Il Cavaliere della Rosa
Posted by rferrazzi on May 6, 2008
Secondo un modo di dire di fine Ottocento, a Vienna in ogni strada abitava un genio. Non era uno sproposito: nell’arco di una generazione, prima di sprofondare nella guerra e nel disastro, la capitale dell’ultimo impero vide una rivoluzione in tutte le arti e in tutte le scienze. Il fenomeno aveva la sua spiegazione in una serie di coincidenze: una lunga espansione economica, un impero multietnico, un imperatore-simbolo che non moriva mai, imbalsamava le contraddizioni e mascherava fino all’ultimo l’agonia di una civiltà.
Tra i letterati, che hanno per missione la sensibilità a ciò che nasce e a ciò che muore, soltanto Hofmannsthal si rivolse con un sorriso a un mondo che si ostinava a sopravvivere a se stesso. Nel “Cavaliere della rosa” non ci sono i sarcasmi di Kraus, l’ironia di Musil o i tremori di Kafka. Hofmannsthal contempla con serenità i formalismi desueti, le fisime nobiliari che vanno in archivio. Confida nell’immortalità dei sentimenti. Sorride ai suoi personaggi con la nostalgia di ogni addio e con la vaga speranza di una metempsicosi: quei sentimenti trasmigreranno in altri corpi, in epoche nuove.
La storia del Cavaliere della rosa può sembrare troppo semplice o troppo complicata. In pieno Settecento, il conte Ottaviano, diciassettenne amante di una gran dama (la Feldmarescialla Maria Teresa), deve far da compare d’anello a un nobile volgare e squattrinato (il barone Ochs von Lerchenau) che impalma per soldi la figlia di un intrallazzatore (Sophie von Faninal). Ma Ottaviano si innamora di Sophie e per screditare Ochs organizza una burla. Alla fine dovrà fare i conti con Maria Teresa, e saranno conti malinconici.
In fondo è una storia risaputa, un antico canovaccio da commedia dell’arte. Ci si traveste, ci si corteggia, ci si inganna. E tutto questo si svolge in pieno “gran teatro del mondo”. Nella camera da letto della Marescialla o nel palazzo di città dei Faninal, oppure in una locanda compiacente, è tutto un pullulare di servitori in livrea, maggiordomi, istitutrici, notai, postulanti, modiste, cantanti, suonatori, osti, vetturini, camerieri, poliziotti e intriganti. Hofmannsthal li mette in scena sullo sfondo di una città settecentesca che è riconoscibile in Vienna solo per l’uso micidiale dei dialetti, ma potrebbe tranquillamente essere Parigi o Napoli (con buona pace di chi vorrebbe ridurre il Rosenkavalier a manifesto dell’austriacità).
All’alzarsi del sipario i personaggi sono legati l’uno all’altro in un equilibrio di sentimenti semplici: esuberanza, ingenuità, vanità, avidità, inquietudine. Ma è un equilibrio instabile, che ha in se stesso i germi della disgregazione. Dopo la crisi del secondo atto e la mezza catastrofe del terzo, il mosaico si ricomporrà in un equilibrio di sentimenti altrettanto precari, ma molto più sofisticati. Il finale ingombra la scena di personaggi e comparse, per poi ridurla a una stanza vuota, dove tutto sembra soffocare in un velo di malinconia. E quando pare ormai acquisita la morale cinica di una favola farsesca, un’ultima invenzione teatrale ribalta ancora la prospettiva. Da un palco nascosto, l’autore-demiurgo sorride come sorridono gli dei nei poemi di Omero.
Cosa è accaduto? Niente più che una lunga serie di sorrisi, in perfetto stile viennese. Ride sotto i baffi il commissario di polizia mentre minaccia di arresto il libertino barone Ochs. Ridono i due intriganti italiani che finalmente agguantano il successo. Sogghignano i quattro bambini prezzolati per strillare “Papà!”, l’oste con il conto in mano, i camerieri che reclamano la mancia, i vetturini che rumoreggiano nel loro orripilante dialetto. La burla è riuscita. Ochs, sconfitto su tutta la linea, batte in ritirata e tutti sanno che il conte Ottaviano aprirà i cordoni della borsa.
Eppure il conte ha altro da pensare: è preso tra due fuochi dalla Marescialla Teresa, l’amante, e da Sophie, il nuovo amore. Non sa decidersi, e nell’ingenuo conflitto dei sentimenti non trova di meglio che sorridere. Sophie, abbandonata/liberata da Ochs, vede Ottaviano riavvicinarsi a Teresa, tanto più nobile e potente di lei. Vorrebbe sprofondare ma non può: deve far fronte, fino in fondo, e sorride per nascondere l’imbarazzo. La Marescialla sa fin troppo bene che Ottaviano la lascerà, oggi o domani o un altro giorno: il tempo passa, e fermare i pendoli degli orologi non serve a niente. Che si può fare? Nulla. Solo sorridere, e lasciare che le cose vadano per il loro verso naturale.
Sorride anche il padre di Sophie, che non ha capito granché, ma sa che sua figlia sposerà un gran signore (e poco importa se l’amore in poco tempo se ne andrà, questo lo sa anche lui, non è così per tutti?). Oggi tutto è bene quel che finisce bene, dunque possiamo sorridere.
