Il primo teologo
Posted by fabrizio centofanti on May 1, 2008
Lettera di Giorgio Vanzini*
Caro Fabrizio,
ti scrivo ora perché mi sento confuso, la lectio di stasera mi ha toccato forte ma non so dirti come.
Mi sento rimescolato nel profondo e sono assolutamente sconvolto, mi sento perso, non so cosa pensare, non so dove sto andando.
Sono immobilizzato dalla rabbia che mi esplode dentro improvvisamente, di nuovo come venticinque anni fa, un quarto di secolo come in anestesia, poi una nuova esplosione.
Mi pento, ma non di aver pensato che fosse giusto ribellarsi a questo sistema di cose che mercifica ogni aspetto della nostra vita, trasformando ogni desiderio di giustizia in compromesso, ogni senso di comunità in chiusura, ogni conoscenza in valore di scambio, ogni bisogno in sfruttamento.
Mi pento di essere diventato una persona normale, che ha pensato con miopia che fosse venuto il momento di coltivare il proprio orticello, mi pento di essermi reso complice dell’egoismo che rimuove l’ingiustizia profondissima di un piccolo mondo antico che si ostina a sfruttare il resto del pianeta sprofondato nella guerra, nella fame e nella sete (come dice padre Zanotelli).
Il Signore ha strappato un velo che copriva i miei occhi: in questo, il rapporto è personalissimo. L’orticello che cercavo di coltivare è ora sabbia arida: l’attività che avevo messo in piedi è fallita e da qui ad agosto sarò disoccupato, cioè in una posizione che non mi permette di difendere la mia famiglia, che a sua volta non mi può difendere: una crisi dura si profila perché, come diceva Celentano, “chi non lavora non fa l’amore”, perché sento di perdere la mia dignità anche se so che non dovrebbe essere così, perché sento un dolore profondissimo guardando mio figlio di quattro anni e solo ora capisco l’amore di Dio e la sua compassione mentre guarda noi, suoi figli.
Ringrazio Dio perché con un soffio ha spazzato via le sovrastrutture, perché mi ha fatto arrivare le tue parole: esplosione, è proprio quello che provo dentro di me, quello che ha prodotto questo incontro con Gesù, ora mi sento pronto ma non so proprio per cosa, sento arrivare un nuovo inizio ma un attimo dopo provo panico perché ho paura che sia la fine.
Ho visto la luce: Cristo è morto trucidato come un bandito, e un bandito vero, un terrorista, agonizzante al suo fianco, è diventato il primo teologo. Rovesciare tutto e da lì ripartire per sentire il mondo, perché se non lo senti, se non lo vivi, se non lo ami, come puoi pensare di cambiarlo? Ma io non dovrei pensare soprattutto a cambiare me stesso?
La nostra parola dovrebbe asservirsi all’esempio e il nostro esempio diventare missione: fare come Gesù, che non possiamo seguire se non invasi dallo Spirito, ecco il mistero.
Un’esplosione deve abbattere i muri, affinché lo Spirito possa espandersi in noi.
Io non so cosa fare, per il momento piango di commozione perché le tue parole mi hanno toccato, piango perché ho visto Gesù, piango perché ho paura di diventare un barbone, e piango di rabbia, di una rabbia che non provavo più da quando ero pronto a dare la mia vita nell’incendio della battaglia, ma che è cosa nuova perché sento e voglio che sia servizio verso gli altri, verso gli ultimi in cui mi specchio e so che non è per merito mio se sono penultimo e non ultimo.
Stasera è successo qualcosa, non saprei dire esattamente cosa, perché tutto era mescolato; da una parte le tue parole e dall’altra quelle dei tuoi uditori, che nella mia presunzione mi sembrava non percepissero nemmeno alla lontana il senso delle tue parole. Sensazioni mescolate, ma non confuse; l’impatto delle tue parole scatenava compassione, e il rovesciamento della visione delle cose dava finalmente un senso ai segni incomprensibili di prima; allo stesso tempo quelle persone normali hanno scatenato in me il disagio, e con superbia ho pensato di non voler più assistere a questi martedì dove le tue parole cadono nel vuoto: nemmeno indignazione, solo un sasso nello stagno (l’esempio della contraddizione di Assisi è così doloroso che le parole di qualche uditore tese a giustificarla erano per me intollerabili); da una parte la dolcezza dell’amore di Gesù che cerca di guidarmi, dall’altra la mia incapacità e la mia chiusura; da una parte la consapevolezza della verità, contenuta nel ringraziare ogni giorno Dio, dall’altra la depressione di fronte alla prospettiva della perdita di un lavoro peraltro per me frustrante; da una parte una nuova e inaspettata voglia di buttarmi nella mischia, dall’altra lo sgomento; da una parte un sentirmi uomo vero che credevo perduto, dall’altra una confusione totale.
