da “Davanzali di pietà”, 2008, di Marina Pizzi
Posted by Marina Pizzi on April 27, 2008
1.
la lira nella toppa ma non sa aprire
che passeri dal becco senza cibo
o avvisaglie botaniche di cadute
giù dall’albero tutte piuttosto verdi
primule d’ansia una verità d’accetta.
eccetto il padre delle funi
qua si celebra l’ingorgo del declino
verso le barche con buchi a fontana.
poco ne resti il vanto della brama
mano migrante in tasca di vandalo.
2.
le ire delle fionde le altalene in pericolo
il foro nel coma del risucchio
nessun vedente.
alla primula sputerò l’ultimo dente
agli spini della pianta grassa
l’ultima gravissima grazia.
tue le spighe macchiate di sangue.
3.
ho imparato l’acredine del dado tratto
l’olio rancido della fiaccola
nelle tenebre che sono già state.
la pietà del breve è un long drink da piazza
senza stazione. il pedone dell’agorà
mi bacia perché penzoloni ruota
l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali
del cardo sono violacei ma non sanno
morire. le maree dell’inguine inarcano
le fosse per la vita. cantica del faro
la faccenda in casa dell’appestato.
4.
le sazietà del palo
sanno uccidere
la stanza perduta nella creta.
tale e quale il noviziato del ciottolo
sa di regalo per il bambino vizzo
bacato dalla ronda della zona intorno.
torni da te la larva della gioia
questa persiana logora di sangue
in braccio alla cometa in naftalina.
5.
le foglie hanno accudito
le gimcane dei morti
le doglie in carne
del canile lager
le donne nude non per erotismo
ma per sisma finalmente un altro
mondo. dorma con te il sillabario
inutile dentro la bara
l’accademia della terra senza padrone
con l’androne carico cuspidi
del deserto amiche.
6.
i castelli nelle isole
sanno rendere giustizia
alla stivale infangato
al bivacco della valle
al varco di sterminio.
Joséphine Baker era una patriota
contro il nazismo. qui finisce
un ritmo di venia verso il sogno
che nulla sa far di cambio. io preciso
la ronda affastellata in ogni truppa
senza il paciere di mosaico di lettere.
7.
in giro sotto le stoppie ha avuto il merito
di non bruciare vivo.
le donne lo seducono con un ardore
tragico. la malia del vuoto lo sostiene
al guinzaglio. lupo navigato senza astio
sistema lo zaino in un cespuglio ardente
senza la brace. nonostante il fato
è rimasto un ragazzo di zattera
per gazze ladrone che spogliano ladroni.
8.
nel balbettio la chela del disperso
il passaggio a livello del tormento.
toc toc il sasso della specie
il cielo vile il berretto dell’arresto
il toccasana all’uncino macellante.
nel lato d’io il pane avvelenato
legato dalla tonaca del boia
per la caligine vessante dentro gli occhi.
9.
l’acrobazia del sonno quando ne gemi
stazione sotto scorta di gran massi
arenoso sospiro di non devoto
viso del culmine in un cielo basso
squarciato spesso da una daga
senza trovarvi nemmeno la decenza
di un bel complotto atto ad invenzione
almeno di un aquilone stortignaccolo.
10.
con un gerundio di sasso l’elemosina
cordicella del dito fa resistere
strenue rupi nude cerimonie
in palio l’aquilone che non lontana
né sé né le celle di bagliore.
l’appena nuda crisalide dell’occhio
un io comanda fuso nano il tempo
divieto vieto vita a tutto tondo.
11.
la stanza dei giorni lesi
tabella di marcia
marcia, almanacco di sbircio.
12.
con l’eroe alla foschia non ho timone
né moratoria al calice del torto
sotto il blindato di corsari
per le parsimonie del regno.
addì le statue possono correre
verso le stanze delle donne sole
arguite dal comignolo del vento.
13.
ho precisato che mi appoggio al giogo
della goliardia della fontana nera
alla tana della nenia del ripetente
temprato dalla zattera che ingorga
gare di zuffe con le onde. a piedi
sulla misura della cima male mi alleno
con la lente d’ingrandimento e la parrucca
contro le cose che non sono aperte
né dentro il cielo né sotto la somma
dell’angelo assunto nell’ingranaggio
dello zerbino ai piedi. qui m’impiego
nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.
14.
il turno della ronda è il mio ritorno
al bando, al dolo nero di rompere
clessidra, da questa strada che domina
verdetti di mitra tra le bave delle lumache
chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo
manca la manna e la sirena è piena
di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano
in fiore.
15.
che faccia il verso al tuono
l’arsenale del sangue
questo stipendio astuto quanto cieco
miscuglio di carabattole con sorpresa,
non si sfianchi il colore della sorte
l’alba macchiata da chiodi di dispense
a corto di scialuppe di salvataggio.
ìmpari greto dover risalire
il sale che travasa da se stesso
paramenti di lucciole morenti.
16.
salute di comete poter la morte
luce del tempo finalmente libera
da spessori di mutamenti. il rombo
della lotta da corsie di fame.
tu ne arrendi un comignolo
di fuga, lo otturi con ghirlande
di spine, piaghe di cosce che
non saranno madri né rapidità
del cosmo, modo di cortesia
il limbo della botola.
