La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



L’ora del caldo

Posted by giorgiomorale on May 11, 2008

di Giorgio Morale

Dormito otto ore di fila. Paolo si sveglia con la gola secca: muto, sporco, catarroso. I suoi compagni di scompartimento dormono, muti anche loro.

Paolo quasi rimpiange quei treni degli emigranti dove si mescolavano risa e pianti, odori di cacio e di sudore, la radio ad alto volume e le spiegazioni a non finire, le cortesie e i litigi, i canti e il vino, che gli scossoni facevano schizzare sui vestiti.

Paolo ricorda: un’estate, un viaggio sempre guardando dal finestrino, il vento in faccia, l’aria tutta gelsomini, la luna che seguiva il treno. Lui parlava coi suoi amici e i ferrovieri parlavano con tutti.

Tra Roma e Napoli c’è un lungo tratto senza fermate. Il procedere del treno si fa regolare, come la sistole e la diastole; il movimento regola le funzioni corporee e i pensieri; il rumore pervade corpo e mente, fino a che è il suono a portare e non la forza della motrice: puro suono, puro movimento, che lievita e conduce e anestetizza.

Il treno si ferma in aperta campagna: sbuffa, stride, si blocca. Attorno c’è solo la terra che riposa, il verde che resiste da millenni, la luce che non ha ostacoli e tutto offre alla mente.

Si riparte. Attraverso stazioni piccole come giocattoli, con due soli binari e i vasetti di fiori rossi che paiono dipinti. Ovunque fabbriche abbandonate, bandierine multinazionali e campi da tennis, palme e market, case in costruzione, a metà del lavoro, e case vecchie semicrollate, le une e le altre sorrette dallo stesso scheletro.

Il treno, ancora il treno. Ancora a giocare con lo spazio e il tempo, le distanze e la velocità che le annulla.

Un tempo questa strada divenne molto frequentata. Avola, Siracusa, Milano, Colonia. Erano le sue stazioni.

Solo nella prospettiva incerta degli addii sua madre raggiungeva una sua credibilità. Commiato inevitabile erano gli scongiuri che preservassero il figlio dalla perdizione ripetuti con infinita pazienza e silenziosi affidamenti al protettore con chissà quale pratica atavica. Nel viaggio Paolo ritornava con la mente alla madre, ai suoi gesti quotidiani.
“Cosa fai a quest’ora” si domandava. “In Germania è già buio. Tornata dalla fabbrica, mangerai ancora il tuo brodo senz’olio? Quante volte ti sveglierai stanotte per uno dei tuoi mali? Riuscirai almeno ad addormentarti? A quale tempio porterai, dono votivo, la tua sofferenza?”.

Arrivi e partenze. Attese nelle stazioni, seduto sulla valigia di cartone. Nelle sue stazioni non c’erano turisti, ma emigranti. Paolo ricorda sonni brevissimi e risvegli improvvisi, come quando da piccolo sua madre lo svegliava per andare a messa – il giorno del suo onomastico e le feste comandate. Tutta la sua ricchezza era la libertà dei poveri, l’incertezza.

I binari in vicinanza delle stazioni si moltiplicavano come cellule scissipariche e poi procedevano paralleli come le righe di un quaderno di cui Paolo cercava di decifrare la scrittura prima che tutti confluissero in un’unica striscia. Paolo si chiedeva se su quella striscia era possibile fare il giro del mondo. Oppure seguiva le ondulazioni delle parallele imperfette dei fili elettrici e il ritmico succedersi dei pali a separare le varie frasi musicali. Oppure le disuguali suddivisioni dei campi – coltivati, arati e incolti – come tanti settori di un cerchio che aveva il centro in un orizzonte infinito.

Prima d’incontrarlo, Paolo ha sempre paura che il padre debba morire. Ricorda che da bambino aveva questa paura e si tormentava:
“Se muoiono loro, come faccio?”.
Ricorda anche un sogno: uno dei due genitori doveva morire e a lui era demandata la scelta. Adesso, se non altro, le scelte sono più facili. Qualunque scelta è più facile.

Appena giù dal treno, la terra gli fugge sotto i piedi, come se fosse troppo leggero per esercitare una pressione. È come se fosse appena atterrato dopo la prima corsa sulle montagne russe.

I suoni sono distorti, soffocati, in parte trattenuti dentro i corpi dall’aria calda e compatta, in parte filtrati dal brusio nelle orecchie.