Per il momento ti ringrazio sinceramente di tutto e mi scuso di queste parole sconnesse e del tempo che ti ho fatto perdere per leggerle.
Un abbraccio molto molto molto forte.
Giorgio
*Ex brigatista rosso













May 1, 2008 at 8:17 pm
Questa lettera è recente? E’ una cosa molto forte, ti ringrazio di averla pubblicata.
May 1, 2008 at 9:50 pm
per il poco che posso capire : qui ha parlato un UOMO, che parla come parla un UOMO - “La nostra parola dovrebbe asservirsi all’esempio e il nostro esempio diventare missione: fare come Gesù, che non possiamo seguire se non invasi dallo Spirito, ecco il mistero. Un’esplosione deve abbattere i muri, affinché lo Spirito possa espandersi in noi”. da qualche parte è scritto di quelli che *ci precederanno* nel Regno: questo UOMO non ne è lontano, perché ha sentito la crisi - *per il poco che posso capire*. grazie, davvero
massimo
May 1, 2008 at 9:56 pm
“…rovesciare tutto e da lì ripartire per sentire il mondo…”
Accostarsi e condividere questo sentire anche nel silenzio.
Il lavoro, per vivere e far vivere i propri cari, è un diritto ancora negato o pagato a caro prezzo.
May 1, 2008 at 10:29 pm
Ascoltate! Ecco, il seminatore uscì a seminare. Or avvenne che, mentre seminava, parte del seme cadde lungo il sentiero, vennero gli uccelli e lo beccarono. Altra parte cadde su suolo roccioso, in cui non v’era molta terra e subito germogliò, poiché il terreno non era profondo; ma quando si levò il sole, fu arso dal calore e si seccò poiché non aveva radici. Altra parte cadde fra le spine e quando le spine crebbero lo soffocarono e non portò frutto. Altre parti, però, caddero in terra buona e diedero frutto, che crebbe e si sviluppò, rendendo quale il trenta, quale il sessanta e quale il cento”. Poi aggiunse, chi ha orecchie intenda. (Mc. 4,1-9 )
auguri a Giorgio per il suo cammino e la sua ricerca “della/nella Parola”; la terra buona c’è (a costo di strapparla a mani nude ai rovi, come facevano i contadini nella dura terra di Palestina al tempo di Gesù) .
elena f.
May 1, 2008 at 11:43 pm
caro Giorgio, mi pare che tu di strada ne abbia già fatta molta, più di tanti altri, perché hai saputo cavar fuori da una confusa mescolanza vissuta in mezzo a contraddizioni forti un messaggio chiaro e distinto che ti ha toccato davvero. Non a molti ciò è dato. Hai saputo “spazzar via le sovrastrutture”, ri-conoscere un messaggio. Io credo che una ricerca che ha l’impronta autentica che si sente spirare dalle tue parole, ti porterà e ti sorreggerà. Te lo auguro di tutto cuore.
Antonello
May 2, 2008 at 1:02 am
la lettera è di martedì notte, Mauro.
grazie. anche a Massimo, Paola, Elena e Antonello.
e grazie a te, Giorgio, amico mio.
fabrizio
May 2, 2008 at 2:00 am
L’augurio, a Giorgio, di superare questo momento difficile; restando “vivo”, come è adesso.