17.
la teca è spoglia sotto le resine
delle dimenticanze, il tic come tale
di resistere. nel corridoio del nodo
scorsoio so il desco di scomodare
gli spettri paffuti, le muffe senza
limiti di età. la pianta grassa non
chiede proprio nulla eppure è strafelice
in una feritoia di terra di riporto.
così il rito scarnissimo del sonno
modo al dorso di piegarsi al dondolo.
18.
stati disadorni dolo l’attimo
con l’arrotino che grida per coltelli
senza banchetti né cialde di bambini
intenti e seri. Roma da ieri
è alla stiva dell’ultima valenza.
in tutto un orto di licenze e fosse
l’attrito del sangue di coagulo.
19.
il sillabario sulla sedia
il laboratorio elabori agli albori
quando la fune fuggì ladrocinio
in cima al cipresso sposo di cimasa,
dove il musico d’osso del far sì
ingannò la capsula del boia.
20.
le vitali stravaganze della nuca
quando lo sguardo va oltre la calce
verso gl’ingegni delle vestali
che premono dominio di sorriso.
tu che ti giovi di una cisterna secca
per premere a stecchetto l’orizzonte,
sappi che lo scheletro del mare
sa l’inchiostro che incontra le maree.
21.
vado a piangere la foggia delle foglie
le giungle al pugno che non sfondano
il muro. la malinconia del dado
in un incendio di dio atto a non
darsi. lo stipo della pagina si serra
rapidità della pallottola, lotta
prismatica madre di resistenza.
22.
nelle scartoffie a nudo
lo stormo a giostra delle rondini
il tempo scotto di spostare il verbo
verso le erranze delle celle.
23.
le rondini offuscate dalle rocce
la fatuità del fuoco
nella nullità che scarta
sé nella pienezza del vero.
lontani dal coro delle gioie
i manufatti del sale
le fratture che cedono per orfane.
fannullone l’acrobata vincente
sa far regalo di una zona in anima
di faro di festa di gran girotondo.
24.
nelle ortiche del vespro
le faccende delle truppe
il fantoccio che fa da petto
alla nullità del ciclo.
un po’ alla volta il calamaio del sangue
gira di trottola, torna a far di volta
questa gimcana credula del gelo
la venia della stoffa che si lacera.
la retrovia della nuca dà dolore
alla rarità del ritmo levante.
25.
e non sari che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.
26.
allegrezze del sale il canto dell’angolo,
istinto di autunno il nome del mattino.
27.
cane avvinto, avvinto
allo spavento del cappio
l’io di guardia senza la, giù, salvezza
malvezzo di colui che fu soltanto
tradito dalle svendite, svestito
dal capestro delle dita
dalla fandonia inacidita
al dolo di una ventola di morgue.
28.
ti dà fiato d’alluvione
traguardo panico
questo dovere di dado già tratto
questa fandonia che duole più del dopo
scarto con le lancette magari all’orizzonte.
il letargo del guado è stato inciso
comunque, gorgo ferito dal rito
della cecità. domani è spranga
per la galera che guarda
elemosine e morie.
29.
portami un distacco che sia un coma
una rotula da far girar il mondo
selvatico encomio di se stesso
voltaggio di airone per un somarello
alla cava addetto, snello dirupo.
voltami la nuca verso un occiduo
duello d’ilarità in far d’amore,
rema con me questo cipresso
appresso appresso re della sua resina,
sistemami un apolide nell’occhio
china avvezza a smisurar le zattere.
30.
l’urlo sovrasta la mezzanotte
pendolo straccione
perno scalcinato
museo chiuso senza restauro.
in una busta le conchiglie che raccogli
stanno alla china della stasi
la cattiveria dell’odore non più di mare.
la gola rantolante della rotta
appena sotto squarcio ha un colloquio lampo
con le tombali borchie di ogni borgo.
31.
sale la botola all’apice del grano
diverbio in tasca scantinato e basta.
32.
ho visto una rondine storta
sopravvivere al vetro
citrullo trasparente
falso d’aria,
con i jeans storti ad afa
di paura giovanissima
clandestina in rima di puledro
o somarello candido
gli occhi nel dito di sangue.
33.
alludo ad un sapere solitario
un taxi senza licenza
un abbaìno nano
soprasotto il crollo.
uno spunzone da pianta grassa
disarmante bonomia di un attacco.
34.
e non sarai che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.
35.
alla giuria chiederei la vanga
per seppellirmi.
sfinge di occaso un soldo sulla lingua
per braccare le origini devote.
alla genìa del baro che mi osserva
la valvola del gas per far cagnara.
per te che sei il letterato standard
presto la veronica per baciarti i piedi.
36.
dolore di soppiatto
newton della mela marcia
stampella di acredine alla volta
dell’impero del tormento
torre del sonno. la giusta luce
dal panno del sudario
dal nome che stona sullo stretto.
un esule in trionfo verrà a leggere
le giare del sangue
il seno in nodo della bàlia.
37.



















rmorresi said
uh, che fuga di metafore! una lettura complessa, con tanta visionarietà che metamorfizza il mondo
alla primula sputerò l’ultimo dente
agli spini della pianta grassa
l’ultima gravissima grazia.
chi legge non ha vita facile, ma oserò dire che forse le cose più interessanti accadono quando la frase sfiora l’asintattismo (per es. alla sezione 27).
un lavorone che deve averti fatto tremare i polsi…
renata
Marina Pizzi said
grazie, Renata
Faure said
[la satisfacción del montón
puede matar]
que regrese la larva de alegría!!