Il nome e il sostantivo
Posted by Fausto Raso on May 10, 2008
Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce nome, leggiamo: parte del discorso che designa persone, cose, idee, fatti e può essere “concreto” se indica persone o cose controllabili dai sensi; “astratto” se designa entità mentali (la bontà, per esempio); “comune” se può essere ‘condiviso’ dagli esseri della stessa specie e infine “proprio” quando distingue un individuo da un altro (ma anche una cosa da un’altra: i nomi di città, per esempio). Al lemma sostantivo leggiamo, invece: parola che indica la ‘sostanza’ di una cosa nel senso più lato (persona, animale, idea, oggetto, ecc.); i due termini, quindi, possono considerarsi l’uno sinonimo dell’altro.
E tutti e due, guarda caso, vengono dal… latino; il primo da “nomen”, affine a “noscere” (conoscere) e significa, propriamente, “ciò con cui si ‘conosce’ qualcosa”; il secondo da “substantivus”, letteralmente “che può stare da sé”. Vediamo, ora, come sono nati ma forse sarebbe meglio dire come si sono formati i sostantivi (o nomi)… italiani. Quelli di antica formazione provengono, in linea generale, dai corrispondenti sostantivi latini, sia pure con qualche mutamento nella pronunzia e nella grafia, come la caduta delle consonanti finali (quasi sempre la “m”) in modo che tutte le parole italiane finiscano con una vocale: urbe(m); casa(m); aula(m). I cognomi, naturalmente, sono un caso a sé stante in quanto per svariati motivi, pur essendo “italiani”, possono terminare con una consonante: Bianchin; Bordon; Rumor; Melis; Solinas; Corrias ecc. Oltre tutto, per la lingua, i cognomi sono un’ “invenzione” piuttosto recente.
Ma torniamo ai sostantivi veri e propri per vedere come si è arrivati alla “forma” attuale… italiana che presenta, in generale, queste desinenze (dal latino “desinere”, terminare, quindi “terminazione”; vale a dire quella parte terminale della parola che si “attacca” alla radice o al tema per esprimere la flessione della parola stessa: maschile, femminile, singolare, plurale):
“-o” per il maschile derivato da sostantivi latini in ‘-um’ (amico); “-a” per i femminili (ma anche per alcuni maschili) tratti da sostantivi latini in ‘-am’ (casa e poeta); “-e” per i sostantivi di ambo i generi derivati da sostantivi latini in ‘-em’ (giudice, vigile). Per quanto attiene ai sostantivi plurali c’è stata una notevole semplificazione rispetto alla lingua madre (il latino) che presentava quattro desinenze: “-ae”; “-i”; “-es”; e “-a”, quest’ultima per i cosí detti sostantivi neutri. La lingua volgare, cioè l’italiano, ha utilizzato soltanto le prime due desinenze, cercando di raggruppare i maschili sotto la desinenza “-i” (amici) e i femminili sotto la desinenza
“-e” (case); sono sfuggiti a questa “regola” i sostantivi femminili che già nel singolare finiscono in “-e” perché non si confondesse il plurale con il singolare (la torre, le torri). Ma non è finita qui.
La lingua volgare (italiano) rispetto a quella classica (latino) ha apportato una rivoluzione nel genere dei sostantivi: ne ha abolito uno, il neutro. Il latino, infatti, prevedeva tre generi: maschile, femminile, neutro; quest’ultimo serviva, per lo piú, per i sostantivi indicanti cose inanimate, prive di “sesso”. Nell’italiano il neutro è caduto e sono rimasti solo i due generi “classici”: maschile e femminile. Una traccia del neutro è rimasta, però, ben visibile nella forma plurale di un gruppo di nomi che nel singolare sono maschili e nel plurale, invece, presentano una forma in “-i” tipicamente maschile e una in “-a”, propria del neutro latino. Come mai? Rispondiamo con una domanda: vi siete mai chiesti per quale motivo si dica “ossa” e “ossi”; “braccia” e “bracci”; “membra” e “membri”? Per non parlare di “uova” e “paia”, prive della forma plurale maschile? Risposta: i parlanti, ignari del latino e dei suoi generi – parliamo del periodo di transizione dal latino all’italiano – davanti a questa strana desinenza plurale “-a”, hanno sentito la parola come femminile e hanno cominciato a dire (e a scrivere, naturalmente) “le ossa”; “le braccia”; “le uova” e via dicendo. Cominciavano a prender corpo, insomma, i cosí detti sostantivi “sovrabbondanti”. A questo punto, gentili amici, qualcuno di voi si domanderà la ragione per la quale il sostantivo “mano” disattende le ‘regole’ sopra esposte: pur terminando in “-o” è di genere femminile (l’unico in lingua italiana). La risposta è semplice: ha conservato il genere che aveva nella lingua latina.















carla said
definirei la mano: termine femminile universale, con la mano si indicano tante cose, infinite…
metaforicamente, la mano del mondo, vigila su noi…
Plessus said
Curioso anche l’aspetto l’aspetto evolutivo del passaggio da nome proprio a nome comune grazie ad opere letterarie.
Come sottolinea Gian Luigi Beccaria nel suo recente e gustosissimo Tra le pieghe delle parole: galeotto, nel senso di mezzano o ciò che favorisce l’amore tra due persone, entra nella lingua italiana dai tempi di Dante : viene da Galehaut, italianizzato in Galeotto, personaggio di vari romanzi del ciclo bretone che favorisce l’amore di Lancillotto e Ginevra, li spinge a rivelare il loro amore.
Altro esempio famoso: lillipuziano, da i Lilliputians, gli abitanti di Lilliput, isola immaginaria abitata da uomini alti sei pollici ne I viaggi di Gulliver.
Galateo: nel cinquecento tale sostantivo si affermò grazie al titolo del trattato di monsignor Della Casa, il quale si era rifatto al nome Galeazzo (lat. Galatheus), il Galeazzo Florimonte vesco di Sessa cui l’opera è dedicata.
Gradasso proviene dal nome di un re saraceno che nell’Orlando innamorato e nell’Orlando furioso che fa lo spaccone, e di cui solo Orlando riuscirà ad aver ragione.
Rocambolesco, da Rocambole, personaggio di avventure straordinarie lanciato a metà ottocento dal romanziere francese Ponson du Terrail, il cui romanzo d’appendice di maggior successo fu Exploits de Rocambole, ventidue volumi di un ciclo che divenne un vero best seller dell’epoca.
Grazie del post interessante!
Salute e saluti
Plessus said
Ehm, c’è un (vesco)vo in meno, e un “che” di troppo, scusate…
Giocatore d'Azzardo said
Interessante, molto interessante e anche molto più musicale, anche per chi gioca a carte. Ci facciamo una mana suona decisamente male, meglio una mano.
Blackjack.