Giovanni
May 2, 2008 at 2:09 am
Concordo con Massimo e con gli altri: qui ha parlato un uomo. Uno che, a quanto mi pare di capire, ha “superato le sovrastrutture” ATTRAVERSANDOLE e non accantonandole con la logica e il sillogismo. Questo dovremmo fare tutti, soprattutto chi si occupa di cultura e spesso rimane irretito dall’oggetto multicolore, affascinante (anche nel senso negativo che la parola “fascino” ha nella sua origine) che si trova tra le mani, e che poi dalle mani passa al corpo, ai gesti anche inconsapevoli, e nella scrittura. Dico che è un rischio che occorre correre, anche a costo di rimanerne, appunto, impigliati. Il nostro tempo si dibatte tra chi cerca di rifarsi vergine e pulito senza nemmeno toccare il marcio, il morto (anche dal punto di vista intellettuale): marcio e morto perchè bloccato e non più collegato all’incarnazione vivente dell’essere qui, ora, in questo momento - e chi invece si aggrappa tenacemente ai morti, e al morto, solo per sicurezza, comodità… una comodità che puzza di cadavere. Ma i cadaveri, propri e altrui, occorre vederli, toccarli, esserne contagiati… solo da qui può partire una nuova nascita, che non elide ciò che è stato ma lo salva in una luce diversa, in un movimento differente e concreto. tutto è così virtuale che la colpa sparisce come la gioia, la grazia come la dannazione. Tale virtualità nasce come difesa dall’incandecenza della vita ma diventa così una rinuncia alla stessa esistenza. La crisi più dolorosa, nel momento in cui rompe la guaina che ci richiude - lei sola può farci vedere se dentro c’è ancora luce: proprio perchè tramite quella spaccatura la luce entra inevitabilmente dal fuori. Anche dicendo queste parole corro i medesimi rischi, ma sento che non posso fare altro… un abbraccio a tutti i nomi, perchè dietro la loro virtualità si possa aprire il lago di sangue del cuore che batte…
andrea ponso
May 2, 2008 at 7:02 am
grazie, Giovanni.
Andrea, io lo chiamo fare, senza di che non c’è nulla di propriamente umano.
May 2, 2008 at 8:24 am
Il problema risulta espresso in termini eccezionalmente puri, ma rimane tuttavia sanguinosamente aperto: non basta dunque il Vangelo? Di fronte a questo raggelante interrogativo mi sembra irrilevante, ed anzi fuorviante e neutralizzante, congratularsi per il grado di sviluppo spirituale raggiunto dalla persona, ovvero per la “riuscita artistica” della sua testimonianza - ridotta in tal modo a spettacolo.
Di quale sorta di “integrazione” avrebbe dunque bisogno il messaggio evangelico? Ne confabulava Jung negli ultimi scritti ma non mi sembra che, fra la tentazione di risolvere tutto a livello “software” (modificare la propria percezione della realtà, intessendo inestricabilmente candore ed astuzia) e l’irremovibilità dell’hardware (se, attraverso qualche magia, tutti seguissero immediatamente Zanotelli, saremmo alla fame in una settimana) si stiano facendo grandi progressi.
May 2, 2008 at 9:00 am
Anche il Vangelo deve per forza andare a far presa su un substrato psichico. La testimonianza di Giorgio è potente, ma non come “fatto letterario”. Grazie!
May 2, 2008 at 12:58 pm
Sono molto scossa dalla testimonianza di Giorgio. Ero alla lectio e mi sono resa conto che qualcosa di forte stava accadendo, le parole di Fabrizio sono sempre molto toccanti e colpiscono il cuore.
Però colpiscono il cuore di chi è all’ ascolto…..è Gesù che parla attraverso gli uomini che incontriamo e che ci parlano di amore.
Se si ama profondamente Gesù riusciamo a sentirlo e può essere semplice capire quale possa essere la strada da seguire o la cosa più giusta da fare, bisogna farsi portare da lui, volergli bene attraverso le nostre azioni e mettendo amore nelle cose che facciamo.
Ecco anch’io rimango senza parole di fronte a certe affermazioni e sicuramente c’è tanta chiusura e ipocrisia. Non ho avuto il coraggio di intervenire ma ho sbagliato.
Il Vangelo si accoglie nella sua interezza e non solo per ciò che ci fa comodo. Non dico che sia facile, ma è questo che Gesù ci chiede. Lo sguardo di chi ha bisogno è lo sguardo di Gesù, non lo dimentichiamo mai.
Ecco caro Giorgio volevo dirti che ti ho visto e anche se ci conosciamo molto poco osservandoti ti ho capito. Mi dispiace molto per i tuoi problemi, ma ti ammiro anche molto per ciò che hai avuto la forza di dichiarare.
