Il critico in Fiera
Posted by paolocacciolati on May 13, 2008
Noto sorprendenti analogie tra il gioco del Mercante in fiera e il modo del critico di porsi alla Fiera del Libro. Come nel mercante in fiera, il critico in fiera più partecipa numeroso e più è contento, l’importante è essere in tanti a un incontro, una presentazione, un convegno, così il gioco è più bello, e che importa se non si conosce manco il tema o l’autore a proposito del quale si è invitati a parlare.
Sabato scorso ho avuto la ventura di assistere all’incontro dedicato al Bello del romanzo e i nuovi canoni letterari, con la creme de la creme della critica nazionale, Berardinelli, Ficara, La Porta, Cortellessa, presenziante Scurati in veste di scrittore ostaggio felice del consesso.
L’intero incontro, come è stato riconosciuto dagli stessi partecipanti, è stata un’occasione sprecata in quanto era stato costruito per diventare un dibattito a più voci, mentre si è ridotto a una sfilata di prove di narcisismo intellettuale, dove la voluttà di autoglorificazione dei partecipanti ha portato a sforare i tempi programmati per gli interventi, di modo che dopo un’ora e passa c’erano gli organizzatori a pressare per concludere (che Don Ciotti, Caselli e le mafie già scalpitavano), senza lasciar un minimo spazio al dibattito, né tantomeno alle domande del pubblico.
La mia impressione è di aver assistito a una prova collettiva di autoincensamento da parte dei critici, con Scurati prono nella funzione di vittima della sindrome di Stoccolma.
Ma insomma, che hanno detto?
Berardinelli esordisce candidamente che lui non era preparato sul tema dell’incontro avendolo saputo solo un paio d’ore prima (??ma vah!!!) e che comunque non si sente proprio di parlare del bello nel romanzo, da lì in poi è una tirata sulla funzione del critico, che il critico è lui stesso uno scrittore, dove i personaggi dei suoi scritti sono gli autori, e poi giù a promuovere l’ultima sua fatica per Scheiwiller, con un annuario sugli scrittori italiani, dieci pagine per ognuno, perché, dice, in dieci pagine per un critico è più difficile mentire (ne consegue che ammette normalmente di mentire quando scrivere una normale recensione).
In uno slancio di didascalismo enciclopedico elenca cinque misure per misurare il bello nel romanzo:
1)Un canone dei classici.
2)Il canone del meglio che è stato fatto nelle due generazioni precedenti.
3)L’esperienza diretta dal mondo da parte del critico.
4)L’utilizzo di una lingua “falsa” troppo semplice o troppo complessa, la non credibilità della lingua dei personaggi.
5)L’incoerenza del libro con la propria struttura e il proprio linguaggio.
Dopo di che conclude che il bello non è definibile, meglio e più facile definire il brutto.
Cortellessa parte con Croce e la sua avversione per la letteratura contemporanea, afferma che si può canonizzare non la contemporaneità, ma per la contemporaneità, passando per Bachtin che dice che il genere romanzo è auto inclusivo di se stesso ed è tale solo quando contraddice la norma, mentre oggi gli editori compiono esattamente un’operazione di segno inverso, perché pubblicano solo romanzi che cercano di conformarsi a tale norma.
Cita anche l’ultimo libro di Siti, Il contagio, come uno dei pochi esempi di narrativa attuale controcorrente, ma solo per la parte del libro non di fiction, ma di diario-elucubro-autofiction. Alla fine conclude che la letteratura, e quindi il romanzo, deve avere la capacità di dire no, ripete questo concetto, dire no, dire no, dire no come un valore, dire no al presente, e passa la palla a Ficara mentre riecheggiano ancora in sala i suoi no acuti e nasali.
Ficara che esordisce che la stroncatura non è mai un esercizio contro, ma a favore della letteratura, e lui comunque non vorrebbe essere nei panni del romanziere, perché il passo narrativo è un passo avanti e tre indietro, poi se la prende con i narratori che fanno finta di non essere italiani, imitano gli stranieri usando un linguaggio che definisce un “idioletto planetario”, una sorta di inglese da aeroporto, avendo perso il contatto con la tradizione letteraria italiana e quindi abbasso tutti gli sperimentalismi o pseudo tali, riprendendo la definizione di Montale per cui la neoavanguardia è un imborghesimento di tutte le avanguardie.