Verso casa. Paolo sbircia dal finestrino della macchina. Il caldo si vede. Sono tante fiammelle che salgono tremolando dall’asfalto. Le indicazioni sui segnali stradali sono appena leggibili; i colori delle case, che ricordava nuovissimi, se li è mangiati il sole; le case sono di un bianco abbagliante.

Eppure una volta qui il cielo era più azzurro. La gente mangiava per le strade, non chiudeva la porta di casa per darsi un contegno. Paolo faceva la parte d’onore quando suo nonno lo portava con sé nelle osterie. Il nonno si fermava alcuni passi prima dell’ingresso, stava in ascolto e, riconosciute le voci dei presenti, intonava una canzone – forse improvvisata, forse adattata per l’occasione – e gli amici, da dentro, rispondevano, dando vita a un alterco cantato. Dopo il rituale si entrava, ed erano olive e vino.

Il ricordo del nonno, per un attimo, tiene la mente di Paolo. Lo stupiva, bambino, come i suoi arti superiori non riuscissero a coprire la distanza che li separava dagli inferiori, impediti dalla circonferenza del ventre: il quale, quando lo sentiva gorgogliare, Paolo immaginava come una botte piena di vino, che il nonno custodiva amorevolmente.

Nelle ore del meriggio non si usciva di casa: si chiamava l’ “ora del caldo”. Si diceva che in quell’ora – d’estate – chi andava fuori poteva incontrare gli spiriti e divenirne preda. Per Paolo era l’ora più misteriosa. All’ombra degli interni, aguzzava le orecchie per sentire se qualcuno girava per le strade, e un po’ compiangeva, un po’ ammirava quello sciagurato che osava arrischiarsi. Le strade si ampliavano e trasformavano in labirinti. Il sole batteva, le cicale frinivano, le vipere – gli dicevano – saettavano fra gli sterpi: erano le ore più lunghe. Più tardi Paolo ha collegato quella superstizione al mito di Pan, alle allucinazioni prodotte dal caldo sui viandanti e alla vittoria della natura sull’uomo, in quell’ora che abolisce l’attesa, in cui non c’è un alito di vento, nulla si muove, eppure la natura scoppia di vita, di luce, di caldo.

Dentro, il corpo si svestiva, la sensualità si destava, la pelle, sudata, strisciava sui muri, cercando un contatto con qualcosa di fresco. Forse un po’ di calce restava attaccata alla pelle, forse un po’ si scrostava: così Paolo la masticava e l’assaggiava, e un po’ la sputava, un po’ la mangiava, come le galline.

(dall’inedito L’ora del caldo)

30 Responses to “L’ora del caldo”

  1. nadia agustoni said

    Un bel racconto, complimenti.

  2. Giorgio said

    Grazie, Nadia, è un brano di un romanzo breve chiamato “L’ora del caldo”, e proprio questo brano è la prima cosa che ho scritto, quando dopo alcuni anni in cui avevo smesso ho ripreso a scrivere.

  3. alessandra said

    Ricorda da vicino le atmosfere del tuo “Paulu Piulu”, il bellissimo romanzo sul quale ho avuto la gioia di scrivere un saggino intitolato “Il tempo salvato nella scrittura di G.M.”, postato non ricordo dove (forse proprio sulla Poesia e lo spirito? o su Capitan Uncino sempre di Morale? o altrove)?Ho una pessima memoria nel ricordare dove vengono collocate tutte le cose che scrivo….grazie per questo post. Alessandra Paganardi.

  4. Giorgio said

    Grazie a te, Alessandra, sono lieto di quanto dici. In effetti, anche se è stato scritto prima, “L’ora del caldo” è un proseguimento di “Paulu Piulu”, racconta la giovinezza di Paolo, di cui in “Paulu Piulu” è narrata l’infanzia. Una parte de “L’ora del caldo” però si svolge a Milano, e lì le atmosfere cambiano.

  5. sparz said

    Il caldo si vede. Mi pare che molto ruoti attorno a questa forte sinestesia, tutti i sensi collaborano. Molto intenso, grazie Giorgio.