Io non sono nessuno e non so niente, ma per esperienza personale credo che qualcosa di nuovo e sconvolgente sta avvenendo in te. Non aver paura, le cose non avvengono mai a caso, sono certa che avvenuto questo primo miracolo ce ne saranno altri. Gesù è la porta da attraversare per rinascere. E a me sembra che questo primo traguardo è raggiunto.
Caro Giorgio ti auguro con tutto il cuore ogni bene e ti abbraccio forte.
Silvia
May 2, 2008 at 1:50 pm
Non c’è nessuna riduzione “all’estetico” di un fatto come questo, è bene precisarlo. Come però non può esserci nemmeno nessuna riduzione all’ingenuo e al “naturale” di ogni elemento della vita, perchè viviamo, anche se inconsapevoli, all’interno di un sistema simbolico che ci determina fin nel profondo della biologia. Forse, apparentemente, sembra inutile e addirittura offensivo parlare in questi termini di una esperienza così dolorosa e scottante, vera, contingente nel senso più alto del termine. Ma se ci è data in pasto in questo spazio significa che si presupponeva una discussione e quindi occorreva leggerla anche da diversi punti di vista. mancando ormai in maniera tragica ogni consapevolezza del nostro essere immersi in una realtà che non è mai “natura” o “naturale” rischiamo di perdere la capacità di comprendere anche le possibili risposte. Le mie povere considerazioni, che spero non abbiamo offeso nessuno, si muovevano in questa direzione, convinto che la mediazione sia fondamentale da accettare, come fondamentale è l’accettazione della contingenza e della creaturalità (che appunto non possono essere percepite altrimenti). Cristo stesso è questa mediazione incarnata e non si può prescindere da questo. Nel momento in cui ci poniamo un problema, anche il più concreto e doloroso, noi ragioniamo sui presupposti di tale impianto simbolico (e non segnico), e questo è per me “umiltà”: accettazione della mediazione ad ogni immediatezza (sia essa quella del vivente che quella ancora più pericolosa del razionale e dell’intellettuale). Scusatemi se sono stato frainteso, e mi scusi soprattutto chi vive tale dolore nella propria carne, ogni giorno,
andrea ponso
May 2, 2008 at 6:44 pm
Anche rileggendo attentamente gli interventi, non vedo la necessità di scuse da parte di Andrea Ponso. Forse derivano dal “rimango senza parole di fronte a certe affermazioni” di Silvia, che però non specifica quali, ed io ho l’impressione che si riferisse all’evento descritto dalla lettera invece che ai commenti apparsi in questo spazio. Ma se vorrà precisare l’accusa immagino otterrà soddisfazione. Se dovessero invece risultare correlate al mio accenno alla “riuscita artistica”, specifico che questo non era rivolto ai commenti ma espresso “in linea di principio”, in considerazione della notevole efficacia espressiva della lettera stessa, che la rende idonea ad un ingaggio, diciamo così, “teorico” - nel pieno rispetto della vicenda personale.
May 2, 2008 at 11:41 pm
Un Padre, per dare speranza ai suoi discepoli, diceva che vivere da cristiani è impossibile, ma è possibile morire da cristiani.
La lettera di Giorgio è in qualche modo una testimonianza di come sia lacerante fare esperienza dell’accettazione cristiana del male su di se, cioè essere teologo, essere simile a Cristo.
Dai commenti trasuda un certo spaesamento. un “troppo per essere vero”, in fondo dei complimenti a Giorgio che nel frattempo è lì a torcersi le budella, oltre a voli pindarici di gusto discutibile.
La verità è che essere Giobbe è impossibile, nessuno realizza di punto in bianco il “Dio ha dato, Dio Ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”.
Sant’Antonio il grande diceva sempre: “Oggi comincio”, la testimonianza di Giorgio è l’inizio, non il punto d’arrivo di un’esperienza cristiana, che non può partire che da una negazione, una privazione, una morte, così come nel Battesimo siamo immersi nel sepolcro di Cristo.
Il problema vero è quali sono i mezzi, i passi, la strada per trasformare ciò che accade in potenza nell’atto, come rendere questo sgomento positivo e iniziare il lungo percorso verso Gesù? Quando Giorgio dice: “Ho visto Gesù”, mi intenerisce e capisco che sta dicendo: “Ho capito cosa intendeva Gesù”.
Caro Fabrizio mi sento morire a parlare di questa lettera, è piena di possibilità come di confusione, di speranza e disperazione, e chiede, implora, una guida, una presenza, un padre.