Ecco: tutto crollerà. Il mondo dei borghesi come quello dei nobili. Le illusioni degli amori di gioventù e le malinconie degli amori di mezza età. Il frenetico dibattersi degli avventurieri e i falstaffiani bluff dei nobili strapelati. Ma anche quando gli osti, i camerieri, i vetturini saranno diventati classe dominante, il conflitto tra vitalismo e melanconia riavvierà lo stesso eterno ciclo: innamoramento/ fine della passione/ sofferenza/ tradimento/ nuovo amore. Il progresso sociale non sposta neanche una virgola nei sentimenti.
Cambia solo il punto di vista. In ogni storia, in ogni momento di crisi, c’è un giovane (una classe sociale emergente) che ha il futuro davanti e lo guarda con una speranza così ingenua da far tenerezza. E c’è anche una persona di mezza età (una classe sociale avviata a un inarrestabile declino) che vede più in là del futuro ed è quasi atterrita dal suo stesso cinismo.
“È stata solo una farsa” mormora la Marescialla pensando alla sua ultima illusione. “È stata solo una farsa?” si domanda Sophie, tremando al pensiero che Ottaviano si sia preso gioco di lei. In realtà, dice Hofmannsthal, è sempre una farsa e finisce sempre con un sorriso amaro.
E Ochs?
Che fine ha fatto il libertino cacciatore di dote, Priapo impenitente, sboccato, volgarotto, allegro e fanfarone? L’hanno cacciato via, come succede nelle farse, smascherato e sconfitto. Ma non del tutto. Ochs, come Falstaff, è un carattere immortale e non può morire in scena. Quando Ottaviano e Sophie tenendosi per mano corrono verso una fugace felicità, la scena resta vuota. Ma la musica continua. In mezzo al palcoscenico è rimasto il fazzoletto di trina che Sophie ha lasciato cadere. Una porta si apre, il servo negro della Marescialla fa capolino, si avvicina al proscenio, agguanta il fazzoletto e saltellando se ne va.
È adesso, sulle ultime note dell’orchestra, mentre il sipario cala in fretta, che riappare il sorriso di Ochs, il sorriso di Hofmannsthal, il sorriso di chi sa che questa è la storia e doveva essere così.

















orsola puecher said
una piccola cosa:
http://www.youtube.com/watch?v=5VbmCqK7XOw
un terzetto di tre sentimenti: la Marescialla triste per la fine cosi rapida dell’amore di Octavian, per lo sfuggire della giovinezza, Octavian felice del nuovo amore, Sophie combattuta fra felicità e tristezza per il dolore della Marescialla, stati d’animo che solo s’incrociano, si sfiorano in un sorriso amaro di leggerezza e lirismo, così lontani dal melodramma, così moderni che sono già tre solitudini, ancor prima di quel palcoscenico vuoto. Anche musicalmente tre linee differenti e tre differenti misure: 3/4, 4/4 e 2/4, adatta ognuna ad uno di questi sentimenti. Più nessun finale mozartiano è possibile, nessun “corriam tutti a festeggiar” di Nozze di Figaro, dopo inganni, travestimenti, svelamenti e riconciliazioni, tenendosi per mano in proscenio prima che cali il sipario. Solo quel fazzolettino abbandonato nel nuovo secolo delle solitudini.
Grazie Riccardo.
,\\’
sparz said
grazie Riccardo di questo bellissimo flash sull’atmosfera viennese e il Rosenkavalier. Le prime righe del tuo pezzo mi ricordano peraltro un libro molto interessante sulla Vienna di fine secolo, Carl E. Schorske, Vienna fin de siècle – la culla della cultura mitteleuropea, Bompiani 2004 (I ediz. 1961); del quale riporto questo brano che mi ha sempre molto colpito: L’indole socialmente circoscritta dell’élite culturale viennese, con una sua inconsueta commistione di provincialismo e cosmopolitismo, di tradizionalismo e modernismo, offriva più che in altre grandi città un contesto coerente per lo studio dell’evoluzione culturale nel primo scorcio del ventesimo secolo. A Londra, a Parigi, a Berlino – è la conclusione alla quale siamo giunti io stesso e i miei studenti nel corso di seminari in cui abbiamo esaminato ciascuna di queste metropoli intendendole come altrettante entità culturali autonome – gli esponenti delle varie branche dell’alta cultura, fossero queste accademiche o estetiche, giornalistiche o letterarie, politiche o intellettuali, non si conoscevano tra loro, o quasi. Vivevano raccolti in comunità professionali, in stato di semisegregazione. A Vienna, invece, sino all’inizio del ventesimo secolo la coesione di questa élite si presentava molto forte. I salotti e i caffè erano istituzioni ancora assai vitali ove gli intellettuali di ogni categoria si scambiavano idee e opinioni, mescolandosi al tempo stesso a un’élite commerciale e professionale che andava fiera della sua cultura generale e della sua competenza in campo artistico.
Gaja said
Davvero bello, Riccardo.
Mi associo ai ringraziamenti di Orsola e Sparz.
L’atmosfera è coinvolgente…
Un bacio.