  6. nadia agustoni said

    A me ha ricordato anche tutti i miei spostamenti in treno per l’Italia e L’Europa. Quelle fermate dei locali in campagna, quel rallentare e le stazioni più piccole con l’aria deserta. Un saluto

  7. Ennio Abate said

    “Lei che è meridionale deve sapere cos’è la controra”- mi ha detto Vincenzo Loriga, parlandomi del suo sito in allestimento, che poi per complicazioni burocratiche ha dovuto chiamarsi “Quadernidellecontrora” invece che semplicemente “Controra” e al quale provvisoriamente, per altre complicazioni, si accede solo attraverso questo indirizzo: http://www.quadernidellacontrora.org/1/index.htm ( Ne approfitto qui per segnalarlo ai lettori de “la parola e lo spirito” confermando che ce n’è abbastanza di entrambi…).

    No, stando qui a Milano, avevo dimenticato il legame tra quella parola e l’esperienza che ne avevo fatto pure io da ragazzo nella “terra di Zi Assuntina”.
    A differenza del Paolo di Morale ricordo che coi cugini proprio in quei pomeriggi caldi si facevano esplorazioni senza il guinzaglio degli adulti. C’era i rischio delle vipere, sì, ma non d’incontrare Pan.
    Questo lo imparammo, nei secoli scolastici successivi, incocciando il Vate.
    Quanto al risveglio della sensualità che s’accenna nel finale del brano una domanda a Giorgio: il tuo Paolo non si sarà messo in compagnia di “Paolo il caldo”?
    Ciao
    Ennio

  8. Giorgio said

    Grazie ad Antonello, Nadia e Ennio.

    Antonello, in certi momenti ho proprio l’impressione che certe sensazioni abbiano una consistenza “materica” – ma non so quanto questo sia confermato dalla scienza…

    Nadia, è così anche per me, per un certo tempo ho vissuto molto sui treni.

    Ennio, concordo che un meridionale non può non sapere cos’è la controra. Naturalmente anche Paolo non sapeva niente di Pan e di “Paolo il caldo”, ai tempi del racconto viveva in una selvaggia solitudine.

  9. alessandra said

    Quando la firma di un autore si riconosce siamo a un ottimo punto della ricerca. E quella di Morale si riconosce. Il mio saggio, intitolato “Il tempo salvato nella scrittura di G.M”, comparve – come mi ha ricordato via mail Giorgio stesso – sul blog “Radici delle isole”, curato da Sebastiano Aglieco. Era soprattutto un’analisi del primo romanzo, ma rifarei parecchie affermazioni a proposito di questa narrazione. Se qualcuno ha voglia di andarlo a leggere, credo che ci sarebbero nuovi argomenti per proseguire questo interessante dibattito: ad esempio, a proposito delle atmosfere moraliane, solo in apparenza “proustiane”, ma in realtà molto diverse (sul saggio ne parlo diffusamente). Ancora complimenti,Alessandra Paganardi.

  10. Bravo Giorgio, certi viaggi ferroviari nella provincia si assomigliano, al sud come al nord, ed è comune quel guardare dal finestrino…
    Ciao
    paolo

  11. Giocatore d'Azzardo said

    Non ho mai sopportato i treni, almeno quelli italiani, fino a quando non mi è capitato di incontrare, casualmente, seduto di fronte, prima classe, biglietto rigorosamente numerato e assegnato senza via di scampo, come si usa ora – tempi moderni a volte benedetti – un Tizio che avevo quasi dimenticato.
    Lui quasi dimenticato, ma non l’assegno a vuoto che mi girò a saldo di una serata, per me, non troppo fortunata.

    Per lui neutra, l’assegno svolazzava come una farfalla .

    Blackjack.

  12. fabrizio centofanti said

    certe cose sono universali. ti ci infili dentro e ci stai bene, o semplicemente ci stai, come si sta nella vita. chi non ha vissuto l’ora del caldo? ma uno ne scrive e tutti gli altri ci s’infilano dentro, e ci stanno bene. insomma, ci stanno.
    grazie, Giorgio.

  13. Giorgio, mi hai fatto venire in mente quando da ragazzo andavo a trascorrere le mie vacanze estive nel Sud, nel paese dove nacqui 66 anni fa. Scrissi un racconto, anch’io. S’intitola “Omaggio a San Prisco”. Lo vado a postare sulla mia rivista: http://www.rivistaparliamone.it , tanto il tuo racconto mi ha fatto rivivere con nostalgia quegli anni.
    Qui sotto, permettimi di riportare il brano che ricorda i pomeriggi assolati del mio paese.