Ho cominciato a leggere la vita di Padre Cleopa Ilje, un moderno Padre spirituale scomparso pochi anni fa. Quando da giovane si recò al monastero per diventare Monaco venne accolto dall’economo che lo mise fuori del monastero, gli diede una mazza e gli disse; batti questo tronco, lui cominciò a picchiare il tronco e si fermò solo a sera quando tornò il monaco, così avvenne per tre giorni, dopo di che venne presentato all’igumeno del monastero che gli chiese; cosa hai fatto in questi tre giorni?, ho battuto un tronco. E cosa ha detto il tronco? gli chiese l’igumeno; nulla rispose. Sia così anche per te, gli disse l’anziano e l’accolse fra i monaci, seppe molto dopo che il monaco che l’aveva ricevuto aveva digiunato per lui in quei tre giorni.
Vedo anche che la preghiera non ha fatto capolino nei commenti, eppure senza quel sostegno senza le preghiere di tutti come può reggere tutto quel peso Giorgio? che se ne fa uno di parole quando le sue parole sono già così forti, ha un’anima grande, ma il suo spirito è straziato e urla e lo spirito dell’uomo si nutre dell’energia della preghiera.
May 3, 2008 at 12:11 am
ecco: un inizio.
ho tirato Giorgio qui dentro per il bavero, per farlo sentire vivo tra i vivi, in una società - seppure virtuale - che lo apprezza, voglio dire di più, che lo ama.
è solo l’inizio.
ringrazio tutti.
te, Mario, in particolare.
fabrizio
May 3, 2008 at 7:12 am
Chissà perché non ci si chiede mai cosa sia veramente il “gusto”. La via sentimentale di Mario è formidabile, ma aggiunge pathos al pathos, confusione a confusione. Forse in questo caso un po’ di pathos sarebbe meglio drenarlo via, osservando che da un punto di vista oggettivo i problemi di Giorgio non sembrano irrimediabili: i membri della sua famiglia stanno bene, e in Italia non si vedono tante famiglie “sul lastrico”, almeno nella zona in cui vivo io. Osservo anche che è del tutto fuorviante, tanto nella lettera quanto nei commenti, cercare un capro espiatorio negli altri, che prima non ascolterebbero le parole di Fabrizio come si dovrebbe, poi non commenterebbero adeguatamente - dimenticando che le parole si prestano sempre a diverse letture: i fatti e pensieri che evocano puntano in molte direzioni, intercettando le forme del pensiero con le quali ciascuno è abituato ad ingabbiarli, ed è ovvio che queste possano differire profondamente, e che ognuno abbia la propria agenda e le proprie priorità vitali, che non è certo tenuto ad esplicitare e giustificare preliminarmente.
Ma drenare il pathos non potrebbe compromettere il processo di “redenzione” in corso, facendo rientrare Giorgio nella aborrita “normalità”?
L’enormità di questa domanda mi indica chiaramente che non è tema che io possa affrontare con lo strumentario scettico di cui dispongo.
Ma potremmo chiederci cos’è che noi “speciali”, che ci conosciamo benissimo, proiettiamo sempre sugli “ordinari” che non consciamo affatto.
May 3, 2008 at 10:13 am
Siamo un po’ tutti lì, in quel punto estremo tra disperazione e fede vera, che Giorgio vive.
Tra estrema arroganza ego-centrica, giudicante, autoesaltante, magari “rivoluzionaria”, ipertrofici ii “poetici” inclusi, ed estrema tenerezza, servizio puro, levità, cura delle persone ferite, accoglienza senza condizioni, imprevedibile sollievo.
Mi pare che la lacerazione si curi con un incremento di abbandono, lasciando ancora di più la presa, ogni presa, ogni identificazione troppo rigida, ogni immagine di noi stessi raggelata in qualche specchio inconscio, smettendo di giudicare, di separarci, di avvelenarci, in una fiducia quasi de-mente eppure sapientissima nella Vita e nel suo trionfo.
Questo abbandono lascia fiorire l’azione di Dio in noi, ci rende canali, proprio perché svuotati, semplificati, folli.
E i miracoli tornano ad essere evidenti.
Che lo Spirito soffi nelle nostre canne vuote, e adesso specialmente in quella di Giorgio, la melodia del mondo rinnovato.