La Porta carica la dose del sadismo critico ammettendo che a parlar bene ci si sente sempre retorici mentre è più spettacolare una stroncatura. La bellezza è stata sostituita dallo stile, oggi i narratori cercano lo stile, ma lo stile soppianta tutto il resto, anche la tensione morale e l’etica. Cita anche due esempi della prevaricazione dello stile sul bello, oggi: l’ultimo libro di Wu Ming e Hitler di Genna.
Anche La Porta aborre i libri di fiction pure, molto meglio i libri al confine tra i generi e cita Onofri, La Capria, Affinati, ma anche Piersanti e Veronesi, perché sono “comunicativi ma non concilianti con il presente e la società” (sic!).
Da buon ultimo Scurati apre riconoscendo :”non vorrei esser nei miei panni”.
Poi è tutto un panegirico sul fatto che i giorni del presente sono i giorni della cronaca, oggi viviamo i tempi della cronaca e il canone letterario scompare, il tempo della cronaca è il tempo del successo, come fondamento di se stesso, e se una cosa non ha successo non è accaduta. Sostanzialmente vivere nel tempo della cronaca significa accettare di vivere giorno per giorno, abbandonando i sogni.
Dopo una sparata contro la c.d. real-tv come esempio di cronachismo mediatico, conclude anche lui che occorre dire no ai giorni del presente, a favore delle grandi architetture del romanzo di tradizione ottocentesca.
Fine dell’incontro, con i relatori che si piangono addosso per aver sforato e non aver consentito di innescare il dibattito a cui agognavano frementi.
Cosa c’entri tutto ciò con il canone del bello nel romanzo, lo diranno la prossima volta.
Ho la sensazione che in questi incontri pubblici i suddetti fatichino assai a farsi capire, a esprimersi in termini comprensibili alla platea (peraltro formata da gente preparata o almeno appassionata della materia). Così divagano, escono puntualmente fuori dal seminato e dal tema in oggetto, fanno passare il tempo, di modo da poter passare il microfono al vicino….
Il tutto suona come una presa in giro, legittimando peraltro un’altra domanda: ma ci sono o ci fanno?
Non per girare il coltello nella piaga, ma ieri ho assistito, nel carcere di Saluzzo, a un incontro con Carlo Lucarelli, sempre promosso dalla Fiera del Libro, e posso assicurare che lo scrittore bolognese ha tenuto tutt’altro atteggiamento, ha parlato in modo chiaro ma dettagliato del suo modo di scrivere e del suo modo di intendere il romanzo, peraltro rispondendo con precisione a svariate domande sul suo lavoro, poste anche dai detenuti, con umiltà, senza la prosopopea dei suddetti critici.
Sono riuscito a scambiare con lui due parole e confermo l’impressione di schiettezza e di disponibilità.
Con ciò non voglio dire che la categoria degli scrittori sia per forza meglio di quella dei critici, per esempio, sempre in Fiera, ho visto un noto scrittore lombardo dare uno spettacolo pietoso in uno stand, occhio vitreo, faccia giallastra e gonfia, con mano tremolante, alle undici del mattino, attaccato a succhiare birra da una bottiglietta, ah questi artisti maledetti…













May 13, 2008 at 5:48 pm
Sempre interessanti questi resoconti, Paolo - ne hai portati altri dalla Fiera?
Questi discorsi mi fanno venire in mente due affermazioni di Steiner, da “Vere presenze”:
“Ogni forma seria di arte, di musica e di letteratura è un atto critico”
“Sia nella teoria che… nella pratica, le interpretazioni liberatorie e le valutazioni durevoli possono provenire soltanto da coloro che si lasciano coinvolgere”
May 13, 2008 at 6:19 pm
Paolo, lascia poche speranze, questo tuo spaccato e assomiglia, molto, persino troppo, alle riunioni dei consigli di amministrazione: disgraziato se almeno una volta più della metà dei partecipanti era informato a dovere.
Blackjack.
May 14, 2008 at 8:15 am
Grazie Giorgio, ci sono altre cosette che ho visto, se riesco ne ricavo un post.
Interessante la seconda di Steiner, ma a quanti si potrà applicare?
@Black
Hai ragione ci sono molte analogie.
Ciao
P.
May 14, 2008 at 9:20 am
Una parola sola (fra l’altro un pacco di parola): autoreferenzialità.