura, trovate, artifici metrici, nei versi di Magrelli c’è la persona che non ha paura di esternare i suoi
sentimenti e le sue sensazioni.
Enzo
Giovanni Catalano detto
I mestieri
Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.
Di recente l’ho riascoltata letta dallo stesso Magrelli, era il 1989, un vecchio programma rai. Poeti in gara e si votava da casa, un videoregistratore sorteggiato ogni settimana. Ho letto mille volte questa poesia e ogni volta sento un brivido, sempre più forte.