Marco Guzzi
May 3, 2008 at 2:33 pm
Non credo caro Elio che in quello che ho detto ci sia una particolare sentimentalità, il mondo cristiano ha sempre visto l’arrivo di crisi più o meno gravi cui ha fatto fronte con la preghiera individuale come comunitaria, da sempre.
Certo che parole così drammatiche ci toccano l’animo, così come sapere che Giorgio ha un passato tormentato ed è quindi coinvolto in un faticoso processo di conversione, come possiamo tenere i sentimenti fuori dalla condizione umana di un fratello? basta non scambiare il nostro affetto per l’amore di Dio.
Quello che si oppone in tutti noi alla conversione prende forme e dimensioni diverse, ciò che uno supera agevolmente per un altro puo essere un everest da superare.
Distinguere “speciali” da “normali” è fuorviante, travi e pagliuzze ci impediscono di vedere in egual misura, e nella preghiera siamo tutti mediocri o normali visto che ci poniamo di fronte alla perfezione.
Però, ci sono momenti in cui, se c’è una comunità, lo sforzo richiede un incremento e mi sembra che questo sia il caso, mi sembra che Giorgio ne abbia particolarmente bisogno.
Poi, Dio, saprà lui che farne di queste preghiere, se sono infermiere e il chirurgo mi chiede uno strumento devo contestargli se è quello necessario o insegnargli come si usa?
Non ha detto Gesù che certi demoni è possibile cacciarli solo con la preghiera e il digiuno? chi siamo noi per vanificare le armi che ci ha dato?
May 3, 2008 at 4:07 pm
Grazie Mario. Non intendevo sentimentale in senso deteriore, ci avevo infatti aggiunto l’aggettivo “formidabile”, e senza la minima ombra di ironia. E’ che per me tutta la dimensione religiosa è un’alchimia del sentimento, razionalmente la trovo quasi vuota. Sicuramente tale testimonianza nasce in un contesto di fede e di preghiera ed è forse più corretto, in rapporto ai bisogni di Giorgio, mantenersi in tale ambito. Ma in quei temi mi sembrava anche di scorgere alcune dinamiche universali, che travalicano l’ambito della fede, entro il quale, in fondo non c’è molto da ragionare, o meglio lo si deve fare inchiodati ad un letto di Procuste. Chiarito il contesto, mi sembra quindi meglio che io non vada a mettere, come si suol dire, “i piedi nel piatto”, con derive troppo spregiudicate.
May 4, 2008 at 12:41 am
Elio, in un inno alla Madre di Dio, noi la chiamiamo “Paradiso Razionale”, nella fede il discernimento ha tanto posto quanto l’esperienza e di più ancora la grazia che ci impedisce di considerarci buoni sentendo tanto trasporto, (quando lo sentiamo e non ci sloghiamo invece le mascelle leggendo le scritture;-).
Ho capito che non c’era ironia e ti ringrazio, è che il linguaggio “greco” che uso è poco abituale qui da noi, dove si tende a considerare la fede un trasporto emotivo o una virtuosa presenza, cose di cui abbiamo non pochi esempi luminosi, ma penso che il sentimento, l’affetto siano, per quanto a tratti travolgenti, conseguenze e non cause dell’esperienza cristiana.
Quello che volevo dire è che, a parte posizioni come la tua che prescindendo da una prospettiva di fede si pongono comprensibilmente su un piano più antropologico e psicologico, mi fa specie che fra i credenti dichiarati si incontri così raramente la menzione della preghiera come cura e prendersi cura, che è invece la normale attività dei credenti di ogni religione di fronte ai fatti del mondo, noi possiamo chiamare il ladrone primo teologo solo perchè è morto pregando e in questa esperienza ha riconosciuto e conosciuto Gesù come Dio.
Mi sono fatto l’idea che la preghiera venga intesa come una forma passiva di rifugio da questi mali e dunque si cerchino mezzi più incisivi per intervenire, io però credo che intanto la preghiera sia un’attività tutt’altro che passiva, e mi domando come si possa ignorare che è ed è stata la naturale espressione della fede in duemila anni di storia, per quanto riguarda il cristianesimo.