    “Il vigore del Sud erompe ad ogni angolo di strada, da ogni zolla.
    Tutto è cotto dal sole; perfino i villaggi, i paesi, i muri dei viottoli (dei “vichi”) paiono immersi in una luce bianca, allucinante.
    La forza del Sud è la violenza del suo sole che ha soggiogato ogni cosa, l’ha vinta, l’ha costretta ad una quiete magica, che ubriaca, conturba il pensiero. Il mio paese, specialmente d’estate, così allungato nella campagna arsa, odorosa di terra e di tabacco, aveva lunghi pomeriggi assolati, silenziosi; i contadini, nei campi, riposavano sotto i noci; le bestie, liberate dall’aratro, brucavano qua e là tra i rovi.
    Ne approfittavo per passeggiare in strada; al di là degli alti muri di cinta delle masserie sentivo il chiacchiericcio dei lavoranti, con la bocca piena di pane; soprattutto le donne ridevano, con rapidi trilli. Dai portoni usciva l’odore forte della stalla: lo starnazzare delle oche, il grugnire mugoloso del maiale. Mi sentivo invadere da una pienezza calda, ubriacato da questo superbo, stracolmo sapore della vita.
    Per le viuzze non incontravo nessuno. I pochi sfaccendati stavano rintanati all’osteria. Passando di là, mi giungeva il loro gridare: e l’odore del vino, grasso, ricco di fumo.
    Vorrei essere ancora là, toccare quei muri che certo mi ricordano; arrestarmi ad ascoltare l’abbaiare di un cane; gustarne lo sferragliare della catena.

  14. l’emoticon non è mio, lì ci stava la parentesi chiusa.

  15. Plessus said

    Bello il racconto e la definizione di Sparz: il caldo si vede.
    Come nel giallo di Van Gogh ed i suoi Campi di grano con mietitore e sole.

  16. Giorgio said

    Grazie di cuore, ad Alessandra, Paolo, Blackjack, Fabrizio, e a Bartolomeo per la sua personale rievocazione, che leggerò per intero su “parliamone”.

  17. stefania nardini said

    Complimenti

  18. Giorgio said

    Grazie, Plessus e Stefania.

    Nel frattempo un amico di Avola, dopo aver letto questo brano, mi ha detto fra l’altro:

    “Il paesaggio descritto è adesso cambiato in quanto non si vedono case diroccate e molto meno case incomplete nella costruzione. “L’ora del caldo” fa ancora fumare l’asfalto delle strade, ma la calce interna alle abitazioni è quasi scomparsa e si è fatto posto ai climatizzatori”.

    Insomma, Plessus e Antonello, “todo cambia”, ma meno male che ancora “il caldo si vede”…

  19. Giovanni Nuscis said

    Immagini vividissime, intrise di memoria e di nostalgie sottili per quel legame comunitario ora infrantosi, in cui la vita – il viaggio – scorreva serena e giocosa nei suoi riti, come quando “Il nonno si fermava alcuni passi prima dell’ingresso, stava in ascolto e, riconosciute le voci dei presenti, intonava una canzone – forse improvvisata, forse adattata per l’occasione – e gli amici, da dentro, rispondevano, dando vita a un alterco cantato. Dopo il rituale si entrava, ed erano olive e vino.”
    Cosa, adesso e per il futuro – seppure diverso da quelle esperienze e da quel contesto – di quella serenità e coesione sociale?

    Giovanni

  20. Giorgio said

    Grazie, Giovanni. Certo, i problemi c’erano anche allora – fra gli altri, citati nel brano, la povertà e l’emigrazione – ma, come dici, erano in qualche modo condivisi..

  21. Giovanni Nuscis said

    I problemi, anche. Non vi è dubbio, Giorgio: quelli che indichi e altri. La comunanza, la solidarietà di allora non possono, del resto, non pensarsi calate ai nostri giorni; quel rapporto così ravvicinato, intimo, confidenziale, ora comprensibilmente spezzato dagli steccati della privacy; i portoncini d’ingresso chiusi, i fatti personali (“dati sensibili”) opportunamente celati e tutelati dalla legge. Eppure serbiamo nostalgia di quel mondo irrimediabilmente perso, pur coi suoi limiti e difetti, ed è caduta miseramente l’illusione che altri (lo Stato) potessero prendersi cura dei singoli e delle famiglie.

  22. Giovanni Nuscis said

    L’emoticon è il solito scherzo della parentesi.