Io mi vergogno sempre un po’ a parlarne, perchè la mia esperienza di preghiera è una misera realtà, ma è anche per questo che la preghiera di una comunità rafforza e sostiene anche chi è debole nel praticarla. Una fede senza una prassi che le sia propria mi sembra che alla fine giustifichi più scelte come la tua che va dritta al problema concreto, anche in modo spregiudicato, che sarebbe come dire sincero, e si riduca un po’ ad una sovrastruttura psicologica di appartenenza religiosa, ma come il solito sto esagerando e dal discernimento temo di passare tout court al giudizio, sono certo che l’apporto di ognuno di noi, nella forma che crediamo la più sincera serva egualmente a Giorgio e a noi stessi.
A proposito, caro Fabrizio, sarebbe bello se qualcuno avesse registrato la Lectio e potessimo leggerla.
May 4, 2008 at 7:34 am
provo a ricuperarla, Mario.
è vero quello che dici sulla preghiera: si possono leggere, studiare, pensare molte cose, ma niente vale, forse, come una lode a Dio, o un’intercessione, che in un momento riconciliano con la vita. c’è qualcosa che non possiamo costruire con le nostre mani, qualcosa che ci viene dato. è l’esperienza per antonomasia, quella che fa rinascere. considerare la risurrezione da questo punto di vista è utile, secondo me.
buona domenica
fabrizio
May 4, 2008 at 9:47 am
Caro Giorgio,
forse queste parole ti suoneranno un po’ banali, ma mi sento anch’io di dirti di resistere. Di solito la confusione si chiarisce e anche nell’apparente insensatezza delle cose, inaspettatamente arriva qualcosa di nuovo che dà un respiro, un aiuto, anche diverso da come lo si aspettava. Riguardo alla normalità di quelli che stanno intorno, è solo una nostra percezione, perchè in realtà nessuno è normale (adeguato, sempre equilibrato, senza problemi ecc.) e a volte basta poco ad alcuni per precipitare nella confusione e nell’incertezza.
Credo che l’incertezza possa essere vista come un valore, un’opportunità per far emergere le nostre risorse interiori… che ci sono! Molti hanno avuto un cammino unico e non lineare (forse tutti,ognuno a suo modo) e non per loro merito, si sono trovati a fianco di quella croce dove hanno trovato il coraggio di affidarsi interamente!
Un caro saluto e un forte augurio di bene
May 5, 2008 at 9:24 am
Mi dispiace per il malinteso. Mi riferivo esclusivamente a quanto descritto nella mia lettera.
Silvia
May 5, 2008 at 1:36 pm
Cara Silvia, caro Elio,
nessun problema… i miei dubbi erano legati proprio a quella frase relativa alla “riuscita estetica”, ma è un rimprovero che comunque mi faccio sempre: c’è infatti in ogni momento il pericolo di virare verso una comprensione “solo” estetica di quello che ci capita, oppure troppo sbilanciata verso il nudo pensiero o il “semplice” sentire del sentimento. Il problema è che viviamo, volenti o nolenti, in un mondo che per forza di cose non può fare i conti con la simbolizzazione e le sue mediazioni. Accettarle significa rimanere in un equilibrio precario ma necessario tra tute queste possibilità, senza mai richiudersi in una di esse che esclude le altre. Del resto, accettare la mediazione significa ne più ne meno, dal punto di vista cristiano, accettare il mistero di cristo e le sue mediazioni, che sono la chiesa (non in senso istituzionale), i sacramenti, la cultura, la storia e anche l’estetica. Accettare il sepolcro vuoto, ad esempio, significa non accontentarsi della presa appropriativa sull’oggetto-Cristo, sul Cristo che si fa oggetto… occorre invece accettare la presenza della sua mancanza, della sua ulteriorità rispetto a tutto, senza però rifugiarsi in una speculazione astratta, ma proprio accettando la creaturalità umanissima e divina a un tempo della mediazione che è la chiesa stessa e il suo essere sacramentale. Credo quindi che, al di là del discorso religioso, questo valga per ogni rapporto con l’uomo, che passa attraverso tutte queste nostre mediazioni pur sapendo della ulteriorità del singolo e del singolare, ma senza accantonare l’umanità della mediazione stessa.
andrea ponso
May 7, 2008 at 9:59 am
Resisti, Giorgio, ed io pregherò la Madre di Dio affinchè asciughi le tue lacrime e ti conduca a conoscere meglio e seguire i passi del Figlio suo e Fratello nostro.
Scorda la rabbia di quei terribili anni ‘80 e riponi la tua fiducia solo nel Signore Nostro. Sulla Sua Parola getta le tue reti, fratello mio.