  23. Giovanni Nuscis said

    “…possano prendersi cura…”

  24. Giorgio said

    Indubbiamente è come dici, Giovanni. E lo stesso amico avolese di cui parlavo prima mi ha dato un quadro della differenza rispetto all’oggi, raccontandomi di un suo viaggio recente, in Sicilia:

    “Il viaggio in treno tra le varie stazioni del sud mi fa tornare in mente un recente viaggio effettuato con nello stesso scompartimento la compagnia di un marocchino, che rappresenta per me, oggi, il nuovo emigrato, in sostituzione dell’italiano del sud che emigrava tanti anni fa: timoroso, cercava di non disturbare ed infastidire gli altri passeggeri: nella sua cuccetta si è coricato senza togliersi le scarpe; si è alzato di mattina presto per mangiare quel poco cibo che si era portato dietro”.

  25. Marco Cavallarin said

    Caro Giorgio,
    il treno: Turi Scordu, sulfataro, residenti a Mazzarinu, cu lu trenu di lu suli, s’avvintura a lu distinu. Erano centinaia di migliaia quei Turi Scordu.
    Lo conosco quel treno terrone sudato degli anni Sessanta, la Freccia del Sud, il Treno del Sole, che riportava in Sicilia, con infiniti ritardi sull’orario, gli emigrati che da Colonia, da Charleroi, da Basilea, da Lione, da Torino tornavano in Sicilia per andare a votare. Succedeva nei mesi già caldi della primavera, e noi studenti, che pretendevamo “studenti e operai uniti nella lotta”, in stazione o sul traghetto porgevamo da bere, un panino, un ben tornati, e un fac-simile elettorale col quale chiedevamo di darci una mano a spezzare col voto l’egemonia mafiosa della politica e dell’amministrazione. I risultati elettorali erano invece quelli che la mafia voleva che fossero, con le preferenze bloccate e i biglietti da mille lire strappati a metà, che sarebbero stati poi incollati all’altra metà (stesso numero di serie) col nastro adesivo bagnato con la saliva solo quando si sarebbe controllato il rispetto dell’impegno dichiarato. Accompagnavano anche i morti a votare.
    Lo conosco quel treno terrone sudato degli anni Settanta quando in stazione centrale a Milano a migliaia ci affollavamo lungo le banchine per saltare agili quando il treno entrava in stazione dentro agli scompartimenti dai finestrini per trovare un posto a sedere, o anche solo in piedi, e qualche volta anche solo su un piede perché per l’altro non c’era posto, e a me tornava in mente la novella di Chichibio e la gru. Ché allora di prenotare non si poteva fare se non per qualche ora, e se avevi i soldi, due mesi prima della data della partenza. In ogni scompartimento, se riuscivamo a prenderlo quel treno, facevamo a turno per mezz’ora di riposo arrampicati sulla rete su cui stavano i bagagli, le valige allora di cartone legate con lo spago, con la sbarra centrale che spezzava la schiena. Qualcuno offriva ai compagni di viaggio un po’ di frittata, del cioccolato, un wurstel, un sorso di “chianti” dal bottiglione col tappo a corona.
    Lo conosco quel treno terrone sudato degli anni Ottanta, quando riuscivo qualche volta perfino a prenotare una cuccetta di seconda classe, una sull’altra tre per lato, un forno d’estate (mai che si riuscisse a disinserire il riscaldamento), una ghiacciaia d’inverno. Prima di dormire, il rito del cibo offerto e condiviso. Io, aspetto borghese del professore, ero oggetto per primo della generosità: a me il primo sorso dalla bottiglia di vino di Pachino, se il viaggio era di ritorno, col tappo di sughero spinto a mano, e il pane di casa di Montalbano Elicona, e il salame di casa di Brolo, e le ulive schiacciate di casa di Misterbianco o di Milazzo, e le mandorle di casa di Avola, se il viaggio era quello di ritorno. Ne approfittavo, non farlo sarebbe stato scortese. E quando compariva l’uovo sodo mi chiedevo se anche il sale di Trapani avessero portato per quel bivacco. E il sale difatti c’era. Poi la partita a carte, e finalmente, tra Villa San Giovanni e Nicotera, ci si stendeva per la notte. Io leggevo fino a Lametia Terme.
    Lo conosco quel treno degli anni Novanta. Ancora terrone sudato in cuccetta, qualche più rara volta in vagone letto a tre posti, aria condizionata non sempre funzionante, caffè e giornale al mattino, dalle parti di Salerno. E da lì lo sguardo continuo verso il mare, tra la macchia di ulivi e di agrumi, e di fichi d’india, e profumi appena aperto un poco il finestrino, e i tetti di Bagnara, il castello di Scilla, il pilone di Santa Trada, la luce dello Stretto, il ferryboat.
    Lo conosco quel treno degli anni Duemila: ci mette 5 ore da Messina a Siracusa. E sempre accompagnano anche i morti a votare. Ma i nomi sono cambiati: Turi Scordu risuona solo dal vecchio vinile di Ciccio Busacca o dalle pagine ingiallite di Ignazio Buttitta. Oggi quell’uomo è diventato Desbele Gebreyesus, e non viaggia più in treno. E io volo diretto a Fontanarossa.

  26. Giorgio said

    Caro Marco, dalla prima all’ultima parola, posso sottoscrivere tutto – o forse è meglio dire quasi tutto, perché negli ultimi anni i miei viaggi in Sicilia si sono molto diradati: tre in quindici anni, se non ricordo male. E adesso volo anch’io diretto a Fontanarossa…
    Hai aggiunto ricordo a ricordo, e tra tutti indimenticabile quello del viaggio su un piede solo come le gru di Chichibio: come sai è anche mio, è capitato più di una volta a tutti quelli che facevano quella strada, e si era contenti comunque quando si riusciva a salire.
    C’è da augurarsi che chi lo faceva lo ricordi, oggi, quando incontra un nuovo migrante. Che non faccia come, ne “I Promessi Sposi”, il padre di Lodovico, il futuro fra’ Cristoforo, che, diventato ricco, non voleva gli si ricordasse che era stato mercante, fino al punto di cacciare il colpevole dalla sua tavola… Grazie di cuore, Marco, con grande emozione ho rivissuto alcuni decenni in poche decine di righe.

  27. annamariacarlotto said

    Caro Giorgio,

    bellissimo il racconto, avvolgente come il caldo che traspira: la tua scrittura ha la benedizione di trascinarmi nel vissuto di Paolo e di farmi vedere, sentire, udire ciò che lui vede sente ode. Di trascinarmi..ma anche di immergermi nella memoria di attimi vissuti anche da me: ‘a cuntrora, la parola mi è balzata subito alla mente, sono vissuta nel Sud per ventotto anni e vi ritorno spesso, come dimenticarla! Divertente ne è un ricordo: durante un’estate, mentre i miei genitori nella controra si appisolavano io, tredicenne o quasi, seguivo i miei fratelli, uno più grande e l’altro più piccolo, che sgusciavano furtivamente fuori dalla casa dov’eravamo in vacanza, vicino a Pozzuoli, e ci lanciavamo in avventure da ragazzi.
    Mi è sempre piaciuto fin da piccola e mi piace sempre viaggiare in treno per un tempo lungo e guardare fuori e lasciar scorrere pigramente e farmi magnetizzare da stazioni, campi coltivati paesaggi.
    Grazie ancora di saper interpretare ciò che ciascuno di noi vive.

  28. Giorgio said

    “‘a cuntrora, la parola mi è balzata subito alla mente”

    Grazie, Anna Maria, della lettura e del ricordo. Bello il termine “‘a cuntrora”! Vi traspira il caldo, come dici tu. Anche “l’ora del caldo” è molto evocativa, nel suono del siciliano del mio paese: “l’ura ro cauru”.

    Un caro saluto, e a presto.

  29. marcopunzi said

    Caro Giorgio,
    lo so ke il caldo esiste,mi hai dato anche onore di leggere in anteprima e su carta le tue ore di caldo in Avola.
    Con la canicola addosso non fuma solo l’asfalto,si fuma anche con pensieri,sentimenti, affettività dispersi………..
    Case di Avola(e non solo di Avola) complete, restaurate, climatizzate con condizionatori per frescura conservando la calce non sono un male.
    Molto peggio vandea di sentimenti con Tintal e congelatore!
    Scusami il ritardo nel commento e il mex “tra le righe” ma in questo periodo tra scuola, progetti pon e sentimenti in frigo….,
    sono un po’ preso.
    A rivederci.

  30. Giorgio said

    Grazie, Marco, da giorni a Milano piove… speriamo che arrivi la vera ora del caldo anche per i sentimenti in ghiacciaia.

    Ciao, a presto

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